Le confessioni di Calearo

Mentre Montezemolo, after a week or two in the wilderness vainly practising lion-heartedness, is already taking the not so long way home, praising the mellifluos nonentity Veltroni just as he used to give credit to the mumbling nonentity Prodi; quando ormai il disegno del partito del Corriere della Sera e di Montezemolo sta per fallire, e non c’è più tempo per vorticosi e interminabili giri di parole; è ora la disperazione di Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, presidente contestatissimo dell’Associazione degli Industriali di Vicenza, e importante vassallo nel sistema feudale della Confindustria nouvelle vague di Re Montezemolo, a mettere nero su bianco quello che per mesi la schiena non diritta, la parola non schietta, e la provincialissima furbizia di questi campioni della modernità hanno impedito loro di dire. Se l’avessero detto subito, mi sarei risparmiato mesi di traduzioni dal Corrierone. Riporto per intero l’intervista concessa a Paolo Possamai, e pubblicata oggi 28 giugno 2007 nella Tribuna di Treviso. Le evindeziazioni in grassetto sono mie.

VICENZA. Nel giorno dell’assemblea vicentina, Calearo spiega senso e obiettivi del suo incontro con Enrico Letta. Il presidente vicentino ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio alla fine della scorsa settimana a Verona. “Letta è un amico e una persona che stimo – dice Calearo – e voleva spiegarmi come il governo punta al recupero del Nord, e voleva ascoltare come il Nord sente il governo”.

Cosa è emerso dal confronto tra voi?

“Innanzitutto, lo stesso Letta mi pare ammetta che il governo è in grave difficoltà. Lui stesso dubita molto possa durare a lungo. Il malessere del Nord è palpabile. Gli studi di settore e in generale le politiche fiscali attuate da Visco generano una sorta di Stato di polizia, un’atmosfera di paura e di sfiducia generalizzata verso Roma. il distacco tra Roma e Nord è palese, non ci sentiamo affatto rappresentati da questo governo. I migliori dei nostri parlamentari, come Paolo Giaretta, non sono ascoltati. Esponenti capaci e stimabili di questo governo, come Bersani e Letta, non sono posti nella condizione di realizzare pur ottimi progetti di liberalizzazioni e sviluppo per l’economia”.

Ma il governo non ha fatto nulla di buono? Non ha nemmeno tentato di sistemare i conti pubblici?

Il riassetto della finanza pubblica è avvenuto. Il merito va riconosciuto. Ma non sanno spiegare le poche cose buone che hanno saputo fare. E comunque il governo paga pure la distanza siderale che esiste tra la gente e la CASTA. Se giro per le aziende o in aeroporto, al ristorante o tra gli amici, NON SI FA CHE PARLARE del libro di Stella. Mette a nudo un livello scandaloso di privilegio, una dimensione di spreco che fa a pugni con la vita agra e piena di sacrifici cui la gente è costretta.  Pure in questo senso appare urgente una seria riforma della politica. Badate che la vittoria di Tosi a sindaco di Verona, come quella di altri candidati leghisti, individua un bisogno di politica semplice e di buona amministrazione. La gente sente vicino Tosi, distante Prodi.

A questo punto quale evoluzione si augura?

“Il cuore di tutto è la modifica della legge elettorale. Sono convinto che non andremo a elezioni anticipate, anche perché ci sono troppi parlamentari new entry che aspettano la pensione. Penso che andremo ad un governo tecnico, a una formula istituzionale. In questo sfacelo, VINCEREBBE DI SICURO BERLUSCONI, ma non credo che sarebbe una situazione ottimale. Il paese ha bisogno di cambiare leadership, a destra come a sinistra. Siamo bloccati da una dozzina d’anni nell’antagonismo tra Prodi e Berlusconi, occorre voltare pagina. Ma soprattutto occorre rifare la legge elettorale, per consentire ai cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti in Parlamento. Altrimenti sarà sempre il segretario di partito o il potentato di turno a decidere di mettere in lista la moglie o l’amante, e noi ce la dovremo sorbire”.

Di cos’altro dovrebbe occuparsi il governo tecnico?

“Partiamo intanto dicendo che questo governo è morto, non vedo come possa recuperare la fiducia del Nord: non riesce a fare scelte forti sul futuro, avendo una visione strabica generata da una sinistra di stampo cubano e una sinistra laburista senza attributi. Da questo commistione mistico-catto-comunista emerge sempre un compromesso al ribasso. Detto questo, e messo in archivio Prodi, occorre un governo che governi, che faccia la legge elettorale, che investa sul futuro del paese in termini di infrastrutture e riduzione del debito, che punti davvero al federalismo fiscale”.

E quale arco temporale di azione dovrebbe avere questo governo futuro?

“Il traguardo dovrebbe consistere nel 2009. Potremmo andare a votare in un turno unico per le politiche e le europee. In questo periodo dovremmo cercare di perseguire il più difficile degli obiettivi: ricreare una classe dirigente degna di questo nome, degna degli ideali di cui furono portatori Dc e Pci, capace di fare sognare ancora il paese e di fargli correre davvero una sfida su scala europea. In questo senso mi pare necessario superare il dualismo Prodi-Berlusconi, che sono limiti oggettivi al cambiamento. Perché Sarkozy in Francia o la Merkel in Germania possono affermare la loro leadership e i loro programmi di rinnovamento, e in Italia questo processo non può avvenire? Non è un’utopia”.

Che giudizio dà al riguardo della candidatura di Veltroni alla guida del nascente Partito Democratico?

“Dovrei dire che non mi riguarda, non essendo iscritto a quel partito, e a nessun altro. Ma in generale, in termini di metodo, la designazione non mi piace perché proviene dall’alto. Non giudico la persona, osservo che viene interpretata come una sorta di salvatore. Sicuramente la persona è capace e esperta, magari non è l’unica scelta per chi sta a sinistra”

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La sconfitta del Corriere

 Appena sette mesi fa, era il primo post del mio blog, scrivevo questo:

[…] Montezemolo ha scaricato apertamente Berlusconi, parlando di “occasione perduta” e ha dato pubblicamente e spudoratamente atto di forte impegno riformista (sic) al presente governo. Chi, nel centrodestra, pensi di avere una visione strategica della lotta politica è bene che una volta per tutte perimetri per bene il campo nemico: perché qui non ci troviamo di fronte solo al problema di una fazione massimalista di sinistra, di per se stessa micidiale zavorra per qualsiasi ipotetico riformismo, ma ad un processo di sedimentazione trentennale che ha depositato in quel fondale chiamato Unione le polveri reazionarie di tutte le oligarchie economiche, politiche, sindacali e culturali italiane; processo che è ormai giunto a maturazione, simile ad un’inerte stratificazione geologica. Aspettarsi un segno di vitalità da tale composto è un’illusione.

Quello che oggi è in crisi è questo coacervo. Non tutta la politica, come alcuni componenti di questo coacervo cercano ora furbescamente di contrabbandare. Nel momento del crollo dell’Italia dell’Est si cerca di creare la massima confusione.  La Grandissima Stampa, la Grandissima Confindustria, le Grandissimissime Banche, avevano appoggiato la campagna elettorale di Prodi. Erano sicure, o costrette a essere sicure,  che l’anomalia Berlusconi sarebbe stata polverizzata cosicché anche la farfugliante nullità Don Abbondio Prodi, con una maggioranza così schiacciante da parcheggiare in parlamento la sinistra pura e dura, sarebbe riuscita a  contemperare i loro conservativi interessi con il riaggiustamento economico-finanziario del paese. Una mezza modernizzazione, giusta quel tanto per non toccare chi non doveva toccare. Le cose andarono in maniera diversa. Hanno pazientato per un po’, facendo finta di niente, non vedendo e scrivendo assolutamente nulla del malessere del volgo. Poi hanno detto basta. Bisognava fare un casino mondiale, in cui nessuno capiva più nulla. Intanto beccatevi ’sta Casta, politici! Politica anno zero. O 1992. E poi, via al bombardamento a tappeto: malessere? Macché malessere, rivolta sociale! Però Berlusca con la sua truppa di schifosi padroncini padani e cafoni siculi non pensi di approfittare della situazione, chiedendo, come un malfattore, anzi, un golpista, le elezioni. Ma chi crede di essere? E allora giù a scrivere che il Cavaliere per paura cavalca il malcontento, mentre la verità è che sono loro che se la stanno facendo sotto e hanno paura di esserne travolti assieme al governo Prodi. Montezemolo, lo stesso che definiva “pericoloso, questo federalismo”, e che durante la campagna per il referendum costituzionale remò contro sostenendo la sostanziale inutilità della riforma berlusconiana, oggi parla di improcrastinabili riforme costituzionali; lo stesso che invitava un ritorno alla concertazione, al momento del suo insediamento, oggi parla del sindacato dei fannulloni.

Ma il lancio, se confermato, di Veltroni a guida del PD e futuro candidato Premier è una sconfitta del Partito del Corriere della Sera e di Montezemolo, e una vittoria di quello di Repubblica. Vittoria logica, perché fondata su presupposti più solidi. La sinistra aziendalista prima corteggiata e poi maltrattata dal quotidiano di Mieli ha preferito tornare, spaventata e indispettita, a casa.  La politica ha risposto all’offensiva della Casta, che doveva dividere la destra e la sinistra,  e mettere insieme gran parte della sinistra con una piccola parte della destra,  non dividendosi, né a destra né a sinistra. All’ecumenismo mancino e paesano di Prodi succederà l’ecumenismo mancino e dorato dell’incantatore Veltroni, ma la filosofia rimarrà la stessa. La decadenza ha bisogno, per sopravvivere, del fasto: quale miglior cerimoniere allora dell’imperatore romano, come ostinatamente continuava a chiamare se stesso il basileus bizantino di Costantinopoli fino alla caduta della città sul Bosforo nel 1453?

Tanta è la confusione che perfino Vittorio Feltri arriva all’ingenuità davvero rimarchevole di parlare di ostracismo del centrodestra nei confronti di Montezemolo: ma, caro Feltri, sarà lo stesso reggitore di Confindustria a respingere qualsiasi cooptazione. Ora, vista la mala parata, tornerà a cuccia, scommettiamo? E al momento di scegliere da che parte stare, politicamente, la pax montezemoliana all’interno del mondo delle imprese salterà come un tappo. Non mancano poi coloro, tra i reduci pannelliani dell’avventura Unionista, che nell’universale scomunica montezemoliana della politica vedono una scappatoia dai propri errori troppo seducente  per resistervi. E non manca poi chi, con quindici anni di ritardo, scopre la verità, e non la dice nemmeno tutta.
Per costoro, oggi, ci sarebbe solo Canossa.

Il trasformismo, quello vero

Prosegue imperterrito il disegno extrademocratico di profonda ristrutturazione del centrosinistra italiano da parte dei poteri non elettivi del nostro paese. Disegno però – ecco perché extrademocratico – che non prevede un ricorso alle urne e una probabile cessione di potere alla coalizione berlusconiana. E’ inutile accusare di sindrome complottistica, come fanno con facile condiscendenza le penne più famose della carta stampata, chi, come il sottoscritto per esempio, è sempre stato assai refrattario alle dietrologie golpistiche, e si rifiuta di non vedere una strategia messa giù nero su bianco giorno dopo giorno nelle pagine dei giornali. Dopo il lancio, urbis et orbis, della Casta, e il manganellamento mediatico-giudiziario dei DS, troppo timidi nel mollare Prodi e Bertinotti al loro destino, ecco che arrivano provvidenziali, a controbilanciare un’inarrestabile deriva destrorsa degli orientamenti politici della gente, le sedicenti e puntualissime rivelazioni a scoppio ritardatissimo  del furbetto del quartierino Ricucci. Messaggio in codice, anzi, neppure in codice, ma chiaro chiaro, al popolo: scordatevi Berlusconi, e il voto. Vedo con preoccupazione come molti, anche nella blogosfera liberal-conservatrice, stiano abboccando all’amo della demagogia antipolitica scatenata ad arte con gran profluvio di mezzi dai giornali dell’establishment, in primis il Corriere della Sera, cui a malincuore e per forza di cose si è accodata La Repubblica, non tanto (anzi, per niente) per favorire alla lettera il disegno sopramenzionato, quanto preoccupata del possibile ritorno al potere della destra. I primi a cadere stoltamente nella trappola sono stati i leghisti, con quella buffonata in Parlamento, che, se lo ficchino in testa, non ha minimamente preoccupato i pensosi e logorroici custodi della legalità democratica: anzi, un gran fregamento di mani, e qualche pugno chiuso!
L’inaffidabilità della classe politica, di tutta la classe politica, non solo di quella che era stata, fino a poco tempo fa, portata in palma di mano dalla grande stampa, è il presupposto necessario per far accettare agli italiani un cambio di governo senza legittimità popolare; la pressione mediatica-giudiziaria per fare accettare ai politici questa manovra.
Nei momenti di transizione, e di incertezza, e di tensione tra il vecchio e il nuovo, è irresistibile la tentazione del Principe, e dell’Oligarchia, di additare, allontanando da sé le responsabilità, un nemico del popolo.
Questo è veramente cavalcare la protesta, caro Massimo Franco.
Il vecchio, come nel 1992, trincerato nel campo della sinistra, tenta l’ennesima trasformazione, quella tecnocratica, che gli consenta di usurpare un altro decennio di vita a danno del paese.
Questo è il vero trasformismo, caro D’Avanzo.

Update: segnalo quest’articolo di Lodovico Festa sul Giornale con considerazioni non lontane dalle mie.

RITORNO (IN FARSA) AL 1992

Fine di partita. La convulsa lotta del governo Prodi per restare in vita, per assaporare ancora fettine di potere, una compagnuccia telefonica, un’autostradina, una banchetta appare senza speranza. Gli estremisti alzano i vessilli: Franco Giordano dice no alla base di Vicenza, Barbara Pollastrini fa la Giovanna d’Arco dei Dico, i duri della Fiom-Cgil dettano la loro legge al flebile Guglielmo Epifani. I moderati si assestano per la nuova fase. Pierferdinando Casini si predispone a trattare le prossime mosse con il centrodestra, Clemente Mastella si affretta verso una formazione centrista, un sindacalista riformista come Raffaele Bonanni si rifiuta di coprire gli imbrogli del governo sulla fusione degli enti previdenziali. Un politico intelligente ma astratto come Bruno Tabacci confessa come il tentativo di costruire uno schieramento alternativo al centrosinistra ma altro da Silvio Berlusconi, sia fallito.
Il circuito mediatico-giudiziario, a difesa del proprio potere di blocco della società, tenta una disperata resistenza fatta di immondizia via intercettazioni e immondizia via interrogatori. Non ci si può non vergognare di citare frasi masticate e rimasticate, però l’adagio hegelian-marxiano per cui la storia prima si presenta come tragedia, poi replica come farsa, descrive con precisione quanto la situazione attuale stia a quella del 1992.
Le fasi terminali della crisi sono pericolose: le ultime sortite, i saccheggi finali, le mosse disperate possono provocare guasti.
[mio neretto] Ci vuole intelligenza e decisione per gestire lo sbocco di una situazione inevitabile. L’avvitamento della vicenda rende probabile un esito di voto anticipato, ma anche se si aspetterà qualche mese, con un governo di transizione che faccia una riforma elettorale, i compiti politici della leadership del centrodestra restano gli stessi: da una parte si tratta di rassicurare la nazione, darle fiducia sul prossimo passaggio, che vi sono le forze per ricominciare. Dall’altra si tratta di prepararsi a governare, fare i conti con l’esperienza 2001-2006, spiegare perché certi errori non saranno ripetuti. La lunga propaganda liberale, per esempio, di An e Udc farà sì che le proposte di modernizzazione non saranno più bloccate da defatiganti dibattiti. È maturata poi anche in ambienti già legati al centrosinistra una voglia di riforme liberali che va raccolta, proprio come ha fatto in queste settimane Nicolas Sarkozy. Non va infine sottovalutato che comunque l’esperienza travagliata e breve del governo di centrosinistra qualche trauma lo lascia nella società italiana.
La sinistra subisce in questi mesi una sconfitta strategica ma resterà forza centrale del Paese, con migliaia di sindaci, governatori, presidenti di province. Si tratta di offrire a chi ha maturato tutta l’inconsistenza politica e programmatica dell’antiberlusconismo un serio tavolo di confronto per la riforma dello Stato. Di apprestare una linea che sia l’opposto di quello stupido chiudersi in un fortilizio da parte di una maggioranza che non aveva la maggioranza, vissuto in questo anno. La situazione è matura, il centrodestra deve incominciare a parlare subito non solo alla sua base sociale assai motivata ma a tutto il Paese.

Lodovico Festa. Il Giornale. 19 giugno 2007

Update 2: leggetevi quest’articolo di Paolo Guzzanti, di cui voglio sottolineare questo passaggio:

E dunque non esiste affatto una “crisi della politica”, mentre esiste una sconvolgente crisi della sinistra italiana. Quel che accade oggi ci ricorda il 1991, quando cadde l’Unione Sovietica e tutti i comunisti assicuravano che erano morte ormai “le ideologie” e che restava solo il culto del quattrino (e ci hanno creduto: vedi il caso Unipol Bnl) visto che era morta soltanto la loro ideologia.

Oggi la sinistra italiana annaspa trascinando nel gorgo l’intero Paese e subito spunta il partito della “crisi della politica”, con allegato il libro “La Casta” che trabocca di quelle mostruosità italiane che fanno scaturire il noto grido di sdegno “signora mia, in che tempi viviamo!”.

Cortine fumogene

Alzi la mano chi si è sorpreso del tourbillon mediatico-giudiziario di questi giorni. Alla vigilia dell’audizione del ministro Padoa Schioppa sul caso Visco/Speciale e all’indomani del patatrac della sinistra nelle elezioni amministrative, un doppio gancio al mento del governo che sarebbe potuto diventare tanto traumatico da provocarne la caduta, eccoti il concerto, come ai bei tempi, dei tre famosi giornaloni indipendenti del Belpaese. La Repubblica dà il via alle danze, con il suo avvelenatore principe, D’Avanzo, che rimprovera al governo di essere sceso a patti, nell’illusione di poter usarla ai propri fini, con la nuova P2 messa su dal precedente governo Berlusconi. Il Corrierone ci racconta una nuova puntata delle inesauribili imprese dell’ormai mitico agente Pompa, l’uomo tuttofare della struttura di diffamazione e neutralizzazione al servizio del Cavaliere.  La Stampa ritira fuori il dossier Kroll/Telecom lasciando cadere inavvertitamente una frase assassina su D’Alema. Per finire il transfuga De Gregorio, ex Italia dei Valori, ora passato al centrodestra, viene raggiunto dal solito avviso a scomparire. Mentre sullo sfondo aleggia lo spettro delle intercettazioni concernenti il caso Unipol/BNL.

Non occorre necessariamente pensare ad una strategia concordata per trovare il filo conduttore che unisce queste iniziative: imbrogliare le carte ed impedire lo sbocco naturale di un’eventuale crisi nella chiamata alle urne. Anche se a sinistra, fin da prima delle elezioni politiche, si sta combattendo una battaglia sotterranea per l’egemonia della coalizione politica che incarna le nomenklature del paese, non dobbiamo dimenticare che essa ha un limite e un nemico comune nella Casa delle Libertà. Ragion per cui il Partito del Corriere e di Montezemolo si dà all’antipolitica ma sempre nel quadro di una soluzione se non proprio antidemocratica, certo extrademocratica, con l’evocazione di un Governo dei Migliori che tagli fuori la sinistra veterocomunista. Ragion per cui il Partito della Repubblica lavora per la successione di Prodi, ma sempre nel quadro della visione ecumenica prodiana, cioè comprendente tutta o gran parte della sinistra, cui l’imperatore romano Veltroni potrebbe dare nuovo smalto e fasto. Fasto soprattutto. Non a caso è proprio l’ultrasinistra, che in Italia purtroppo oltre che ultraradicale è anche extralarge, e che da spettatrice di queste lotte non ha niente da guadagnare in quanto non potrà che rimanere un partner di minoranza, o addirittura ininfluente, del futuro azionista di riferimento del conglomerato unionista; è proprio l’ultrasinistra, dicevamo, a mostrarsi l’alleato più allarmato e solido del governo destrorso di Prodi.

Ma ognuno deve difendere il santino della sua immagine, anche se al dunque fa squadra assieme a tutti gli altri nel difendere la rocca turrita della conservazione: culturale, corporativa, burocratica, sindacale, confindustriale. Cosicché tanto più questo governo sprofonda nella vergogna, tanto più Di Pietro, nello stesso momento in cui non fa mancare il suo voto, abbaia forte il suo puro e immacolato giustizialismo. Cosicché Padoa Schioppa, tanto più dà il suo contributo ad una politica economica parasocialista completa di caccia ai kulaki, tanto più dalle pagine dei grandi giornali esibisce il suo liberalismo da tinello. Cosicché Montezemolo incorona Prodi in campagna elettorale, schifando nauseato il fetore dei padroncini della pianura padana, e poi, a babbo morto ed Italia quasi morta, recita la parte del Masaniello milionario. Cosicché i veterocomunisti, tanto più si dimostrano i più fedeli alleati di Prodi, tanto più s’intruppano vocianti tra le schiere degli squadristi altermondialisti. Il tutto mentre Prodi sussurra forte agli orecchi dei suoi compagni di ventura che, dopo di lui, c’è solo il diluvio!

E mentre ci raggiunge l’incredibile novella che un nuovo e appesantito Messia di nome Pezzotta, persa la testa – alla sua età! – per il successo del Family Day, ci omaggia pure lui della creazione di un nuovo movimento parapolitico catto-sindacalista, un movimento che vada “….oltre la destra e la sinistra, …. da un’altra parte come chiede la piazza”, di cui molto si sentiva il bisogno, e il cui programma dovrebbe poco cristianamente fondarsi sulla Provvidenza Statale; anche il vanesio giovinotto nato vecchio Casini finalmente scopre le proprie carte, convinto di essere il ventriloquo, nonché il più furbo, del partito Montezemolo-Corriere, più o meno alla stregua di Crasso con Cesare e Pompeo, o a quella di Lepido con Ottaviano e Antonio, sorprendendoci con un’alzata d’ingegno degna di un democristiano della migliore annata: un bel governo istituzionale, guidato da nientepopodimenoché l’alpino di lunghissimo corso Marini, nel quale i politici dovrebbero fare l’ormai famoso e pestilenziale passo indietro, dando l’Italia, chiavi in mano, ai tecnici nominati da Viale dell’Astronomia; facendo finta di non sapere:
1) che di sicuro da quelle parti sanno benissimo che senza l’avallo del ramo aziendalista dei DS l’operazione non andrà mai in porto;
2) che all’uopo codesto avallo si può sempre forzare agitando la clava minacciosa delle intercettazioni telefoniche e lusingando i sempre meno riottosi postcomunisti con la promessa della spartizione economica del paese;
3) che proprio il ministro più amato dall’Olimpo Confindustriale, Bersani,  mostrava ieri, a futura memoria, e a schivare i sospetti, di essere il più indignato e scosso dagli spifferi velenosi che toccano i DS;
4) che un primo ministro postcomunista, alla guida di un governo tecnico-centrista, sarebbe l’esatto inverso della figura di Prodi, e il più adatto ad attirare nella rete la truppa numerosa e numericamente necessaria degli utili idioti di sinistra, da sempre usi alla disciplina di partito;
5) che questo governo cosiddetto istituzionale e la maggioranza politica, anzi, solo parlamentare, che lo sosterrà, altro non sarà che la vera fase costituente del nuovo Partito Democratico;
6) da opporre, fra un due anni, da sinistra, con tanti saluti all’elettorato buggerato di centrodestra, a un Berlusconi presumibilmente indebolito.

La CDL ha solo una cosa da fare: dire niet. Dire niet a governissimi di qualunque risma, dire niet a tregue politiche propedeutiche a intese sempre differite sulla legge elettorale, stare unita e lasciare che questa sinistra si strangoli da sé, anche al costo di qualche scossone per il paese. Altrimenti non ne usciremo mai.

Update: l’editoriale qui sotto, a firma di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, precisa ancor di più la strategia (termine troppo lusinghiero) del partito confindustriale, tenendo a mente gli strascichi elettorali e quelli derivanti dalle intercettazioni telefoniche sul caso Unipo/BNL  nei prossimi giorni. Sembra quasi una dichiarazione di resa, ma quello che non viene detto – oltre ad una preventiva sentenza di inaffidabilità del centrodestra – è che nel momento stesso della caduta di questo governo i megafoni dei poteri forti urleranno ai quattro venti l’impossibilità e l’irresponsabilità, con questa legge elettorale e nello stato in cui si trova il paese, di andare a nuove elezioni. Per non consegnare il paese a Berlusconi, punteranno ad un cambio di cavallo, fiduciosi che i DS, bastonati dalle intercettazioni telefoniche,  si acconceranno ai loro voleri, tanto più se saranno premiati con l’investitura di primo ministro, ergo della leadership del futuro partito democratico; investitura che dovrà essere sentita come un approdo vittorioso da un popolo di sinistra verosimilmente perplesso. La scommessa sta tutta naturalmente nel recuperare al centro quello che perderanno a sinistra: lì si vedrà se la CDL saprà serrare le fila ai volenterosi abbagliati dall’opportunità di entrare, per senso di responsabilità e alto spirito civico-democratico, ben s’intende, nel Partito delle Nomenklature.

LOBBY CONTINUA

Quando si concluderà la vicenda del governo Prodi i ministri delle «liberalizzazioni » Pier Luigi Bersani (Attività produttive) e Linda Lanzillotta (Affari regionali) ne usciranno a testa alta. Ma serietà e impegno di singole personalità non possono compensare una squadra che non funziona. Le liberalizzazioni dovevano avere due scopi. Mostrare la capacità e la volontà del governo di introdurre forti cambiamenti (con il passaggio — epocale — dalla tradizionale protezione delle corporazioni all’attiva difesa dei consumatori); dovevano poi essere la prova della vocazione riformista del costituendo Partito democratico. Ma il progetto si è sfilacciato per strada, con molti arretramenti sostanziali. Qualcosa forse alla fine resterà ma sarà troppo poco per salvare sostanza e immagine di quella politica.
Si è visto che cosa è accaduto. La liberalizzazione dei servizi locali su cui ha lavorato la Lanzillotta è andata a sbattere contro il muro delle lobbies locali, dell’opposizione sindacale e dei veti della sinistra estrema. Un compromesso al ribasso (Boitani, Sole 24 Ore del 7 giugno) ne ha svuotato gli aspetti innovativi lasciando i servizi locali sotto il tallone del regime pubblicistico.
Né miglior sorte tocca alle liberalizzazioni di Bersani che, peraltro, l’estate scorsa (quando il ministro ne varò, con decreto, la prima tranche) fecero crescere per un po’, nel Paese, i consensi per il governo. Ora, in aula, a colpi di emendamenti, il progetto si va decomponendo: «rinazionalizzazione » dell’acqua, stralcio della norma sull’abolizione del pubblico registro automobilistico, cedimenti a quasi tutte le corporazioni colpite. Probabilmente, al termine dell’ iter parlamentare, quando il provvedimento verrà approvato, i risultati appariranno modesti. E pochi i vantaggi per i consumatori.
Vari fattori hanno favorito il risultato. Non solo i veti sindacali e della sinistra estrema. Ha contato probabilmente anche il fatto che i ministri delle «liberalizzazioni» non sono stati sostenuti con l’impegno che un’impresa così difficile avrebbe richiesto dal presidente del Consiglio. Per giunta, in un clima di indebolimento dei consensi, molti deputati della maggioranza sono diventati ancor più sensibili di prima all’ influenza delle lobbies colpite.
A parte gli effetti sulla sorte di un governo che sembra comunque vicino al capolinea, due sono le principali conseguenze del mesto tramonto delle liberalizzazioni. La prima riguarda i riflessi negativi sull’identità del Partito democratico. Mentre la politica fiscale del governo ha compromesso, forse irreparabilmente, il suo rapporto con il Nord del Paese, la fine della breve stagione delle liberalizzazioni svuota di credibilità la promessa «rivoluzione » che doveva mettere i consumatori al centro dell’azione politica. Che razza di pedigree riformista potrà domani esibire il Partito democratico di fronte agli elettori?
La seconda conseguenza riguarda l’opposizione e le sue ben note ambiguità in tema di liberalizzazioni. I deputati della maggioranza che lavorano all’affossamento delle liberalizzazioni sono spalleggiati da deputati dell’ opposizione anch’essi impegnati a difendere corporazioni varie. L’opposizione nel suo insieme, probabilmente, tornerà al governo appena si voterà di nuovo. Per demerito del centrosinistra più che per meriti propri. Senza neppure bisogno (purtroppo) di dare chiarimenti sul perché non ci fu alcun impulso alle liberalizzazioni all’epoca del governo di centrodestra e su che cosa intenda fare al riguardo nella prossima puntata.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 9 giugno 2007