Una domanda da oltreoceano

Zamax: Me gustaria me dieras tu opinion sobre el sistema de gobierno italiano. Para nosotros aqui nos parece un sistema “raro”. Estabamos conversando con Claudio sobre la convenienza de este tipo de gobierno con respecto a los planes a largo o mediano plazo, con planes me refiero a politicas aplicables a problematicas del pais, quiero decir, como se puede planificar algo a mediano y largo plazo cuando se tiene la sensacion que se va a durar tres meses en el gobierno??? No lo se, me parece tan extraño este sistema que me parece que lo unico que sirve es para que los politicos se aseguren una jugosa pension de por vida. Mi papa esta contento que haya caido Prodi, no veia la hora, a Prodi parece que mucho no lo afectó segun muestran las fotos, haciendo jogging todo sonriente y conversando acaloradamente con su peluquero. ¿Se viene el “Attalismo italiano”?

Non saprei rispondere a questa domanda se non partendo dalla caratteristica peculiare della vita politica italiana del dopoguerra. Esiste ancora il fattore K, come lo chiamò una volta per tutte Alberto Ronchey, l’anomalia tutta italiana di una sinistra in maggioranza comunista? O almeno i suoi effetti sono ancora visibili? Al contrario di molti, io penso di sì. E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica. Per un quarantennio dalla fine della seconda guerra mondiale fino allo sgretolamento dell’impero comunista nei paesi dell’Europa dell’Est negli anni ‘80, l’Italia ha avuto un sistema politico bloccato tra l’opzione atlantica e occidentale della Democrazia Cristiana e dei suoi satelliti, e il peso sempre crescente della fazione comunista nella società, che d’altra parte costituiva – stante la glaciazione dei rapporti internazionali determinati dalla guerra fredda – una sorta di assicurazione della DC sulla guida del paese. Il governo per i democristiani italiani divenne perciò una sinecura. E le frequentissime quanto innocue crisi di governo, facilitate dalla debolezza istituzionale della figura del presidente del consiglio uscita dalla Costituzione antifascista, furono il modo per regolare tra loro cervellotici equilibri di potere.

Così che fino all’irrompere nella scena politica della sinistra riformista e occidentale di Craxi negli anni ’80, ossia per più di un trentennio, in realtà si può parlare di un sostanziale continuum, una lunga, interminabile fase di governo nel quale i ripetuti avvicendamenti di ministri o di primi ministri avevano ben pochi effetti sull’ordinaria amministrazione del paese. Fino a tutti gli anni ‘60 la cosa fu relativamente facile e senza conseguenze, almeno in una logica di corto respiro, in quanto si trattava di governare la lunga fase inerziale di crescita economica tipica di un paese in fase di sviluppo. La filosofia di governo, tuttavia, impercettibilmente ma a lungo andare profondamente, prese una fisionomia economico-politica di stampo sempre più statalista. Questo era l’esito di una dinamica interna al paese. La natura particolarmente settaria, militante, comunista, della sinistra di casa nostra ebbe buon gioco nell’organizzare nel ventre molle dell’Italia democristiana una rete sempre più vasta di potere, in virtù di una solidarietà ideologica trasversale che si muoveva come un falange nella società italiana. Per venire a patti con questa sorda minaccia e conservare la pace sociale nel paese, la classe politica democristiana, forte dell’impossibilità di un normale ricambio politico, cominciò lentamente, fin dagli anni ‘50, ad abbandonare passo dopo passo la rappresentanza del proprio elettorato nei fatti moderato o conservatore. La storia della DC dalla fine della seconda guerra mondiale al 1992, l’anno di Mani Pulite, è la storia di una lentissima, lunghissima, progressiva diserzione. L’incredibile numero di correnti democristiane – nate, morte, risorte, rinate sotto nuovo nome – oltre ad essere in gran parte di sinistra, nella quasi totalità cercavano la loro identità particolare nel modo di rapportarsi con la sinistra. Ciò significa che fin quasi dalle origini i democristiani avevano incominciato a cercare la loro legittimità a sinistra, e a vedere il futuro e il mondo con gli occhi della sinistra, precludendosi così una propria originale e sensata modernizzazione. E non è certo un caso che già negli ’40, ma soprattutto negli anni ’50 dopo la scomparsa di De Gasperi, furono i Dossetti, i Fanfani, i La Pira, i Gronchi – i democristiani minoritari dell’Italia rossa tosco-emiliana – a dare la sterzata decisiva al partito.

La protagonista di questa progressiva mutazione fu una razza particolarmente vile: psicologicamente parlando, il democristiano di sinistra, o quello deambulante sul piano inclinato dell’ineffabile centro, è il perfetto conformista. Vivendo in Italia egli si trova vieppiù lacerato tra due realtà spesso conflittuali, alle quali la sua mentalità gl’intima di conformarsi: la tradizione cattolica (la tradizione, non la religione) e una cultura egemonizzata dalla sinistra. In certi casi patologici, prima di crollare, tanto più cede alla seconda, tanto più manifesta nelle pratiche religiose una sorta di grottesco atletismo devozionale. E come tutti i soggetti sensibili alla Sindrome di Stoccolma è tirannico coi suoi, avendo imparato in fretta dal temuto avversario l’arte giacobina di prendere il potere con le minoranze organizzate.

Il fenomeno dei democristiani di sinistra fu solo la replica a livello politico di quanto successe in tutte le pieghe della società italiana, dalla magistratura fino al mondo dell’economia. Oggi la sinistra, almeno quella che il Partito Democratico intende rappresentare, avendo allevato in tutti settori della società una sua nomenklatura, sempre più somigliante alla nomenklatura tout-court, non riesce più ad esprimere, a proiettare un’idea di se stessa. La sinistra, dispensatrice di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunista e giacobina, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretta ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, doveva diventare una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali, i migliori magistrati, i migliori banchieri, i migliori artisti, e perfino i migliori …cuochi. Ora con l’approssimarsi delle elezioni, del tutto il linea con la vulgata di un PCI baluardo della democrazia e del feticismo costituzionale, nonché sovietico partito degli onesti di berlingueriana memoria, eccoti pure l’apparentamento con l’Italia dei Valori del giustizialista Di Pietro. Ma basterà, nel 2008, il richiamo della foresta della superiorità morale e intellettuale, tipico della setta, per tenere insieme il popolo della sinistra dietro le insegne di un partito che – con Veltroni ancor più che con Prodi – è l’interfaccia patinata della rete dei poteri consolidati e conservativi del nostro paese, dalla Corte Costituzionale alle Associazioni criptosindacali dei Consumatori? Valgono ben poco i programmi, o le buone quanto vaghe intenzioni di rinnovamento, quando si rappresenta, nei fatti, il vecchio. Io non credo che il Partito Democratico, almeno questo Partito Democratico, sarà il futuro della sinistra italiana. Dico che le camaleontiche trasformazioni, di facciata beninteso, che dovrebbero con un colpo di bacchetta magica antistorico porre l’Italia mancina all’avanguardia in Europa provocheranno un rigetto nell’elettorato storico della sinistra, stanco delle sfilate mondane della bella politica e anche degli strilloni dell’antipolitica, e se il candidato Veltroni, per quanto magnificato dalla grancassa dei media – ora che per causa di forza maggiore anche La Repubblica ha dovuto abbandonare la sua filosofia politica unionista e pansinistrorsa, i grandi giornali parlano veramente la stessa lingua, tranne per qualche voce isolata – se il candidato Veltroni, dunque, non saprà illudere il suo popolo fino all’ultimo con la prospettiva realistica di una vittoria elettorale, sarà proprio alla sua sinistra che rischierà di veder franare l’appeal della sua campagna elettorale.

Quant’è diversa invece la parabola del vecchio Berlusconi! All’epoca del Terrore della Rivoluzione di Mani Pulite, ebbe l’ardire e la lungimiranza strategica di guardare oltre la politique politicienne e di scommettere sull’Italia disertata politicamente dalla DC e disprezzata dalla cultura, l’Italia dei ceti medi, gran parte di quella muta Italia sepolta fino allora nell’anonimato della polverizzazione produttiva padana, l’Italia della diaspora socialista, e anche l’Italia di destra, ammorbidita da mezzo secolo di esperienza parlamentare, ma ancora colpita dall’ostracismo dell’arco costituzionale. E’ sintomatico che dopo quindici anni dalla discesa in campo del Cavaliere, ora che anche Casini nel momento decisivo non ha resistito ed è tornato a cuccia in quella virtuale area di centro che da Martinazzoli a Follini è stata il nosocomio della fatale patologia democristiana, oggi si arrivi ad uno scontro – secondo me finale – che vede da una parte, sotto nuovi nomi, gli eredi diretti dei partiti storici della cosiddetta prima repubblica, quelli risparmiati da Tangentopoli e i resti sparsi e addomesticati dell’ex pentapartito, cioè la cadaverica sublimazione della vecchia classe politica, e dall’altra parte sostanzialmente l’alleanza tra Lega Nord, Forza Italia ed Alleanza Nazionale, cioè tra due formazioni politiche nate negli ‘80 e ‘90 e gli eredi della riserva indiana missina.

La differenza fondamentale tra le due coalizioni, al di là della sceneggiata dei programmi, è che alle spalle di Berlusconi c’è un’Italia che ha molto meno da perdere da scelte drastiche. E se nell’epoca del maggioritario, mentre le esperienze di governo Prodiane sono crollate tutte e due sotto i colpi delle divisioni interne del fronte popolare antiberlusconiano, con una somiglianza puramente esteriore con la dinamica dei governi democristiani di una volta, solo l’ultimo governo Berlusconi è riuscito, bene o male, a stare in sella per i cinque anni di una congiuntura economica internazionale difficilissima, questo lo si deve non poco alla riposta, indiretta pressione dell’elettorato di un centrodestra assai più unito alla base che al vertice.

(Consiglierei però vivamente agli aspiranti liberalpopolari di lasciar perdere le suggestioni programmatiche della Commissione Attali. Esse ubbidiscono nel fondo ad un’aggiornata filosofia politica di stampo statalista in versione tecnocratica. Lo stato, in questa visione statica e riduzionistica della società, è concepito come una macchina sofisticatissima da rimettere periodicamente a punto con centinaia di accorgimenti tecnici; che sono così tanti appunto perché bisogna far quadrare il cerchio, e non scontentare nessuno; e sono tecnici perché suppostamente indolori.)

El boludo

Update del 09/02/2008: piano piano la verità viene a galla. A conforto della mia analisi ecco gli interventi di Galli della Loggia sul Corriere, specialmente laddove scrive:

Non credo che si tratti solo di un calcolo di piccolo cabotaggio politico; la risposta va cercata più a fondo. Va cercata cioè nella tradizione specifica di quella parte del Pd di cui sopra che affonda le radici nelle vicende del comunismo. Che da quelle vicende, pure così lontane, ha acquistato a suo tempo abiti psicologici e modelli di pensiero, ha ereditato una vera e propria antropologia politica.

[…] E sì che invece la funzione sua [di Prodi, N.d.Z.] e dei suoi amici rispetto agli eredi della tradizione comunista è stata davvero preziosa. Se ci si pensa bene, infatti, sono stati Prodi e i cattolici cosiddetti democratici, è stata proprio la loro presenza, la sponda politica da essi offerta, che ha consentito agli ex Pci di non diventare ciò che a nessun costo la maggioranza di essi, in obbedienza al proprio codice genetico, voleva diventare: socialdemocratici. Che cioè ha evitato quello che altrimenti sarebbe stato l’esito ovvio, direi inevitabile, della fine della loro vicenda.

E di Lodovico Festa sul Giornale, di cui segnalo la chiusa:

Comunque quella che stiamo vivendo è la fine di una stagione, in cui l’organizzazione del centrodestra è stata costretta a un modo di agire sia nella definizione del programma sia nella selezione dei candidati molto concentrato, dall’asprezza dello scontro non solo con il centrosinistra ma anche con larghi settori dell’establishment, in tempi abbastanza recenti anche confindustriale. Questa stagione emergenziale sta finendo, il voto quasi sicuramente per il centrodestra del 13 e 14 aprile chiuderà non solo una vicenda politica contingente ma la fase storica della guerra senza tregua a Berlusconi. Nella nuova fase sarà determinante per un centrodestra che vuole governare al meglio, sollecitare in prima persona l’impegno della borghesia produttiva, rimuovendo gli ostacoli organizzativi che ne hanno limitato la mobilitazione.

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La setta di Repubblica

Fossimo solo sotto la minaccia pestifera e moderna del politicamente corretto, sarei contento: l’Italia sarebbe un paese passabilmente evoluto.  No: dobbiamo ancora liberarci del giacobinismo degli orfani del marxismo. Per sopravvivere son tornati all’antico. Fu la geniale intuizione del fondatore di Repubblica, che già negli anni settanta sentiva puzza di cadavere. E si abbeverò alla vecchia scuola, che qualcuno così ben descrisse:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perchè tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? Ma lasciamo pure le rilegature, il loro grazioso dorso bruno e oro, e parliamo del libro, che non avete mai aperto, e dopo tutto, grazie a Dio, non serve, lo conoscete già. Tutto è mutato in centocinquant’anni, tranne la filosofia, che ha cambiato solo di nome – oggi diciamo libero pensiero – e varia da un uomo a un’altro altrettanto poco che da un’epoca all’altra. Diderot conversatore e letterato ha certo una fisionomia e una piacevolezza proprie. Diderot philosophe è identico a tutti i suoi “fratelli” e ve lo risparmio.
Ma se descrivere è superfluo, spiegare è molto difficile. Che cos’è la filosofia? Una setta, si dice di solito: e in effetti, le apparenze sono proprio queste.
L’ortodossia, in primo luogo: «La ragione», scrive Diderot nell’Enciclopedia, «è in rapporto al filosofo ciò che la grazia è in rapporto al cristiano». E’ il principio dei nostri liberi pensatori: «Noi abbiamo fede nella ragione». Così ciò che si chiede ai fratelli è più credere che servire la ragione. Secondo questo culto, non diversamente dagli altri, è sempre la buona volontà che salva. «Ci sono filosofi», dice Voltaire, «fin nelle botteghe», frase che corrisponde alla nostra «fede del carbonaio» [una fede da semplicione N.d.Z.] E d’Alambert scrive a Federico II nel 1776: «Riempiamo i posti vacanti all’Accademia di Francia come possiamo, al modo del banchetto evangelico del buon padre di famiglia, con gli storpi e gli zoppi della letteratura». Uno spirito zoppicante sarà dunque ammesso, se è buon filosofo, mentre un altro verrà escluso anche se sta ritto, ma in modo indipendente. Il partito preso è netto e incoraggia un quietismo della ragione che è anche più nocivo dell’intelligenza di quanto non lo sia alla volontà il quietismo della fede. Niente danneggia più il progresso della ragione quanto il suo culto: non ci si serve più di ciò che si adora.
Esigente in fatto di ortodossia, la filosofia non lo è da meno in fatto di disciplina. Voltaire non si stanca di predicare l’unità ai fratelli: «Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento», scrive a d’Alambert, e ancora, nel 1758: «Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!» Questi voti del patriarca saranno esauditi e superati a partire dal 1770: la repubblica delle lettere è fondata, organizzata, armata, e intimidisce la corte. Ha i suoi legislatori, l’Enciclopedia; il suo parlamento, due o tre salotti; la sua tribuna, l’Accademia di Francia, dove Ducos ha fato entrare e d’Alambert ha fatto regnare la filosofia, dopo quindici anni di lotta perseverante e di politica accorta. Soprattutto, in tutte le provincie, ha le sue colonie e le botteghe. Accademie nelle grandi città, dove, come a palazzo Mazzarino, philosophes e indipendenti si scontrano, questi ultimi regolarmente battuti; società letterarie, sale di lettura, nelle città più piccole; e da un lato all’altro di questa grande rete di società, è un perpetuo andirivieni di corrispondenze, di indirizzi, voti, mozioni, un immenso concerto di parole, di una stupefacente armonia; non una nota discordante: l’esercito dei philosophes disseminato su tutto il paese, dove ogni città ha la sua guarnigione di pensatori, il suo “foyer de lumières”, si addestra dappertutto, con lo stesso spirito, con gli stessi metodi, allo stesso lavoro verbale di discussioni platoniche. Di tanto in tanto, al segnale che viene da Parigi, ci si raccoglie per le grandi manovre, gli “affaires”, come già si dice, incidenti giudiziari e politici. Ci si coalizza contro il clero, contro la corte, a volte contro un singolo imprudente, Palissot o Pompignan, o Linguet, che ha creduto di prendersela con un gruppo qualsiasi e con stupore vede improvvisamente levarsi in volo, da Marsiglia ad Arras, da Rennes a Nancy, tutto intero lo sciame dei philosophes.
Giacché un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero: Frèron, Pompignan, Palissot, Gilbert, Linguet, l’abate di Voisenon, l’abate Barthélemy, Chabanon, Dorat, Sedaine, il presidente de Brosses, lo stesso Rousseau, per non citare che gli uomini di lettere, giacché il massacro nel mondo politico fu molto più vasto.
Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perchè dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima. (Augustin Cochin, Lo Spirito del Giacobinismo, dal primo capitolo intitolato “I filosofi”, testo di una conferenza del 1912)

Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (1)

Nel blog di Mario Sechi, qui e qui, ho partecipato ad un’interessante discussione a tre (io, Zagazig e un certo Rifat Lica, albanese o kosovaro) sulla recente indipendenza del Kosovo. Assai scorrettamente e credendomi evidentemente il più intelligente di tutti, ho raccolto in un post i miei interventi.

Questi sono i frutti purtroppo di una pedissequa IDEOLOGIA democratica, che fa le cose sempre a metà, e per sbrogliarsi dagli impicci s’inventa nuovi stati a go-go. Già ci siamo inventati la Bosnia come stato, che per darsi un’anima ha finito per islamizzarsi: quando invece il territorio culturalmente è sempre stato diviso tra una fascia a ridosso della Dalmazia (l’Erzegovina) croata e cattolica, e il resto abitato da serbi ortodossi e (una volta) tiepidissimi musulmani. Poi abbiamo dato via libera ad uno stato della consistenza demografica di una provincia italiana (600.000 abitanti), il Montenegro, i cui abitanti parlano e scrivono in serbo e sono ortodossi. Non parliamo della piccola Macedonia, anch’essa divisa tra una fascia a ridosso dell’Albania di etnia albanese e il resto della popolazione che parla il macedone, cioè un dialetto bulgaro (con la Bulgaria confina infatti ad Est). L’ipocrisia è tale è che adesso c’inventiamo lo stato kosovaro: coerenza vorrebbe almeno che il Kosovo passasse all’Albania e buonanotte.
Il puzzle ex-jugoslavo e più in generale quello balcanico non ha soluzioni indolori. O si decide di mantenere inalterati i confini, oppure si procede ad una spartizione controllata del territorio, che tenga conto della demografia e della storia. Altrimenti le “pulizie etniche” saranno loro che continueranno a farle. (Zamax on February 17th, 2008 13:54)

Rifat Lica, parliamoci chiaro. L’indipendenza del Kosovo è solo il prologo all’unione con l’Albania. Nulla di strano. E’ naturale. Anzi, almeno in linea teorica, io sarei pure favorevole alla temuta – dai vicini – Grande Albania, cioè la riunione sotto lo stesso tetto degli Albanesi della …Shqiperia vera e propria, del Kosovo, della Crna Gora, e della Macedonia. Ma senza neanche prendere in considerazione i rapporti internazionali e l’effetto domino che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo potrebbe scatenare, allora almeno bisognerebbe lasciare quella fetta di territorio nel nord del Kosovo dove si concentra la minoranza serba passare alla Serbia, o no? (Zamax on February 19th, 2008 14:25)

Caro il mio Schipetaro d’adozione, o d’elezione, a quel che so io gli Albanesi già si suddividono tra nordisti e sudisti, tra gheghi e toschi. Non mi dica che l’aggiunta dei (gheghi) kosovari costituirebbe un terremoto culturale. Io l’altro giorno in piazza a Treviso ho visto centinaia di immigrati kosovari e albanesi agitare solo un mare di bandiere albanesi. E poi guardi un po’ cosa sono riusciti a combinare quei disgraziati di italiani, se oggi ci troviamo tutti qui riuniti: io, che sono germogliato nell’entroterra bifolco & campagnolo della Serenissima sotto lo sguardo schifato delle Alpi, lei che è stato eruttato dalla bocca generosa e proletaria del Vesuvio, e il nostro ospite [Mario Sechi, N.d.Z.] che arriva addirittura dalla Sardegna, l’isola incorreggibile che nei secoli dei secoli è rimasta sempre ostinatamente in mezzo al Mare Nostrum, a distanza di sicurezza dai lidi iberici, gallici, italici e africani.
Hai visto la nuova bandiera del Kosovo? Sfondo blu con profilo giallo della nazione sormontato da sei stelle bianche con riferimento alle sei comunità etniche presenti in Kosovo: albanesi, serbi, turchi, rom, bosniaci, gorani. Sei comunità come le sei repubbliche dell’ex federazione jugoslava: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia, Macedonia. Non per voler portare sfiga… (Zamax on February 21st, 2008 20:50)

Zag, tu dici nel precedente commento al post “Kosovo indipendente” che: “Le sei stelle di Dardhania esprimono un qualcosa che in Italia sembra inconcepibile perché tutti sono abituati ad avere come punto di riferimento gli scontri etnici che hanno caratterizzato la storia recente delle regioni balcaniche slave ma questi non sono slavi e hanno un altro modo di vivere.” Ti faccio notare che tre delle sei etnie del Kosovo sono slave: serbi, bosniaci (presumo “bosgnacchi” slavi musulmani), gorani (gli “highlanders” del Kosovo, da “gora” parola slava che significa “montagna”). Ma in ogni caso qui non stiamo parlando di una questione tra albanesi, non stiamo parlando nemmeno dell’islamismo sui generis delle popolazioni balcaniche. Anch’io ho scritto nel mio commento dei “tiepidissimi” – una volta – musulmani bosniaci. Per capire quel mondo particolare noi abbiamo per fortuna i romanzi di un grandissimo scrittore bosniaco quale Ivo Andrić, stupendi affreschi storici come “La cronaca di Travnik” e “Il ponte sulla Drina”. In sé l’Illirismo, il sogno ottocentesco di riunire gli Slavi del Sud, (in questa accezione la parola certo non piacerà agli Albanesi), non era del tutto irrazionale, se almeno fosse stato limitato ai Serbi, Croati, Bosniaci e Montenegrini, popoli che parlano in pratica la stessa lingua (tempo addietro si parlava di lingua “serbocroata”) che la storia e la religione hanno divisi. Con la crisi e le guerre degli anni ’90 il riconoscimento di Croazia e Slovenia divenne inevitabile: ma si trattava di paesi ben caratterizzati culturalmente, e con popolazioni omogenee. In altre parti d’Europa i nuovi stati o erano frutto di separazione consensuale, come quella tra Cechi e Slovacchi, oppure traevano la loro legittimità dalla storia, come i paesi Baltici, nonostante forti minoranze slave in Estonia e soprattutto in Lettonia, dovute ai tentativi di russificazione ai tempi dell’Unione Sovietica. Ad ogni modo un’unica via per orientarsi in questa grandiosa ricomposizione geografica dell’Europa non c’è. E ci vuole invece molto buon senso e pragmatismo. Per esempio: dal punto di vista storico l’attuale Polonia è irrazionale, spostata com’è tutta verso ovest, per volere dei sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. In più dal punto di vista demografico è stato luogo di brutali genocidi (ebrei) e emigrazioni di massa. Questa somma di arbitri criminali fa sì che oggi la Polonia sia uno stato etnicamente e culturalmente omogeneo e fra non molto una media potenza europea. Dovremmo allora rimettere in questione i confini per un senso astratto di giustizia?
Ma dopo il riconoscimento di Croazia e Slovenia cosa restava della ex-Jugoslavia: un’entità abbastanza uniforme come la Serbia (nonostante la presenza di una minoranza ungherese nella Voivodina) e poi? Un mosaico informe di genti popolava la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia e il Kosovo. Anzi l’attuale Bosnia-Erzegovina, “grazie” purtroppo alle reciproche pulizie etniche ha ora una geografia etnica più definita. In fin dei conti lo stesso “comodo” sentimento di riluttanza – ai limiti della viltà – soprattutto europeo ma anche americano ad intervenire nel ginepraio bosniaco che ritardò per tanto tempo l’intervento militare decisivo della Nato, è quello stesso che informò l’affrettato riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Come prima si distoglieva lo sguardo dal problema umanitario (anche per non irritare Mosca) – nonostante il martirio di Vukovar in Croazia e fino ai massacri di Srebrenica in Bosnia – poi, nella fase di ricostruzione, si pensò di risolverlo magicamente con la panacea dell’indipendenza, come se i bosniaci – dopo essersi scannati a vicenda – fossero degli svizzeri che avessero sviluppato un sentimento patrio più forte delle loro rispettive origini culturali-religiose!
Come riportato dall’ “Occidentale”:
Anne Applebaum del Washington Post ci dice che: “Ma all’origine di tutto ci sono le colpe di Milosevic”: vero, e questo lo dico anch’io che m’infuriavo quando alla RAI – per anni! – parlavano degli interventi di “interposizione” dell’Armata Popolare Jugoslava neanche fosse stata TV Beograd!
Ma questo giustifica i pasticci che stiamo combinando nei balcani? Non è la stessa leggerezza con la quale gli europei guardavano distratti alle strafottenti performances nazionalistiche panserbe dell’ex comunista Milosevic a Kosovo Polje all’inizio degli anni ’90 [correggo: 1989, l’anno del 600° anniversario della fatale battaglia coi Turchi N.d.Z.]? Siccome lo “scioglimento” di questi problemi in una Unione Europea delle Meraviglie è ancora un sogno lontano, che bisogno c’era di irrigidire una situazione magmatica ed in divenire con questa serie cervellotica di nuovi stati? (Zamax on February 22nd, 2008 23:04)

Qui non si tratta di riconoscere o meno il dramma dei kosovari o di rendere o no ai kosovari quello è che loro. Oramai pian pianino anche gli Europei in seguito ai tragici avvenimenti del decennio scorso si stanno familiarizzando con la storia dei Balcani. Qui si tratta di porre mano da parte della comunità internazionale ma in primis dell’Europa con lungimiranza al costosissimo cantiere dell’ex-Jugoslavia. Gli stati “nazionali” (fino a che l’evoluzione storica – magari anche con l’aiuto della tecnologia – non renderà possibile altre soluzioni) sono strutture rigide, non solo per questioni culturali, ma anche per mere questioni logistiche; non basta dire che nel XXI secolo siamo tutti bravi e tolleranti: si pensi alle grosse difficoltà anche solo organizzative degli stati bilinguistici o plurilinguistici. E dovrebbe far pensare il fatto che negli ultimi anni, a seguito del massiccio afflusso di “hispanics”, la questione dell’inglese come “lingua ufficiale” sia venuta prepotentemente a galla negli Stati Uniti (lo so anch’io, Zag, che il Kosovo è un territorio piuttosto omogeneo, e che l’unica minoranza che conta veramente è quella serba: ma conta, eccome, purtroppo). Si pensi come in un quadro idilliaco e ideale come la Ricca & Democratica Europa Occidentale assistiamo all’approfondirsi delle divisioni tra Fiamminghi e Valloni in Belgio; e ai continui microconflitti sotterranei tra la comunità italiana e quella germanica nell’Alto Adige-Sud Tirol pur ricoperto di quattrini. Senza neanche parlare del problema basco o nord-irlandese.
Indipendenze astrattamente “giuste” e “riparatrici” che non tengano conto di questi fattori sono foriere di nuovi problemi. Sono edifici con deficienze strutturali. Pacchi dono con bombe ad orologeria incorporate.
Le considerazioni di Gabriele Cazzulini su Ragionpolitica.it sono condivisibili, ma per molto tempo ancora resteranno “filosofia”.
Io non sono un fan della scuola “realista” nelle questioni di politica internazionale perché spesso scade in un dogmatismo opposto, che ricorda il guicciardiniano “particulare” e che porta a visioni di corto respiro. Però l’astratta ideologia “democraticamente corretta” – e pedagogicamente pericolosa – che informa per una volta insieme sia l’ONU sia l’Occidente, da una parte spinge per l’autodeterminazione dei popoli, dall’altra pretende che queste entità di nuovo conio – spesso nuove alla “democrazia” come “cervo venuto fuori di foresta”, per dirla alla Vujadin Boškov – di punto in bianco si adeguino a standards ideali di tolleranza e multiculturalità.
Io dico che al momento attuale noi ci troviamo nell’ex Jugoslavia in questa situazione: una situazione definita in Slovenia, Croazia e Serbia; una Bosnia divisa a metà (anche se in un modo geograficamente assai eccentrico) tra la Federazione croata-musulmana e la Republika Srpska; una Macedonia culturalmente bulgara con una forte minoranza albanese stazionante nelle zone di confine con Albania e Kosovo; un Kosovo con la minoranza serba concentrata nel nord del paese; un Montenegro dove circa la metà della popolazione è “montenegrina doc”, il 30% serba e un 15% albanese, e dove si parla serbo. Tra Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro, in tutto meno di 10 milioni di abitanti. Una situazione estremamente fluida che solo un sognatore può credere stabilizzata. L’Europa avrebbe dovuto prendere il toro per le corna, una volta spento l’eco delle armi, e lavorare ai fianchi tutte le parti in causa, comprese Bulgaria e Grecia (che non accetta il nome “Macedonia” per il piccolo stato slavo, rivendicandolo interamente alla sua storia) per una razionalizzazione condivisa (per dirla, ahinoi, alla Prodi & Veltroni) e certo difficile dei confini. Perché le trattative funzionano quando si ha qualcosa di concreto da offrire che non siano vaghe promesse di rispetto dei diritti. La creazione “ufficiale” di quattro piccole benintenzionate Jugoslavie ha reso tutto più complicato.

Post Scriptum: anche se la cosa ora sembra impossibile, io sono dell’opinione che in quadro di stabile pacificazione, a lungo – ma proprio a lungo – andare le pulsioni sotterranee per un’unione dei popoli di lingua serbo-croata in senso lato riemergeranno in superficie. (Zamax on February 24th, 2008 19:52)

Update: L’errore è stato quello di aver considerato gli etnonazionalismi con un’ottica eurocentrica. Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo, come ho già detto in un commento qualche giorno fa, una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”. Muller nel suo articolo dimentica che gli Stati Uniti sono sì un paese multietnico, basato però su un’unica piattaforma culturale (almeno nei suoi tratti fondamentali) e linguistica. (Zamax on February 28th, 2008 15:21)

Opposte visioni: Marco Cavallotti sul Legno Storto e Andrea Gilli su Epistemes