De la préméditation et du n’y pas penser

Premessa: il 2 febbraio 2007 venne alla luce nel mio blog, strombettando sicumera, come spesso capita agli esordienti, pur se non più giovinotti, un post battezzato col nome di: La non-eutanasia di Montaigne; sottotitolato con teutonica precisione: Confutazione di un elzeviro di Massimo Adinolfi apparso su Left Wing il 21 novembre 2005 intitolatoL’eutanasia di Montaigne”. Il ritardo con il quale mi accinsi all’opra di ristabilimento dell’offesa verità si  spiega col fatto che dell’elzeviro feci conoscenza per caso solo qualche mese fa: visto l’argomento, non resistei alla tentazione di tirar fuori lo spadone e difendere valorosamente uno dei miei idoli. E fu così che con enfasi, ineleganza e poca urbanità mi presentai vibrando nell’aere un terribile fendente: sentenziai, ancor prima della disamina, che la sua interpretazione del pensiero del filosofo francese era completamente sbagliata. Lo zelo del discepolo fu per di più ringalluzzito dal nome illustre dell’avversario: quel pomposo titolo di Confutazione corredato da giorno, mese, anno & luogo, si mosse alla pugna come un folle e pericoloso cavaliere errante, che si presenta, oramai quando nessuno più se l’aspetta, alle porte delle mura nemiche, declinando formalmente lignaggio e missione… Solo una settimana fa lo sfidato, non si sa in quali misteriose circostanze, ebbe sentore della sfida. Ebbe la compiacenza di avvertire lo sfidante – oramai, lui, immemore e sbalordito – e di comunicargli la sua disponibilità ad una replica: accettata ed eseguita con fenomenale celerità. Rimessosi in forze, lo sfidante ha ora pronta la sua controreplica: questa.

Adinolfi sottolinea l’andamento autobiografico dei Saggi: potrei rispondere che la loro redazione è stata almeno per un ventennio un cantiere aperto, con continue varianti in corso d’opera. Forse che Montaigne non s’era accorto di questa discrepanza? Forse che se n’era accorto ma, coerente con gl’impegni assunti di registrare con onestà le mille oscillazioni del suo animo, la lasciò al suo posto? O forse che non la considerava affatto una discrepanza? E che giudicava abbastanza intelligenti i suoi lettori da non attaccarsi alla superficie delle parole? Coloro che s’appoggiano a date e a circostanze più o meno particolari della vita di un uomo come Montaigne per spiegare differenze testuali, che con la lettera trascinino con sé anche lo spirito, francamente mi fanno sorridere: dimostrano solo un comodo voyeurismo burocratico da piccoli scribi.

La filosofia nel corso dei secoli, e dei millenni, ha finito per costruire e perfezionare un metalinguaggio tutto suo, oramai ben catalogato e certificato, un suo pietrificato Antico Testamento; non che io disprezzi le logiche e le metafisiche, le ragion pure e quelle pratiche, le volontà e le rappresentazioni, i metodi deduttivi e induttivi, le epistemologie o le ontologie, ma non  le onoro tanto da distogliermi dal soppesare con l’occhio e la mente l’uomo nella sua sferica unicità. Mentre la specialità negativa degli abitanti iscritti nel registro anagrafico di questa città filosofica è quella di cadere nella tentazione di restringere l’analisi dei testi avendo a mira questo o quel particolare, questa o quella stanza filosofica, con un acribia dotta e farisaica, che riesce a fallire, ed essere ottusa, laddove fine sensibilità e larghezza di vedute invece riescono a cogliere, con la penetrante pienezza dei mezzi non codificati, la verità. Tanto più quando ci si trova davanti a questi poco maneggevoli e sfuggenti filosofi morali, che delle luccicanti e geometriche costruzioni intellettuali nomate sistemi filosofici, completi o meno, si sono sempre fatti beffe.

La forzatura retorica tra la prémeditation e la diversion l’ha creata Adinolfi. E gli altri che l’hanno preceduto sulla stessa strada. Io mi sono adeguato. Per contestarla.
“La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire”.  Parole grandiose, dice Adinolfi.  Che significano anche: “Chi ha imparato a morire, ha imparato a vivere”, dico io. Quando scrissi quella confutazione non mi detti pena di rintracciare le grandiose parole. Ora le vado a cercare e vi ritrovo i miei stessi ragionamenti:

“La felicità e la beatitudine che risplendono nella virtù riempiono tutte le sue pertinenze e tutti i suoi aditi, fino al primo ingresso e all’ultima porta. Ora fra i principali benefici della virtù è il disprezzo della morte. E’ un mezzo che fornisce alla nostra vita una dolce tranquillità, ce ne rende il gusto puro ed amabile, senza che ne sia spenta ogni altra voluttà. […] La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario del nostro pensiero: se essa ci spaventa, com’è possibile fare un passo in avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è non pensarci. […] E’ incerto dove la morte ci attenda, aspettiamola dovunque. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni legame. Non c’è niente di male nella vita per colui che ha capito che la privazione della vita non è male. […] La nostra religione non ha avuto alcun più sicuro fondamento umano, che il disprezzo della vita. Non soltanto il linguaggio della ragione ci porta là: infatti perché temeremmo di perdere una cosa, la quale perduta non può essere rimpianta? E poiché noi siamo minacciati di tante specie di morte, non c’è più male a temerle tutte che ad affrontarne una? Che importa quando sia, poiché è inevitabile? A colui che diceva di Socrate: I trenta tiranni t’hanno condannato a morte, – egli rispose – “E la natura ha condannato loro”. Che sciocchezza prenderci pena nel momento del passaggio alla liberazione da ogni pena! Come la nostra nascita ci ha portato la nascita di tutte le cose, così la nostra morte produrrà la morte di tutte le cose. E perciò è uguale follia piangere del fatto che cento anni fa non eravamo vivi. La morte è principio di un’altra vita. Allo stesso modo piangemmo, allo stesso modo ci fu penoso entrare in questa qui. Allo stesso modo ci spogliamo del nostro antico velo entrandovi. […] Proprio questa esistenza che godete, ha parte ugualmente della morte e della vita. Il primo giorno della vostra nascita si incammina a morire come a vivere. […] La vita di per se stessa non è né bene, né male: è il posto del bene e del male secondo che voi ad essi lo date.” (Libro I, Capitolo XX, Filosofare è imparare a morire)

Disprezzo, della vita, come prima della morte, va inteso nel senso stoico, più precisamente senechiano, di non idolatria: è lo stesso del senso cristiano di disprezzo delle ricchezze, che in sé non sono maligne; sennò come potrebbe il disprezzo rendere il gusto della vita “puro e amabile”; sennò che senso avrebbero queste frasi di Montaigne, già citate a chiusura della mia confutazione:

“Io mi preparo pertanto a perderla [la vita] senza rammarico, ma come perdibile per sua propria natura, non come molesta e fastidiosa. […] Quanto a me, dunque, io amo la vita e la coltivo tale e quale è piaciuto a Dio di concedercela. [..] Accetto di buon cuore, e riconoscente, quel che la natura ha fatto per me, e me ne rallegro e me ne compiaccio. Si fa torto a quel grande e onnipotente donatore rifiutando il suo dono, annullandolo e deformandolo. In tutto buono, egli ha fatto tutto buono” (Libro III, Capitolo XIII Dell’esperienza).

A meno di non risolvere la questione, assai comodamente, e falsamente, dicendo che è solo un’altra contraddizione. Ma per la grande confusione dei grammatici della conoscenza aggiungiamoci pure il detto di Gesù, Figlio di Dio, di quel Dio che ci donò la vita (e come può Dio donarci una cosa cattiva?) “Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). E’ del tutto evidente che per Gesù, come per Seneca, come per Montaigne, la vita, la vita di questa terra, si deve disprezzare quando essa diventa il Bene Supremo, diventa l’Idolo messo al posto di Dio e della Verità.  Quando non si rispetta la gerarchia dei beni, anche il bene diventa male, o meglio, occasione del male: allora bisogna odiare anche i figli, per usare il linguaggio apparentemente durissimo di certe espressioni di Gesù, perché odiare i figli, come odiare la vita, significa amare i figli nella verità, e amare la vita nella verità. Perché si può amare solo nella verità.

Ed è del tutto evidente che qui non si parla del momento della morte. Delle circostanze della morte, che nessuno potrà mai prevedere. E degli eventuali disagi del momento della morte. Che sia per me, che per Michel, che per Lucio Anneo, che per l’oggi universalmente noto ex falegname di Nazareth è solo un momento della vita.  Prepararsi alla morte, accettarla adesso, questo significa premeditare la morte, questo bisogna fare: è inutile pensare a cosa faremo quel giorno lì.

Vado ora invece a cercare la diversion. “Del diversivo” è il capitolo più breve (una decina di pagine) di quanti compongono il Terzo Libro dei Saggi, caratterizzato al contrario da lunghe dissertazioni. Si parla, col solito eclettismo, dei “diversivi”, specialmente quando si tratta – ma non solo – di dolori fisici e morali improvvisi. A riguardo della malattia che gli fece amorevole e fedelissima compagnia nell’ultima parte della sua vita scrive:

“La resistenza delle mie pietre, specialmente nella verga, mi ha talvolta posto in lunghe ritenzioni d’orina, di tre, quattro giorni, e tanto avanti verso la morte, che sarebbe stata follia sperare di evitarla, fino a desiderarla, dati i crudeli tormenti che questo stato porta con sé. Oh, come quel buon Imperatore che faceva legare la verga ai suoi criminali per farli morire per non poter orinare, era gran maestro nella scienza del boia! Trovandomi a quel punto, considerai per quanto lievi cause e oggetti l’immaginazione alimentasse in me il fastidio della vita; di quali atomi si costruisse nell’anima mia il peso e la difficoltà di quell’uscita; a quanti pensieri frivoli noi diamo posto in una cosa tanto grossa: un cane, un cavallo, un libro, un bicchiere e che no? avevano importanza nella mia rovina. Per gli altri le loro ambiziose speranze, la loro borsa, la loro scienza, non meno scioccamente secondo me. Guardavo non noncuranza alla morte, quando la vedevo nel suo complesso, come fine della vita; la domino, in blocco; in piccole dosi, essa mi devasta [‘je la gourmande, en bloc; par le menu elle me pille’] Le lagrime di un servo, la distribuzione dei miei mobili, il contatto di una mano conosciuta, una consolazione comune mi sconfortano e m’inteneriscono.” (Libro III, Capitolo IV, Del diversivo)

Se non si riesce a cogliere, in un brano come questo, non la cupa disperazione o la gelida frivolezza di uno scettico universale, ma la virile autoironia (che permea tutta l’opera, dal saluto al lettore del prologo all’addio finale) di chi in nulla è venuto meno alle sue convinzioni profonde, allora significa che nel magnifico palazzo della cultura abbiamo dimenticata quell’ermeneutica elementare, di cui la natura benigna ci ha dotato, che in un testo, istintivamente e senza studio, sa cogliere i toni e le sfumature proprie del mammifero dei vertebrati, ordinato tra i primati, rubricato col nome scientifico di Homo Sapiens e detto volgarmente uomo. Non è proprio Seneca, il filosofo latino dell’incorruttibile virtù, divina già su questa terra, a mostrarsi un precursore di Montaigne, specie nella sua opera più famosa, ed intima,  Le lettere a Lucilio, nella quale, pure lui senza spostare di una virgola le sue convinzioni, è capace di ridere di se stesso, delle sue oscillazioni, del fatto che gli basta fare un giretto per l’Urbe per tornare a casa diverso da come ne era uscito, del fatto che una gitarella in barca gli mette sottosopra non solo lo stomaco ma anche i punti cardinali della sua dottrina, del fatto che la modestia del suo vestiario e del suo equipaggiamento nelle camminate in campagna non riesca a imporsi, nell’animo suo, com’egli vorrebbe, in tutta la sua etica magnificenza, allo splendore palpabile di cavalli e schiavi di un trionfante convoglio?

Pensare sempre alla morte voleva dire averne costantemente coscienza, fino a divenire una seconda natura, un completamento e un perfezionamento della vita. Voleva dire saper vivere davvero il presente. Significava svalutare, se isolato in se stesso, il momento della morte, sottrarsi all’ansia di prevenirla, e all’ansia di sapere, col manualino in mano, come affrontarla nel giorno fatidico. E se l’Imperscrutabile Provvidenza Divina volesse che ad una grande anima capitasse di morire piuttosto ingloriosamente cadendo dalle scale, dovremmo chiamarla un’ingiustizia e una burla dell’Onnipotente?  E non è piuttosto una sorta di infantile carnalità che ci porta ad attribuire tanta importanza alla liturgia esteriore degli ultimi momenti? La préméditation affronta l’aspetto spirituale della morte. La nonchalance, la diversion, l’insouciance, insomma il n’y pas penser, affrontano l’aspetto naturale della morte. Sono l’una la conseguenza dell’altra. Nel trentanovesimo anno d’età, quando Montaigne scrisse il capitolo XX del I Libro, quello della préméditation, egli considera quante persone sue coetanee siano già morte; quanti siano gli incidenti nei quali possiamo stupidamente morire e di come la realtà e la cronaca ce ne offrano innumerevoli esempi; di come la sua natura sognatrice, non malinconica, anche in un’occasione  sfrenata della sua vita, fra le donne e i giochi, lo portasse a isolarsi e pensare ad un “tale che era stato colto nei giorni precedenti da forte febbre e dalla morte, mentre usciva da una festa come quella”; di come, ad ogni piccolo, banalissimo accidente, gli ritorni in mente la fragilità della natura umana. E citando Orazio:

“In quante maniere può venire la morte? ‘Quid quisque vitet, numquam homini satis cautus est in horas’ [Stare lontano da qualunque evento, guardarsene, ogni attimo, non basta (Orazio, Odi, Libro II, 13)] […] Quel che capita una volta sola non può essere doloroso. Che motivo c’è di temere per tanto tempo cosa di sì breve durata? Il vivere a lungo o il vivere poco tempo sono resi una cosa sola dalla morte.” (Libro I, Capitolo XX, Filosofare è imparare a morire)

E nel capitolo precedente:

“Ma in quell’ultima parte della morte e di noi, non c’è più da fingere; bisogna parlare francese, bisogna mostrare che cosa c’è di buono e di limpido nel fondo della pentola, […] E’ il giorno supremo, è il giorno giudice di tutti gli altri: è il giorno, dice un antico, che deve giudicare di tutti i miei anni trascorsi. Io rimetto alla morte la prova del frutto dei miei studi. Là vedremo se i miei ragionamenti mi partono dalla bocca o dal cuore.”  (Libro I, Capitolo XIX, Bisogna giudicare della nostra felicità solo dopo la morte)

Non mancando di notare, qualche riga più sotto, con la solita autoironia, l’autoironia di chi mette in guardia contro le apparenze dei fatti e delle parole:

“… al tempo mio le tre persone più esecrabili e più infami che abbia conosciuto per l’assoluto abominio della loro vita, hanno avuto morti tranquille e in ogni caso composte fino alla perfezione…”

Questo il giovane e in salute Montaigne. Mentre il vecchio e malato Montaigne che ti scrive, nel penultimo dei suoi Saggi?

“A che serve a noi quella curiosità di prevenire tutti gli inconvenienti dell’umana natura, e di prepararci con tanta fatica contro quelli stessi che non ci devono in alcun modo per avventura riguardare? […] Ci turbiamo la vita con la preoccupazione della morte, e la morte con la preoccupazione della vita. L’una ci infastidisce, l’altra ci spaventa. Non è contro la morte che ci prepariamo; è cosa troppo momentanea. Un quarto d’ora di passione senza conseguenza, senza danno, non merita regole particolari. A dire vero, noi ci prepariamo contro i preparativi della morte. La filosofia ci prescrive di avere la morte sempre davanti agli occhi, di prevederla e considerarla in precedenza, e ci dà poi le regole e le precauzioni per provvedere affinché questa preveggenza e questo pensiero non ci ferisca. […] Se non abbiamo saputo vivere, è ingiusto insegnarci a morire e di rendere la fine difforme dal tutto. Se abbiamo saputo vivere con fermezza e tranquillità, sapremo morire con fermezza e tranquillità.” (Libro III, capitolo XII, Della fisionomia)

Così come a ben guardare uno conseguenza dell’altra sono in Montaigne lo scetticismo e la fede. Un apparente scetticismo, un’invincibile ostilità allo spirito di fazione, una freddezza apparentemente apatica da sognatore, l’incapacità ad infiammarsi improvvisamente per questa o quella causa, una certa lentezza a mettersi in  moto, sono attitudini tipiche di chi cerca veramente la verità e di chi ha profonde convinzioni morali, anche quando non ancora maturate o sboccate in una professione di fede. Non è tutto questo nobilmente umano? Laddove un’efficienza pronta ma di corto respiro sembra piuttosto un tributo alla sola animalità? E anche nel caso di una fede religiosa, non è proprio il fatto che quanto più si cementa la saldezza di pochi principi, tanto più l’animo ha la forza per aprire gli occhi sull’indefinitezza e sul disperante relativismo delle cose solo di questo mondo? Non è anche questa umiltà dello spirito? E’ vero che io ritengo Montaigne cristiano. Perché non ritengo che cristiano voglia dire gridare “Signore! Signore!” da mane a sera. Né fare della Croce e di lacerate carni l’estetismo sfatto di un cattolicesimo ubriaco di slanci e punti esclamativi, che è la versione subalpina o oltre-renana, e altrettanto poco digeribile, delle nebbie nibelungiche germaniche.

Detesto l’eretico Pascal. E il suo ascetismo esibizionistico. Aveva proprio torto, eccome. E’ un sapientuccio falsamente umile. Tutto in lui sa di primo della classe. Con pretese di martirio. Con Montaigne è andato a sbattere la testa contro un colosso. Ne è attratto, perché la verità esercita un suo potente fascino, ma gli manca l’innocenza di Montaigne e la sua indipendenza e la sua nobiltà d’animo; e questo Blaise lo sente d’istinto, profondamente: di qui la sua piccineria animosa. Ben documentata da questo miserabile, davvero poco cristiananamente coraggioso e leale,  autoelogio per procura, nel quale si legge:

“Quanto a Montaigne, – del quale volete egualmente che vi parli, – egli, essendo nato in uno Stato cristiano, si professa cattolico; e in ciò nulla ha di speciale. Ma, siccome ha cercato quale morale la ragione dovrebbe dettare senza la luce della fede, ha assunto i propri principî conforme a quest’ipotesi; e cosí, considerando l’uomo come privo di qualsiasi rivelazione, ecco come discorre. Egli sottopone tutte le cose a un dubbio universale e talmente generale che questo dubbio si volge contro di sé, cioè se dubiti, e, dubitando persino di quest’ultima supposizione, la sua incertezza si avvolge su se stessa in un circolo perpetuo e senza sosta: opponendosi in egual modo a quanti affermano che tutto è incerto e a quanti affermano che non tutto è tale, perché egli non vuol affermare nulla. In questo dubbio di sé e in questa ignoranza che si ignora, e ch’egli chiama la sua “forma dominante”, sta l’essenza del suo pensiero, che non ha potuto esprimere mediante nessun termine positivo. Infatti, se afferma di dubitare, si tradisce affermando almeno questo: che dubita; e, siccome questo è formalmente contrario alla sua intenzione, egli non ha potuto spiegarsi se non in forma interrogativa. Dimodoché, non volendo dire: “Non so”, dice: “Che cosa so?”, e ne fa il suo motto, mettendolo sotto bilance che, pesando i contraddittorî, si trovano in perfetto equilibrio: ossia, è un puro pirroniano. Sopra questi principî vertono tutti i suoi discorsi e tutti i suoi Saggi; ed è la sola cosa che pretenda di stabilire fermamente, sebbene non ne manifesti sempre l’intenzione. Egli vi distrugge a poco a poco tutto quel che tra gli uomini passa per maggiormente certo: non per stabilire l’opposto con certezza, – solo di questa è nemico, – bensí per far vedere solamente che, essendo eguali le apparenze da una parte e dall’altra, non si sa su che cosa assidere la propria credenza.”

E’ ben strano che si possa definire scettico, e di uno scetticismo universale e distruttivo, un uomo che scrive – caro Zamax, non attaccarti alla lettera! –  (Libro II, capitolo XXXII, Difesa di Seneca e Plutarco): “La familiarità con questi personaggi qui, e l’assistenza che essi fanno alla mia vecchiaia e al mio libro costruito interamente con le loro spoglie, mi costringe a sposare la loro causa” Seneca e Plutarco scettici? O vogliamo definire scettico un uomo la cui fede non ha bisogno di ripetere, come in una nenia enfatica, il nome di Dio invano, esercizio tipico di chi in fondo non crede? Ma non era stato lo stesso confuso Pascal a scrivere, copiando straccamente, tristemente, Montaigne, come gli capita spessissimo:

“… essa [la nostra condizione] ci rende incapaci sia di conoscere con piena certezza come d’ignorare in maniera assoluta. Noi vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiare e di fissarci vacilla e ci lascia; e , se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi. Non cerchiamo, dunque, né sicurezza, né stabilità. La nostra ragione è sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze; nulla può fissare il finito tra due infiniti che lo racchiudono e lo fuggono.” (Pensieri, 230) ?

La teatrale e jusqu’au-boutiste conversione di Pascal è figlia dell’orgoglio e del panico di fronte al nulla dell’esistenza. La fede di Pascal non comunica gioia. E’ la sua incredulità, o meglio la sua indocilità alla fede, a spingerlo ad una concezione totalitaria della Grazia, comune a quasi tutte le eresie, che riduce l’uomo ad un manichino di Dio e il libero arbitrio al suo simulacro. E senza un vero libero arbitrio, la Fede è divisa dalla Carità, tanto quanto Dio è diviso da Gesù Cristo. Nella polemica sulla Grazia tra Giansenisti e quei manigoldi di Gesuiti erano questi ultimi ad avere completamente ragione. Vuol far sapere al popolo tutto che Lui è un Eletto. Un grande Eletto. Il suo settario ascetismo è figlio della carne: è una tutta mondana, visibile rinuncia al Mondo. E’ la sua incredulità che lo spinge a sciogliere ogni relazione tra Fede e Ragione, a vedere una distanza incommensurabile e senza speranza tra Dio e l’uomo. Ma la risposta della Rivelazione non invalida i frutti della Ragione, né quella prima di Cristo, né quella dopo di Cristo: la completa. Per il Cristianesimo tutti siamo figli di Dio: vuol dire che tutti abbiamo la Fede. Perché, com’è scritto nel Vangelo, ad ogni servo il padrone ha dato almeno un talento od una mina: sta a noi fare di questa Fede una Fede viva. Che diventi Speranza e Carità. E questo accade anche in chi, non conoscendo il Cristianesimo o conoscendolo male, fa lo stesso la volontà del Signore. Chi non crede, invece, seppellisce il proprio talento, la propria Fede. Chi ama crede.

E se siamo Figli di Dio, veramente Figli di Dio, come possiamo non essere, a sua immagine e somiglianza, veramente liberi, eh, Blaise?

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13 thoughts on “De la préméditation et du n’y pas penser

  1. Confesso, caro Zamax, che non ho ancora avuto il tempo di leggere, con l’attenzione che merita, la tua amplissima controreplica. Lo farò quam primum.
    Mi hanno veramente sorpreso le parole “detesto l’eretico Pascal” con quel che segue. Non ho motivi né, sui due piedi, argomenti per difendere il vecchio Blaise. Ma l’espressione mi pare un poco forte. Vedo che è argomentata, ma così, di primo acchito, un po’ mi spiace. Comunque vedremo e, se sarà il caso, tenterò di dire qualcosa in argomento. A bassa voce, s’intende.

  2. “infatti perché temeremmo di perdere una cosa, la quale perduta non può essere rimpianta?”

    Non conosco Montaigne al punto di poterne discutere con la necessaria proprietà.
    Ma giusto per cercare il pelo nell’uovo, quella frase è concettualmente piuttosto infelice.
    Si può tranquillamente rimpiangere PRIMA una cosa che si ha la certezza di perdere, e quindi si ha ben ragione di temere quella perdita.

    Questo a prescindere dal fondamento del suo discorso, in quanto è chiaro che bisogna rassegnarsi a quell’ineluttabilità, accettare quel destino, pena altrimenti il vivere come malati, morti prima del tempo; semplicemente, non è un buona dimostrazione quella contenuta in quella frase.

    Del resto, temere la Morte, anche considerandola solo come un passaggio, non mi pare cosa disdicevole, neanche per chi voglia dirsi vero Cristiano.
    In particolare, è spaventevole quella violenta, ingiusta; quella che nel momento in cui ti coglie sembra defraudarti del tuo tempo, colpendo una vita al meglio. Mentre è probabile che aumentando i giorni, accumulandosi le fatiche del vivere (ed anche gli appagamenti), chiusi in un “contenitore” sempre più affaticato, alla fine la Straniera appaia meno terrificante, fino ad essere la benvenuta in certi casi.

    P.S. – Pascal mi è stato sullo stomaco sin dal Liceo.
    “Il Cuore ha ragioni che la Ragione non può capire” è una di quelle frasi insopportabili, tanto suggestive quanto insignificanti.
    Tra l’altro, ci sono milioni di cose che la Ragione non capisce, ma comunque il Cuore non c’entra un cazzo, diciamo!
    😀

  3. Secondo me voi siete gli unici e veri “volenterosi” di cui l’Italia si può vantare: che questo disumano pistolotto abbia già due commenti, va al di là dell’umana ragionevolezza. 😀

    Sapevo che le parole su Pascal sarebbero parse un po’ urtanti, ma è quello che penso da molto tempo. Magari un giorno farò un post sull’argomento.

    Caro Maedhros, l’esempio che tu – giustamente – porti (una frase che in sé suona, ed è, assai banalotta) è la dimostrazione di quanto sia fallace far luce sul pensiero di un uomo aggirandosi con la lente d’ingrandimento tra le frasi e le frasette delle sue opere, come se fossero i vicoli bui dei bassifondi di una città. Occorre alzarsi al di sopra della sua opera come sui cieli di una città, per averne una visione d’insieme e coglierne, se c’è, l’intima connessione del tutto.
    Tutto il post è in polemica con questo atteggiamento sofistico.

    Tanto per dirne una, a proposito della concezione totalitaria della Grazia che ho attaccato in Pascal, lui, e gli altri, si rifanno alle parole di S. Paolo (Romani, 9):

    Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole. Mi potrai però dire: “Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?”. O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”. […] Che diremo dunque dunque? Che i pagani che non perseguivano la giustificazione si sono impadroniti della giustificazione, della giustificazione che deriva dalla fede. Israele, invece, che ha perseguito una legge di giustificazione, non è arrivato alla legge. Perché mai? Perchè non l’hanno cercata dalla fede, ma dalle opere…

    Ma è lo stesso S. Paolo che scrisse (1^ Corinzi, 13):

    Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.

    Che diremo noi, dunque? Che c’è materiale ottimo e abbondante per i parolai di tutte e due i partiti: per quelli che le opere non contano nulla, ma conta solo la fede; e per quelli che la fede non conta nulla, ma contano solo le opere…

    Dio, che noia… Sono 2.000 anni che si va avanti così, e andremo avanti così ancora per un bel pezzo: come diceva S. Pietro ai confratelli che si erano un po’, diciamo, rotti le scatole ad aspettare il Regno di Dio (cito a memoria): “Cari fratelli, sappiate che per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno!”
    Allegria! 🙂

    Adesso Cefa mi tira le chiavi del Paradiso in testa…

  4. Uhm, questa controreplica è densissima, tanto che – as usual – non basta leggerla una sola volta per assorbirla appieno. Noto però che il tuo scritto è imperniato su un sofisticato nucleo metatestuale: l’antitesi “ideologica” tra le figure di Montaigne e Pascal, così radicalmente contrapposte nella disamina, vuole ricalcare la similare irriducibilità tra te e Adinolfi, vero? O mi invento una chiave di lettura strampalata?
    Non mi sei sembrato affatto astioso o offensivo, comunque.

  5. Inutile dire che quando l’ho finita mi sono sentito in colpa. Mi dicevo: “Ecco, adesso capita qui uno dei soliti amici, e si sentirà in dovere di leggerla, non dico tutta, ma insomma, quel tanto per mollare una parola o due di commento…” Anche al mio “avversario” ho consigliato di prenderserla con calma, tanto non scappa.
    E’ curioso, anzi, senza dubbio non casuale, che come io in precedenza, da qualche parte su questo blog, abbia polemicamente lanciato una frecciata a Pascal e a tutto il mondo della cultura (avrai certamente sentito parlare di strane scosse telluriche che hanno corso il nostro pianeta di recente, da Hokkaido alla Patagonia), mettendo la sua figura a fronte di quella di Montaigne, e capovolgendo l’opinione diffusa sull’ortodossia del cristianesimo tiepido e irregolare del mio “eroe” e su quella del cristianesimo “integerrimo e severo” di Pascal; così Adinolfi nella sua replica abbia introdotto polemicamente, nei miei confronti, la figura dell’ “eretico” (eh-eh-eh) giansenista.
    La differenza fondamentale è che io in Montaigne, fin da quando lo lessi per la prima volta, mi ci ritrovai a meraviglia, come qualcosa che mi fosse conosciuto e famigliare.
    Mentre la personalità di Adinolfi è lontana mille miglia da quella di Pascal.
    Naturalmente sulla scala di grandezza di questi accostamenti taccio. Religiosamente.

    O.T. Leggendo il tuo ultimo post, mi è (mi era) venuta voglia di scrivere un pezzo satirico sulla mania di farsi un partitino-ino-ino. Gli ultimi sviluppi su questo versante sono folli: Pezzotta vuol fondare un suo movimento parapolitico (Tengo Famiglia), Capezzone finalmente si decide a gettare le fondamenta del Sant’Uffizio del liberalismo; poi ho letto che anche Olmi (è impazzito!) vuole creare la sua cosa, chiamando a raccolta i poveri e i diseredati dell’Oltrepò pavese: il Partito dei Poveri Cristi. Mo’ sai chettidico: arridatece er Partito de Cicciolina Bella!!! Er Partito dell’Amor Profano, laico che ‘ppiù laico nun se po’; Er Partito dell’Amor Sacro, già lo teniamo: la Chiesa. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio!

    I xe deventài tuti mati! S. Marco, scòltime, vien xò a mètar ordine, che qua femo aqua da tute e parti!

    Update sbalorditivo: ho appena letto che anche Fabrizio Corona vuole entrare in politica, nelle file nientepopodimenoché dell’ennesimo nuovo partito chiamato (datemi un pizzicotto, perché non riesco a crederci) RIFONDAZIONE SOCIALISTA! nato da una costola del Nuovo PSI (l’hanno scoperto al microscopio…).
    Ecco, io non capisco una cosa: se uno ha una Nina Moric per le mani (mi scuso per il linguaggio) perché si va a cacciare in tante avventure? A me non basterebbero 10 anni per la sola perlustrazione!
    E che Dio mi perdoni!

    Update sbalorditivo 2: me so’ dimenticato der nuovo partito de Storace, Destra Verace!

  6. Grandioso.
    Perfetto.

    Non ti nascondo la mia difficoltà di approccio alla materia, ma sono sostanzialmente d’accordo con te caro Zamax.

    Credo anche che siano le esperienze di vita vissuta da ogni individuo a caratterizzare il rapporto con la morte. Personalmente non la temo affatto, ma questo è superfluo.
    Ciò su cui invece trovo sia meritevole riflettere è l’angoscia che produce la modalità della morte stessa, ovvero la potenziale sofferenza, fisica, che essa potrebbe indurre.

    Un caro saluto

  7. A metà luglio sarò meno oppresso di lavoro e dovrò recuperare il tempo perso, leggendo tutta la roba che hai scritto.

  8. @ Monica
    Grazie per la “buonissima” volontà ad affrontare questo mostro: fossi stato io, a tutta prima, avrei mandato al diavolo il suo autore… 😉

    @ GMR
    Aha! Così abbiamo scoperto che per GMR lavorare vuol dire perdere tempo! E’ esattamente quello che penso io tutto il santo giorno! 😎

  9. “mi dispiace che i miei saggi servano alle signore solo da mobile di sala. Questo capitolo mi fara’ mobile di gabinetto. A me piace la loro dimestichezza con l’intimita”
    (Saggi, III, 5) Michel de Montaigne
    🙂

  10. @ Zag
    Ecco, così mi sono fregato! Per adesso credo di conoscerne solo il titolo: “Et dieu créa la femme!” Per ispirarmi mi inebrierò della rovente sensualità di un’opera di musica religiosa di Massenet, la stupenda “Eve, mysterium en trois parties”. Ma prima di cominciare dovrò proprio essere ubriaco a puntino…

    @ GMR
    Il merito non è mio. Ma della psicologia cognitiva che ho succhiato nelle opere dei filosofi dell’antica schiatta!

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