Bene & Male

L’errore tradizionalista

La moderna democrazia e il capitalismo non sono registrati all’anagrafe della storia con una data di nascita precisa. Essi infatti non sono altro che l’ultimo vestito indossato dalla libera società e dalla libera economia. E la loro caratteristica fondamentale è il continuo cambiamento. Non esiste una democrazia statica né un capitalismo statico. Questo è il loro realismo. Perché la realtà della condizione umana è la schiavitù del tempo e del cambiamento, da cui la natura umana aspira a liberarsi. Ma l’uomo può solo alleviare questa condizione, non riscattarsene. In tutti i tempi i demagoghi hanno fatto leva su questa reale sofferenza dell’umana condizione per essere investiti del potere, promettendo l’età dell’oro. E la caratteristica fondamentale di tutti i regimi dispotici, vecchi e moderni, è il concetto di una società statica e di un’economia statica, messi in opera con quella pianificazione che annulla il valore delle iniziative, dei desideri, dei capricci e dei bisogni individuali e non tiene in nessun conto il continuo e intrinseco metamorfismo della società. La società moderna è quindi un organismo complesso e talmente sofisticato che nessuna autorità può in realtà regolare o dirigere; il suo compito è quello di salvaguardarne gli organi, piuttosto che di violentarli o drogarli, in modo che i messaggi che da quelli partono gli consentano di espletare un quotidiano e vitale esercizio di fine-tuning.

Il più potente alleato di questa evoluzione della società è stato il Cristianesimo. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena.

Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l’uomo nello stato medesimo d’innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell’animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell’oracolo divino: “Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita”. Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali. (Leone XIII, Enciclica Rerum Novarum)

Questo è l’elemento liberale della civiltà cristiana. Ma è solo l’altra faccia dell’elemento conservatore. Infatti perché la società possa evolvere liberamente, essa abbisogna del presidio di quei diritti innati che permettono ai singoli individui, nel loro agire e nel loro pensiero, di irrorare di sangue fresco gli organi della società – una vera e diversificata pubblica opinione – un vero mercato. Il presidio di questi diritti è l’unica vera e viva tradizione, e l’unica difesa dell’Occidente; e l’unico modo per conservare la propria identità.

Per questo parlare al giorno d’oggi, minacciati come ci sentiamo da culture intolleranti e frastornati da travolgenti globalizzazioni, di ritorni al concetto di popolo, di nazione, di tradizione è cosa del tutto vaga e insoddisfacente, e in fondo una reazione panica e irrazionale. Si rispolverano piano piano piccole e larvate utopie, anche nella nostra Italia non di sinistra, nella vana speranza di soppiantare le grandi utopie del passato. Ma le piccole utopie tradizionaliste – non a caso pervase da uno spirito apocalittico – recano con sé un riposto convincimento di morte, non di speranza. Tirare il freno, bloccare l’evoluzione della società, sognare un’Italietta morigerata e col petto in fuori non serve a nulla. Il detto di Gesù, “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; chi invece l’avrà perduta, la salverà.” (Luca 17, 32-33), nella sua saggezza e su un altro, più modesto, piano, si applica anche alla società: la duttile società che muore ogni giorno, rinasce ogni giorno, ma dalle stesse radici. La società che vuole salvare se stessa irrigidendosi, guardando al passato come la moglie di Lot guardava la città che abbandonava, inaridisce le sue stesse radici, e muore per sempre.

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13 thoughts on “L’errore tradizionalista”

  1. Zamax, se non fossi in ufficio sarei saltato in piedi applaudendo. Credo di non aver mai aderito così in profondità a un pensiero sulla democrazia, sui suoi valori, sul suo futuro. A dire la verità mi aveva attirato il titolo, perché per me tradizione e futuro non sono termini in contraddizione. Altra cosa, ovviamente, il tradizionalismo, le “piccole utopie” di cui parli anche tu. “Proiettare la tradizione nel futuro”: questo è in estrema sintesi quello che cerco io, e che tu mi sembra esprimi con grande lucidità ed efficacia: “Il presidio di questi diritti è l’unica vera e viva tradizione, e l’unica difesa dell’Occidente; e l’unico modo per conservare la propria identità”.
    Mi accetti nella tua Corporazione dei Dilettanti? Ne sarei molto fiero. 🙂

  2. Ah, dimenticavo: stupenda la considerazione sulla continua metamorfosi della società e dell’economia, che necessita di misure politiche adeguate, per “salvaguardarne gli organi”.

  3. Beh, è una bella soddisfazione sapere che c’è qualcuno che in ufficio invece di lavorare passa il tempo a leggere il mio blog… 😉
    A parte gli scherzi, ringrazio per gli … imbarazzanti elogi.
    La Corporazione dei Dilettanti, che mi sono inventato nell’inaugurare qualche mese fa il mio blog, non ha intenti snobistici e non vuole significare in alcun modo disprezzo per le qualità “professionali” di chi ha ricevuto un’istruzione universitaria d’eccellenza che nel mondo del lavoro ha poi affinato e approfondito. Né significa falsa modestia: sarebbe ridicolo da parte mia negare una qualche considerazione di me stesso. Solo che, capitando così di botto nel mondo piuttosto velenoso della blogosfera a me fino allora sconosciuto, mi parve opportuno presentarmi con una nota di tollerante ma non freddo distacco, anche se un pizzico provocatoria.
    Era anche un modo di dire: “Guardateli bene, i grandi che voi venerate come maestri: non conservavano sempre forse, insieme alla dottrina e all’esperienza, anche un certo fanciullesco dilettantismo dello spirito?

    Noi intanto, in attesa di diventare grandi, siamo per ora dilettanti: è comunque già un primo passo! 😀

  4. Molto d’accordo.
    Niente da aggiungere sulla prima parte, il “liberale” che è nel cristianesimo è la risposta realista e non ideologica all’inevitabile cambiamento del Mondo.
    La seconda parte, quella “conservatrice”: concordo nella condanna dei tradizionalismi del freno a mano, rifugio dei piccoli e degli spaventati.
    Qual’è per te il “confine” tra il guardare indietro alla Lot e l’andare avanti avendo ben presenti come dove sono piantate le tue radici? Cos’è in altre parole quello che io chiamo Identità – cosa ben distinta dall’essere individuo.
    Mentre scrivo mi sventola sul naso il gonfalone della Serenissima del tuo blog, la bandiera anche MIA. Mi so’ veneto, anche se sono via oramai da molti anni, ma quella bandiera la porto sempre con me…
    ciao, Abr

  5. mi candido a far parte della Corporazione dei dilettanti.
    grazie Zamax per il tuo lavoro culturale e dello spirito. mi riconosco è imparo

  6. Saluto i serenissimi, allora. 🙂 Questi temi (identità, libertà, responsabilità, conservazione dei valori e delle tradizioni, salvaguardia del suolo) sono musica per le mie orecchie.L’ondata barbarica si sta riversando su questo nostro povero Paese, in mano a una cricca di malfattori. L’esempio più eclatante si è avuto quest’estate: 70 agenti della protezione civile in ferie mentre la penisola era devastata dalle fiamme dal Lazio alla Sicilia.

  7. @ Abr
    Il confine? Il confine è la coscienza che le radici vanno più in profondità di una lingua e di una cultura. L’identità nazionale o della piccola patria regionale (che noi veneti sentiamo ancora moltissimo) non devono essere violentate, ma nemmeno possono essere poste su di un piano metafisico. Ciò significa che esse, prima o dopo, sono destinate a morire; o meglio a trasformarsi e a rifondersi nel futuro (lontanissimo) in un’altra realtà culturale. Ma noi vediamo però che proprio i paesi che accettano quel quotidiano cambiamento che è un po’ come la necessaria respirazione di un corpo; cioè quei paesi “liberali” che in teoria il libero scambio delle idee e dei commerci dovrebbe sconvolgere in breve tempo; noi vediamo che questi paesi in realtà conservano benissimo e meglio degli altri una propria identità e un integro e sano patriottismo. Noi vediamo come i britannici sappiano essere solidali tra loro quando sono sotto pressione; o come gli americani a volte sbandierino dai buchi di ogni porta e finestra un patriottismo perfino esagerato. E non è certo un caso (ed a nostra gloria locale) che nella nostra arlecchinesca storia nazionale devastata da Signorie e eserciti mercenari sia stata proprio la “capitalista” Repubblica di Venezia nei momenti di difficoltà a mostrare una maggiore coesione sociale. Quando manca questa dinamica di libertà, si ondeggia sempre fra umiliazione e aggressività; fra la copia “patologica” delle mode straniere e il nazionalismo violento (basti pensare al secolare rapporto che la Russia ha avuto con l’Europa). Come ho scritto una volta quel “One nation, under God” non significa un richiamo al militantismo religioso, bensì un richiamo alla temperanza: c’è una gerarchia, prima viene Dio e l’Assoluto e l’Eterno (per chi ci crede), poi viene lo Stato (la Nazione, il Popolo, la sua Cultura). Quando si mette quest’ultimo al posto di Dio, non solo non acquista l’eternità ma nemmeno campa a lungo.

  8. @ Nessie
    Non ti sarà sfuggito che la mia visione delle cose diverga sostanzialmente da quella del nostro amico PseudoSauro, che seguo sempre con l’occhio …destro. Le soluzione “hobbesiane” che egli propone, non lo nascondo, potrebbero un giorno malaugurato persino divenire inevitabili, se l’Occidente non si sveglia. La loro efficacia verso i pericoli esterni sarebbe però pagata a duro prezzo con la fragilizzazione delle fondamenta della nostra civiltà.

  9. @ Alexis
    Mi fa piacere che tu le condivida, anche se magari non al 100%. Pur essendo io fermamente nel campo “cattolico”, giudico nefasto questo clima da scontro di altri tempi tra clericali/anticlericali (alimentato soprattutto da questi ultimi a dir la verità) che si respira purtroppo anche in Toqueville. E non perché sia a favore di confusi ecumenismi. Al contrario: è inevitabile una divisione su certi temi etici di fondo, che tutti conosciamo. Ma se il clima fosse meno velenoso e si sapesse mitigare i propri disaccordi con un po’ di senso dell’umorismo, messo in chiaro ciò che ci divide, si avrebbe agio, io credo, di vedere quanta strada si possa fare insieme, soprattutto in un paese “bloccato” come il nostro; invece di inventarsi, in risposta a paventate parrocchie politiche “cattoliche”, parrocchiette di “liberali ultradoc”, che alla fine dividendosi hanno sempre favorito il socialismo nostrano, quello di destra e quello di sinistra.

  10. “Quando manca questa dinamica di libertà, si ondeggia sempre fra umiliazione e aggressività; fra la copia “patologica” delle mode straniere e il nazionalismo violento”
    Zamax, mi era sfuggito questo tuo passaggio, che, unito al seguito, mi trova pienamente d’accordo. Oggi spero di riuscire a scrivere un post dal titolo “Il pensiero verticale”, su tema analogo.

  11. @ Vincenzillo
    Ma non sentirti vincolato da questa mezza promessa!
    Io di mezze promesse ne ho collezionate ormai così tante che dispero di mantenerle. Non metterti su questa brutta strada… 😉

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