La sinistra, il Nord e il cadavere di Craxi

Negli anni ’80 tutti i fermenti della società uscita dal decennio terribile (anche se non in tutti campi) degli anni ’70, che nel teatro europeo avrebbero portato alla caduta del muro di Berlino, si riverberavano all’interno dei singoli stati con dei tangibili mutamenti strutturali della loro rappresentanza politica. A sinistra questo si manifestava ad esempio in Francia con la definitiva emarginazione dei comunisti da parte del socialismo Mitterandiano, con la nascita e l’affermazione del moderno socialismo di Gonzales in Spagna, con il sostanziale filo-occidentalismo della SPD del Cancelliere Helmut Schmidt, dopo l’ambigua Ostpolitik di Willy Brandt;  mentre laddove – nei paesi anglosassoni – la sinistra era immune da esperienze comuniste, si assisteva ai trionfi neo-radical-capitalisti Reaganiani e Thatcheriani.

Nella nostra Italia fu il decennio di Craxi, che seppe rompere o impedire sul finire degli anni ’70 il micidiale patto di potere e conservazione tra il PCI berlingueriano e la DC egemonizzata dalla setta della sua ala sinistra. Insinuandosi come un cuneo tra i due dinosauri della politica, Craxi, sulla scia di una nuova vitalità dell’economia occidentale, e alla vista delle crepe terribili che ormai il mondo comunista non sapeva più nascondere, rappresentò un duraturo (che continua ancor oggi, nonostante le apparenze) momento di modernizzazione nello sclerotizzato panorama politico italiano, pur nel quadro di una spesa pubblica e di un debito pubblico che non accennava minimamente a moderare la sua dinamica di crescita incontrollata.  Fu protagonista in due momenti decisivi, uno di politica interna e economica, e l’altro di politica estera, per l’Italia in quegli anni: l’abolizione della scala mobile e l’installazione degli euromissili, che vide l’ineffabile nostra sinistra, compresa quella dei giornali e degli intellettuali, ancora una volta modernamente dalla parte dei sovietici.

Ma già da allora dovette combattere, giorno dopo giorno,  contro i due nemici che alla fine riuscirono, vergognosamente, a eliminarlo dalla scena politica: la sinistra comunista, che per tutto il decennio alimentò ad arte, sovieticamente, la nomea dei socialisti ladri e del parafascismo del decisionista Craxi; e quel mondo finanziario-industriale, che nella sinistra DC aveva la sua sponda politica, uso a coltivare rapporti incestuosi e privilegiati con i governi e l’amministrazione pubblica, e che dalla trasformazione della società italiana e dallo sviluppo economico esterno allo storico triangolo industriale Milano-Torino-Genova aveva tutto da perdere in termini di influenza.

In questi territori i primi sintomi di ribellione o autonomia rispetto allo status quo si ebbero nel Veneto, dapprima larvatamente e indirettamente con l’evocazione Bisagliana di una DC veneta bavarese, e poi con la nascita, quasi clandestina (tanto modeste erano le origini) della Liga Veneta, in principio fenomeno esclusivamente identitario e quasi folcloristico. In una parola, lo sblocco a sinistra operato da Craxi, che faceva sperare in una possibile uscita del nostro paese dall’anomalia e dall’incubo comunista,  aveva minato le rendite di posizione della DC che in alcune zone del Nord aveva una cassaforte di voti. Il Boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei suoi confratelli veneti, con geniale e animalesco istinto cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse.

La caduta del comunismo nei paesi dell’Est e in Russia mise la sinistra italiana in una posizione drammatica, da lotta per la sopravvivenza. Craxi ne approfittò per lanciare un’ OPA sui naufraghi del comunismo col progetto dell’Unità Socialista e dando il suo placet all’entrata dei postcomunisti Occhettiani nell’Internazionale Socialista. Ma fu proprio l’aprirsi della scatola politico-sociale al Nord ad offrire a comunisti e all’incartapecorito establishment economico-finanziario l’occasione per cavarsi d’impiccio grazie ad una campagna mediatico-giudiziaria. Il fenomeno delle tangenti – un segreto di Pulcinella – e in genere l’esistenza di un malsano intrecciarsi di rapporti tra politica e economia, a tutti i livelli, frutto assai più di un ritardo culturale che di una congenita  criminalità della società italiana, e che piano piano stava diventando una zavorra insopportabile e un ostacolo alla modernizzazione del paese, fino ad allora era stato protetto da un sistema autoreferenziale e dal tacito consenso di tutte le parti sociali, sindacato e magistratura compresi.

La nuova e inedita debolezza della politica tradizionale nel Lombardo-Veneto, che proprio a Milano (Craxi) e a Venezia (De Michelis) vedeva due centri nevralgici del nuovo socialismo italiano, impedì al sistema di chiudersi a riccio di fronte alla ventata moralistica e semidemagogica delle truppe leghiste, di quelle missine escluse dall’arco costituzionale, e dell’opinione pubblica in genere. L’ala militarizzata della magistratura sedicente democratica (che qualche lustro prima si era fatta pure dei gustosi giri di istruzione nella Cina Maoista) sotto la guida politica del piccolo Vishinskij Luciano Violante e quella mediatica di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, si sentì abbastanza forte e protetta per procedere alla bonifica democratica.  Il ciclone di Mani Pulite perciò, assolutamente non a caso, si abbatté prima in Lombardia e poi nel Veneto, le terre “più libere”.  Solo successivamente si propagò per il resto della penisola e ovviamente – ça va sans dire – risparmiò in sostanza le regioni rosse, dove i magistrati, adusi nel resto dello stivale a sbrigativi teoremi colpevolistici tagliati con l’accetta (“non potevano non sapere”), si dimostravano lenti, svogliati e ultragarantisti.

Poi entrò in scena Berlusconi, come sappiamo tutti, e mandò all’aria il disegno di codirigenza politica dell’Italia da parte dell’establishment reazionario economico-finanziario e dell’establishment reazionario culturale e sociale dei postcomunisti (alleanza ora possibile grazie alla sparizione del pericolo comunista mondiale). In quel momento nel Nord la sinistra che contava, quella in fase ascendente, era costituita dai socialisti. La loro epurazione giudiziaria causò non solo la depauperizzazione di una classe politica, ma anche la fuga dell’elettorato socialista nelle braccia del nuovo soggetto politico dall’incredibile  e beffardo nome di Forza Italia. Il processo di desertificazione di una sinistra già debole di per sé nelle regioni settentrionali comincia da qui.

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della political correctness costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del cinghialone socialista, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Oggi, col nuovo governo Prodi è morta definitivamente la speranza di poter tenere insieme queste due anime del Vecchio in Italia, tenendo allo stesso il nostro paese in rotta economica-finanziaria. E allora dalle parti del Corriere e di Montezemolo, invece di fare autocritica, da tossici dell’antipolitica, e con la tacita complicità dell’ala D’Alemiana dei DS, hanno deciso di rilanciare il manipulitismo mediatico, nel tentativo di gettare ad arte il paese in un clima di panico ed emergenza che possa partorire come per miracolo un governo tecnico, emanazione e prima vera incarnazione di un Partito Democratico allargato a settori del centrodestra. Da questo fondo melmoso e avvelenato è spuntata “La casta”.

Un libro che non leggerò. E perché? Perché prendo per buono tutto quello che c’è scritto e che i giornali ci propinano in abbondanza: problemi zero, e nessunissima sorpresa. Un bel mucchio di schifezze, che m’indignano … ma non di più, anzi, forse meno, del puritanesimo a giorni alternati delle grosse firme del Corriere: il peggio del peggio! Vedere come dei polli in batteria, uno dopo l’altro, a comando, i vari Romano, Stella, Di Vico, Monti e compagnia, spargere a piene mani facile moralismo sul malcostume della politica e della pubblica amministrazione, quasi fosse una novità di cui loro hanno la virtuosa esclusiva, è un’esperienza umiliante. Ma non è moralismo! Nooo! “E’ che non ce lo possiamo permettere!!!” come gracchiava qualche giorno fa dagli schermi televisivi Stella. Ma, dico, ci vogliono prendere in giro? E dove erano questi signori quando lo Stato, cioè i contribuenti, facevano il bocca a bocca alla Fiat per mantenerla in vita un anno sì e un anno no? Rievocare (o invocare?) “la marea del ’92” come ha fatto Sergio Romano non equivale forse a gettare un … enorme meteorite e nascondere la mano?

I disegni di potere si fanno sempre scudo di ragioni moralistiche. E questo è un disegno di potere: solo un cieco non lo vede! E quello che è peggio è che questo alzamiento telecomandato dai salotti dei “ricchi” non fa altro che minare ancora di più la fiducia degli italiani in se stessi, e nella loro capacità di venire fuori dalla situazione in cui si trovano. La crisi di consenso e di partecipazione, peraltro smentita a destra nelle ultime amministrative, vede loro tra i principali responsabili. E non a caso. Perché al fondo della loro anima aristocratica, come in quella dei giacobini e dei comunisti, vi è un’enorme sfiducia nel popolo, cioè nel singolo individuo. E se in democrazia l’imprudenza populistica è un grosso errore, la sfiducia – non esplicitata nelle parole, ma trasmessa coi fatti – è un crimine! Quand’anche con questo disegno si riuscisse a rimettere in sesto l’economia italiana (impossibile da parte di un’oligarchia reazionaria), ciò sarebbe solo una vittoria di Pirro, perché sarebbe conseguita al prezzo del fatale indebolimento del sentimento democratico in Italia, che alla successiva epidemia sarebbe spazzata via.

Il governo Berlusconi non aveva solo problemi interni alla sua coalizione, ma si doveva confrontare a tutti i poteri stratificati da decenni di consociativismo, una muta massa di potere che si è innervata in tutti i gangli della nostra società. Da questa massa la coalizione di centrodestra è stata sempre sentita come un nemico da abbattere. Anche perché proprio nel berlusconismo, dico io, proprio nel lazzaronesco ed improbabile berlusconismo, essi istintivamente hanno visto un indizio autentico di quella partecipazione democratica che temono come la morte. Siamo nel mezzo di questa battaglia. Non siamo in una situazione normale. Se vogliamo vincere, ora non è il tempo delle divisioni. L’Italia farà pur schifo, ma è intollerabile lo sfascismo dei bellimbusti dei salotti buoni. Nella sola speranza che non trovino sciocchi alleati.

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5 thoughts on “La sinistra, il Nord e il cadavere di Craxi”

  1. Condivido. E anche a me tutta questa aria di abbattimento della casta sa di innocuità. Negli anni ’80 le cose cambiavano davvero perchè c’erano delle persone che le facevano (!) cambiare. Nel mondo Reagan, Gorbaciov, Wojtila e Walesa. Da noi Bossi, Craxi, Berlusconi e Di Pietro (all’interno dei limiti imposti da botteghe oscure) hanno fatto di più di qualche migliaio di politici e magistrati che li hanno preceduti.
    Non avvengono cambiamenti se non ad opera di persone che intendono perseguirli. Stella, Rizzo, Segni e gli altri non sono della pasta degli uomini di cui sopra. E se anche non voglio vederci un disegno, il risultato finale non camabia. Qualche, neanche tanto, rumore per nulla. A tutto vantaggio del marcio esistente.

    Ti invito dalle mie parti sul mio ultimo post, per altri spunti sui fenomeni che analizzi.
    Un caro saluto.

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