Il contastorie del Novecento

Chi per disgraziata avventura sperimenti la lettura di un libro di Enzo Biagi, riterrà sicuramente quel non proprio esaltante retrogusto di minestra più volte riscaldata che ogni pagina emana con spietata metodicità. L’uomo dall’ingegno non esattamente multiforme, che molto errò per il vasto mondo e di molti uomini conobbe la mente, scrisse decine e decine di libri: nessuno memorabile. Queste decine di libri si compongono di molte centinaia di capitoli: nessuno memorabile. Queste centinaia di capitoli si compongono di molte migliaia di frasi: nessuna memorabile. In questa ostinata, infallibile, disumana mediocrità l’uomo fu veramente straordinario e veramente degno di essere ricordato. Non vogliategliene. Egli non scrisse mai per la fama imperitura; motteggiava da vecchio saggio per un pubblico da rimpatriate alcoliche di bocca buonissima. Non c’era veramente niente da capire. Per questo tutti lo capivano. Il cronista del Novecento incrociò i propri occhi con quelli di tutti i potenti della terra dominandoli dal basso della sua schietta umanità popolare e ce li condusse graziosamente al guinzaglio sulla soglia della nostra casa, nel nostro tinello, a bere il chinotto che la mamma teneva in serbo per i giorni di festa e che macchiava immancabilmente il centrino ricamato dalla nonna.

Avendo servito con prudente mestiere, gli fu rilasciata volentieri, da sedimentati poteri politici e culturali, la patente di giornalista libero. Se la meritò combattendo da par suo epiche battaglie civili: scrollando la testa da vecchio partigiano di quelli di una volta, quelli buoni, quelli nel cui petto ardeva fin da balilla il fuoco della ribellione democratica; e all’occasione sparando giudiziosamente e senza acrimonia sulla Croce Rossa: il governo collaborazionista di Tambroni, il socialtraditore servo degli amerikani Saragat negli anni sessanta, il ladruncolo socialfascista Craxi negli anni ottanta. Le promozioni sul campo del conformismo avvenivano sempre sotto il manto della disgrazia: amoveatur ut promoveatur. Sul finire della vita, ancora una volta alla RAI, un destino troppo benigno gli fece incrociare le armi con l’uomo politico meno vendicativo della storia: Silvio Berlusconi. Avendo perso i riflessi giovanili non capì subito l’eccezionalmente favorevole concorso di circostanze. Qualcuno discretamente lo illuminò: allora, trasfigurato dalla beatitudine, intravide l’aureola del martirio.

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26 thoughts on “Il contastorie del Novecento

  1. Nel tuo impietoso ritratto c’è del vero.
    Personalmente non ho mai condiviso la venerazione, ma nemmeno il gradino sotto, l’ammirazione, che gli tributavano quasi universalmente.
    Anzi, la sua cieca ostilità verso il berlusca mi fece intravedere che non era assolutamente capace di intravedere niente di positivo nell’unico vero uomo nuovo da decenni. Il che – per la verità – è una dote assai rara in Italia. Si dà il caso, tuttavia, che per me sia anche uno dei criteri da adottare per giudicare le opinioni della gente e dei giornalisti sulla politica e sul futuro di questo Paese.

  2. (Oddio, di nuovo il template… )

    Il profilo psico-attitudo-intellettuale di Biagi che delinei non fa una grinza, direi. La coda di paglia dei maestri di conformismo è pari solo alla mentalità ristretta che li accompagna a miglior vita: sembra quasi che la vecchiaia sappia solo causare irrigidimento nelle categorie di giudizio adoperate dai soloni nostrani. Se pensi agli insulti del tempo a una mente brillante come quella di Montanelli (altro che Biagi… ) o, su tutt’altro fronte, del mio amato Tolkien (in età avanzava le diceva belle grosse pure lui).
    Se poi già da giovani non ci si schioda dall’aurea mediocritas dello scrivano diligente, la maturità non fa che cristallizzare certi limiti.
    Dico un nome di giornalista anzianotto ma alive & kickin’: Alberto Pasolini Zanelli. Scommettiamo che i coccodrilli, nel suo caso, latiteranno o, peggio, accumuleranno giaculatorie di circostanza?

  3. @ Vincenzillo
    Beh, sono stato assai cattivo. Ho resistito per qualche giorno. Poi l’articolo del Corriere ha fatto traboccare il vaso…

    @ Ismael
    (Oddio, lasciami divertire… )

    Succede così: alla sera mi metto davanti al computer, comincio a rimuginare un trattato che passi alla storia come l’ultima parola definitiva su Hobbes e su Locke, su giuspositivismo e giusnaturalismo, o quanto meno un articoletto intelligente e profondo che suggelli la magnifica serie di interventi del trio delle meraviglie Movimento arancione-Ismael-Libertyfirst, e intanto giochicchio come un drogato con i templates. Questo esercizio infantile sfibra piano piano anche la volontà di scrivere qualcosa di serio, così alla fine ripiego sulla facile polemica, spero almeno sapida per il magnanimo lettore.
    Quanto al cambiamento di template, questo è l’ultimo della serie. Nel senso dell’ultima sigaretta di Zeno Cosini…
    Ma sai che nei tuoi post dovresti usare di più la bella, esatta ed elegante naturalezza dei tuoi commenti? Anche se non è un impresa tanto facile farla indossare alla recalcitrante sottigliezza del tuo argomentare?

  4. @ Zamax

    1) Di solito è la goccia che fa traboccare il vaso.
    2) L’ultima parola definitiva? Perché, c’è anche la penultima?
    Caro giovinotto, anch’ella, come Omero, ogni tanto sonnecchia.

    Enzo Biagi

  5. ho sempre pensato a Biagi come alla quintessenza della mediocrità. Fin da ragazzo, quando vedevo i suoi libri allineati in biblioteche di case in cui nessuno leggeva alcunchè ma tutti ostentavano una qualche affinità con i grandi di turno. Poi ho saputo della schiera di collaboratori che compilavano i suoi prossimi successi, dei due miliardi e passa annui che nel 90 riceveva solo per i diritti d’autore, delle omissioni sistematiche delle nefandezze totalitarie comuniste di cui erano infarciti i suoi reportage. Della sua stessa omissione, quella del tripudio fascista, degli stilemi della critica socialnazista con cui compilava i suoi scritti nel ventennio.
    Negli ultimi anni ci ha svelato il volto di un uomo che, osannato dal potere, pensava di farne parte integrante non comprendendo quel senso del limite e della misura di sè che è dolce viatico alla fine della vita, che è affratellamento con la morte nell’ironia del presente, che è la sola misura dei grandi. condizione a cui decise, fin da giovane, di non appartenere.

  6. Beh, dai, nella mia noticina sull’ipotesi di riforma degli ordini professionali ho evitato di “ricompormi” troppo. E’ solo che l’hobby dell’affabulazione richiede quantomeno l’abito della festa. 😉
    Avrei tanto voluto leggere il tuo suggello alle nostre modeste riflessioni su Hobbes/Locke…ritagliati le mezzore necessarie alla bisogna!
    E quando scegli un template sii virile, tieni quello!! 😀

  7. @ fg
    Ciao fg. Ogni tanto ti fai sentire. L’ “inschiodabile” aurea mediocritas di cui parla Ismael si era talmente inacidita da diventare davvero la “quintessenza” della mediocrità. L’uomo era diventato una caricatura: del bravo e buono partigiano, del bravo giornalista, del saggio nonnetto ecc. ecc. La qual cosa diventa leggermente oscena quando ci si avvicina “sul serio” all’uscita di scena da questa vita.
    Ha vissuto mai veramente Enzo Biagi?

    @ Ismael
    Per il suggello c’è qualche possibilità. Qualche.
    Per la virilità nessuna, almeno per un bel po’. Nell’animo son filosofo, ma vado ancora a scuola. E me la prendo pure comoda.
    Vivrà mai veramente Zamax?

  8. Dinanzi a tanta adorabile perfidia io non resisto!
    Chiedo licenza di estasiarmi 5 minuti…….

    Ricomponendomi, e venendo al dipartito, il suo vero crimine è stata la sua prosa.

  9. Zam, ho visto che hai fatto visita ancora all’antro satanico di Malvino. Ma stavolta hai scelto il tono giusto. In breve, ti ci sei pulito il culo con le sue sinistre fesserie. Tutto bene, dunque, eccetto che “pulirsi il culo con le tentazioni del diavolo” è espressione, ahimé, di Lutero.

  10. A proposito della prosa di Enzo Biagi. Mi fa venire in mente il suono dell’orchestra di Glenn Miller come definito da Gunther Schuller: avere due o tre colori estremamente caratterizzanti e riconoscibili non fa uno stile. Lo stesso per la prosa di Biagi (con tutto il rispetto per l’ottimo prodotto commerciale di Glenn MIller, che almeno aveva l’onestà di proporsi per quel che era: una ottima orchestra da ballo).

  11. @ GMR
    Ho peccato cinque volte (non di più) e cinque volte mi hai beccato: e sì che lavori dalla mattina alla sera e sei in giro tutto l’anno! Mmm…
    Stavo però per peccare una sesta volta. Avevo già in testa il commento N° 2, firmato “Il zuccezzore di Zan Pietro”:
    “Carizzimo fratello, questo zignifica: uomo affizato, mezzo zalfato!”
    Lo zcrifo o non lo zcrifo? Mi za che lo zcrifo.

    In fondo, ad essere proprio sincero, un pochettino mi sento in colpa per aver trattato così duramente il cronista del secolo breve. Così ieri son andato alla ricerca di qualcosa scritto dal grande giornalista per assolvermi.

    Gli ultimi tuoi scritti sono stati stimolanti per uno come me, come puoi ben immaginare. Emozione e ragione, mente e anima, cavalli bianchi e neri ecc. Vale quello che ho scritto sopra per Ismael. E sarò anche un po’ noioso. Come disse qualcuno – prima di Biagi – : tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare! Già avevo in mente un trattatello (trattatello? ma che cacchio dici Zamax?) sull’ “emozione”. Poi non ero proprio d’accordo sulla “disumanità” dello stoicismo, almeno quello di Seneca, ad esempio… (i puntini, caro Erasmo, ogni tanto ci possono stare)…

    Ma lo zcrifo o non lo zcrifo?

  12. Caro Zam, uno sguardo a Malvino lo do tutti i giorni. Non mi incensare troppo, preferisco lo Zam che, sul mio sito, mi deride definendo i miei appunti dei temini di liceo. Oppure, in realtà, mi deridi quando mi elogi?

  13. @ GMR
    Visto? A peccati sono arrivato al numero 7. Mi sono anche trovato spiritoso.

    Temini di liceo? Non mi ricordo proprio un simile accostamento. Forse il tono poteva qualche volta suggerirlo? E’ che mi prendo volentieri qualche libertà quando sento dall’altra parte mancanza di suscettibilità.
    E la mancanza di suscettibilità è segno di virilità.

  14. Allora c’è qualcuno che sul mio sito si firma con il tuo nome (sia pure abbreviato: Zam). In ogni caso, una delle ragioni per le quali continuo a scrivere il mio blog è proprio la possibilità di espormi alla derisione e addestrarmi a tollerarla. Una buona ginnastica.

  15. @ GMR
    Lo deduco dall’asciutta, controllata energia di quel “, bravo!”, dove la virgola è molto importante perché è una sospensione che, seppur brevissima, da sola crea la scena del delitto. Una stilettata delle sue. Che fosse un suo antenato colui che tentò di accoppare Paolo Sarpi?

  16. Invece a me questi cambi continui di template piacciono. Mi danno l’idea della giovinezza. Immagino Zamax giovane e intelligente. Io mi sento sempre più vecchio e rimbabito.

  17. @ GMR
    Meno le cose sono importanti e più ondeggio.
    Più crescono d’importanza e meno ondeggio.

    Sono un ultraquarantenne che nel portamento e nell’aspetto conserva ancora qualcosa di adolescenziale e di incompiuto. Un arcisuperbamboccione come neanche Padoa Schioppa potrebbe immaginare in his wildest dreams.

  18. Zam, avevo scritto “giovane”, non adolescenziale. Zamax ultraquarantenne un po’ mi sorprende. Adesso scoprirò che Ismael è un ultrasessantenne.

  19. @ GMR
    Le solite mie esagerazioni. Le solite mie spacconate. Vedi che c’è qualcosa di immaturo?

    Ismael è un ultraventenne di rare intelligenza, capacità e serietà (non seriosità). E’ curioso che io alla sua età mi fossi già confermato molto schematicamente nel pensiero che in qualche modo si può evincere dai post di questo mio blog, ma per il resto ero un vero bambino, non ingenuo ma inesperto di tutto.

    Ma anche tu sei un giovanotto. Non è che coltivi un po’ troppo amorosamente la tua “vecchiezza”? Fino a diventarne geloso?

    E non è che Zamax coltivi un po’ troppo amorosamente la sua fanciullaggine?

    Caro GMR, ricomponiamoci vicendevolmente ad una più salda maturità, ché sennò il superstite della Pequod si vergogna di noi.

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