Il perimetro dell’Antipolitica

Cos’è l’antipolitica? Probabilmente nient’altro che un nome che vivrà per una sola breve stagione. Ma per avere un’idea chiara di cosa essa rappresenti concretamente in Italia oggi, ed evitare la trappola dell’amalgame – per dirla alla francese – tesa a bella posta dai media nostrani, conviene stabilirne i confini culturali e politici entro i quali si manifesta. Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose –  di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre:

L’antipolitica della Casta Economica ovvero il partito del Corriere della Sera

A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. Von Mises considerava una forma di socialismo di stato i tentativi dell’aristocrazia che ancora sopravviveva nella Germania guglielmina di subordinare i processi economici al mantenimento dello status quo giuridico-sociale, al quale la libera economia invece si oppone per natura. Similmente, con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante ufficiale non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Il libro di Giavazzi e Alesina, se ne rendano conto o no, è solo il secondo capitolo di questa strategia, indirizzato a tutti coloro i quali, a sinistra, vogliano intendere. E specchietto per le allodole per i Volenterosi di tutti gli schieramenti. Per i DS il premio è quello di essere cooptati nella Nobiltà Economica e Dirigenziale di questo paese. Fin dove vorrà arrivare il Corriere con la sua antipolitica? Giovanni Sartori così scriveva qualche giorno fa (Ichino ha nulla da dire?):

Hegel elogiava la guerra come un colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra, e nemmeno approvo le ricette politiche «al positivo» del grillismo […] Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata – solo una ventata – che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili.

L’antipolitica dei post-comunisti ovvero il Partito di Repubblica

Qualche giorno fa l’ex entusiasta fascista da giovane; l’ex celebratore degli inevitabili successi del comunismo sovietico degli anni della maturità; e finalmente solo l’arido giacobino degli anni della vecchiaia; l’aristocraticissimo, non per nobiltà d’animo ma per la puzza sotto il naso, fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha attaccato Beppe Grillo con la violenza dei Grandi Accusatori del Sant’Uffizio Comunista, tacciandolo – ovviamente – di fascismo. Non gli è passato nemmeno per il cervello che la non-politica del blogger non sia altro che un riflesso della non-politica di quella Sinistra Mitologica di cui Egli si crede il Demiurgo o il Duce Spirituale. Una maligna congiunzione astrale di avvenimenti storici ha voluto che l’Italia sia oggi l’unico paese europeo in cui il Muro di Berlino non sia ancora veramente caduto. Mentre nei paesi dell’Europa orientale il disastro del socialismo reale ha trascinato con sé anche l’idea del comunismo, nell’Europa Occidentale, persino in quelli di più recente democrazia, come la Spagna, il Portogallo o la Grecia, i partiti socialdemocratici hanno ben presto emarginato le forze politiche comuniste, sulle quali gli avvenimenti legati al crollo dell’Impero Sovietico hanno agito solo come una definitiva condanna della storia. Anche nei paesi, come la Russia, dove la mentalità comunista, che non poteva scomparire da un giorno all’altro, si è incanalata, insieme ad altre componenti culturali della vecchia Russia, a rafforzare forme mascherate e forse inevitabili di socialismo nazionale alla Putin, persino là l’idea del comunismo, col settarismo ideologico che le era proprio, è caduta nella polvere. Invece è proprio il settarismo ideologico quello che è sopravvissuto della Chiesa Comunista Italiana. Come scrivevo qualche giorno fa:

Col crollo del comunismo sovietico, la “sharia” comunista si è evoluta: la professione di fede nel marxismo-leninismo è stata rimpiazzata da quella nella Sinistra – ente metafisico – ed è la sola cosa richiesta ormai da una nomenklatura che diventa ogni giorno tanto più vasta quanto minore il consenso che raccoglie nelle plebi italiche.

Il processo di Norimberga all’ideologia comunista in Italia non si è mai potuto celebrare. Ed è stato, con un colpo di bacchetta magica, sostituito da quello di Mani Pulite, con il quale una Parte del Vecchio si è sbarazzata dell’Altra Parte del Vecchio, quest’ultima con le mani i pasta negli affari né più né meno della prima, ma con il merito di aver tenuto la rotta di un Italia sgangherata finché si vuole, ma democratica e occidentale. Ma con Mani Pulite la sinistra postcomunista ha reciso anche il ramo del socialismo italiano, l’unico sul quale avrebbe potuto trovare appigli e appoggi per una sua rifondazione non comunista. La damnatio memoriae del socialismo italiano impedisce alla sinistra l’approdo naturale alla socialdemocrazia. Essa vuole rivendicare, con questa rimozione della sua storia e nonostante tutte le evidenze contrarie, una linea di continuità nella rappresentanza del partito della ragione, della legalità e della democrazia. Questo spiega anche la fuga in avanti necessaria ma antistorica del Partito Democratico e le assurde poesie celebrative liberiste dei Giavazzi & C. E così non soltanto una truppa assai consistente del mondo comunista si è rifiutata di impegnarsi in queste acrobazie intellettuali, rimanendo tale e quale al tempo del sogno sovietico, ma coloro che hanno passato il Rubicone, in realtà, senza alcuna vera evoluzione, si sono limitati a rinunciare al marxismo, per tornare indietro all’originario giacobinismo, l’ideologia del partito del partito preso, del partito della mafia dei buoni e degli onesti, del partito razzista della società civile, non a caso evocata appena ieri dal moderno Veltroni quale presenza qualificante nelle liste che appoggiano la sua candidatura alla leadership del Partito Democratico. Ora il Partito di Repubblica, il Partito che tenta, nonostante tutto, di tener insieme il Vecchio Comunista e il Vecchio Giacobino alias Democratico, si è accorta che il suo vecchio alleato del 1992, il Vecchio della Casta Economica, insieme al quale forma la Nomenklatura Italiana, sta tentando di farle quello scherzo che insieme fecero al Vecchio Democristiano: cavalcare la stanchezza e l’insofferenza degli italiani per costruirsi una nuova verginità e procacciarsi una nuova, statica e reazionaria rendita di posizione, tenendo nel contempo al suo posto la gente nova cui dà voce la Casa delle Libertà.

L’antipolitica degli orfani della politica ovvero il Partito di Grillo

Il background psicologico, chiamiamolo così, che sostiene la piattaforma programmatica antipolitica del novello Savonarola del panorama politico italiano, non è che la brutale semplificazione delle altre due antipolitiche già descritte. Il problema sta tutto in una classe politica o in un avversario politico moralmente e intellettualmente indegni. Per cui la soluzione si trova, indipendentemente da ogni questione di rappresentatività democratica, e a parole ben s’intende, nella qualità di questo personale politico: il Governo dei Migliori, secondo gli Ottimati del Partito del Corriere della Sera; il certificato di appartenenza alla Sinistra per il Partito Giacobino di Repubblica; il certificato di Grillo per il Partito Supergiacobino della Palingenesi Vaffanculista. Tempo fa scrissi:

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della “political correctness” costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del “cinghialone socialista”, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Per il momento non muoiono, ma cominciano a lasciare dei buchi. La nomenklatura non può alimentare all’infinito le proprie clientele e mettere così a tacere i mal di pancia ideologici. Gli esclusi dalla nomenklatura, gli orfani dell’ideologia e la folla di coloro che a sinistra non hanno nulla da perdere, costituiscono il grosso dei supporters di Grillo. Il grosso, ho detto, perché infatti essa raccoglie, anche se in misura nettamente minoritaria, altri orfani, per loro scelta, della politica: i gruppuscoli dell’estrema destra. Non solo il sostegno – interessato – manifestato da uomini di dubbio profilo ideologico ma sicuramente uomini d’ordine e sostenitori del più ferreo giustizialismo come Travaglio e Di Pietro, ma anche quella degli idealisti in fondo necrofili, cioè nichilisti, del Movimento Zero di Massimo Fini, è un fatto che non può essere sottovalutato.

Conclusioni

Questa sinistra, della quale, come forza conservativa, anche il partito montezemoliano è un alleato, non è riformabile. Essa deve crollare, com’è avvenuto in tutto l’Occidente, prima di rinascere. La piazza pulita che deve essere fatta non è quella dei politici, ma quella degli equivoci e degli inganni. Molti dei reduci del socialismo reale, richiesti su quale fosse la cosa più insopportabile e caratteristica di quei regimi, rispondono: la menzogna. Che si respirava come l’aria e giorno dopo giorno diventava una perversa seconda natura. Noi in Italia respiriamo ancora una forma non così pervasiva ma tuttavia reale di questa menzogna. In Italia il Muro di Berlino dovrà cadere realmente. Solo così si potrà svelenire e normalizzare la situazione politica italiana. Chi presta orecchio alle sirene temporeggiatrici delle riforme elettorali e alle iniziative miracolistiche liberali bipartisan non fa altro che procrastinare l’esito inevitabile di una commedia che dura dalla  fine della seconda guerra mondiale.

Links: Ismael

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Io & Joe Zawinul

Non è stata proprio la linea d’ombra della prima giovinezza di Conradiana memoria, ché quella è passata da un pezzo, ma pur tuttavia qualcosa di simile, il sentimento che ho provato la settimana scorsa all’annuncio improvviso della morte del compositore e musicista austriaco Joe Zawinul, la cui fama resterà indissolubilmente legata alla band di cui fu leader assieme a Wayne Shorter negli anni settanta e ottanta, i Weather Report. Non molto tempo fa, col gruppo con cui suonava ormai da parecchi anni, i Joe Zawinul Syndicate, fu di passaggio nella marca trevigiana. A riprova che l’uomo è senza alcun dubbio di origine divina, perché un animale intelligente nella sua maturità mai potrebbe concepire qualcosa di così eccezionalmente stupido, pensai di presentarmi al suo concerto con due originali dischi in vinile dei Weather Report, sui quali il vecchio e longanime Joe avrebbe dovuto apporre il suo autografo. Mi ero anche studiata accuratamente (in inglese) una battuta terrific che recitava così: “Oh great! Adesso li metto all’asta su eBay!”. Ma poi non ci andai: il turbinio della vita, la pigrizia o un sussulto raziocinante per fortuna sventarono questa demenziale impresa.

Joe Zawinul aveva una di quelle caratteristiche facce, sempre uguali a se stesse, che sono vecchie da giovani e giovani da vecchie. Si aveva l’impressione che la sua fosse uscita fuori dal grembo materno così, ossuta e scarna, i pochi e biondicci capelli ricadenti sulla nuca da un cranio che la natura aveva tirato a lucido precocemente, e con perfida efficacia; i baffoni che spesso si allungavano a manubrio; e due occhietti pungenti, intelligenti, complici e sorridenti che affondavano in una fisionomia zingaresca, marchiata dal retaggio ceco-magiaro della sua famiglia.

Josef Erich Zawinul, che molti consideravano americano, nacque a un tiro di schioppo da Vienna, all’inizio degli anni trenta di quello che facciamo ancora fatica a chiamare il secolo scorso. Se aprite una carta geografica del vecchio continente, puntando gli occhi sull’eccentrica capitale austriaca, vi accorgerete che la Vindobona dei Romani è come uno sperone germanico, ancorché cattolico, che domina i Balcani e le immense pianure slave. E’ un porto di terra nel cuore dell’Europa, come Venezia, all’estremità settentrionale di una profondissima insenatura del Mediterraneo nel vecchio continente, lo è dal lato del mare, dove all’Occidente arrivano i profumi e le genti dell’Oriente. Era quindi cittadino di quella gentile Germania dell’anima chiamata Mittleuropa, e davvero questo spelacchiato Asterix, col physique du rôle dell’agile furetto dell’Imperial burocrazia Austro-Ungarica, sembrava uscito dalla galleria dei mezzi-sangue che popolano i romanzi di Joseph Roth, accomunati quasi tutti dall’allergia al nazionalismo.

Si portò dietro tutto questo, un’educazione musicale classica e una passione per il jazz quando sbarcò negli Stati Uniti sul finire degli anni ’50. Allergico alle frontiere nazionali e alle frontiere musicali, lo fu anche al perimetro degli strumenti tradizionali. Così esplorò l’elettronica e fu un precursore del genere fusion, con una musica che però mai si ridusse a un cocktail di suoni, invisa ai puristi del jazz e indigesta alla vasta platea della popular music. Io ci trovavo solo quella libertà – non quella delle vane trasgressioni che anima le avanguardie prima di divenire accademie – che è l’ortodossia dei veri artisti. Anche se qualcuno potrà ricordare pezzi più tardi come Black market o Birdland, i risultati più duraturi sono del quinquennio 1970-1975. And these are my favourite things:

 I sing the body electric (1972)

La prima facciata del vecchio disco in vinile, dall’incubo di squarciati idilli di Unknown soldier all’esaltazione liberatrice di Second sunday in august, è la vetta artistica dei Weather Report, dove strumenti acustici, fiati ed elettronica orchestrano una musica tanto difficile da conquistare quanto gratificante.

 Mysterious traveller (1974)

Complessivamente forse il miglior disco del gruppo. Una collezione di pezzi unici, tutti memorabili, quasi dei piccoli archetipi.

 Tale spinnin’ (1975)

Un accentuarsi della svolta verso una più piana comunicatività, in un disco ricco di colori.

Il cervello, chi se lo fuma e chi se lo beve

In attesa del Big One, il blackout energetico prossimo venturo, possiamo solo constatare, allarmati, che intanto qualche lampadina comincia già a spegnersi. Com’è universalmente noto, c’è chi gradisce fumarsi il cervello, c’è invece chi preferisce berselo. Avendo il ragionevole sospetto che il  Ministro dell’Ambiente  rientri nella prima categoria, credo si possa formulare l’ipotesi che il fumo e il genio italico oggi si siano fusi, come raramente accade, in una miscela esplosiva quando, aprendo la Conferenza Nazionale sui mutamenti climatici in corso a Roma, Pecoraro Scanio ha detto, confortato dai dati scientifici fornitigli con tutta evidenza dall’astrochiromanzia statistica eco/bio/compatibile degli amici della Terra:

Nel nostro Paese i costi per far fronte ai danni prodotti dai cambiamenti climatici si stimano a partire da 50 miliardi di euro all’anno. Per mettere in campo le azioni che permettono di tagliare le nostre emissioni di gas-serra ci servono da tre a cinque miliardi l’anno, mentre predisporre le misure di adattamento costa da un miliardo e mezzo a due miliardi di euro l’anno […] la differenza tra quello che ci costa non agire e quello che ci costa agire è tra 10 e 40 volte maggiore a favore dell’azione […] la temperatura in Italia è aumentata 4 volte di più rispetto al resto del mondo *** e cioè 1,4 gradi negli ultimi 50 anni mentre la media mondiale è di 0,7 gradi nell’intero secolo.

Mentre sono del parere che gente terragna e con la testa sulle spalle come quella dei Coldiretti preferisca, di quando in quando, berselo, il cervello. Una proposta alternativa per scongiurare i rischi del blackout arriva infatti dalla Coldiretti:

Promuovere nelle case italiane la diffusione di sistemi di riscaldamento alternativi a quelli alimentati con il tradizionale gas o gasolio che funzionano a legno, granoturco o altro tipo di biomasse che consentono di ridurre il rischio di blackout, di risparmiare ma anche di ridurre l’emissione di gas ad effetto serra con un risultato positivo sui mutamenti del clima.

Secondo me è un’idea geniale, che solo i rinomati think tanks della Coldiretti potevano partorire. Ma andrebbe completata. Infatti, per esempio, visto che la popolazione carceraria scoppia, si potrebbero istituire dei campi di lavoro in zone boschive che i piromani organizzati hanno già incluso nei piani attuativi di incendio intensivo per il prossimo anno. I carcerati non dovrebbero solo limitarsi a spaccar legna, ma anche ammonticchiare con cura le proprie deiezioni corporali (all’uopo, infatti, non sarebbero previste latrine), che, una volta essiccate bionaturalmente dai raggi del sole, fornirebbero un’eccellente biomassa.  Sconti di pena sarebbero previsti per i galeotti più produttivi. Pecoraro Scanio inoltre potrebbe consegnare un premio Stakhanov a chi, oltre a raggiungere l’ eccellenza nella spaccatura della legna e nella produzione di biomassa fecale, saprà nel contempo limitare al massimo l’emissione di peti.

*** Per me o è un complotto giudeo o è un colpo di sole

Update: Pensavo, riguardo alle dichiarazioni, e alle non troppo velate accuse al Ministro dell’Ambiente, rilasciate dall’amministratore delegato dell’ENEL Conti: “Siamo ancora a rischio di rimanere al freddo e al buio e siamo ancora più fragili di quanto eravamo due anni fa perché sono aumentati i consumi e sono stati ridotti gli stoccaggi”, ecco, pensavo che costui non era a conoscenza dei dati raccolti dai Servizi Segreti del Ministro delle Ecoballe Spaziali, che certificano di un’Italia sulla via dell’ebollizione.

Update 2: Ho cancellato i links, perché la lista dei perplessi si sta allungando a dismisura…

Update 3: Propongo una raccolta di firme per la costruzione di un centro per il trattamento dei rifiuti speciali, adibito unicamente all’incinerazione delle Ecoballe Spaziali, e l’emanazione di norme che contemplino pene draconiane (taglio della lingua con scimitarra turca) per chi le propaga.

Update 4: Non ho mai creduto alla storia degli anomali cambiamenti climatici che affliggerebbero l’epoca che stiamo vivendo. Ma comincio a crederci visti i folli discorsi da meteopatici delle nostre italiche autorità.

Update 5: Rifaccio un link per chi è interessato all’aspetto scientifico della questione; noi infatti, caro Zagazig (vedi commenti), ci siamo interessati a quello psicopatologico, che molto c’ispira.

E il socialismo è di destra?

Certo, si può uscire dall’Italia, si può uscire dall’Europa, varcare i confini del globo terraqueo, e infine uscire dal mondo materiale, e allora sì, già tra il terzo e il quarto cielo, quando la musica delle sfere celesti si sposa con la luce azzurrina, nel puro mondo della Teoria dove tutto si concilia, anche la Sinistra può essere liberista. Ma con questi artifizi retorici da dopolavoro ferroviario non credo che si possa gabbare all’infinito il buon senso dell’uomo in carne ed ossa. Non di più di quanto si potrebbe farlo accingendosi a buttar giù, senza molta fatica, anzi con un bel po’ di copia-incolla dal pamphlet del duo Giavazzi-Alesina, un libretto dal titolo birbantello: “Il socialismo è di destra”.

Certo, destra e sinistra sono nomi, convenzioni; come conservatorismo e progressismo. Definizioni che vanno prese con le pinze. E usate in modo intelligente, con un tacito accordo, per la comodità di tutti. Tuttavia noi viviamo nella storia. Perciò sinistra e destra non possono essere buttati e giocati nel tavolo della polemica culturale e politica come se fossero materiali inerti dal taglio geometrico che nella loro forma più sublime s’incastrano uno nell’altro, annullandosi a vicenda. Questo lavarsi le mani, questo uscire dalla storia, è già invece una scelta politica, clamorosamente contraddittoria, ma nei fatti funzionale alla parte politica – non prendiamoci in giro, suvvia – di gran lunga più statalista.

E’ sintomatico piuttosto che la liquidazione del common sense (che ai liberali qualcosa dovrebbe pur importare) riguardo ai significati di destra e sinistra accomuni, nella realtà materiale del nostro paese, nella realtà concreta di questi giorni, sia il qualunquismo confindustriale montezemoliano sia quello dei vaffanculisti.
Che ci dicono oggi gli agit-prop del Corriere della Sera?
Che destra e sinistra non significano più nulla.
Che ci dice oggi il nuovo Conducator dalle ossessioni anali? Qualcosa di solo leggermente diverso:
Che destra, centro e sinistra non significano più nulla.
Che vanno dicendo i neomoralisti della casta di Via Solferino?
Che il parlamento è un ricettacolo di parassiti.
Che va dicendo in piazza il Savonarola rosso non a caso applaudito dall’uomo d’ordine Di Pietro?
Che il parlamento è un ricettacolo di parassiti.
Che ci dice oggi il giovane-vecchio di belle speranze Casini, portavoce nominalmente destrorso del partito montezemoliano?
Che ci vuole un Governo di Salute Pubblica: un’elegante soluzione autoritaria.
Che cosa sogna in fondo il giacobino-fascista vaffanculista?
Un bel Comitato di Salute Pubblica: una sbracata soluzione autoritaria.

Ho scritto una volta che le colpe del Corsera, e del suo direttore Mieli, dal 1992 in poi, nel degrado della vita politica italiana sono enormi: lo ribadisco. L’antipolitica salottiera, sussiegosa e danarosa degli happy few ha alimentata quella della piazza. La sinistra, stoltamente, ha creduto di salvare capra e cavoli cavalcandola senza fare i conti con la propria storia. Adesso, nel 2007, si ritrova in casa ancora qualche epigono del terrorismo e nelle orecchie l’urlo belluino dei veri fascisti della piazza vaffanculista. Questa sinistra, che non riesce nemmeno a essere socialdemocratica (magari lo fosse! L’Italia – io parlo della penisola che s’addentra nel Mediterraneo, a scanso d’equivoci – avrebbe fatto un grande passo in avanti) dovrebbe mutarsi, con un colpo di bacchetta magica, in una sinistra liberale, che dico?, liberista! Vedo, oggi, nella pagine del Corriere qualcuno evocare perfino in Veltroni il possibile Sarkozy (lo Zar di Francia) italiano. Veltroni, il compagno di notti bianche (detto senza insinuazioni) del sindaco di Parigi Delanöe?
Ma dai, cari amici, liberisti per un giorno poco ruspanti, diciamo che siamo andati al bar, abbiamo alzato un po’ il gomito, e ci siamo divertiti a sparare cazzate in santa pace.

Update: se c’è una cosa che detesto sono proprio questi giochetti di parole, questi paralogismi su destra e sinistra, con i quali si può dimostrare tutto e il contrario di tutto. E quando vanno in onda strombazzati sulle nostre piazze mediatiche significa che sotto sotto c’è qualche imbroglio. L’ho detto, sono nomi, convenzioni il cui uso ha una sua ragione: la comodità dialettica. S’intende, la dialettica di tutti i giorni. Non quella delle profonde speculazioni filosofiche e gli approfondimenti storici. In quest’ultimo caso è assai più fruttuoso e sensato contrapporre socialismo e liberalismo. E allora sì, nel primo fenomeno rientrano esperienze storiche come il fascismo e il nazismo. Ma allora potremmo agevolmente anche noi giocare con le parole e chiederci: ma Mussolini, ex massimalista di sinistra, era di sinistra o di destra? E Adolfino Hitler, fondatore del PARTITO NAZIONALE SOCIALISTA DEI LAVORATORI TEDESCHI, ché questo significa partito nazista anche se, significativamente, molti ancora non lo sanno, era di destra o piuttosto di sinistra? Queste vane discussioni su destra e sinistra, che non possono portare a nulla, perché il problema, semplicemente, non esiste, sono fatte apposta per creare un clima di confusione. Il titolo del libro di coloro che gridano nel deserto, non vestiti di stracci, ma con l’appoggio dei potentati economici e mediatici italiani altro non è che una miserrima trappola retorica per il popolo evidentemente considerato babbeo.
La vera questione, e l’onesta domanda, cari Giavazzi e Alesina, non è se il liberismo sia di sinistra, ma:

La sinistra italiana del 2007, questa sinistra fatta di uomini in carne ed ossa, di politici, di militanti, di elettori può essere liberista?

E può esserlo più degli uomini in carne ed ossa, i politici, i militanti e gli elettori che compongono la destra italiana del 2007?

E può, in Italia, nel 2007, dopo Cristo,  intraprendere una qualsiasi parvenza di politiche liberiste un governo, una maggioranza di governo che non abbia al suo centro un partito che si chiama Forza Italia? La qual cosa invece è  la Conventio ad excludendum del progetto montezemoliano?

La domanda sono elementari. Le risposte pure. Io parlo dell’Italia. I-T-A-L-I-A: non so voi.

E poi, scusate, non avete un po’ di considerazione di voi stessi? Non avete paura che da qui a qualche anno sarete ricordati, non per i vostri contributi accademici e scientifici, ma per aver partecipato a questa farsa?
Pensateci.

Quanto a Grillo, vabbè, non sarà il duce. Facciamo l’Eremita Pietro?

Nota di Maedhros: [….] non basta fare proposte liberiste in economia per essere dei liberali. I tre ambiti sacrali (vita, libertà e proprietà) sono indissolubilmente legati, non sono concepibili separatamente (altra cosa che Mingardi sembra non capire). Puoi liberalizzare tutto quello che vuoi in campo economico, ma se non rispetti l’intangibilità del miracolo che sta alla base della nostra esistenza, se non ti arresti attònito ed ossequioso di fronte ad esso a partire dai primi istanti, quella sarà solo farina del diavolo, un mero giocattolo dal buon funzionamento che l’apprendista stregone elargirà graziosamente a soggetti che rimarranno dei sottoposti, materiale per il costruttivista.

Link: Leggete questa analisi del “Giavazzismo” by Ismael, il superstite della baleniera Pequod, ex pallido scudiere del grande ramponiere Queequeg, il superbo selvaggio sgusciato fuori dall’uovo nel cuore del continente nero…. Insomma, leggetevi Moby Dick, altro che “Il liberismo è di sinistra”… P.S. L’analisi di Ismael è molto sottile, e va al di là del problema dell’insostenibilità della posizione politica di Giavazzi; è una vera e propria messa in discussione dello stesso pensiero liberale di Giavazzi.

Panebianco nel paese delle meraviglie ovvero l’obolo della Dhimmitudine

La sinistra in Italia, essendo di radice comunista, concepisce se stessa come una Chiesa Cattolica – ossia una Comunità Universale – delle istituzione politiche. Fuor d’essa, nulla salus. Tollera satelliti, non avversari politici. Come negli ex paesi del blocco sovietico il Partito dei Contadini costituiva una surreale parodia dell’opposizione democratica, così per la cultura politica egemone in Italia l’opposizione o è criminale o è un animale domestico da portare in giro come un trofeo. Ai diversi che non s’immolano per la propria fede, è riservato il destino dei dhimmi, i sudditi non musulmani che pagavano l’obolo alle autorità islamiche per conservare uno status sociale di serie B.

Col crollo del comunismo sovietico, la sharia comunista si è evoluta: la professione di fede nel marxismo-leninismo è stata rimpiazzata da quella nella Sinistra – ente metafisico – ed è la sola cosa richiesta ormai da una nomenklatura che diventa ogni giorno tanto più vasta quanto minore il consenso che raccoglie nelle plebi italiche. Così in Italia ai cattolici che un po’ per volta si arrendono al potere rosso viene concesso il salvacondotto di cattolici adulti. Così ai ridicoli guitti di certo cinema pecoreccio di qualche decennio fa, che un po’ per volta scoprono l’impegno, viene concessa la pensione della presenza fissa nelle dolciastre fictions televisive politicamente corrette di questi ultimi anni. Mentre in caso di conversione i padroncini milionari, bifolchi lavoratori di giorno e bifolchi puttanieri di sera, si mutano in imprenditori di successo di larghe vedute nonché in beniamini del gossip patinato delle gazzette democratiche. Ora, superato con disinvolta scioltezza pure lo scoglio liberale, sono maturati i tempi per addomesticare, e marchiare, i mavericks liberisti.

Angelo Panebianco, dice lui, è liberale, è liberista. Ed è venuto in terra, non da solo, ma coi dottori della legge, ad annunciare la buona novella a tutti coloro che, sì, vorrebbero essere liberali, liberisti, liberi & libertari, ma tengono famiglia. Sì, cari fratelli, la luce si è manifestata, la luce vera che viene nel mondo e ci dice: “Anche la sinistra è liberista!” Sì, cari fratelli, gioiamo in questo giorno di rivelazione. La nera desolazione che ci riempiva il cuore quando la nostra piccola e miserabile carriera incontrava solo porte chiuse oggi si muta in ineffabile speranza, come l’acqua in vino. Possiamo dirci Figli della Sinistra, come Lui è Figlio della Sinistra. E lo siamo! Figli della Sinistra e Liberisti!

Link: Buon viso a cattivo gioco

ICI e terreni agricoli: chi deve pagare veramente?

Questo è un post su un argomento che mi annoia mortalmente: l’ICI. Ma ho un dubbio che mi tengo addosso ormai da qualche anno e voglio liberarmene. Anche se la cosa non tocca le mie tasche.

Fin dalla sua comparsa una quindicina d’anni fa, nella mia zona (provincia di Treviso) è invalsa l’abitudine di far pagare l’ICI sui terreni agricoli – mediante bollettini informativi da parte degli enti comunali o di quelli preposti all’esazione dell’imposta –  anche a coloro (la grande maggioranza) i quali non sono imprenditori agricoli (a titolo principale o non).  Siccome ho il forte sospetto che ciò riguardi in generale tutta Italia, a questo proposito voglio far notare:

che il D.L. 30/12/92 N° 504, istitutore dell’ICI, all’Art. 2 (Definizione di fabbricati e aree), lettera C, dice espressamente: per terreno agricolo si intende il terreno adibito all’esercizio delle attività indicate nell’articolo 2135 del Codice Civile, il quale articolo, con D.L. 18/05/2001, N° 228, Art. 1 è stato ridefinito nel modo seguente:

Art. 1 – Imprenditore agricolo

1. L’articolo 2135 del codice civile è sostituito dal seguente:

È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.

Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.

Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge».

2. Si considerano imprenditori agricoli le cooperative di imprenditori agricoli ed i loro consorzi quando utilizzano per lo svolgimento delle attività di cui all’articolo 2135 del codice civile, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico.

che la Circolare del Ministero delle finanze n. 9 del 14/06/1993, concernente l’esenzione per i terreni agricoli ricadenti in aree montane o di collina delimitate ai sensi dell’art. 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 984, dice che, non sono interessati (all’elenco dei comuni nei quali i terreni agricoli sono esentati dal pagamento dell’ICI):

– i terreni, diversi dalle aree fabbricabili, sui quali non vengano esercitate le attività agricole intese nel senso civilistico (art. 2135 del codice civile) di attività dirette alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento del bestiame ed alle connesse operazione di trasformazione o alienazione dei prodotti agricoli rientranti nell’esercizio normale dell’agricoltura: appartengono a questo primo gruppo i terreni normalmente inutilizzati (cosiddetti terreni “incolti”) e quelli, non pertinenziali di fabbricati utilizzati per attività diverse da quelle agricole (ad esempio: attività industriali che non diano luogo però ad utilizzazioni edificatorie perché in tal caso il terreno sul quale si sta realizzando la costruzione sarebbe considerato area fabbricabile.

– Non sono parimenti, interessati all’elenco i terreni, sempre diversi dalle aree fabbricabili, sui quali le attività agricole sono esercitate in forma non imprenditoriale: appartengono a questo secondo gruppo i piccoli appezzamenti di terreno (cosiddetti “orticelli”) coltivati occasionalmente senza strutture organizzative.

– I descritti terreni, del primo e del secondo gruppo, non avendo il carattere di area fabbricabile né quello di terreno agricolo secondo la definizione datane dalla lettera c) dell’art. 2 del decreto legislativo n. 504/1992 RESTANO OGGETTIVAMENTE AL DI FUORI DEL CAMPO DI APPLICAZIONE DELL’ICI PER CUI NON SI PONE IL PROBLEMA DELL’ESENZIONE.

Ricapitolando:

1. Terreno agricolo ai fini dell’ICI non significa terreno ricadente nelle Zone Agricole dei Piani Regolatori Generali dei Comuni (naturalmente nel caso vi sorga una costruzione residenziale [update: nuova o che abbia perso i requisiti di ruralità],  il fabbricato con una sua delimitata area di pertinenza viene debitamente denunciato al Catasto Fabbricati con un proprio numero di particella e una propria rendita catastale).

2. Anche quando ricade in Zona Agricola, rispetto al P.R.G. comunale, il terreno deve essere adibito all’esercizio delle attività indicate nell’articolo 2135 del Codice Civile e quindi oggetto di attività imprenditoriale.

3. Qualora non lo sia, detto terreno non gode di esenzioni (come quelle previste per esempio dal già menzionato art. 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 984), né di riduzioni (come quelle previste per gli imprenditori agricoli a titolo principale all’Art. 9 del D.L. 504/92), ma semplicemente resta fuori dal campo di applicazione dell’ICI, ossia non è soggetto all’imposta.

Questa è la mia opinione. Ma tutti coloro ai quali ne ho fatto cenno, mi hanno guardato come un marziano. E di quelli strani.

L’errore tradizionalista

La moderna democrazia e il capitalismo non sono registrati all’anagrafe della storia con una data di nascita precisa. Essi infatti non sono altro che l’ultimo vestito indossato dalla libera società e dalla libera economia. E la loro caratteristica fondamentale è il continuo cambiamento. Non esiste una democrazia statica né un capitalismo statico. Questo è il loro realismo. Perché la realtà della condizione umana è la schiavitù del tempo e del cambiamento, da cui la natura umana aspira a liberarsi. Ma l’uomo può solo alleviare questa condizione, non riscattarsene. In tutti i tempi i demagoghi hanno fatto leva su questa reale sofferenza dell’umana condizione per essere investiti del potere, promettendo l’età dell’oro. E la caratteristica fondamentale di tutti i regimi dispotici, vecchi e moderni, è il concetto di una società statica e di un’economia statica, messi in opera con quella pianificazione che annulla il valore delle iniziative, dei desideri, dei capricci e dei bisogni individuali e non tiene in nessun conto il continuo e intrinseco metamorfismo della società. La società moderna è quindi un organismo complesso e talmente sofisticato che nessuna autorità può in realtà regolare o dirigere; il suo compito è quello di salvaguardarne gli organi, piuttosto che di violentarli o drogarli, in modo che i messaggi che da quelli partono gli consentano di espletare un quotidiano e vitale esercizio di fine-tuning.

Il più potente alleato di questa evoluzione della società è stato il Cristianesimo. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena.

Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l’uomo nello stato medesimo d’innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell’animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell’oracolo divino: “Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita”. Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali. (Leone XIII, Enciclica Rerum Novarum)

Questo è l’elemento liberale della civiltà cristiana. Ma è solo l’altra faccia dell’elemento conservatore. Infatti perché la società possa evolvere liberamente, essa abbisogna del presidio di quei diritti innati che permettono ai singoli individui, nel loro agire e nel loro pensiero, di irrorare di sangue fresco gli organi della società – una vera e diversificata pubblica opinione – un vero mercato. Il presidio di questi diritti è l’unica vera e viva tradizione, e l’unica difesa dell’Occidente; e l’unico modo per conservare la propria identità.

Per questo parlare al giorno d’oggi, minacciati come ci sentiamo da culture intolleranti e frastornati da travolgenti globalizzazioni, di ritorni al concetto di popolo, di nazione, di tradizione è cosa del tutto vaga e insoddisfacente, e in fondo una reazione panica e irrazionale. Si rispolverano piano piano piccole e larvate utopie, anche nella nostra Italia non di sinistra, nella vana speranza di soppiantare le grandi utopie del passato. Ma le piccole utopie tradizionaliste – non a caso pervase da uno spirito apocalittico – recano con sé un riposto convincimento di morte, non di speranza. Tirare il freno, bloccare l’evoluzione della società, sognare un’Italietta morigerata e col petto in fuori non serve a nulla. Il detto di Gesù, “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; chi invece l’avrà perduta, la salverà.” (Luca 17, 32-33), nella sua saggezza e su un altro, più modesto, piano, si applica anche alla società: la duttile società che muore ogni giorno, rinasce ogni giorno, ma dalle stesse radici. La società che vuole salvare se stessa irrigidendosi, guardando al passato come la moglie di Lot guardava la città che abbandonava, inaridisce le sue stesse radici, e muore per sempre.