Alea iacta est

Innanzitutto un rimpianto. Per il fatto che la CDL non abbia saputo attendere con pazienza il momento della vittoria. La sinistra era un cittadella assediata da prendere per fame. Il partito dell’immobilismo che il governo Prodi incarnava era sceso al livello più basso di popolarità che la storia recente d’Italia ricordi. Il cicaleccio sulle miracolose riforme elettorali e istituzionali, le poderose offensive mediatiche contro tutta la casta politica, le leggende metropolitane sui liberismi di sinistra, che istituzioni, politici e giornali ci riservavano ogni santo giorno, servivano solo a stendere un velo semiassolutorio sull’impotenza dell’attuale maggioranza. Era solo questione di tempo. Se l’azione del governo fosse continuata non al riparo della cortina fumogena del dibattito sulle riforme ma sotto i riflettori dell’opinione pubblica, anche il celebrato nuovo segretario del novissimo partito democratico sempre della sinistra si sarebbe dovuto esporre e fatalmente sarebbe stato coinvolto nel pantano del governo Prodi. La strategia berlusconiana era giusta: nessuna mano tesa alla sinistra. Prima o dopo il redde rationem sarebbe arrivato. La gente stava constatando palpabilmente la differenza sostanziale tra il cammino difficoltoso ma sensato del governo Berlusconi e l’arroccamento delle forze conservative del paese che il governo Prodi rappresenta e di cui Romano Prodi è il sensale. E l’operazione di smarcamento dall’esecutivo attuata clamorosamente dalla Confindustria montezemoliana , e con più tatto dal PD veltroniano, avrebbe rivelato sempre più il suo carattere opportunitisco, vista la contrarietà a nuove elezioni.

Finora è stata proprio l’attitudine tiepida degli alleati, dovuta non solo all’ambizione personale ma anche al loro profilo psicologico di insiders della politica italiana, a costringere l’outsider Berlusconi a tener vivo il sentimento unitario del popolo del centrodestra con dichiarazioni ad effetto; ma ora che i poco combattivi generali dell’armata berlusconiana si sono abboccati col nemico, è stato giocoforza per Berlusconi passare il Rubicone, buttando sul tavolo della partita per la conquista del potere politico nel nostro paese tutto il peso di una leadership carismatica che va ben oltre i limiti di Forza Italia e scommette sulla sovranità limitata di Fini e Casini sui rispettivi partiti e soprattutto sugli elettori di AN e UDC. Ci sono voluti quindici anni, ma ora siamo davvero all’uno contro tutti, e quel che è certo è che in vista della battaglia finale Giulio Cesare Berlusconi potrà contare sul grosso delle sue legioni. Grazie all’effetto drammatico di questa ridiscesa in campo, che ha messo sotto pressione i capi tribù alleati costretti ora a scegliere tra la sottomissione a Berlusconi e il rischio di perdere i propri eserciti, qualche nervosismo comincia a serpeggiare anche nell’Urbe dove l’immagine edulcorata dell’amor et deliciae generis humanis del XXI secolo rischia col tempo di sovrapporsi insensibilmente passo dopo passo a quella del grigio Prodi quale garante dello status quo. Cambiata la situazione, Berlusconi, rimangiandosi con disinvoltura e decisione un bel po’ di parole spese in passato a favore del sistema elettorale maggioritario e facendo un po’ il verso alle giravolte di Veltroni, allo scopo di stanarlo ha offerto la sua disponibilità a discutere su una legge elettorale proporzionale non machiavellica che ci porti fuori da questo bipolarismo: da questo, non dal bipolarismo tout-court. E poi si vada alle elezioni.

E apriamo una parentesi. L’Italia, com’è noto, è il paese delle parole in libertà. Se si guardasse semplicemente al significato letterale delle parole, si scoprirebbe ben presto che i discorsi che si fanno sono al novantanovepercento senza senso. Tanto per dirne una: neanche l’attuale sistema elettorale è maggioritario, bensì proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato. Nel voto per la Camera dei Deputati in pratica l’attuale sistema ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito. Un sistema siffatto non ha assolutamente niente a che fare con lo spirito del sistema maggioritario, che vuole che tutti gli eletti vincano la loro personale battaglia. Sia col lambiccatissimo meccanismo fifty-fifty messo a punto dai professorini di Veltroni, sia con l’assai più chiara e schietta legge elettorale partorita da un eventuale successo del referendum Guzzetta, rimarremmo fondamentalmente sempre nell’ambito culturale del sistema proporzionale, corretto, o meglio, alterato più o meno drasticamente in modo da limitare la frammentazione partitica e premiare le formazioni più forti. Ma non è piuttosto illusorio e frutto di un residuo di mentalità costruttivista pensare di risolvere mediante espedienti tecnici problemi culturali che ci portiamo dietro dalla fine della seconda guerra mondiale?

Se intendiamo per bipolarismo la presenza in un paese di due grosse formazioni di diversa ispirazione politica, diciamo a spanne – e all’europea – socialdemocratica e liberale, ma entrambe saldamente democratiche e quindi entrambe opzioni di governo praticabili, possiamo vedere che ciò si realizza nel continente europeo indipendentemente dai diversissimi sistemi elettorali dei singoli stati. Senza neanche parlare della vecchia e ricca Europa occidentale – e annotando tra parentesi come anche nelle nazioni di più recente tradizione democratica di quella stessa vecchia Europa, vale a dire la Spagna (Partito Popolare e Partito Socialista), il Portogallo (Partito Socialdemocratico, conservatore a dispetto del nome, e Partito Socialista) e la Grecia (Nuova Democrazia e Partito Socialista) lo schema classico bipolare si è rapidamente realizzato – noi ci accorgiamo che pure lo sviluppo dell’Europa una volta chiamata dell’Est testimonia questo fenomeno.

In Italia il bipolarismo era virtuale e continuerà ad essere virtuale fin quando gli eredi non pentiti del comunismo continueranno a essere parte integrante e imprescindibile della sinistra italiana. Per il momento, qualunque sia il sistema elettorale scelto, esso non impedirà la formazione di una robusta minoranza veterocomunista, una Izquierda Unida numericamente necessaria alla sinistra per poter aspirare al governo. E’ ovvio che la formazione di un sedicente centro formato dai vari Montezemolo, Casini, Pezzotta, Mastella, Monti ecc., sostenuto dalle corazzate della grande stampa ma esso stesso espressione di nomenklature economico-finanziarie, non potrà che essere strategicamente propedeutico alla ricomposizione di una sinistra sgravata infine della zavorra massimalista; e nel migliore dei casi non potrà che nascere da questa simbiosi un allargato partito democratico ispirato ad un aggiornato, riverniciato statalismo. Che Veltroni può ragionevolmente sperare di guidare al prossimo appuntamento col voto. Nel frattempo però gli scontenti e i disillusi andranno ad ingrossare le file dell’outsider Berlusconi mentre la prolungata agonia del governo Prodi, che il segretario del Partito Democratico dovrà per forza sostenere fino a che i tempi saranno giudicati maturi, finirà per gettare un’ombra di vecchiezza – e di verità – sull’uomo nuovo della sinistra.

Quand’anche con la consumazione del matrimonio col centro dei salotti buoni Veltroni riuscisse a liberarsi dei comunisti di nome – perché l’anima dei comunisti di fatto resiste alla grande anche nel neonato PD, come dimostra la rinnovellata e tempestiva corresponsione d’amorosi sensi tra la magistratura milanese e il foglio principe dei giacobini italiani – egli rimarrebbe pur sempre lo splendido cerimoniere di un’alleanza tra poteri consolidati attorno ai quali gravitano vaste clientele e burocrazie, mentre Berlusconi scenderebbe dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una rivoluzione liberale avrebbe molto meno da perdere.

Ora che la pianura di Farsalo comincia a distinguersi all’orizzonte, resisteranno i nostri liberali mangiapreti & clericali alla sempiterna tentazione di rinchiudersi nelle loro chiesuole e riusciranno finalmente a solidarizzare pragmaticamente in una massa critica significativa ed influente all’interno dell’unico schieramento che abbia un futuro?
(Ciò detto, naturalmente io duemila anni fa sarei stato, nonostante tutto, dalla parte della vecchia e corrotta aristocrazia senatoria repubblicana.)

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15 thoughts on “Alea iacta est

  1. Tu sei fazioso e questo oggi e’ un merito che condividiamo in pochi.
    Da un punto di vista concreto questa tua affermazione e’ opinabile:
    “La strategia berlusconiana era giusta”.
    I fatti dicono di no.
    Ora quel che riuscira’ a combinare Berlusconi si vedra’.
    Quel poco di liberal che era ancora con Berlusconi si e’ dissolto con l’uscita di Adornato. Escono i liberal ed entra “La Destra” di Storace che di liberal non ha nulla per definizione e di moderato ancora meno.
    La virulenza dello scontro con Fini e Casini e’ ormai a livelli tali da escludere ritorni ( a meno di mettere su una vera e propria
    sceneggiata napoletana con Mario Merola che scende dai cieli e officia)
    e a livelli tali da assicurare molti voti ‘contro’ in Parlamento li’ dove si dovessero regolare materie delicate per il Cavaliere come quelle delle riforme istituzionali, riassetto televisivo e pubblicitario o conflitto d’interessi.

    In definitiva io la vedo nera per lui. Fermo restando che come gia’ sottolineato da alcuni commentatori, e com’e’ noto, Berlusconi ha poco da perdere. Se non vince dovra’ deglutire una sconfitta (e non sarebbe la prima volta) ma per il resto vivrebbe sonni tranquilli. Da sconfitto lo tratterebbero meglio.
    Se eccezionalmente vincesse le elezioni, con quella che io considero una armata brancaleone, di fatto avrebbe un ostracismo continuo da parte di tutti i poteri italiani tale da rendere di fatto il Paese ingovernabile.
    Questo perche’ non vale l’assunto berlusconiano(..e non solo..anche bolscevico) secondo il quale la democrazia si riduce al numero di voti in virtu’ dei quali fai quello che ti pare e piace.
    Li’ dove il maggioritario ha attecchito il potere del governo e’ limitato da norme non scritte di rispetto delle prerogative dell’opposizione. Noi viviamo un far west politico e finche’ Billy The Kid Berlusconi non sara’ cacciato dal villaggio gli altri bravi non avranno pace.

  2. p.s. Varra’ sempre per me questo giudizio intercettato quindi libero da condizionamenti che ha dato la fida assistente Bergamini.

    “Comunque sta dimostrando di essere vivo e soprattutto di avere coraggio… II problema semmai è nelle cazzate che è capace di dire, e forse era il caso di prepararsi meglio!!”

    🙂

  3. Sul punto io ho gli stessi sentimenti di Enzo Reale: Berlusconi ha fatto bene, pur avendo dubbi che sia la cosa giusta.

    Ha fatto bene a dire agli “ini” che lui è lui, e loro non sono un cazzo.
    Ho molte preoccupazioni però che il nuovo sistema politico che ne verrebbe fuori conservi ai centristi o alla sinistra pura un’indispensabilità ai fini della formazione di un governo.

    A meno di non prevedere sbarramenti molto alti, il 6% almeno. E però io non ce lo vedo proprio questo Parlamento ad approvare una cosa del genere.

    C’è anche la possibilità che provino a bollirlo a fuoco lento, senza concedere le elezioni per lungo tempo. Magari con nuovi governi “istituzionali”, non bisogna dimenticare chi c’è al Colle.

    P.S. – E così due millenni fa ci saremmo trovati su campi opposti.
    Buon per te che avresti potuto sicuramente contare sulla leggendaria clemenza di Cesare. Esaurì la pazienza solo un po’ di tempo prima di Munda.
    Clemenza che fu, bisogna dirlo, la causa principale del suo assassinio.

  4. @ Zagazig
    La strategia era giusta perché tutte le chiacchiere sulle riforme erano una cortina fumogena per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla glaciazione conservativa impersonata dal governo Prodi. Respingere gli abboccamenti con la maggioranza serviva appuntare per dissipare questa cortina fumogena. Nel cono d’ombra di questo immobilismo piano piano stavando cadendo i nuovi damerini Veltroni e Montezemolo, che oggi mendica applausi difendendo la sovietica “concertazione”. A questo è arrivato il suo fallimento. Le gazzette applaudono ma tra il popolino qualcuno comincia a grattarsi la testa e a vedere la nudità del Re di Viale dell’Astronomia.
    “Se eccezionalmente Berlusconi vincesse le elezioni” non sarebbe a capo di un’armata brancaleone ma di un’armata rivoluzionaria formata ormai da un elettorato di induriti veterani, che ha perso per strada i tiepidi per la causa.
    “L’ostracismo di tutti i poteri italiani” contro un suo eventuale governo ci dice con chiarezza da che parte sta la democrazia e da che parte sta l’oligarchia.
    Solo con la vittoria “definitiva” di Berlusconi si aprirebbe in Italia una nuova stagione per la sinistra, libera infine di ricomporsi naturalmente attorno ad un progetto onestamente socialdemocratico, che tagli le radici con l’eredità comunista e non si avventuri nell’arida avventura tecnocratica del Partito so-called Democratico.
    In quanto alle cazzate, ci sono queli che le dicono – come l’impareggiabile gaffeur di Arcore -, e ci sono quelli che non le dicono mai – come gli inappuntabili Follini, Casini, Amato & C. – ma le fanno, e alla grande.
    In quanto alla purezza liberale, quella è una cosa libresca. I grandi partiti sono come fiumi dalle acque melmose.

  5. @ Maedhros
    Beh, hai ragione. In fondo il post è una specie di urlo guerresco, perché ora è il momento di farsi coraggio. Non sono tuttavia d’accordo sulla bollitura a fuoco lento. Non so se sarà Berlusconi a far crollare le mura di Gerico, o se egli sarà solo il traghettatore del popolo del centrodestra alle porte della …terra promessa. Sono del parere che a dispetto delle tensioni politiche ai vertici la base elettorale del centrodestra si stia solidificando e stia per strada raccogliendo un sempre maggior numero di scontenti. Anche se dovesse governare per altri due-tre anni la sinistra di Prodi o quella di Veltroni o quella di un governo istituzionale benedetta dai Montezemolo & C., essa sarebbe sempre condannata all’immobilismo, che non dipende solo dalla sinistra estrema.

    Eh, Cesare offriva generosamente clemenza … in cambio della servitù. Anche se nell’altro campo erano ben pochi gli idealisti naturalmente. La forma repubblicana della città-stato era ormai incompatibile con gli immensi territori conquistati dai Romani. La forma imperiale permise a Roma di perpetuare la sua civiltà per secoli e di mettere il suo sigillo per sempre nella storia del mondo, ma significò anche la degenerazione della sua vita politica. L’Impero amministrò le conquiste della virtuosa Repubblica. Un po’ come nel mondo economico grandi famiglie di banchieri o di “capitalisti”, dopo qualche generazione di attività negli affari, convertono la propria ricchezza in un immenso patrimonio immobiliare, che se mette da una parte fine allo splendore dell’intraprendenza economica, dall’altra parte ne assicura la continuità per secoli e secoli.

  6. Ma non so…nel bene e nel male il Governo Prodi ha dato ampia dimostrazione della sua essenza mi sembra senza bisogno di sottolineature. Ti ricordo che l’aspettativa di vita media di questo governo all’indomani del voto per l’elettore del centrodestra era pari a sei mesi. A sentire i leader-s dellla CDL di allora (solo un anno e mezzo e sembra un secolo) anche meno. Invece il governo governa ancora e la Cdl non esiste più.
    Non penso ci sia da fare una riflessione masochista su questo ma per quanto Berlusconi sia uscito bene da questa storia ascoltare come sia lui che i suoiex-alleati quotidianamente si sputtanano (pardon per il francesismo) a vicenda non penso sia favorevole al cammino politico nè degli uni nè degli altri. E non penso che immagine migliore la possano dare Storace e la Santanchè.
    Il fatto per me è che constatate le reciproche miserie quelle del cxs sono da tempo sotto gli occhi di tutti evident e palesatei. Quelle del centrodestra scoppiano adesso e sono retroattive. Non è che da fiducia agli elettori ascoltare il leader massimo del cdx rivedere solo oggi e molto criticamente il suo governo (quello famoso dei 5 anni) mentre i suoi ex alleati descrivono solo oggi e virulentementegli gli errori e i difetti del premier.
    Almeno da noi il dibattito è a cielo aperto… 🙂 …

    p.s. …che noia la socialdemocrazia…e in effetti per i numeri.. Berlusconi che corre da solo rischia di diventare un dittatore. Meglio un oligarchia allargata.

  7. zamax, condivido il tuo rimpianto per la mancata coesione del centrodestra. Ma purtroppo era nell’aria da tempo: sentirsi già la vittoria in tasca ha anticipato la spartizione del bottino non ancora raggiunto…

    Altra cosa che condivido è la speranza che l’ostracismo prevedibile in caso di vittoria – e già messo in atto nei bei tempi andati – prima o poi aiuti a fare chiarezza una buona volta su chi in Italia rappresenta davvero l’oligarchia e chi invece la democrazia.
    (A dir la verità mi era sfuggito il reinnamoramento dei magistrati milanesi con la corazzata dell’odio. Tu quando l’hai visto?)

    Sai già che condivido anche le riflessioni sulla necessità di rimettere in campo la sua leadership carismatica e sugli effetti che ha provocato. Alla gente ha detto: “io sono vivo, e gli altri?” Ai suoi alleati ha detto: “o contro di me, o sotto di me”. Ci voleva.

    Sull’attuale sistema elettorale, che “ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito” invece mi chiedo: è stato solo un errore tattico rimediabile metterlo su – visto che non si è vinto lo stesso – o invece un errore strategico, visto che ci ha messi nella merda probabilmente per tanto tempo (e qui condivido il pessimismo di chi dice che è impossibile che questo governo voti lo sbarramento al 6%…)?

  8. Eh, Cesare offriva generosamente clemenza … in cambio della servitù.
    ————————————————————————

    Mah, a quel punto sempre di servire si sarebbe trattato. Meglio servire un Grande, allora.
    L’irragionevolezza stava tutta dalla parte degli Ottimati in quella vicenda.

    La virtuosa Res Publica aveva finito con l’affidarsi a gente che non s’è fatta scrupolo di assassinare colui che più e più volte gli aveva salvato la vita.
    E la clemenza per un vincitore non è un obbligo.

    La Res Publica era già morta, sotto i colpi della dittatura della maggioranza (d’assemblea), che è la bestia più feroce ed ottusa che una Comunità può trovarsi ad affrontare.

  9. @ Zagazig
    Berlusconi doveva supplire a quel bombardamento a tappeto di ogni entusiasmo del popolo del centrodestra costituito dalla “politique politicienne” (scusa il francesismo) dei suoi alleati. Alla fine, ma proprio alla fine, quando il limite (nei fatti, non nelle parole) è stato superato, li ha mandati al diavolo. C’è una grandissima differenza tra la sinistra e la destra in Italia: che la prima è divisa al vertice (che sta unito precariamente solo per questioni di potere) e divisa ancor di più alla base; mentre la destra è divisa al vertice ma non alla base.
    Un “bel” partito socialdemocratico, perfino zapaterista, ma non comunista o giacobino o interfaccia delle nomenklature, come la sinistra nostrana, sarebbe una benedizione per l’Italia. Per scacciare la noia, potrebbe sempre ingaggiare un maestro di cerimonie importato dai pazzi Balcani. Anche Craxi aveva il suo bel circo intorno, non ti ricordi?

  10. @ Vincenzillo
    Col “reinnamoramento dei magistrati milanesi con la corazzata dell’odio” mi riferivo alle intercettazioni del caso Madiaset-Rai, spuntate fuori al momento giusto nelle pagine di Repubblica e al solito contorno di magistrati democratici che cadono dalle nuvole.
    Beh, l’attuale sistema elettorale è veramente brutto, perché regala automaticamente una vittoria netta alla Camera e quasi sempre un pareggio al Senato, salvo in caso di una netta maggioranza di voti espressi a favore di una delle due coalizioni. Tuttavia in questo momento darebbe alla CDL con ogni probabillità una sicura maggioranza in ambedue i rami del Parlamento. Quindi più che per la sua efficacia (relativamente buona: il fatto stesso che la sinistra a fronte di una vittoria striminizita – a dir poco – ancora continui a governare lo dimostra) è brutto per il modo in cui i parlamentari vengono eletti. La “porcata” di Calderoli fu essa stessa il segno che tra i politici di centrodestra c’era la convinzione che bisognasse limitare la sconfitta. Fu ancora Berlusconi a buttare il cuore oltre l’ostacolo e a portare il centrodestra quasi ad una clamorosa vittoria. Non credo adesso ci sia tanto spazio per una riforma elettorale “condivisa”. Piuttosto che il Veltronellum o i pastrocchiati sistemi mezzi tedeschi-mezzi spagnoli, a questo punto è meglio il sistema che verrà fuori da un’eventuale successo del referendum Guzzetta. Penso che Berlusconi ancora creda in una crisi di governo e che preferisca andare ad eventuali elezioni o col sistema attuale o col sistema uscito dal referendum. Ma l’importante è coagulare il popolo del centrodestra dietro di lui. Non necessariamente il tempo potrebbe lavorargli contro. L’unica riforma che si può fare è quella elettorale. Un suo fallimento radicalizzerebbe ancor di più lo scontro politico tra le principali forze e i principali leader. Berlusconi sarebbe ancor di più il leader vero dell’opposizione, mentre Veltroni correrebbe il rischio di vedere la sua immagine schiacciarsi sul governo e sul suo immobilismo. E sarebbe in quel momento solo il successore del “ma-anchista” poco brillante Prodi.
    Per questo dico che la destra ha in mano la vittoria, se solo sa aspettare.

  11. @ Maedhros
    Sì, probabilmente la Res Publica era già morta, o meglio, condannata. Il “protagonismo” di Scipione l’Africano in qualche modo già antecipava quello dei protagonisti della lunga guerra civile del I secolo avanti Cristo, e denunciava nel momento del massimo fulgore delle conquiste, l’inizio della crisi “morale” della repubblica. Con le grandi conquiste arrivò anche copiosa la manovalanza degli schiavi, scompariva il piccolo proprietario/soldato, si sviluppava il latifondo, l’Urbe si “proletarizzava” ecc., consoli si trovavano in mano enormi eserciti ecc. Poi vennero i Gracchi – i primi demagoghi usciti dalla nobiltà a guardare al popolo come arma per la conquista del potere – , poi i Cinna, i Mario, i Silla, i Catilina, i Pompeo in un continuo gioco di azione-reazione. Fu proprio il “conservatore” Silla, il nemico dei “populares”, il primo ad entrare a Roma col proprio esercito, il vero modello di Cesare. Forse un “Cesare” in ogni caso ci sarebbe stato, magari nella persona del più mediocre Pompeo. Di questa crisi Cesare fu l’interprete più abile, lungimirante e lineare, anche se fu una grandezza negativa.
    Anche Cicerone seppe essere cinico, seppe essere politicante e manovratore, ma in lui, che era un “uomo nuovo”, un campagnolo ambizioso e coltissimo e non l’ultimo rampollo di una vecchia famiglia aristocratica; in lui, e pochi altri, rimaneva un genuino interesse per le sorti della repubblica.

  12. Magari mi faccio fuorviare dal personale giudizio su Cicerone, che non è lusinghiero, ma quel suo genuino interesse per le sorti della Repubblica ritengo fosse forzato dal suo essere inadatto a primeggiare in Roma (soprattutto perché militarmente era un disastro, negato sotto qualsiasi aspetto).

    Silla entrò in Roma per rispondere al fatto che a lui, console, fosse stato sottratto il comando dell’esercito che s’apprestava a fare polpette di Mitridate in Asia Minore, a seguito di un plebiscitum ottenuto dalle manipolazioni di tribuni della plebe al soldo di Mario.
    Cosa mai successa fino ad allora; era pacifica prassi costituzionale che il comando militare spettasse al console, ove non vi rinunciasse o fosse ritenuto palesemente inadatto dal Senato (e non era il caso, poiché Silla è stato uno dei migliori generali che Roma abbia mai avuto).

    Il vero colpo di stato fu quello, Silla si limitò a rispondervi osando l’inimmaginabile.

  13. @ Maedhros
    Su Silla hai ragione. E’ uno dei più interessanti personaggi della storia romana, a dispetto della sua immeritata fama di sanguinario (ché non lo fu più degli altri) e di despota (quando in verità negli utlimi anni della sua vita lasciò il potere). Da qualcuno è stato chiamato addirittura “l’ultimo repubblicano”.

    “Il vero colpo di stato fu quello, Silla si limitò a rispondervi osando l’inimmaginabile.”
    Giusto. Per questo nel mio commento avevo accennato ad “un continuo gioco di azione-reazione”.

    La valentia militare di Silla, la sua audacia, la sua multiforme, felina personalità che sapeva essere pigra e brillante nel bel mondo, e dura e resistente nell’arte della guerra, l’arte di conquistarsi la stima dei soldati, tutte queste qualità furono un modello per Cesare.

    Cicerone – quale che sia il giudizio che su di lui si possa formulare – rimase però sempre un repubblicano. Se vi fu in lui un’ambizione al primato – perché era amibiziossimo – non fu certo quello della “regalità”. Aveva un concetto troppo alto della “romanità”.

  14. porca miseria zamax, ti avevo scritto un commento fondamentale, in cui ti dicevo che finalmente c’era qualcosa che non condividevo: né la tua disistima per Ezio Mauro né un’altra cosa che non ricordo più.
    Il senso però era più o meno quello che ho cercato di mettere anche nel mio ultimo post appena pubblicato. Ti aspetto lì.

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