La strada sbagliata della sinistra

Nel chiamare a raccolta i potenziali elettori del centrodestra l’intuizione italoforzuta berlusconiana, con una dose ragionata di populismo, mirò a scavalcare la mediazione di sclerotiche formazioni politiche, e a sfuggire la trappola soffocante dello schematismo laici-cattolici. “Forza Italia” era un grido di battaglia ma anche un invito rivolto al singolo individuo stanco di un’idea confessionale o settaria della politica. Era una visione dinamica, aperta, prospettica, ma non per questo onnicomprensiva, e si rivelò un ottimo investimento, facendo il pieno o quasi di consensi a destra, e raccogliendo gran parte del voto – decisivo – dell’elettorato dei profughi della diaspora socialista.

Vediamo invece che sia con l’esperienza dell’Unione prodiana sia col nuovo progetto del Partito Democratico veltroniano la mentalità che informa l’azione politica dei postcomunisti-democratici sia sempre quella della torta da suddividere o da okkupare. Essi continuano ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico 51 per cento. Così si spiegano la corte serrata al voto cosiddetto cattolico, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali di qualche tempo fa, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici delle grandi banche, il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine però i conti – nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai postmarxisti – non tornano: l’intendance n’a pas suivi.

A dimostrazione che nel quartier generale democratico le idee sono confuse come e più di prima, ancor oggi Veltroni cerca patetici abboccamenti con Casini nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia. In questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti – sì: quattro gatti – teodem, è costretto ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che scontentare la grande maggioranza degli elettori di sinistra. Così come è del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra, l’idea balzana – non veltroniana, ma figlia della stessa forma mentis – del partito del Nord. Nello stesso tempo, perfino nella ricorrenza del loro 25 aprile, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso: quest’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da sogni masturbatori notturni, è proprio il segno che sul ponte di questa sinistra sventola bandiera bianca, e che il comunismo del belpaese, attraverso la finzione del Partito Democratico, sta morendo nel ridicolo.

P.S. Non vorrei che qualcuno, capitato per la prima volta da queste parti, mi sospettasse di simpatie “laico-socialiste”: al contrario son liberale-destrorso e, in cuor mio, cattolico perinde ac cadaver.

Advertisements

Il ritorno del fattore F

“F” come “femme” ça va sans dire vocabolo assai più torrido e di più rotonda, piena e sana sensualità di quello da trivio normalmente in uso da noi, che strascica il sesso per il vicolo senza uscita della brutale genitalità. E’ mia opinione che sia un gran demerito degli storici moderni aver sottovalutato enormemente l’importanza del fattore F, che era invece ben conosciuta e degnamente apprezzata dalla schiatta degli antichi. E’ ben noto, ad esempio, che il primo uomo, Adamo, stravedeva per l’unica donna del Paradiso Terrestre, Eva: piuttosto che a Dio obbedì a lei, che se lo portava dietro come un cagnetto pechinese, e il fatto fu fecondo di conseguenze per tutta l’umanità. Chi non ricorda poi il ratto della sposa infedele di Menelao, Elena, da parte di un ragazzetto in calore, lo scapestrato figlio di Priamo, Paride, che scatenò il primo conflitto mondiale dell’antichità, passato alla storia col nome malizioso di guerra di Troia? In quei giorni l’ira funesta di Achille per poco non costò la vittoria ai Greci. Guaiva come un cane, l’eroe, e sbuffava come un toro aggirandosi pel campo degli Achei, ché gli avevano sottratto la schiava Briseide, senza la quale non poteva più vivere. Anche il ritorno degli eroi fu sotto il segno della donna: Odisseo costante luminoso, che molte pene soffrì nel cuore, era caro all’occhiglauca Atena, alla quale Zeus padre non sapeva dir di no. Fu così che potè far ritorno alla petrosa Itaca, che per lui significava una sola cosa: Penelope. E anche in pieno Rinascimento non si scherzava: Re Enrico VIII fondò, si può dire, la Chiesa d’Inghilterra sul fattore F. Ma torniamo ai giorni nostri, ché la storia sarebbe troppo lunga. Non tutti conoscono the true story behind Nicolas & Carlà. Qualche anno fa a Sarkò capitò qualcosa di simile all’avventura di cui è stato protagonista recentemente David Cameron, leader pacioccone dei Tories britannici, scambiato per un idraulico dalla magnifica e perspicace Kate Moss.

Sarkò incontro Carlà ad una sorta di party di beneficenza dei quartieri alti. Lui era già un politico conosciuto ma, si sa, le dee come Carlà a malapena riconoscono i capi di stato, quando li riconoscono; l’altera ma fresca bellezza della modella signoreggiava senza pietà nel salone degli ospiti in tutta la sua altezza naturale e artificiale. Atterrito, il piccolo Nicolas si fece ancor più piccolo, ma poco a poco il suo cuor di leone ricominciò a battere con regolarità. Si avvicinò alla dea porgendole un calice di champagne, che Carlà accettò con la massima naturalezza scambiando il piccolo Napoleone per un cameriere. Sarkozy, adorante, annichilito, giurò a se stesso, in quello stesso momento, che sarebbe diventato Re di Francia e che avrebbe impalmato la Regina del suo cuore, dei suoi occhi, e della sua mente. Questo è il segreto dell’energia e della spietata determinazione nascosta dietro la sua folgorante ascesa.

E che dire dell’integerrimo governatore dello Stato di New York, poveruomo, colpevole di recente di aver perso la testa per una giovane squillo? Purtroppo pensiamo che la stessa cosa capiterà, nel senso letterale della parola, al capo della Polizia di Teheran, sorpreso mentre si dava bel tempo insieme ad un harem di ben sei prostitute, nel pieno e sultanesco rispetto della tradizione islamica classica dei bei tempi.

Ora dalle steppe siberiane giungono notizie incredibili. Sembra che lo Zar di tutte le Russie, l’ex funzionario del KGB Vladimir Putin, sia caduto stecchito ai piedi della bella venticinquenne Alina Kabaeva: l’uomo, o meglio, l’ometto di ghiaccio si sarebbe sciolto come la neve al sole incrociando le capocchie di spillo dei suoi occhietti cilestrini con le profonde pupille nere, dagli inquietanti bagliori asiatici, degli occhi circassi della moretta. Corre perfino voce che sia già stata stabilita la data delle nozze. La cosa assesta un duro colpo alla nostra sensibilità: non possiamo veramente immaginare senza raccapriccio il tenero e flessuoso corpo dell’ex ginnasta costretto al disbrigo marziale dei doveri coniugali con la carne stagionata dell’aspirante mandrillo della Moscovia.

E non è finita qui, purtroppo per noi: la Spagna vuole dichiarare guerra all’Italia, sissignori. Il solito immarcescibile, incorreggibile Cavalier Silvio Berlusconi, fresco e inebriato vincitore delle elezioni politiche, si è permesso – per questo lo amiamo – di scherzare sulle capacità di Bambi Zapatero di tenere a bada le ministre del suo nuovo governo. Bisogna capirlo, Silvio: non c’è una situazione in cui si senta più a suo agio di quando troneggia in mezzo ad una marea di femmine. Fare il gallo del pollaio è più forte di lui: sfoderando un sorriso estatico vorrebbe abbracciarle, baciarle, sposarle tutte, giovani, vecchie, alte, basse, more e bionde, sicuro di averle già tutte conquistate. Zapatero, pur essendo progressista, rimane un uomo: da uomo a uomo ha recepito il messaggio, e il sangue caliente gli ribolle in petto. Per questo dobbiamo tremare, non per il teatrino politicamente corretto.

Update: ad un’analisi meno passionale e più scientifica degli occhi della circassa sembra che le pupille nere siano in effetti di un altro colore: ma è noto come Zamax straveda per il sesso debole.

E’ finito il dopoguerra

Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: “non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

La posta in gioco

Democratico fin che si vuole, Veltroni non ha resistito ad usare la riposta violenza dialettica preventiva tipica dello spirito giacobino-comunista, la fredda retorica manganellatrice che sotto compunte preoccupazioni legalistiche mira in realtà ad intimidire l’avversario politico. Così facendo, la nuova democraticità veltroniana manifesta la continuità con la prassi politica della sinistra italiana del dopoguerra e la solidarietà ideologica con la vulgata vetero-resistenziale che in forma patologica alimentò anche il fanatismo del terrorismo rosso degli anni ’70 e ’80. Ancor oggi, dunque, nel 2008, per chiamare a raccolta il suo elettorato, il nuovo corso della sinistra si appella all’istinto settario, autoassolutorio e autogratificante, di rivendicare a sé l’esclusiva dello spirito democratico e dell’interpretazione del dettato di quella Costituzione del ’48 alla quale si è progressivamente legata in un rapporto feticistico, che ricorda gli splendori islamici della religione del libro.

Mette il carro davanti ai buoi, dunque, chi pensa che oggi la priorità del nostro paese sia un più o meno accentuato tasso di liberalismo politico ed economico. La triste realtà, che spiega l’inesplicabile immobilismo italiano, è che l’Italia sconta ancora gli effetti di un’anomalia culturale che non ha paragoni in Europa. Senza il riallineamento del panorama politico italiano a quello continentale (questo, per ora, è il nostro naturale e realistico traguardo, purtroppo, non la terra promessa anglosassone), pensare, progettare, battersi per politiche liberali è come costruire sulla sabbia. In questi giorni Veltroni parla di stagione di odio e di violenza, nel momento stesso in cui, alla stregua di tutti i suoi predecessori da sessant’anni a questa parte, la pone in atto con retorica melliflua nel confronto politico. Quella stesso confronto politico – quella regolare lotta politica – che da sempre la propaganda della sinistra ha il fine di inibire, mettendo preventivamente sotto accusa le forze politiche avversarie e creando un senso di colpa nell’elettorato. L’anomalia non è affatto Berlusconi: al contrario, il magnate brianzolo è riuscito nell’impresa di mettere in piedi un partitone di centrodestra che bene o male rispecchia la temperie culturale dell’Italia destrorsa.

A volte i liberali italiani sembrano in preda alla schizofrenia, barcollando tra un fideismo economicistico nei numeri e nelle statistiche che nel giudizio politico si sottrae tendenzialmente a considerazioni più profonde, e un ideologismo che non tollera nessun compromesso: i cattolici in questo mostrano spesso un maggior realismo, forse perché una fede già ce l’hanno. Giudicando solo dai “crudi fatti”, ad esempio, anche l’accelerata secolarizzazione dei costumi nei primi momenti delle rivoluzioni marxiste, avrebbe potuto far credere a qualche loro dinamica positiva. Così oggi la sinistra nostrana offre opportunisticamente alla benevola attenzione dei mainstream media qualche scampolo riverniciato di innocuo liberalismo. In un quadro siffatto le diatribe sulle filosofie tremontiane e sui pruriti nazionalistici della vicenda Alitalia passano in secondo piano.

Il Partito Democratico non può essere, realisticamente, il futuro della sinistra italiana nei prossimi anni. Se la vittoria berlusconiana sarà netta, nell’amarezza della sconfitta il popolo di sinistra comincerà fatalmente a chiedersi perché, al contrario di tutte le formazioni politiche sorelle del continente, il suo partito non possa chiamarsi socialista o socialdemocratico. Prima o dopo la sinistra si conformerà onestamente a quelle europee; ma per poterlo fare dovrà dismettere quell’abito mentale comunista che informa – ancor oggi – il Partito Democratico, e che è la sua sola e vera identità. E non potrà più essere quella fazione che irretisce e attira a sé tutti i poteri consolidati del paese, immobilizzandolo. L’eliminazione di questa fazione è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.

Zamax Lucilio suo salutem 2

E’ un periodo nero. Dieci giorni fa, era domenica pomeriggio, una giornata stupenda, alla mia prima uscita in bicicletta – non era programmata ma non resistei al primo, vero, caldo sorriso della primavera – sono stato protagonista di una caduta tragicomica, in una stradina a mezza via tra la periferia e la campagna. Siccome cerco sempre il piacere, e lo spirito agonistico da solo non mi basta e neanche mi alletta, vedo di contemperare lo sforzo fisico con la visione del paesaggio. Quest’ultimo può essere di tre tipi: naturalistico, architettonico, umano (c’est à dire la femme). Tanto ero appunto in quel frangente rapito nella contemplazione di uno di questi paesaggi, sulla natura del quale manterrò un religioso silenzio, che non mi accorsi di una di quelle maledette striscie gommate trasversali alla carreggiata chiamate “dissuasori di velocità”. Respiravo a pieni polmoni, copulando idealmente con l’intera natura, le braccia libere dall’impaccio dei manubri, e senza il profilattico del caschetto protettivo, che mal s’addice all’estasi panteista, quando il mio velocipede si imbizzarrì come un cavallino selvaggio al contatto col diabolico aggeggio partorito dalla civiltà. Abdicando ad un tentativo goffo e innaturale di surplace, rovinai lentamente ma inesorabilmente, come una nave che cola a picco, in mezzo alla strada, per fortuna deserta, sbattendo la parte sinistra della testa e testando le notevoli proprietà abrasive di un asfalto vecchio e granuloso sulla gamba. Siccome l’uomo è sempre l’uomo, il primo pensiero non fu di verificare le mie condizioni, ma di sfuggire alla vergogna e di trovare un cantuccio nascosto dove rintanarmi a leccare le ferite.

C’erano ancora venti chilometri da fare per tornare a casa e li pedalai tutti come un cane bastonato, la zampa sanguinante, senza nemmeno la forza di guaire, cercando di scansare gli sguardi curiosi della gente che incontravo per strada. La mattina seguente mi risvegliai con una faccia da pugile suonato, l’occhio sinistro tumefatto e nero, lo zigomo istoriato da geroglifici vermigli. La gamba, sotto il ginocchio, gonfia e dolorante, era grattugiata come una strada da riasfaltare, e solcata da una rete di sottilissimi canali d’irrigazione sanguigna. Nella mia depressione confidavo ormai solo nel medico di famiglia, dal quale speravo di lucrare qualche giorno di riposo, cioè di vacanza. Ma costui è un uomo tutto d’un pezzo, di quelli di una volta. Mi rispedì a casa – e al lavoro – dichiarando che non c’era nulla da fare, solo aspettare paziente l’opra del tempo, ma che dovevo considerarmi – me lo disse rincuorandomi, a mo’ di carota dopo la randellata iniziale – abile ed arruolato.

Ora dei segni del primo giorno mi è rimasto in faccia ancora una specie di “ombretto” maligno e beffardo sulla palpebra dell’occhio sinistro: non ti dico le smorfie che faccio per far capire, a chi mi guarda in un modo un po’ strano, che l’altro occhio non è così, e che il vezzoso pastrocchio è di origine traumatica… Che catastrofe!

Caro discepolo, avventure come queste devono però esserci di conforto. Gli uomini virtuosi sono destinati non solo a sopportare il male, ma anche a soffrire in silenzio e a non essere creduti. Se l’Onnipotente ci sottopone a queste prove, è segno che Egli ci ama, come un severo allenatore ha a cuore la tempra dell’atleta. Vale.