Io & Joe Zawinul

Non è stata proprio la linea d’ombra della prima giovinezza di Conradiana memoria, ché quella è passata da un pezzo, ma pur tuttavia qualcosa di simile, il sentimento che ho provato la settimana scorsa all’annuncio improvviso della morte del compositore e musicista austriaco Joe Zawinul, la cui fama resterà indissolubilmente legata alla band di cui fu leader assieme a Wayne Shorter negli anni settanta e ottanta, i Weather Report. Non molto tempo fa, col gruppo con cui suonava ormai da parecchi anni, i Joe Zawinul Syndicate, fu di passaggio nella marca trevigiana. A riprova che l’uomo è senza alcun dubbio di origine divina, perché un animale intelligente nella sua maturità mai potrebbe concepire qualcosa di così eccezionalmente stupido, pensai di presentarmi al suo concerto con due originali dischi in vinile dei Weather Report, sui quali il vecchio e longanime Joe avrebbe dovuto apporre il suo autografo. Mi ero anche studiata accuratamente (in inglese) una battuta terrific che recitava così: “Oh great! Adesso li metto all’asta su eBay!”. Ma poi non ci andai: il turbinio della vita, la pigrizia o un sussulto raziocinante per fortuna sventarono questa demenziale impresa.

Joe Zawinul aveva una di quelle caratteristiche facce, sempre uguali a se stesse, che sono vecchie da giovani e giovani da vecchie. Si aveva l’impressione che la sua fosse uscita fuori dal grembo materno così, ossuta e scarna, i pochi e biondicci capelli ricadenti sulla nuca da un cranio che la natura aveva tirato a lucido precocemente, e con perfida efficacia; i baffoni che spesso si allungavano a manubrio; e due occhietti pungenti, intelligenti, complici e sorridenti che affondavano in una fisionomia zingaresca, marchiata dal retaggio ceco-magiaro della sua famiglia.

Josef Erich Zawinul, che molti consideravano americano, nacque a un tiro di schioppo da Vienna, all’inizio degli anni trenta di quello che facciamo ancora fatica a chiamare il secolo scorso. Se aprite una carta geografica del vecchio continente, puntando gli occhi sull’eccentrica capitale austriaca, vi accorgerete che la Vindobona dei Romani è come uno sperone germanico, ancorché cattolico, che domina i Balcani e le immense pianure slave. E’ un porto di terra nel cuore dell’Europa, come Venezia, all’estremità settentrionale di una profondissima insenatura del Mediterraneo nel vecchio continente, lo è dal lato del mare, dove all’Occidente arrivano i profumi e le genti dell’Oriente. Era quindi cittadino di quella gentile Germania dell’anima chiamata Mittleuropa, e davvero questo spelacchiato Asterix, col physique du rôle dell’agile furetto dell’Imperial burocrazia Austro-Ungarica, sembrava uscito dalla galleria dei mezzi-sangue che popolano i romanzi di Joseph Roth, accomunati quasi tutti dall’allergia al nazionalismo.

Si portò dietro tutto questo, un’educazione musicale classica e una passione per il jazz quando sbarcò negli Stati Uniti sul finire degli anni ’50. Allergico alle frontiere nazionali e alle frontiere musicali, lo fu anche al perimetro degli strumenti tradizionali. Così esplorò l’elettronica e fu un precursore del genere fusion, con una musica che però mai si ridusse a un cocktail di suoni, invisa ai puristi del jazz e indigesta alla vasta platea della popular music. Io ci trovavo solo quella libertà – non quella delle vane trasgressioni che anima le avanguardie prima di divenire accademie – che è l’ortodossia dei veri artisti. Anche se qualcuno potrà ricordare pezzi più tardi come Black market o Birdland, i risultati più duraturi sono del quinquennio 1970-1975. And these are my favourite things:

 I sing the body electric (1972)

La prima facciata del vecchio disco in vinile, dall’incubo di squarciati idilli di Unknown soldier all’esaltazione liberatrice di Second sunday in august, è la vetta artistica dei Weather Report, dove strumenti acustici, fiati ed elettronica orchestrano una musica tanto difficile da conquistare quanto gratificante.

 Mysterious traveller (1974)

Complessivamente forse il miglior disco del gruppo. Una collezione di pezzi unici, tutti memorabili, quasi dei piccoli archetipi.

 Tale spinnin’ (1975)

Un accentuarsi della svolta verso una più piana comunicatività, in un disco ricco di colori.

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10 thoughts on “Io & Joe Zawinul

  1. Bel ricordo, filologico come sempre. Personalmente mi piace ricordare anche Jaco Pastorius al basso a fianco di W.Shorter nel trio WR originale, ma l’anima fusion “colta” era indubbiamente quella fornita da Joe Z.
    ciao, Abr

  2. Prima della sua tragica morte nel 1987, Jaco Pastorius tra il 1976 (da Black Market) e il 1980 fu il terzo pilastro, quello giovane, dei Weather Report, tanto che molti parlano di un periodo “before Jaco” e di un altro “after Jaco”. Quando arrivò la musica del gruppo stava già evolvendo verso quella “fusion” relativamente (molto relativamente) più orecchiabile del suo periodo. Ma, a mio giudizio (ovviamente), il periodo migliore fu proprio il primo all’inizio degli anni ’70.

  3. Stasera vado a Bolzano. Ci sto fino a domani sera, e magari mi porto I sing the body electrici in auto da ascoltare, anche se da 2 settimane non faccio altro che ascoltare jazz rigorosomante pre 1929.

    Comunque, un altro tedesco prestato al jazz è Bix Beiderbecke. Vero nome: Leon Bismark Beiderbecke. Notare il Bismark.

    Quel passagio scemo del Barbiere è sicuramente un intervallo minore, probabilmente piazzato benissimo da Rossini e cantato magnificamente. Che poi le parole siano prive di senso emotivo, è merito della grandezza di Rossini. Fosse stato altrettanto capace Wagner di rendere meno noiosi i chilometrici antefatti declamati di cui dissemina il Ring.

  4. Visto che sto a Bolzano 24 ore, e attraverso le terre serenissime, potreste anche scrivermi per rendervi rintacciabili. Hic!

  5. @ GMR
    Penso che passerai alla storia se non altro per essere stato l’unico rappresentante della razza umana ad avere ascoltato in auto “I sing the body electric” dei WR. Ti consiglio vivamente piuttosto di ascoltare l’elegante discomusic degli Earth, Wind & Fire, come faccio io in auto, visto che siamo in “September”.

    Di Wagner ti ho già scritto che per adesso sopporto solo le “Compilation”…

    Ma sei va da Milano a Bolzano al massimo passi per Verona! Io sono del Veneto orientale, e Ismael è della bassa veronese dove fa la guardia ai confini lombardi e emiliani.

  6. @ fg
    Accidenti! Qualcuno già mi prende in parola! E io che pensavo di aver trovato una perfetta istantanea del malessere dell’Occidente!
    A parte gli scherzi, una “bonifica” prima o poi mi toccherà farla. E sarà durissima, perché sono geloso anche dei libri di scuola di qualche decennio fa, sui quali non studiavo affatto, ma che ho conservato per il rispetto religioso che ho per questa tribù cartacea.

  7. Per raduni et similia (specie se di “marca” dichiaratamente etilica come nel caso che va profilandosi…), sempre a vostra disposizione.
    La prossima volta che apro eMul…cioè, volevo dire, iTunes, mi gratt…cioè, mi compro qualcosa dei Weather Report.

  8. Ciao Zamax,ho letto quanto hai scritto sul grande Joe Zawnul e mi ha fatto un gran piacere notare la tua conoscenza sui W.Report e forse la discografia più significativa!
    Concordo che Misterius Traveller è in assoluto un album grandioso,anche se non c’è la chitarra l’ho suonato migliaia di volte traendone grandi spunti!
    Forse sono il secondo sul pianeta ma ho ascoltato di tutto in macchina e naturalmente I sing the body elettric!!!

    un saluto dal Braidus

  9. @ Braidus
    Accidenti! Un VERO musicista che viene a salutarmi! Io non suono neanche un mezzo strumento, tecnicamente non so niente di musica. Eppure oso dire che la conosco e l’amo. Tutta. Da Bach alla musica sinfonica, dall’opera alla musica da camera, dalle “canzonette” (anche quelle, come no!) al jazz. La differenza la fanno gli artisti e forse le idiosincrasie personali. Prima registro – o confesso -il piacere che un pezzo di musica mi dà, e POI cerco di capire il perché. Non il contrario. Senza schemi mentali preordinati. Tanto per dire, mi è sempre piaciuto moltissimo quel singolarissimo pastiche sinfonico-jazzistico-operistico del 1974 (credo) chiamato “Apocalypse” della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin.

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