Cortine fumogene

Alzi la mano chi si è sorpreso del tourbillon mediatico-giudiziario di questi giorni. Alla vigilia dell’audizione del ministro Padoa Schioppa sul caso Visco/Speciale e all’indomani del patatrac della sinistra nelle elezioni amministrative, un doppio gancio al mento del governo che sarebbe potuto diventare tanto traumatico da provocarne la caduta, eccoti il concerto, come ai bei tempi, dei tre famosi giornaloni indipendenti del Belpaese. La Repubblica dà il via alle danze, con il suo avvelenatore principe, D’Avanzo, che rimprovera al governo di essere sceso a patti, nell’illusione di poter usarla ai propri fini, con la nuova P2 messa su dal precedente governo Berlusconi. Il Corrierone ci racconta una nuova puntata delle inesauribili imprese dell’ormai mitico agente Pompa, l’uomo tuttofare della struttura di diffamazione e neutralizzazione al servizio del Cavaliere.  La Stampa ritira fuori il dossier Kroll/Telecom lasciando cadere inavvertitamente una frase assassina su D’Alema. Per finire il transfuga De Gregorio, ex Italia dei Valori, ora passato al centrodestra, viene raggiunto dal solito avviso a scomparire. Mentre sullo sfondo aleggia lo spettro delle intercettazioni concernenti il caso Unipol/BNL.

Non occorre necessariamente pensare ad una strategia concordata per trovare il filo conduttore che unisce queste iniziative: imbrogliare le carte ed impedire lo sbocco naturale di un’eventuale crisi nella chiamata alle urne. Anche se a sinistra, fin da prima delle elezioni politiche, si sta combattendo una battaglia sotterranea per l’egemonia della coalizione politica che incarna le nomenklature del paese, non dobbiamo dimenticare che essa ha un limite e un nemico comune nella Casa delle Libertà. Ragion per cui il Partito del Corriere e di Montezemolo si dà all’antipolitica ma sempre nel quadro di una soluzione se non proprio antidemocratica, certo extrademocratica, con l’evocazione di un Governo dei Migliori che tagli fuori la sinistra veterocomunista. Ragion per cui il Partito della Repubblica lavora per la successione di Prodi, ma sempre nel quadro della visione ecumenica prodiana, cioè comprendente tutta o gran parte della sinistra, cui l’imperatore romano Veltroni potrebbe dare nuovo smalto e fasto. Fasto soprattutto. Non a caso è proprio l’ultrasinistra, che in Italia purtroppo oltre che ultraradicale è anche extralarge, e che da spettatrice di queste lotte non ha niente da guadagnare in quanto non potrà che rimanere un partner di minoranza, o addirittura ininfluente, del futuro azionista di riferimento del conglomerato unionista; è proprio l’ultrasinistra, dicevamo, a mostrarsi l’alleato più allarmato e solido del governo destrorso di Prodi.

Ma ognuno deve difendere il santino della sua immagine, anche se al dunque fa squadra assieme a tutti gli altri nel difendere la rocca turrita della conservazione: culturale, corporativa, burocratica, sindacale, confindustriale. Cosicché tanto più questo governo sprofonda nella vergogna, tanto più Di Pietro, nello stesso momento in cui non fa mancare il suo voto, abbaia forte il suo puro e immacolato giustizialismo. Cosicché Padoa Schioppa, tanto più dà il suo contributo ad una politica economica parasocialista completa di caccia ai kulaki, tanto più dalle pagine dei grandi giornali esibisce il suo liberalismo da tinello. Cosicché Montezemolo incorona Prodi in campagna elettorale, schifando nauseato il fetore dei padroncini della pianura padana, e poi, a babbo morto ed Italia quasi morta, recita la parte del Masaniello milionario. Cosicché i veterocomunisti, tanto più si dimostrano i più fedeli alleati di Prodi, tanto più s’intruppano vocianti tra le schiere degli squadristi altermondialisti. Il tutto mentre Prodi sussurra forte agli orecchi dei suoi compagni di ventura che, dopo di lui, c’è solo il diluvio!

E mentre ci raggiunge l’incredibile novella che un nuovo e appesantito Messia di nome Pezzotta, persa la testa – alla sua età! – per il successo del Family Day, ci omaggia pure lui della creazione di un nuovo movimento parapolitico catto-sindacalista, un movimento che vada “….oltre la destra e la sinistra, …. da un’altra parte come chiede la piazza”, di cui molto si sentiva il bisogno, e il cui programma dovrebbe poco cristianamente fondarsi sulla Provvidenza Statale; anche il vanesio giovinotto nato vecchio Casini finalmente scopre le proprie carte, convinto di essere il ventriloquo, nonché il più furbo, del partito Montezemolo-Corriere, più o meno alla stregua di Crasso con Cesare e Pompeo, o a quella di Lepido con Ottaviano e Antonio, sorprendendoci con un’alzata d’ingegno degna di un democristiano della migliore annata: un bel governo istituzionale, guidato da nientepopodimenoché l’alpino di lunghissimo corso Marini, nel quale i politici dovrebbero fare l’ormai famoso e pestilenziale passo indietro, dando l’Italia, chiavi in mano, ai tecnici nominati da Viale dell’Astronomia; facendo finta di non sapere:
1) che di sicuro da quelle parti sanno benissimo che senza l’avallo del ramo aziendalista dei DS l’operazione non andrà mai in porto;
2) che all’uopo codesto avallo si può sempre forzare agitando la clava minacciosa delle intercettazioni telefoniche e lusingando i sempre meno riottosi postcomunisti con la promessa della spartizione economica del paese;
3) che proprio il ministro più amato dall’Olimpo Confindustriale, Bersani,  mostrava ieri, a futura memoria, e a schivare i sospetti, di essere il più indignato e scosso dagli spifferi velenosi che toccano i DS;
4) che un primo ministro postcomunista, alla guida di un governo tecnico-centrista, sarebbe l’esatto inverso della figura di Prodi, e il più adatto ad attirare nella rete la truppa numerosa e numericamente necessaria degli utili idioti di sinistra, da sempre usi alla disciplina di partito;
5) che questo governo cosiddetto istituzionale e la maggioranza politica, anzi, solo parlamentare, che lo sosterrà, altro non sarà che la vera fase costituente del nuovo Partito Democratico;
6) da opporre, fra un due anni, da sinistra, con tanti saluti all’elettorato buggerato di centrodestra, a un Berlusconi presumibilmente indebolito.

La CDL ha solo una cosa da fare: dire niet. Dire niet a governissimi di qualunque risma, dire niet a tregue politiche propedeutiche a intese sempre differite sulla legge elettorale, stare unita e lasciare che questa sinistra si strangoli da sé, anche al costo di qualche scossone per il paese. Altrimenti non ne usciremo mai.

Update: l’editoriale qui sotto, a firma di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, precisa ancor di più la strategia (termine troppo lusinghiero) del partito confindustriale, tenendo a mente gli strascichi elettorali e quelli derivanti dalle intercettazioni telefoniche sul caso Unipo/BNL  nei prossimi giorni. Sembra quasi una dichiarazione di resa, ma quello che non viene detto – oltre ad una preventiva sentenza di inaffidabilità del centrodestra – è che nel momento stesso della caduta di questo governo i megafoni dei poteri forti urleranno ai quattro venti l’impossibilità e l’irresponsabilità, con questa legge elettorale e nello stato in cui si trova il paese, di andare a nuove elezioni. Per non consegnare il paese a Berlusconi, punteranno ad un cambio di cavallo, fiduciosi che i DS, bastonati dalle intercettazioni telefoniche,  si acconceranno ai loro voleri, tanto più se saranno premiati con l’investitura di primo ministro, ergo della leadership del futuro partito democratico; investitura che dovrà essere sentita come un approdo vittorioso da un popolo di sinistra verosimilmente perplesso. La scommessa sta tutta naturalmente nel recuperare al centro quello che perderanno a sinistra: lì si vedrà se la CDL saprà serrare le fila ai volenterosi abbagliati dall’opportunità di entrare, per senso di responsabilità e alto spirito civico-democratico, ben s’intende, nel Partito delle Nomenklature.

LOBBY CONTINUA

Quando si concluderà la vicenda del governo Prodi i ministri delle «liberalizzazioni » Pier Luigi Bersani (Attività produttive) e Linda Lanzillotta (Affari regionali) ne usciranno a testa alta. Ma serietà e impegno di singole personalità non possono compensare una squadra che non funziona. Le liberalizzazioni dovevano avere due scopi. Mostrare la capacità e la volontà del governo di introdurre forti cambiamenti (con il passaggio — epocale — dalla tradizionale protezione delle corporazioni all’attiva difesa dei consumatori); dovevano poi essere la prova della vocazione riformista del costituendo Partito democratico. Ma il progetto si è sfilacciato per strada, con molti arretramenti sostanziali. Qualcosa forse alla fine resterà ma sarà troppo poco per salvare sostanza e immagine di quella politica.
Si è visto che cosa è accaduto. La liberalizzazione dei servizi locali su cui ha lavorato la Lanzillotta è andata a sbattere contro il muro delle lobbies locali, dell’opposizione sindacale e dei veti della sinistra estrema. Un compromesso al ribasso (Boitani, Sole 24 Ore del 7 giugno) ne ha svuotato gli aspetti innovativi lasciando i servizi locali sotto il tallone del regime pubblicistico.
Né miglior sorte tocca alle liberalizzazioni di Bersani che, peraltro, l’estate scorsa (quando il ministro ne varò, con decreto, la prima tranche) fecero crescere per un po’, nel Paese, i consensi per il governo. Ora, in aula, a colpi di emendamenti, il progetto si va decomponendo: «rinazionalizzazione » dell’acqua, stralcio della norma sull’abolizione del pubblico registro automobilistico, cedimenti a quasi tutte le corporazioni colpite. Probabilmente, al termine dell’ iter parlamentare, quando il provvedimento verrà approvato, i risultati appariranno modesti. E pochi i vantaggi per i consumatori.
Vari fattori hanno favorito il risultato. Non solo i veti sindacali e della sinistra estrema. Ha contato probabilmente anche il fatto che i ministri delle «liberalizzazioni» non sono stati sostenuti con l’impegno che un’impresa così difficile avrebbe richiesto dal presidente del Consiglio. Per giunta, in un clima di indebolimento dei consensi, molti deputati della maggioranza sono diventati ancor più sensibili di prima all’ influenza delle lobbies colpite.
A parte gli effetti sulla sorte di un governo che sembra comunque vicino al capolinea, due sono le principali conseguenze del mesto tramonto delle liberalizzazioni. La prima riguarda i riflessi negativi sull’identità del Partito democratico. Mentre la politica fiscale del governo ha compromesso, forse irreparabilmente, il suo rapporto con il Nord del Paese, la fine della breve stagione delle liberalizzazioni svuota di credibilità la promessa «rivoluzione » che doveva mettere i consumatori al centro dell’azione politica. Che razza di pedigree riformista potrà domani esibire il Partito democratico di fronte agli elettori?
La seconda conseguenza riguarda l’opposizione e le sue ben note ambiguità in tema di liberalizzazioni. I deputati della maggioranza che lavorano all’affossamento delle liberalizzazioni sono spalleggiati da deputati dell’ opposizione anch’essi impegnati a difendere corporazioni varie. L’opposizione nel suo insieme, probabilmente, tornerà al governo appena si voterà di nuovo. Per demerito del centrosinistra più che per meriti propri. Senza neppure bisogno (purtroppo) di dare chiarimenti sul perché non ci fu alcun impulso alle liberalizzazioni all’epoca del governo di centrodestra e su che cosa intenda fare al riguardo nella prossima puntata.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 9 giugno 2007

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20 thoughts on “Cortine fumogene

  1. Sono d’accordo. Solo l’incapacità e la frenesia statalista di Prodi, unità alla sua certa determinazione di strangolare il Paese con un livello di tassazione da demenza, dimostrerà agli Italiani che il suo governo è il peggiore della storia della Repubblica. I tredici partiti che lo compongono non potranno salvarsi all’infinito con il voto dei senatori a vita e, prima o poi, faranno scoppiare la coalizione con i loro continui litigi. Prodi va lasciato cuocere nel suo brodo finché il Paese lo giudicherà per quello che è: un governo inetto da cacciare al più presto con le elezioni. Al Senato il ministro Padoa-Schioppa ha trattato il Comandante generale della Guardia di Finanza come un garzone da bottega. Non sarà la sola scivolata nel tragico o, meglio, nel ridicolo. Si ripeteranno in peggio e sarà tutto di guadagnato per chi vuole che se ne vadano.

  2. @ Xavier
    Ripeto: anche a costo che l’Italia sprofondi ancora un po’, è bene ormai che questo concentrato pestifero di poteri eletti e non eletti chiamato Unione (non solo quella politica, beninteso) produca tutti suoi veleni e che si faccia conoscere una volta per tutte.

    @ Maralai
    To’, un altro sardo! L’aria buona dell’isola a quanto pare produce bloggers a tutto spiano… 🙂
    Beh, sono stato un po’ birichino ad infiltrarmi nel blog del senatore Guzzanti. Se mi avesse cacciato a pedate non me la sarei presa. Ma insomma, ormai siamo tutti in trincea: fratelli!

  3. ho voluto leggere (temerariamente)l’articolo e mi sembra proprio condivisibile; anzi ringrazio che qualcuno ha espresso il mio pensiero; ora si tratta di sopportare perché questa gentaglia la finirà

  4. sono certo di una sola cosa: questo governo falso e cretino cadrà per una (falsa) cretinata, una qualunque, che non sarà in grado di prevedere. una cosa tipo gli ODG del senato di mercoledì, per dire, una zappata dritta sugli alluci, con il manico della zappa gentilmente offerto da Calderoli o, ancora meglio, dal follino.
    a vent mac a speté, son an camin ca droco (basta aspettare, stanno per cadere….)

  5. Stiamo freschi allora, Zamax.

    A parte Fini, che sembra sempre più un democristiano, l’UDC ha intenti ben altri.

    E mi pare che con loro il governo dei migliori avrebbe i numeri in Parlamento.

  6. che dirti, spero in una fuga di cervelli (?) da AN al FI, nella scomparsa del follino e in un gran rilancio della Lega, l’unico partito con un minimo di coerenza negli ultimi 20 anni (vabbé, ci sono pure i comunisti, ma in quel caso più che di coerenza si può parlare di onanismo agonistico).
    insomma, serve una destra vera, due partiti ci sono già (FI e Lega), AN o si sveeglia e si destatalizza, oppure faccia che andare nell’Unione, tanto di là prendono di tutto (come nell’ottobre ’45 d’altronde….)

  7. Io non sarei così pessimista. In Italia la democristianità è un sintomo di paura, prodotto dalla sindrome di Stoccolma che i rossi hanno iniettato anno dopo anno nelle vene di questo paese. Bisognerà riuscire a far vedere la vittoria davanti ai loro occhi, e guariranno in un amen! 🙂

    Il povero ingenuo Turigliatto, epurato dai suoi! Mi fa venire in mente quei poveri disgraziati purgati da Stalin & C., che morivano credendo ancora nel comunismo…
    Nel piccolo, è la stessa storia.
    La cosa tragica era che gli epuratori erano anche loro dei poveri Turigliatto…

    In quanto a coerenza noi invece abbiamo quel cannone di Gustavo Selva, mitico anticomunista, detto la Belva…

  8. “….che morivano credendo ancora nel comunismo…”
    …come i missionari che sacrificano la vita credendo ancora nella Chiesa.. 🙂 …de gustibus
    Quello di Selva è solo un caso di demenza senile.

  9. Sì, tra missionari che danno la vita per Cristo ed i loro fratelli e comunisti stalinisti c’è una grande differenza. Tanto grande che il paragone è proprio fuori luogo.

  10. mai sentito parlare di cattocomunisti?…:-DDDD..

    …era una metafora non un paragone…c’è una bella differenza…(Zamax tu non puoi non sapere che differenza passa tra le due figure retoriche)…

  11. Ueehilà, Zag, sei difficile oggi: non sarà che lo straordinario, storico, indimenticabile, successo di Gioccio Buscio in Albania ti ha scombussolato l’animo?
    Anche una via gli hanno intitolato! Mitici schipetari, toschi, gheghi & anche kosovari!
    I love Albania 😀 !

  12. Caro Zamax, grazie per i commenti lasciati nel mio luogo virtuale. Sono oberato di lavoro. Stavolta non è pigrizia ma risponderò. Prima o poi ci incontrereemo e mi rilascerai la cittadinanza veneziana onoraria.

  13. Sulla proposta di incontro mi esprimo a favore, e con una formidabile soluzione logistica: GMR è milanese, Zamax è trevigiano…per cui l’ideale baricentro del rendez-vous sarebbe senz’altro Verona! 😉

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