Alea iacta est

Innanzitutto un rimpianto. Per il fatto che la CDL non abbia saputo attendere con pazienza il momento della vittoria. La sinistra era un cittadella assediata da prendere per fame. Il partito dell’immobilismo che il governo Prodi incarnava era sceso al livello più basso di popolarità che la storia recente d’Italia ricordi. Il cicaleccio sulle miracolose riforme elettorali e istituzionali, le poderose offensive mediatiche contro tutta la casta politica, le leggende metropolitane sui liberismi di sinistra, che istituzioni, politici e giornali ci riservavano ogni santo giorno, servivano solo a stendere un velo semiassolutorio sull’impotenza dell’attuale maggioranza. Era solo questione di tempo. Se l’azione del governo fosse continuata non al riparo della cortina fumogena del dibattito sulle riforme ma sotto i riflettori dell’opinione pubblica, anche il celebrato nuovo segretario del novissimo partito democratico sempre della sinistra si sarebbe dovuto esporre e fatalmente sarebbe stato coinvolto nel pantano del governo Prodi. La strategia berlusconiana era giusta: nessuna mano tesa alla sinistra. Prima o dopo il redde rationem sarebbe arrivato. La gente stava constatando palpabilmente la differenza sostanziale tra il cammino difficoltoso ma sensato del governo Berlusconi e l’arroccamento delle forze conservative del paese che il governo Prodi rappresenta e di cui Romano Prodi è il sensale. E l’operazione di smarcamento dall’esecutivo attuata clamorosamente dalla Confindustria montezemoliana , e con più tatto dal PD veltroniano, avrebbe rivelato sempre più il suo carattere opportunitisco, vista la contrarietà a nuove elezioni.

Finora è stata proprio l’attitudine tiepida degli alleati, dovuta non solo all’ambizione personale ma anche al loro profilo psicologico di insiders della politica italiana, a costringere l’outsider Berlusconi a tener vivo il sentimento unitario del popolo del centrodestra con dichiarazioni ad effetto; ma ora che i poco combattivi generali dell’armata berlusconiana si sono abboccati col nemico, è stato giocoforza per Berlusconi passare il Rubicone, buttando sul tavolo della partita per la conquista del potere politico nel nostro paese tutto il peso di una leadership carismatica che va ben oltre i limiti di Forza Italia e scommette sulla sovranità limitata di Fini e Casini sui rispettivi partiti e soprattutto sugli elettori di AN e UDC. Ci sono voluti quindici anni, ma ora siamo davvero all’uno contro tutti, e quel che è certo è che in vista della battaglia finale Giulio Cesare Berlusconi potrà contare sul grosso delle sue legioni. Grazie all’effetto drammatico di questa ridiscesa in campo, che ha messo sotto pressione i capi tribù alleati costretti ora a scegliere tra la sottomissione a Berlusconi e il rischio di perdere i propri eserciti, qualche nervosismo comincia a serpeggiare anche nell’Urbe dove l’immagine edulcorata dell’amor et deliciae generis humanis del XXI secolo rischia col tempo di sovrapporsi insensibilmente passo dopo passo a quella del grigio Prodi quale garante dello status quo. Cambiata la situazione, Berlusconi, rimangiandosi con disinvoltura e decisione un bel po’ di parole spese in passato a favore del sistema elettorale maggioritario e facendo un po’ il verso alle giravolte di Veltroni, allo scopo di stanarlo ha offerto la sua disponibilità a discutere su una legge elettorale proporzionale non machiavellica che ci porti fuori da questo bipolarismo: da questo, non dal bipolarismo tout-court. E poi si vada alle elezioni.

E apriamo una parentesi. L’Italia, com’è noto, è il paese delle parole in libertà. Se si guardasse semplicemente al significato letterale delle parole, si scoprirebbe ben presto che i discorsi che si fanno sono al novantanovepercento senza senso. Tanto per dirne una: neanche l’attuale sistema elettorale è maggioritario, bensì proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato. Nel voto per la Camera dei Deputati in pratica l’attuale sistema ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito. Un sistema siffatto non ha assolutamente niente a che fare con lo spirito del sistema maggioritario, che vuole che tutti gli eletti vincano la loro personale battaglia. Sia col lambiccatissimo meccanismo fifty-fifty messo a punto dai professorini di Veltroni, sia con l’assai più chiara e schietta legge elettorale partorita da un eventuale successo del referendum Guzzetta, rimarremmo fondamentalmente sempre nell’ambito culturale del sistema proporzionale, corretto, o meglio, alterato più o meno drasticamente in modo da limitare la frammentazione partitica e premiare le formazioni più forti. Ma non è piuttosto illusorio e frutto di un residuo di mentalità costruttivista pensare di risolvere mediante espedienti tecnici problemi culturali che ci portiamo dietro dalla fine della seconda guerra mondiale?

Se intendiamo per bipolarismo la presenza in un paese di due grosse formazioni di diversa ispirazione politica, diciamo a spanne – e all’europea – socialdemocratica e liberale, ma entrambe saldamente democratiche e quindi entrambe opzioni di governo praticabili, possiamo vedere che ciò si realizza nel continente europeo indipendentemente dai diversissimi sistemi elettorali dei singoli stati. Senza neanche parlare della vecchia e ricca Europa occidentale – e annotando tra parentesi come anche nelle nazioni di più recente tradizione democratica di quella stessa vecchia Europa, vale a dire la Spagna (Partito Popolare e Partito Socialista), il Portogallo (Partito Socialdemocratico, conservatore a dispetto del nome, e Partito Socialista) e la Grecia (Nuova Democrazia e Partito Socialista) lo schema classico bipolare si è rapidamente realizzato – noi ci accorgiamo che pure lo sviluppo dell’Europa una volta chiamata dell’Est testimonia questo fenomeno.

In Italia il bipolarismo era virtuale e continuerà ad essere virtuale fin quando gli eredi non pentiti del comunismo continueranno a essere parte integrante e imprescindibile della sinistra italiana. Per il momento, qualunque sia il sistema elettorale scelto, esso non impedirà la formazione di una robusta minoranza veterocomunista, una Izquierda Unida numericamente necessaria alla sinistra per poter aspirare al governo. E’ ovvio che la formazione di un sedicente centro formato dai vari Montezemolo, Casini, Pezzotta, Mastella, Monti ecc., sostenuto dalle corazzate della grande stampa ma esso stesso espressione di nomenklature economico-finanziarie, non potrà che essere strategicamente propedeutico alla ricomposizione di una sinistra sgravata infine della zavorra massimalista; e nel migliore dei casi non potrà che nascere da questa simbiosi un allargato partito democratico ispirato ad un aggiornato, riverniciato statalismo. Che Veltroni può ragionevolmente sperare di guidare al prossimo appuntamento col voto. Nel frattempo però gli scontenti e i disillusi andranno ad ingrossare le file dell’outsider Berlusconi mentre la prolungata agonia del governo Prodi, che il segretario del Partito Democratico dovrà per forza sostenere fino a che i tempi saranno giudicati maturi, finirà per gettare un’ombra di vecchiezza – e di verità – sull’uomo nuovo della sinistra.

Quand’anche con la consumazione del matrimonio col centro dei salotti buoni Veltroni riuscisse a liberarsi dei comunisti di nome – perché l’anima dei comunisti di fatto resiste alla grande anche nel neonato PD, come dimostra la rinnovellata e tempestiva corresponsione d’amorosi sensi tra la magistratura milanese e il foglio principe dei giacobini italiani – egli rimarrebbe pur sempre lo splendido cerimoniere di un’alleanza tra poteri consolidati attorno ai quali gravitano vaste clientele e burocrazie, mentre Berlusconi scenderebbe dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una rivoluzione liberale avrebbe molto meno da perdere.

Ora che la pianura di Farsalo comincia a distinguersi all’orizzonte, resisteranno i nostri liberali mangiapreti & clericali alla sempiterna tentazione di rinchiudersi nelle loro chiesuole e riusciranno finalmente a solidarizzare pragmaticamente in una massa critica significativa ed influente all’interno dell’unico schieramento che abbia un futuro?
(Ciò detto, naturalmente io duemila anni fa sarei stato, nonostante tutto, dalla parte della vecchia e corrotta aristocrazia senatoria repubblicana.)

Sport estremi della politica: salire sul Titanic

A Fini e Casini non è bastata la lezione delle politiche del 2006, quando Berlusconi pareggiò i conti con la coalizione delle nomenklature guidata da Prodi lottando praticamente da solo. Evidentemente non riescono a staccarsi dal paese virtuale creato dai maistream media a immagine e somiglianza delle rinsecchite oligarchie politiche, culturali, sindacali, confindustriali che tengono in scacco il paese reale. E che perfino nella manifestazione per le strade di Genova dei 30.000 no-global antidiluviani, quasi tutti figli loro, naturali o adottivi, celebrano, al di là delle apparenze e con profusione di mezzi, stancamente se stesse.

E’ semplicemente irrazionale credere ai propositi riformistici di gente che, quando si viene al dunque, difende a spada tratta la costituzione della repubblica fondata sovieticamente sul lavoro; di gente che considera la concertazione, cioè il patteggiamento con poteri non elettivi, la base di ogni iniziativa legislativa in campo economico; di gente che, come Veltroni, passa nello spazio di un mattino dall’illuminata fede nel sistema elettorale maggioritario all’illuminata fede in quello proporzionale; di gente, come Prodi, per la quale l’impegno per una nuova legge elettorale altro non è che una tela di Penelope da tessere di giorno e disfare di notte.

Il governo di Prodi è qualcosa di più di un governo, è l’espressione di un’Italia immobile, di un’Italia dell’Est che per sopravvivere ha bisogno di prendere tempo, allargare il campo delle clientele e cooptare tutti gli utili idioti possibili, incantati dai liberismi di sinistra e addormentati dalla ninna nanna delle riforme. Come la moglie di Lot esitò a staccarsi da Sodoma e guardando indietro fu investita dalla pioggia di zolfo e fuoco che distrusse la città, trasformandosi in una statua di sale, così i vecchi giovanotti della CDL, cedendo alle lusinghe false e promettenti di una vuota liturgia che le nostre gazzette libere e indipendenti degnano impropriamente del nome di politica, rischiano di farsi inghiottire dalle macerie del crollo del centrosinistra.

La nave sta per colare a picco – che importa oramai se s’inabisserà fra un mese, fra un anno o fra due? – ma qualcuno vuol salirci su. Fantastico.

Update di capitale importanza: a distanza di qualche settimana, mi sono rifatto ancora una volta all’episodio della moglie di Lot. Secondo me ci sono tre possibilità:

1) Mi sto rincoglionendo.

2) E’ un omaggio a Enzo Biagi, il cronista del millennio che tutto il mondo c’invidia.

3) Sono fissato con le femmine, in ispecie le peccatrici, che vorrei tutte convertire al Verbo della Purezza non prima di averle fatte mie.

Il contastorie del Novecento

Chi per disgraziata avventura sperimenti la lettura di un libro di Enzo Biagi, riterrà sicuramente quel non proprio esaltante retrogusto di minestra più volte riscaldata che ogni pagina emana con spietata metodicità. L’uomo dall’ingegno non esattamente multiforme, che molto errò per il vasto mondo e di molti uomini conobbe la mente, scrisse decine e decine di libri: nessuno memorabile. Queste decine di libri si compongono di molte centinaia di capitoli: nessuno memorabile. Queste centinaia di capitoli si compongono di molte migliaia di frasi: nessuna memorabile. In questa ostinata, infallibile, disumana mediocrità l’uomo fu veramente straordinario e veramente degno di essere ricordato. Non vogliategliene. Egli non scrisse mai per la fama imperitura; motteggiava da vecchio saggio per un pubblico da rimpatriate alcoliche di bocca buonissima. Non c’era veramente niente da capire. Per questo tutti lo capivano. Il cronista del Novecento incrociò i propri occhi con quelli di tutti i potenti della terra dominandoli dal basso della sua schietta umanità popolare e ce li condusse graziosamente al guinzaglio sulla soglia della nostra casa, nel nostro tinello, a bere il chinotto che la mamma teneva in serbo per i giorni di festa e che macchiava immancabilmente il centrino ricamato dalla nonna.

Avendo servito con prudente mestiere, gli fu rilasciata volentieri, da sedimentati poteri politici e culturali, la patente di giornalista libero. Se la meritò combattendo da par suo epiche battaglie civili: scrollando la testa da vecchio partigiano di quelli di una volta, quelli buoni, quelli nel cui petto ardeva fin da balilla il fuoco della ribellione democratica; e all’occasione sparando giudiziosamente e senza acrimonia sulla Croce Rossa: il governo collaborazionista di Tambroni, il socialtraditore servo degli amerikani Saragat negli anni sessanta, il ladruncolo socialfascista Craxi negli anni ottanta. Le promozioni sul campo del conformismo avvenivano sempre sotto il manto della disgrazia: amoveatur ut promoveatur. Sul finire della vita, ancora una volta alla RAI, un destino troppo benigno gli fece incrociare le armi con l’uomo politico meno vendicativo della storia: Silvio Berlusconi. Avendo perso i riflessi giovanili non capì subito l’eccezionalmente favorevole concorso di circostanze. Qualcuno discretamente lo illuminò: allora, trasfigurato dalla beatitudine, intravide l’aureola del martirio.

Proporzionale ma anche maggioritario

Ormai forse solo gli anziani si ricordano di quando Veltroni Walter, nato a Roma il 3 luglio 1955, al tempo delle elezioni presidenziali francesi che consacrarono la vittoria di Nicolas Sarkozy, nell’anno 2007, si presentò, con la serietà compunta sotto la quale di solito si cela la vacuità di pensiero, davanti alle telecamere assieme alla sfidante socialista Segolene Royal, elogiando senza mezzi termini il sistema elettorale uninominale maggioritario a doppio turno, simbolo e mezzo della stabilità politica transalpina, e indicandone la bontà ai testoni che nella nostra penisola non l’avevano ancora intesa. Ancora meno, temo, sono quelli che si sovvengono della dichiarazione di intenti del candidato Veltroni Walter alle primarie del nuovo Partito Democratico nel settembre dello stesso anno, 2007 (duemilasette), nella quale si può leggere:

Le elezioni legislative francesi sono state un modello di funzionamento istituzionale perfetto: i cittadini hanno scelto con il loro voto e hanno selezionato, in due turni, un Parlamento compatto in un contesto democratico equilibrato. E così per le presidenziali: chi ha perduto ha riconosciuto pochi minuti dopo le prime proiezioni il successo del vincitore. Il Presidente eletto ha invitato all’Eliseo il contendente per discutere i lineamenti della posizione che la Francia avrebbe portato al Consiglio europeo. Tra cinque anni i cittadini misureranno se gli impegni presi dalla maggioranza e dall’opposizione sono stati rispettati. Vediamo, nel caso francese, due aspetti. Uno è il funzionamento della legge elettorale e dei meccanismi istituzionali. L’altro è il senso di responsabilità nazionale delle forze politiche. Da noi tutto è frammentazione. Abbiamo, in questa legislatura, ben quattordici gruppi parlamentari. I partiti di governo sono dieci, più o meno altrettante sono le formazioni politiche che stanno all’opposizione. Ci vuole davvero poco per vedere quanto la legge elettorale irresponsabilmente approvata nella scorsa legislatura abbia favorito l’ingovernabilità del Paese.

Fu solo molto tempo dopo, a dimostrazione della tenacia e della profondità delle convinzioni del primo segretario del Partito Democratico, ed esattamente nel novembre del 2007 (duemilasette), che Veltroni, preso atto a malincuore delle peculiarità della situazione politico-culturale italiana, cambiò idea annunciando al popolo del Corriere che:

“I modelli elettorali non sono abiti che si prendono e si indossano; vanno calibrati sulle esigenze del Paese, sull’assetto istituzionale, sulla situazione politica. È possibile trovare insieme un modello che recepisca il meglio dei sistemi elettorali vigenti in Europa”.

E al popolo di Repubblica della necessità di:

“Un sistema proporzionale, senza premio di maggioranza, che riduca la frammentazione e dia la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti.”

Cioè un sistema proporzionale, senza premio di maggioranza, ma corretto da funambolismi tecnici cuciti su misura per i bisogni del nostro paese, ossia per le esigenze del Partito Democratico. I grandi giornali nulla hanno da dire su questa improvvisa conversione sulla via di Damasco del nuovo apostolo delle genti. Infatti questa proposta di legge elettorale altro non è che il segno della pace ritrovata tra il Partito del Corriere della Sera e quello di Repubblica, dopo le tensioni dovute alla pirrica vittoria elettorale di Prodi, che legò le sorti dell’azione del suo governo all’imprimatur dell’estrema sinistra. Fallita con l’operazione Casta l’offensiva scagliata a 360 gradi contro la politica, che doveva portare ad un governo tecnico che tagliava fuori sia l’estrema sinistra sia Berlusconi, il Partito del Corriere si è arreso all’ascesa di Veltroni. In cambio eccoti questo sistema proporzionale ma anche maggioritario che magicamente dovrebbe tagliare le ali ai partitini e premiare i partitoni. L’ormai campione del mondo honoris causa di lip service riesce a dire al Corriere questo:

“Si tratta invece di creare un nuovo bipolarismo, fondato sulla coesione e non sulla coercizione, sull’alleanza e non sul programma; e sull’alternanza tra forze che riconoscano reciprocamente la propria legittimità.”.

Mentre a Repubblica dice questo:

“Con il sistema proporzionale un partito si candida con un programma in base al quale chiede il voto e se su quel programma avrà ottenuto un consenso più ampio del proprio partito ci saranno altre forze che convergeranno, altrimenti ci sarà solo il partito” […] “è necessario passare dalle alleanze fatte prima del voto e con il programma fatto dopo, al contrario.”

Viene prima l’uovo o la gallina? La gallina o l’uovo? L’alleanza o il programma? Il programma o l’alleanza? Se siete confusi non preoccupatevi. I nodi della logica e perfino quelli della grammatica sono ben misero ostacolo per il disinvolto gran sacerdote della concordia oppositorum:

“Si fa un programma e su quello si verifica chi è d’accordo e chi lo è si presenta insieme alle elezioni cosicchè i cittadini votano quello sapendo qual è il programma e qual è l’alleanza”.

Le quadrature del cerchio dialettiche di Veltroni rappresentano simbolicamente oggi per davvero l’impossibilità per l’Unione delle Nomenklature di uscire dalla gabbia della conservazione: un gigantesco, generalizzato e folle esercizio di lip service e di wishful thinking ha cancellato ogni traccia di common sense. Cosicché, dopo la sceneggiata del liberismo di sinistra, adesso sui nostri schermi va in onda anche quella sul tema della sicurezza:

“…voglio fare un passo in avanti. Non può esistere una sinistra che non si faccia carico della sicurezza. Non può esistere una sinistra ignara che il problema riguarda innanzitutto gli strati più deboli, e attiene ai diritti fondamentali delle persone: il diritto di una donna a uscire di casa tranquilla, di un anziano a non essere aggredito, di un bambino a non essere molestato. Il centrosinistra deve salvaguardare questi diritti. E solo il centrosinistra può farlo”.

Il tutto, mentre nella realtà del territorio, cara alla sinistra, l’establishment sedicente liberale applaude la difesa dell’italianità pagata a carissimo prezzo dal Monte dei Paschi nella sua conquista di Antonveneta e applaude l’abilità, la virtute da capitano di ventura rinascimentale di Giuseppe Mussari, presidente dell’istituto senese, nonostante il tonfo in borsa dell’11% in una sola seduta. Così, tra gli applausi dell’Italia furbacchiona dei salotti buoni e dei giornali che contano, sembra essersi conclusa l’altanelante vicenda dell’istituto padovano, mentre un galeone spagnolo pieno zeppo di italiche monete d’oro fa rotta verso la penisola iberica.

Gli errori dello statista Veltroni

Il cordone sanitario steso dai media italiani attorno al meschino e machiavellico opportunismo di Veltroni nella vicenda di Tor di Quinto non basterà comunque a celare a molti il comportamento da perfetto politicante del sindaco della capitale. Per ambire ad un futuro di statista infatti Veltroni ha già commesso due grossi errori travestiti da due piccole furbizie tattiche utili solo per la politica da piccolo cabotaggio:

1) Ha ceduto immediatamente alla piazza mettendo sotto pressione il governo al fine di mostrarsi coram populo con in mano il decreto legge sulle espulsioni, del tutto estraneo alla dolciastra filosofia ecumenica veltroniana. Magari lui e i suoi corifei pensano ad un successo; agli italiani invece è arrivato il messaggio subliminale di un politico senza spina dorsale, pronto a piegarsi oggi così come in futuro. Se il decreto voleva ottenerlo, non doveva dare l’impressione di agire sotto la spinta dell’opinione pubblica.

2) Dopo aver per anni nascosto lo sporco sotto il tappeto, ha rilasciato spericolate dichiarazioni pubbliche che hanno offeso un paese sovrano ed ora nostro partner nell’Unione Europea e importante partner commerciale. Il raid razzista del giorno dopo è stato immediatamente preso a pretesto dal governo rumeno, che in qualche modo – per una questione di dignità – non poteva tacere, per togliersi parzialmente dalla scomoda posizione in cui si era venuto a trovare. Veltroni, non solo si è abbandonato a riflessioni tanto ovvie (a parte la pacchiana rivendicazione di Roma come città più sicura del mondo) quanto ridicole, visto il ritardo, come questa:

ROMA – Dura presa di posizione del sindaco di Roma e leader del Pd, Walter Veltroni, contro i flussi migratori incontrollati. ”Prima dell’ingresso della Romania nell’Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo”, ha detto Veltroni, commentando l’omicidio della donna aggredita a Tor di Quinto. “E’ un problema di natura politica. Ritengo che l’Europa debba chiamare in causa le autorità rumene’. ”Se si sta in Europa – ha sottolineato Veltroni – bisogna starci a certe regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese europeo all’altro’. (Agr)

ma lo ha fatto dandole istericamente e platealmente in pasto all’opinione pubblica. Veltroni dovrebbe sapere che la diplomazia, quella vera, non la liturgia del dialogo fine a se stesso che spesso lo vede luccicante protagonista, ha le sue regole, che impongono il rispetto dell’interlocutore, anche e soprattutto quando si agita un nodoso bastone sotto il tavolo.

Il Suslov del Partito Democratico

Al solito lungo e sciatto, l’ultimo editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica dimostra come, al di là delle cosmesi lessicali, lo spirito del giacobinismo pervada ancora profondamente la cultura della sinistra italiana. Verso la fine si lascia andare a considerazioni il cui tono intimidatorio ricorda i momenti più gloriosi della Pravda di Suslov:

Sono stupefatto delle reazioni scomposte del direttore di “Liberazione” e di Rossana Rossanda sul “Manifesto” contro il decreto e contro il sindaco di Roma che l’ha chiesto con doverosa perentorietà. “Fa schifo, è un documento fascista” ha scritto Rossanda. E Sansonetti: “Con la destra fascista sono disposto a discutere, con Veltroni no”. Queste non sono legittime e motivate manifestazioni di dissenso, ma insulti emotivi che derivano da una totale misconoscenza della situazione e dei pericoli gravi che essa comporta. […] Vedremo alla prova come si comporteranno le forze politiche. Quelle di sinistra estrema e quelle dell’opposizione. Hanno esordito tutte e due male. L’opposizione ha addirittura aizzato lo squadrismo anche attraverso i titoli e i testi dei giornali berlusconiani. Non si comportano così le persone che hanno a cuore gli interessi del paese, specie se rivestono incarichi pubblici rappresentativi. Hanno tempo e occasione per ravvedersi e ci auguriamo vivamente che lo facciano.

Se si tiene in mente il titolo di questo editoriale, “Delinquenti o squadristi, tolleranza zero”, abbiamo qui un perfetto esempio della mentalità dell’uomo di Partito, quando questo coincida con lo Stato e con il Potere. Infatti non diversamente hanno parlato, a loro tempo, i Prefetti della Fede Marxista di quei partiti comunisti che nel secolo passato distinguevano fra un nemico esterno, i fascisti, e un nemico interno, i “frazionisti”, molto spesso “trozkisti”; questi ultimi, naturalmente, “oggettivamente” colpevoli di collaborazione col nemico. E in più in questo caso i primi, i fascisti berlusconiani, “oggettivamente” mandanti degli squadristi, e i secondi “oggettivamente” complici dei delinquenti. Nel mezzo stanno il Partito, oggi quello “Democratico”, e il suo Leader senza macchia, ai quali non si può rimproverare alcuna mancanza. Così, per il Profeta della sinistra democratica italiana, nel XXI secolo, se la realtà è brutta, è colpa ancora una volta di oscuri Sabotatori. I quali non si illudano: non sfuggiranno agli artigli della giustizia rivoluzionaria, e democratica.

Sergio Groucho Romano Marx

Con la sua improvvisa conferenza stampa in Campidoglio, mentre cominciava a diffondersi la notizia di un efferato delitto in una baraccopoli romana, Walter Veltroni ha segnato parecchi punti. Ha deviato le frecce che avrebbero fatto di lui, sindaco di Roma, uno dei bersagli preferiti dell’indignazione popolare. Ha dimostrato, come leader del Partito democratico, di essere sensibile alla domanda di sicurezza che sale dal Paese. Ha dato un colpo di frusta alla politica nazionale e ha costretto il governo a trasformare in decreto, con effetti pressoché immediati, quello che era in origine soltanto un disegno di legge. Ha preceduto il centrodestra, costretto a rincorrerlo affannosamente. (Sergio Romano)

Ma non solo, illustre Ambasciatore Romano. Io direi di più:

La mente ricerca invano nel passato recente, e invero a fatica anche tra i luminosi esempi del passato, l’accecante e quasi geometrica bellezza di questo operoso, attivo, armonico procedere dell’uomo politico nella matura pienezza delle sue facoltà, quando all’energia vivificatrice e creatrice si accompagna l’esatta misura, quando la tranquilla e rispettosa determinazione trova il suo fondamento costruttivo nella chiara visione delle cose, non accecata dal settarismo ideologico, né frenata dalle ubbie farisaiche di un moralismo opportunista, ma ferma nella superiore coscienza dei pilastri costituzionali che reggono l’edificio sociale e che l’uomo delle istituzioni deve possedere al massimo grado, in modo che l’azione dell’autorità non prenda, come in un passato non troppo lontano, le sembianze devianti e inquietanti dell’arbitrio, ma si innesti nella logica di condivisione democratica del percorso formativo permanente dell’inclusione interetnica e intergenerazionale della cultura della legalità, sia nel concreto della realtà del territorio sia nell’area polisignificante della pluralità mediatica virtuale, oggi mirabilmente testimoniata da questo per noi italiani primo e adulto manifestarsi dell’Autorità Democratica, una risposta forte che nella sua dolce e benigna violenza c’investe tutti, frastornati ma felici, come un vento fresco, messaggero delle fragranti primizie di una nuova stagione politica e di una rinnovellata patria, orba finora di un grande e giusto Timoniere che sapesse condurci con saggio consiglio fuori delle secche dell’infecondo, chiuso e cieco populismo di pizzicagnoli e bottegai, alimentato a loro danno, pregiudicandone le pur giuste ragioni, dagli avventurieri senza scrupoli usciti nella nostra storia recente da un pozzo melmoso di oscure ricchezze e di oscure relazioni con pezzi devianti/deviati dello Stato, un mondo in queste ore spiazzato, mai come prima d’ora, dalla serena saldezza di un’autentica serietà di governo, tanto graniticamente coesa nella certezza degli effetti positivi della propria azione, quanto democraticamente aperta alla concertazione plurimodale con la società civile, ivi comprese le frange di disagio e le aree di marginalità etnica e sociale e le loro espressioni di significatività politica e culturale, che trova nel primo cittadino e primo servitore della capitale un protagonista, crediamo, di rara statura internazionale. (Groucho Zamax)