Bene & Male

Democrazia e libertà

L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

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5 thoughts on “Democrazia e libertà”

  1. Finalmente sei tornato a cesellare il blog con le tue lussuose articolesse. La pausa si stava protraendo eccessivamente!
    L’ultimo paragrafo del post è impagabile, l’ho desiderato con tutto il cuore fin dal passo in cui fanno capolino i “supertecnici salvatori della patria”.
    Come sia possibile cadere nell’inganno confindustriale per tanti sedicenti liberisti in cerca di trasversalismo “decisionista”, nonostante la mala parata rosapugnista-pannelliana, mi sembra un mistero degno dei segreti di Fatima.
    Forse, qui, liberismo taroccato (= giavazzismo) ci cova…

  2. Ho liberato il tuo commento dalle grinfie del sistema antispam del mio blog, che ricomincia a fare i capricci (o sono io che non ci capisco un’acca): intanto ho attivato la moderazione dei commenti, spero solo momentaneamente.

  3. Saluto anch’io il ritorno, in ottima forma peraltro.

    Forse un po’ impietoso l’affondo contro Hayek, che probabilmente si era solo guardato attorno, scoràto.
    Perché in linea teorica la critica è sacrosanta, ma in campo pratico come ci si potrebbe liberare nell’Europa continentale delle mefitiche ragnatele socialisteggianti, affermative, paternalistiche?
    Noi continentali che non siamo stati benedetti dalla gradualità inglese o dall’eccezionalità americana nel cammino verso il controllo (non il governo) del popolo, quale altra strada avremmo?

  4. Se l’affondo suona impietoso, mi dispiace. Non era proprio questa l’intenzione. Ci mancherebbe!
    Confesso che la mia conoscenza di Hayek è di seconda mano, nel senso che ho letto un libro, peraltro molto ben fatto, di Eamonn Butler, direttore dell’Adam Smith Institute, che ne riassume il pensiero. L’ho letto tutto d’un fiato, tanto mi ci ritrovavo. Ovviamente non ho niente contro i progetti costituzionali; solo che, a parer mio, in ultima analisi, la tenuta di una “società libera”, quale che sia il grado di sviluppo raggiunto, non dipende dalla tecnica costituzionale. E mi sembrava che questa creatura “Hayekana” dell’ultima parte della sua vita avesse delle sfumature fideistiche estranee all’essenza del suo pensiero.

  5. ah tocqueville! l’uomo che confuse la “democrazia pura” con la rappresentanza anglosassone 🙂 bene 🙂 lui e Montesquieu ci sono.

    Quando avrò tempo leggerò tutto e commenterò. Mi salvò la pagina.

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