Intellettuali di razza

Prendete i giornali del piccolo establishment finanziario-industriale, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore. Qual è la cifra intellettuale dei vari editorialisti? Spesso alta. Qual è la loro cifra etica? Quasi sempre bassa. Si distinguono invariabilmente per quella mancanza di spina dorsale così gradita ai loro editori, che riesce acrobaticamente a contemperare profondità d’analisi e innocuità nelle conclusioni. Non manca loro né cultura, né competenza, né intelligenza: manca loro il coraggio della coerenza. Hanno scelto di evirarsi. Un intellettuale di qualche ambizione deve avere intelligenza e coraggio, sapendo in anticipo che ciò comporta un prezzo da pagare. Ebbene, costoro non lasceranno traccia. Sorry.

Qualche tempo fa  scrissi a proposito della mancata evoluzione socialdemocratica della sinistra italiana:

…per la sinistra ciò significò un ritardo culturale che si protrae ormai da vent’anni e ancor oggi ne blocca il naturale sviluppo. Il quale non può essere che l’approdo, con decenni di ritardo ma senza infingimenti e col necessario e doloroso mea culpa in quell’universo socialdemocratico che a sua volta sta subendo la pressione delle sfide della modernità. Natura non facit saltus. Oggi i DS, e di conserva tutti i satelliti e azionisti della sua galassia, CGIL compresa, si ritrovano al bivio tra una scelta antistorica, il collasso massimalista in una Izquierda Unida o in un Linkspartei e un’alternativa innaturale, l’opzione tecnocratica e di puro potere del Partito Democratico, gestita in condominio coi poteri forti, operazione battezzata dalla Gazzette Unioniste col nome di Riformismo.

E ancora:

…in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del “cinghialone socialista”, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Adesso, all’indomani dell’8 settembre del Governo Prodi, ci arriva perfino Galli della Loggia; le nubi che avvolgevano il Re Nudo stazionante ad un metro dai suoi occhiali si sono improvvisamente dissolte:

La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un’importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L’Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l’antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga – come concausa di questa minorità, e sua aggravante – la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell’eredità nasca un’evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici». Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell’antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza.

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Razza padrona

MONTEZEMOLO:

Siena, 25 gen. – (Adnkronos/Ign) – “Vogliamo dire alle forze politiche più avvedute e responsabili di entrambi gli schieramenti che prima di andare al voto serve una nuova legge elettorale che consenta agli elettori di decidere chi mandare in Parlamento e che limiti il potere di veto dei micropartiti”. […] “Alle persone più avvedute e responsabili dei due schieramenti dico: mettete da parte gli egoismi di partito, ricordate che siete in Parlamento per fare il bene del Paese. Una breve ed efficace stagione di riforme condivise, nell’interesse generale, è non solo indispensabile ma è anche possibile. E consentirà poi a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero”. Secondo il numero uno degli industriali questa stagione di riforme condivise va realizzata da “un governo di scopo, che si chiami istituzionale o tecnico poco importa”, che potrebbe realizzarle molto rapidamente, trovando un’immediata, necessaria, doverosa e improcrastinabile sintonia con il comune sentire della società italiana”

D’ALEMA:

Roma, 26 gen. (Adnkronos) – “In questo momento il Paese ha bisogno di un governo fondato sulla convergenza delle forze politiche principali in grado di fare la legge elettorale e di completare le riforme costituzionali. Certamente, qualsiasi governo nasca ora, dovrà affrontare la difficile crisi finanziaria e internazionale in atto e tutto questo, a mio giudizio, corrisponde all’interesse dell’Italia in un momento come questo”. A sottolinearlo è stato il vicepremier Massimo D’Alema scambiando alcune battute con i giornalisti a margine del decennale della fondazione Italianieuropei dopo il suo lungo intervento dal palco dell’Auditorium Massimo. “Naturalmente – precisa il ministro degli Esteri – una volta completato questo lavoro, nel tempo più rapido possibile si va al voto. “Onestamente – spiega – non mi interessano i tempi, ma gli scopi. Poi dopo bisognerebbe restituire [ai sudditi, N.d.Z.] agli elettori il potere di decidere nel quadro, però, di un bipolarismo rinnovato. Rinnovato nelle sue regole, nelle sue strutture ed efficace. Perché, rimanere in una competizione elettorale che conduce a governi di coalizioni rissose e inevitabilmente inconcludenti, non è utile per l’Italia. Mi sembra, questa, una riflessione di buon senso che d’altro canto, ho visto proposta anche da tanti osservatori non politici, a cominciare dal presidente di Confindustria”.

L’ultimo tentativo delle nomenklature

I Bizantini cominciarono a prenderle di brutto dai Turchi nell’XI secolo dopo Cristo. Nel 1453 Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano, era ridotta a poco più di un’enclave dentro i confini dell’Impero Ottomano. Ma la particolare posizione geografica della città, posta com’era fra due bracci di mare su due lati e chiusa in diagonale da mura imponenti sul lato di terra, aveva fino ad allora reso vano ogni tentativo di conquistarla. Il sultano Maometto II decise di farla finita una volta per tutte, con mezzi imponentissimi. Nuovi giganteschi cannoni di fabbrica europea furono forgiati allo scopo. Gli assalti furibondi e lo sbriciolamento sistematico dei bastioni della città greca sul Corno d’Oro proseguivano senza risultati apparenti. Ma alla fine, da qualche parte, una porticina si aprì. E fu la fine, senza rimedio. Costantinopoli era una nave che non poteva sopportare la benché minima falla.

E un bastimento del genere era anche il governo Prodi. Il caso Mastella è un accidente secondario, benché fatale. Berlusconi l’aveva capito. La strategia di non tendere alcuna mano alla sinistra attuata fino alla ribellione di Fini era giusta. Fini aveva ceduto all’impazienza. Tant’è che con la caduta di Prodi in un amen i rapporti all’interno della CDL come per incanto sono ritornati quelli di qualche mese fa.

Prodi si è trovato ad essere alla fine il più tenace difensore, per motivi personali, dell’alleanza pansinistrorsa. Crollato insieme a lui anche il Partito della Conservazione di Repubblica, vedrete che ora sarà l’altro Partito della Conservazione, quello del Corriere della Sera, a rialzare la testa. Aspettiamoci fin d’ora untuose omelie sulla necessità di dar vita, per senso di responsabilità, ad un governo istituzionale che faccia le improrogabili riforme di cui ha bisogno il paese. Notare che saranno gli stessi giornali – Corriere, Stampa, Sole 24 Ore – che con gran sprezzo del buon senso, e con lo stesso tartufismo paternalistico, assicurarono gli italiani della bontà dell’armata prodiana, a riciclare la vecchia idea del Governo dei Migliori, cioè un commissariamento di fatto della democrazia parlamentare sulla scorta dell’emergenza, accettato da una classe politica impaurita da operazioni squisitamente politiche come “La Casta”, possibili solo in un paese a volte straordinariamente ingenuo, ed immemore, come l’Italia. In realtà un patto che prevede la cooptazione ufficiale dell’economia rossa, rappresentata da D’Alema e Bersani, nello stagionato establishment industrial-finanziario, rappresentato da Montezemolo, nell’illusione di poter guidare una modernizzazione addomesticata del paese mediante un paraliberismo asimmetrico ad uso e consumo delle nomenklature. Un capitalismo di Stato nelle mani di un comitato centrale, l’ultima veste di quell’Italia dell’Est che sta crollando finalmente in questi giorni con vent’anni di ritardo sul resto dell’Europa.

Per il male dell’Italia

Mentre Prodi si appella, agitando il ditino moralizzatore, alla responsabilità collettiva (tranne la sua, ovviamente) accusando velatamente le regioni controrivoluzionarie, e Bassolino scarica le colpe su Vescovi e ecofondamentalisti, vale la pena di dare un’occhiata a cosa proponevano quasi due anni fa i programi elettorali della Casa della Libertà e dell’Unione in materia di munnezza.  Nel primo, assai più stringato, al PUNTO N. 8: RICERCA ED ENERGIA si può leggere:

1. Libera trasformabilità delle Università in Fondazioni, in modo da aprire le università italiane ai contributi della società civile, al mercato, all’estero.
2. Incremento degli investimenti pubblici in ricerca pubblica e privata.
3. Importazione tale e quale dalla Francia in Italia dei “fondi di fondi” per finanziare gli investimenti in ricerca.
4. Raddoppio della detassazione degli utili se reinvestiti in ricerca ed innovazione tecnologica.
5. Realizzazione dei rigassificatori già autorizzati (Nord, Centro, Sud) per ridurre la nostra dipendenza dall’estero.
6. Realizzazione di termovalorizzatori eliminando lo scandalo della spedizione all’estero dei rifiuti solidi urbani (applicando il principio di responsabilità nazionale e locale: tanto si produce, tanto si deve smaltire).
7. Incentivi alla diversificazione, alla cogenerazione, all’uso efficiente di energia, alle fonti rinnovabili (vere, non assimilate), dal solare al geotermico, dall’eolico alle biomasse, ai rifiuti urbani, per ridurre i costi dell’energia per le famiglie e per le imprese.
8. Diversificazione del funzionamento degli impianti elettrici ad olio combustibile attraverso il ricorso al carbone pulito.
9. Partecipazione ai progetti europei di sviluppo del nucleare di ultima generazione.

Nell’interminabile tomo PER IL BENE DELL’ITALIA, le quasi 300 tautologiche pagine che compongono il programma dell’Unione, si può ancora leggere alle pagine 149-150, prima di eventuali e provvidenziali manomissioni:

In questo quadro, noi crediamo nella necessità di:
garantire il principio di prossimità e responsabilità territoriale nella gestione dei rifiuti solidi urbani, attribuendo priorità alla prevenzione, al riuso ed al riciclo dei materiali;
– affermare il principio di responsabilità dei produttori e dei consumatori nella riduzione dei rifiuti e nella loro gestione sostenibile (riuso, riduzione degli imballaggi, diffusione dei beni alla spina, forme di deposito cauzionale, etc.); in particolare, promuovere la riduzione della produzione dei rifiuti attraverso innovazioni di processo e politiche integrate di prodotto;
– promuovere la partecipazione dei cittadini e del sistema delle autonomie locali alle politiche per la gestione dei rifiuti, anche al fine di superare le gestioni commissariali d’emergenza;
– assicurare con incisivo indirizzo pubblico ed adeguati controlli la legalità, l’economicità, l’efficacia delle gestioni, con un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente;
– dare impulso alla bonifica dei siti contaminati applicando il principio – ormai assorbito dal diritto comunitario – del “chi inquina paga”;
– per i rifiuti urbani, applicare la tariffa puntuale assicurando per i materiali conferiti in maniera differenziata una tariffa premiale inferiore e promuovere le buone pratiche e le migliori esperienze realizzate quali sistema di raccolta domiciliare, la raccolta della frazione organica, la realizzazione delle isole ecologiche; estendere le tipologie dei materiali da raccogliere in maniera differenziata come ad esempio quelli elettronici;
– per i rifiuti speciali, promuovere la separazione dei materiali risultanti da attività di costruzione e di demolizione evitando la miscelazione dei rifiuti pericolosi con altri, e sostenere il mercato dei beni realizzati con materie riciclate (campagne informative, acquisti verdi delle pubbliche amministrazioni, etc.).

Come si vede, il programma del Governo della Serietà contemplava una clausola segreta, implicita: Non pronunciare il nome dell’inceneritore invano, e nemmeno quello del termovalorizzatore. Queste cose si possono fare, ma non si possono dire. Così, con la solita doppia morale, la sinistra coltiva con le legioni della sua propaganda l’ecofondamentalismo, impedendo anche in questo campo la modernizzazione del nostro paese, mentre dov’essa regna incontrastata, grazie ad un sistema di potere capillare che non ha paragoni in nessun’altra contrada dell’Occidente, fa quello che vuole, nonostante i mugugni dei sudditi. Questo spiega perché l’Emilia Romagna e la Toscana sono le regioni che presentano, percentualmente in rapporto alla popolazione, il maggior numero di inceneritori, pardon, termovalorizzatori d’Italia. Il Veneto ne ha meno della metà, e c’è da chiedersi come mai la rachitica sinistra a nord del Po riesca, quando in ballo c’è il progetto di un inceneritore, a coinvolgere la popolazione e a tessere alleanze politiche tali da far naufragare ogni iniziativa in tal senso. Termovalorizzatori eco-bio-compatibili, evidentemente, quelli che si costruiscono a sud del grande fiume, che fanno bene ai cittadini, alle cooperative e alle municipalizzate: un esempio dell’efficientismo bersanistyle che, sono pronto a scommettere, trova sostenitori anche fra certi liberali che professano l’ideologia della concretezza, dimentichi che i deficit di democrazia scavano debiti altrettanto pericolosi di quelli che si contano in Euro.

Razzismo politicamente corretto

I gironi infernali dell’immondezzaio napoletano, solo l’ultima e quasi artistica interpretazione di quel masochismo circense per il quale il genio italico va giustamente famoso pel mondo, hanno lasciato come percolato immateriale un rifiorire maligno di sbrigativi trattati di antropologia meridionale. Non molti però si sono accorti che la montagna tiepida dei rifiuti partenopei esalava un vapore velenoso che s’alzava verso il cielo sino a diventare un vero e proprio segnale di fumo: un razzismo sottotraccia, inodore, quello sì politicamente corretto. In tutto lo sconclusionato j’accuse che La Repubblica ha fatto scrivere all’esperto di Gomorra Saviano una sola parolina era quella che contava, una parolina d’ordine che il popolo della sinistra, come sempre, ha capito al volo: Nord Est. L’enorme complesso di colpa antidemocratico della sinistra, da sessant’anni, ha bisogno di un nemico, di un colpevole, mentr’essa viaggia sempre con la Grande Giustificazione in tasca, e se la sceglie a seconda dei ruoli del momento: dalla “la legge truffa”, agli “evasori fiscali”, passando per “il golpe”, “le stragi di stato”, “la P2”, “lo stalliere di Arcore”, e compagnia cantante. Ora è il momento del complotto plutogiudaicoserenissimo. Gli intellettuali italici sono un po’ come quelle transgeniche creature dello stato assistenziale chiamate pentiti, quei piagnucolosi collaboratori di giustizia, sfortunatamente sfuggiti alla forca, usi ad annusare l’aria che tira prima di annunziare il Verbo. E’ quindi inutile cercare di far capire a Saviano che, quand’anche la razza rapace dei padroncini veneti tutti chiesa e mignotte fosse riuscita nell’impresa epocale di ficcare nelle viscere della campagna campana un Everest di rifiuti tossici, certo non poteva aver eretta la catena Himalayana di rifiuti ordinari che fa da corona al Golfo, oramai in procinto di trasformarsi essa stessa in una straordinaria attrazione turistica per guaste partite di uomini, stanche del solito turismo sessuale.

Ma Saviano e La Repubblica, tirando fuori dal cilindro il coniglio nordestino, sapevano perfettamente di titillare il razzismo dei salotti buoni, che ogni tanto viene fuori anche dalle pagine insospettabili dei grandi giornali della cosiddetta borghesia. Ne fa fede, ad esempio, un rozzo articolo di Tito Boeri apparso sulla Stampa qualche giorno fa.
Bisogna sapere che in provincia di Treviso gli immigrati hanno superato da tempo la soglia del 10% della popolazione, con ovvie conseguenze sul sistema scolastico: in certe realtà, per ora marginali,  i problemi derivanti da questa crescita hanno spinto gli amministratori comunali a muoversi, nei modi – di scarso sex appeal veltroniano – così riassunti in un articolo non certo simpatetico apparso nel sito internet de La Repubblica (ripreso, credo, dalla Tribuna di Treviso, quotidiano del gruppo L’Espresso):

TREVISO – Dopo l’altolà all’iscrizione degli stranieri all’anagrafe, lanciato dal sindaco Bitonci di Cittadella, arriva il «tetto» al numero degli studenti immigrati, che non dovrà superare il 30% del totale: è la richiesta avanzata dal Comune di Chiarano (Treviso) al ministro dell´Istruzione Giuseppe Fioroni. Il Consiglio comunale, dominato dal Carroccio, ha approvato infatti una mozione in questo senso, tra le proteste dell´opposizione di centrosinistra, che ha abbandonato l´aula al momento del voto. «La questione è semplice – afferma il sindaco Giampaolo Vallardi – in alcune classi elementari del paese gli extracomunitari superano ormai il 50 per cento. Tanti, troppi, perché, se si supera un livello massimo di integrazione, alla fine saranno loro che “integrano” noi. Il razzismo non c’entra per niente, non vogliamo che i nostri ragazzi subiscano un danno, ecco tutto».
Il sindaco leghista traccia uno scenario a tinte fosche del piccolo centro, che conta 3.500 abitanti e vanta la primogenitura delle ronde padane in Veneto: «In una classe della frazione di Fossalta Maggiore i ragazzi extracomunitari sono 7 su 14 e alcuni di loro non conoscono una parola di italiano. Come si fa, in queste condizioni, a svolgere un programma didattico che dovrebbe partire dalle radici, dalla cultura e dall’identità veneta, se la metà degli alunni non sa neanche di cosa si parla?». A sentire Vallardi, l’affluenza multietnica alla scuola dell’obbligo sta provocando seri problemi: «I genitori sono preoccupati, i docenti lamentano gravi difficoltà. Occorre un limite, anche a tutela dei ragazzi stranieri: “paracadutarli” in una classe, spesso nell’impossibilità di comunicare con i compagni e con gli insegnanti, equivale a condannarli all’emarginazione. Quando poi sono in percentuale massiccia, come avviene a Chiarano, impediscono ai professori di portare avanti il programma, penalizzando così i nostri figli».
Alla richiesta di Vallardi si è associato immediatamente il collega “padano” Firmino Vettori, sindaco del vicino Gorgo al Monticano. E il vicepresidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, ha offerto una sponda istituzionale alla sortita trevigiana: «Propongo che l’ammissione in classe degli alunni stranieri sia vincolata al superamento di una prova d’esame. Chi non dimostrasse sufficiente padronanza della lingua italiana, dovrà seguire corsi di recupero e solo allora potrà essere inserito nelle classi frequentate da bambini italiani».
Ma sui temi dell´immigrazione e dei diritti civili, Zaia è stato spesso in disaccordo con il governatore azzurro Giancarlo Galan (schierato su posizioni più liberali). Ma questa [volta? N.d.Z.] il vicepresidente non ci sta a passare per gendarme della razza Piave: «Questa è una battaglia di civiltà nei confronti di tutti i bambini. È un’ipocrisia fingere che l’integrazione coincida con la semplice coesistenza in classe: per non sentirsi estranei tra estranei, e per apprendere le nozioni, i piccoli immigrati devono conoscere la loro lingua d´adozione. Viceversa, resteranno ai margini e ritarderanno la crescita dei loro compagni italiani».

Filippo Tosatto, la Repubblica.it

Che in lingua Boeriana si traduce così:

In Veneto diverse amministrazioni comunali guidate dal Carroccio intendono introdurre quote al numero dei figli di immigrati iscritti alle scuole elementari. Dato che, in questi centri, quasi solo gli immigrati fanno figli, le quote significano impedire ai figli degli immigrati di andare a scuola. È una «battaglia di civiltà», secondo il vicepresidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Peccato che gli «incivili» facciano ricco il nostro Paese: il 50 per cento della nuova occupazione creata nell’ultimo anno sono lavori di immigrati, che hanno contribuito ad almeno un quarto della nostra crescita economica negli ultimi dodici mesi. Li tratteremo come i dittatori di Pechino trattano la manodopera che arriva dalle campagne cinesi. Vogliono proprio mandare i loro figli a scuola? Bene, che se la paghino! Non importa se questo ci condanna ad avere cittadini senza neanche la licenza elementare. Non importa se questo significa ritardare, se non impedire del tutto, l’integrazione.

A parte la menzogna globale della versione di Boeri (è ovvio che i figli d’immigrati sopra la “quota” sarebbero redistribuiti nelle classi di qualche altra frazione: il successivo corollario frivolo e saputo  di osservazioni bigotto-democratiche non merita neanche lo sforzo di una confutazione) vorrei fargli notare alcune cose. 1) Perché dice in questi centri quasi solo gli immigrati fanno figli?” Non lo sa, Boeri, che per quanto basso il tasso di natalità fra gli indigeni in Veneto, non per nobili motivi, s’intende, ma per psicosottosviluppo cattolico, è sempre stato generalmente superiore al resto delle regioni centrosettentrionali? Quello stesso tasso di natalità in fondo alla classifica proprio in quelle regioni da lui lodate, “significativamente non quelle oggi all’avanguardia nel combattere l’integrazione degli immigrati.”? 2) Non lo sa, Boeri, che proprio queste ultime, al contrario, hanno ottenuto il miglior punteggio nell’indice di integrazione degli immigrati secondo gli ultimi Dossier sull’immigrazione della Caritas? 3) Che nel penultimo di questi Dossier la provincia di Treviso otteneva un’onorevolissima posizione attestandosi con bello slancio nella parte alta della classifica di quel centinaio di entità territoriali, addirittura nelle prime venti, anzi, nelle prime dieci, anzi, nelle prime cinque, anzi – è incredibile! – sul podio, anzi, non vorrei bestemmiare, ma era proprio – Signore e Signori – al primo?!

Quisquilie. Boeri aveva solo fretta di arrivare in fondo per formulare la sua accusa:

Perché allora i sindaci che dicono di voler combattere la piaga dell’immigrazione illegale non rivolgono le loro attenzioni agli ispettorati del lavoro, spingendoli a intensificare i controlli sui posti di lavoro nel loro Comune, perché non chiedono ai loro concittadini di aiutarli nel segnalare il lavoro irregolare degli immigrati? Un sospetto ce l’abbiamo: forse tra i loro grandi elettori ci sono anche coloro che assumono illegalmente manodopera immigrata e vogliono pochi controlli sui posti di lavoro per non pagare i contributi sociali e tenere basso il costo del lavoro. C’è solo un modo per convincerci del contrario: ci dimostrino coi fatti che non è vero.

Ecco allora dove i giacobini-liberali alla Boeri e i giacobini-rivoluzionari alla Saviano si danno la mano: calunnia, calunnia, qualcosa resta! E siano coloro mostrati a dito a dimostrare la loro innocenza. Dimostrino che l’economia veneta non sta in piedi per l’importazione di schiavi, dimostrino che non si fonda sull’avvelenamento delle campagne meridionali. Ci sarebbe da sorridere di questi deliri, se non fosse che nutrono l’ormai storica insofferenza di una certa Italia superlaica e de sinistra – in una parola, bigotta – per l’inesplicabile progresso della contrada dei villici. Caro Boeri, quando ci si fa trascinare dalle passioni anche un valente economista assomiglia parecchio a quei fededegni e stimati astrochiromanti con studio a Londra, Parigi, New York e Casalpusterlengo: ci dimostri a noi che non è così.

Zamax Lucilio suo salutem 1

Il tuo Zamax di sana e robusta costituzione fisica, oltre che di salda tempra morale, si è buscato un malanno di stagione, un raffreddore di proporzioni ciclopiche, che gli inchioda una croce tra la radice del naso e i bulbi oculari, tanto che quasi ci vede doppio. E’ per questo che scrive ad ore non canoniche. Ma non tutto il male vien per nuocere. Queste disgrazie annichilatrici sono terreno fertile per osservazioni profonde e geniali. Una di queste mi ha occupato la mente, nel delirio, tutta la mattina e parte della notte. Limata e controlimata, la offro ora alla sapienza universale: “Come si sta veramente male, quando si sta male”. Vale.

Queer end of the year

Chissà voi come avete passato gli ultimissimi giorni del 2007: io sono riuscito ad impegolarmi in una discussione sull’omofobia nel sito de La Stampa. A ricordo di quest’impresa assai rischiosa di sospetto gusto sadomasochistico e per non aver l’impressione di aver buttato via il tempo, eccovi un post con la raccolta dei miei interventi. L’inizio è una rimasticatura di concetti già espressi nel mio blog.

E’ omofobia giudicare immorale l’omosessualità? La legge, giustamente, consente un gran ventaglio di comportamenti pubblici e privati che, chi da una parte, chi dall’altra, può giudicare disdicevoli o immorali. Un vero stato liberale, solido e moderno, si dà quando alla liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagna il diritto incondizionato di critica morale pubblico e privato. Le norme contro l’omofobia non sono liberali, ma piuttosto di natura giacobina, in quanto tendono surrettiziamente alla fondazione di un corpus di norme etiche di stato, sulle quali è negato ogni confronto all’interno dell’opinione pubblica. Legge e morale vengono così a coincidere, né più né meno che in una teocrazia; e la civiltà europea sarà assediata allo stesso tempo dalla “sharia islamista” e dalla “sharia laicista”. Quando perfino Tommaso d’Aquino, otto secoli or sono, sapeva distinguere tra lex humana e lex divina. La violenza e l’istigazione alla violenza sono cose diverse e sono già condannate dalla legge. Naturalmente gli omosessuali sono liberi di comportarsi come vogliono, ma non possono pretendere di tappare la bocca a coloro che, nelle forme dovute, giudichino immorale la loro posizione. E questo in forza degli stessi diritti posti a difesa della loro libertà. (scritto da Zamax 29/12/2007 19:39)

Angel, la legge deve tutelare l’individuo, non le minoranze. Se essa tutela efficacemente l’individuo tutela anche le minoranze. Le leggi per le minoranze, siano esse etniche, di “orientamento sessuale” (non è che ce ne siano molti di questi “orientamenti”, ti pare?), o di qualunque altro tipo, scardinano l’universalismo del diritto e consacrano un’organizzazione tribale della società; e sono il segno del degrado di una società che invece dovrebbe fondarsi sulla libertà individuale. La “sharia laicista” è un termine provocatorio per definire una cultura che non sa più distinguere tra legge e morale – caposaldo della civiltà occidentale – in quanto tende a “santificare” – e quindi sottrarre al giudizio morale, e quindi a restringere la libertà di pensiero – i comportamenti che il diritto positivo, giustamente, non sanziona. Preciso, a scanso d’equivoci, che non faccio parte di alcuna organizzazione cattolica e che non sono neanche un gran praticante. D’altra parte è di tutta evidenza che le critiche verso i cattolici nei massmedia, nel mondo della cultura e anche in quello politico sono massicce e non soffrono di alcuna censura. (scritto da Zamax 30/12/2007 12:9)

Oscaruzzo e Cristiana Alicata, la confusione – e grande, e caratteristica – è vostra. Cosa c’entra il colore della pelle con il comportamento nella sfera sessuale? La scelta di una confessione religiosa, o di una dottrina filosofica (sempre che se ne facciano), così come la libera scelta di una propria condotta nel campo della sessualità, appartengono al libero arbitrio; lo stesso libero arbitrio che consente ad altri di criticare quelle scelte e quei comportamenti. La libertà funziona nei due sensi, sennò non esiste. O forse volete sostenere che gli omosessuali sono prigionieri per natura di qualche gene particolare? Voi non vi rendete conto che state affilando un’arma a doppio taglio. La difesa della libertà degli omosessuali nei vostri piani sarà affidata a fragilissime leggi ad hoc, che un giorno potrebbero benissimo essere spazzate via dal vento dell’opinione pubblica. Nel lungo termine solo l’efficacia del cordone sanitario stesso attorno alla libertà dell’individuo potrà difendere sia la pluralità delle scelte – sempre opinabili – religiose sia quelle nel campo della sessualità. (scritto da Zamax 30/12/2007 13:27)

Oscaruzzo, una premessa. Il nostro mondo moderno è diventato suscettibile e fragile. Certe parole fanno paura. Certe parole come “immorale”. Faccio presente che per il Cristianesimo ogni “peccato” è “contro natura”. Per rimanere nella sfera sessuale, anche i rapporti extramatrimoniali o la masturbazione (nella quale tutti ci siamo “allenati”, per dirla alla Woody Allen) sono “immorali” e, in ultima analisi, “contro natura”. Perché per il Cristianesimo la natura dell’uomo è diversa anche dall’espressione della sua più perfetta, nobile, sensibilissima e sofisticatissima animalità, ivi comprese le sue manifestazioni psicologiche. Faccio inoltre notare che per molti, e forse per la maggioranza delle persone, al contrario è proprio il fatto di costringere la sessualità nell’ambito di un matrimonio tra uomo e donna, per di più indissolubile, una cosa “contro natura”. Ci sarebbe da discutere, ma non è questo il problema. Il tuo discorso è pericoloso perché spiega involontariamente con uno spietato determinismo le nostre inclinazioni e preferenze. Una volta introdotto, questo principio può venir allargato a piacimento fino a togliere ogni autonomia alla volontà dell’uomo. E servire a giustificare una legislazione discriminatoria. E poi, coloro che hanno rapporti sessuali o sentimentali con entrambi i sessi, fanno anch’essi parte di una categoria specifica, e sono così perché hanno scoperto di essere così, come uno scopre di avere gli occhi verdi guardandosi per la prima volta allo specchio? Se voi volete la promozione in serie A, sancita da leggi ordinarie o costituzionali, della “specifica” parrocchietta gay/lesbian, sappiate che è una vittoria di Pirro. Un giorno o l’altro una maggioranza politica, con l’appoggio dell’opinione pubblica, potrebbe mandarvi in B o in C o radiarvi dal campionato. La via maestra per difendere i diritti di tutte le minoranze è quella della difesa dei diritti del singolo individuo, senza etichette. Come insegna l’esperienza di tutti i paesi di più solida tradizione liberale. Quanto all’ “incitazione all’odio”, ognuno può ben capire cosa potrebbe combinare la nostra ineffabile magistratura italiana con in mano un aggeggio del genere. (scritto da Zamax 30/12/2007 20:10)

Alessandro, guarda che sbagli, e di grosso. Quella che chiamiamo “laicità” dello Stato esisterebbe anche se, per assurdo, la nostra società fosse perfettamente omogenea nelle sue considerazioni etiche. Anche se, per fare un esempio, fosse composta al 100% di cristiani consapevoli e in perfetto accordo. Questo era chiaro perfino ai Padri della Chiesa. Per citare la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, cui ho fatto riferimento in un precedente commento: “La legge, come abbiamo visto, è stabilita come regola o misura degli atti umani. E la misura deve essere omogenea con quanto ne è misurato, per dirla con Aristotele: infatti cose diverse hanno misure diverse. Quindi le leggi devono essere imposte agli uomini secondo la condizione di essi: poiché, a detta di S. Isidoro, la legge dev’essere “possibile, sia secondo la natura, sia secondo le consuetudini del paese”. Ora, la capacità di agire deriva dall’abito o dalla disposizione interiore: poiché la stessa cosa non è ugualmente possibile all’uomo virtuoso e a chi è privo di virtù; come non è ugualmente possibile al bambino e all’uomo maturo. Ecco perché non si fissa una medesima legge per i bambini e per gli adulti: ché ai bambini si permettono delle cose, punite o riprovate dalla legge negli adulti. Allo stesso modo si devono permettere agli uomini imperfetti nella virtù molte cose, che sarebbero intollerabili negli uomini virtuosi.” (continua) (scritto da Zamax 31/12/2007 12:21)

(continua il precedente commento) “Ora, la legge umana vien data per la massa, in cui la maggior parte è formata di uomini non perfetti nella virtù. Ecco perché non sono proibiti da codesta legge tutti i vizi da cui i virtuosi si astengono; ma soltanto quelli più gravi, dai quali è possibile ritrarre la massa; e specialmente quelli dannosi per gli altri, senza la cui proibizione non può sussistere l’umana società, quali l’omicidio, il furto e simili. La legge naturale è una partecipazione in noi della legge eterna: invece la legge umana non raggiunge la perfezione della legge eterna. Infatti S. Agostino [IV-V secolo dopo Cristo! Nota di Zamax] afferma: “La legge emanata per governare gli stati concede e lascia impunite molte cose che saranno colpite dalla divina provvidenza. Ma per il fatto che è incapace di far tutto, non si può rimproverare di quel che fa”. Perciò la legge umana non può proibire tutto ciò che proibisce la legge naturale.” (Summa Theologiae, I-II, 96) (scritto da Zamax 31/12/2007 12:24)

Mauro, è un po’ difficile discutere con chi non vuol né leggere né capire. Ti lamenti della dittatura della maggioranza: ma voi cosa volete, me lo sapete dire? Volete combattere la dittatura della maggioranza col riconoscimento delle “minoranze”, tutte di pari dignità? Volete un burocratico certificato di “normalità”? Così la futura società non sarà fondata sulla libertà individuale ma sull’ondeggiante variabilità di gruppi tribali, alla manuale Cencelli; ogni giorno ce ne sarà uno che premerà per un posto al sole. Invece non c’è nessuna dittatura della maggioranza se la legge iscrive un cerchio invalicabile intorno all’individuo. Ma voi, tu, cosa vuoi? La tutela, la riserva indiana? Vuoi uscire trionfante dal municipio con la carta d’identità con su scritto: occhi celesti, capelli castani, bisessuale? Sarebbe questa la modernità? (scritto da Zamax 1/1/2008 11:22)

Alessandrovig [in esilio brasileiro da dieci anni, N.d.Z.], lo pseudointellettuale Zamax chiude qui perché domani torna a lavorare. Non che ne abbia una gran voglia, pur essendo di sana, robusta & ottusa costituzione veneta di pessimo orientamento trevisano: fosse per lui, due-tre mesi a Bahia li passerebbe volentieri, anche col rischio di cadere in ogni genere di peccati. Ogni genere – pur avendo una fortissimissima, tirannica inclinazione per il genere schiettamente femminile, in ispecie quello curvilineo – essendo uomo a 360 gradi.
Non mi pare un gran consolazione per gays, lesbians, bysexuals & transsexuals (chissà dove ho imparato queste denominazioni, eh?) acquistare lo “status” di minoranza. Boa noite. (scritto da Zamax 1/1/2008 20:3)

(Troppo forte il titolo? Nel mio esilarante vocabolarietto di Forbidden American il termine queer è descritto come strongly derogatory. Ma forse è datato. In ogni caso, essendo peccatore, non resisto a questi puns, specie quando sono cretini.)

Update 02/01/2008: Sapevo io che non finiva qui:

Per chiudere veramente. Dovreste almeno fare lo sforzo di leggere con attenzione. Quando ho scritto “uomo a 360 gradi” intendevo dire (come è facile evincere) che non escludo nessuna teorica – molto teorica – possibilità. Certo che se ci fosse in giro un po’ più senso dell’umorismo, la comprensione universale se ne gioverebbe assai… P.S. PUBBLICITA’-REGRESSO: di questi miei commenti ho fatto un post nel mio blog. Chissà che la lettura magnanima e ordinata di questi capolavori non possa far cambiare idea a qualcuno (notare lo zelo missionario tenace ed untuoso): https://zamax.wordpress.com  (scritto da Zamax 2/1/2008 13:2)

Alessandrovig, forzare la legge per rimediare artificiosamente a ritardi culturali è una pessima soluzione. E, alla lunga, sempre controproducente. Il modello di “democrazia” che proponete è assai fragile, un mondo irreale dove tutti hanno ragione e nessuno ha torto, regolato col bilancino. Nell’evoluzione della società l’emancipazione dell’individuo si accompagna allo sviluppo del sentimento societario, non il contrario, perché l’individuo rompe progressivamente le catene di un clan angusto per aprirsi ad un orizzonte più vasto di rapporti. Quello che voi proponete è solo una nuova forma, superficialmente accattivante, di corporazioni su base etica/culturale e non più economica. Io ritengo che uno stato maturo e liberale ci sarà (parlando a spanne, naturalmente) quando sul tema in questione, ad esempio, ci si potrà confrontare con franchezza in pubblico senza dover temere che qualche pazzo appicchi il fuoco da qualche parte. E’ ovvio che oggigiorno bisogna essere responsabili quando si usano certe parole, e regolarsi di conseguenza; ciò non significa che tra …uomini non ci si possa esprimere con rispetto ma con nettezza. E’ inutile – anzi, sbagliato – illudersi: su certi temi “etici” ci si scontrerà fino alla fine dei tempi. Quello che muterà, auspicabilmente, sarà il contesto. Su quest’ultimo aspetto misureremo il grado di civiltà. (Claudio Lolli è quello degli “zingari felici?”) (scritto da Zamax 2/1/2008 20:37)

Ultimo e definitivo update:

Alessandro, stiamo andando un po’ fuori tema col permesso de La Stampa. Anche prendendo per buono il tuo discorso: “Pilastro dell’etica liberale è il cercare di espandere le libertà individuali quanto più possibile affinché ogni individuo possa scegliere i valori a cui conformare la sua esistenza. Ciò che è vizioso per qualcuno può essere virtuoso per qualcun altro. Per un non credente giudice della sua virtuosità non è nessun Dio, solo l’individuo.” Tu stesso stai dicendo che ognuno ha la sua visione della vita, e il suo criterio per giudicare – diciamo così – ciò che è bene e ciò che è male. Ergo, è assolutamente impossibile che la legge positiva rispecchi le idee del singolo. Se a questo punto la legge (positiva) fosse solo lo specchio, sempre cangiante, della morale della maggioranza, tutti gli altri si considererebbero degli estranei alla società. La legge certamente non può essere a-morale e capricciosa, ma non deve confondersi con la morale. La legge regola, condanna penalmente, non moralmente; assolve penalmente ma non “santifica”. E’ questa distinzione che crea la tolleranza: è un tacito accordo fra noi per creare, compatibilmente con le esigenze della società, una zona di “non punibilità” di quegli atti e comportamenti che reciprocamente ci potremmo rimproverare. Ne risulta che tutti questi atti sono legittimi, ma che ognuno allo stesso tempo mantiene il diritto di critica morale sugli stessi. Non si dà una cosa senza l’altra. Ho fatto notare che pure in un contesto “idealmente e integralmente” cattolico, questa distinzione era chiara nel pensiero cristiano. Per usare il lessico di S. Paolo, “la legge non può essere computata a giustificazione”: ossia, il rispetto della legge è una cosa buona ma non sufficiente da un punto di vista morale.  (scritto da Zamax 2/1/2008 23:30)

Concludo. Lo spirito di quella legislazione “educativa” che ha prodotto il DDL sull’omofobia (tanto vago da rendere possibile qualsiasi abuso da parte della magistratura) tende alla forzata omogeneizzazione ideologica. Una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. Non è tanto il DDL, ma lo spirito di questa legislazione a non offrire solide garanzie di tutela degli omosessuali in prospettiva futura; perché l’aria potrebbe cambiare, e il bravo cittadino sempre “democratico” un giorno tra i suoi compitini da fare potrebbe trovare quello di segnare con una crocetta rosa certi luoghi pubblici e privati. Mentre una legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa e i diritti della persona, mette al riparo l’individuo dagli ondeggiamenti della massa. In questo, senza essere invasiva, la legge indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico. Mentre l’altra ottiene l’effetto opposto. Tutto ciò bisogna tenere a mente, ad esempio, quando si affronta la questione dell’aborto, le cui implicazioni si diramano ben oltre lo status dell’embrione. (scritto da Zamax 3/1/2008 14:52)

Grazie per il “filosofo”, quantunque di poco tuo gusto. Senza rancore. E salutami Dona Flor e i suoi due mariti. Soprattutto …Dona Flor, ça va sans dire! (scritto da Zamax 3/1/2008 18:55)

Recita di Capodanno

Voi ve lo immaginate un capo di stato europeo, in un discorso ufficiale, immiserirsi con la citazione di un autorevole osservatore straniero per puntellare la difesa della patria contro gli attacchi di altri malevoli osservatori stranieri? Per un senso di dignità, diffuso naturaliter anche negli staterelli malfermi sulle gambe spuntati ad Est dalle macerie del comunismo, ci passerebbe sopra con sovrana indifferenza. Fu un altro capo di stato, or sono dodici anni, al termine di una sceneggiata da premio Oscar e neanche fossimo sotto i bombardamenti della Luftwaffe, a tuonare: l’Italia ce la farà! Quasi che farcela per uno stato europeo a cavallo tra il secondo e terzo millennio dopo Cristo non fosse l’ordinaria amministrazione. Dodici anni di vaniloqui riformisti nello spirito dell’immutabile Decalogo della Costituzione repubblicana, di inviti alla liturgia interminabile del dialogo, di esortazioni a stringersi a coorte per esser pronti alla pensione, di retorica della coesione & della condivisione. La solita, incredibile filastrocca ancor oggi applaudita dal vecchio Prodi ma anche dal giovane Veltroni. Consoliamoci: di questo corpo mummificato oramai funziona solo l’organo vocale.