Footballismo (1)

Sono due decenni che non leggo i quotidiani sportivi. Oggi, ogni tanto ci butto un’occhiata, quando sono al bar. Per divertirmi. Per misurare il grado d’isterismo al quale sono giunte, con tenacia invidiabile, le nostre gazzette di gossip footballistico. C’è la finale dell’Eurolega del basket? Tranquilli, ve la dovrete cercare con pazienza a pagina 80 o 90. C’è la finale dell’Heineken Cup del rugby? Compratevi in più anche una lente d’ingrandimento. Magari è il giorno della finale della Coppa Uefa, quella del football, cioè del soccer, cioè proprio quella del calcio, ma se non ci sono in ballo squadre italiane è meglio che dirigiate il vostro apparato visivo verso l’angolino in basso a destra o a sinistra dove troverete l’apposito francobollo. Perché la prima pagina delle gazzette sportive – alla stregua della terza pagina del Sun, meritoriamente famosa in tutto il mondo, ma che però è la terza e non la prima, e in più ci tira su il morale con sventole da infarto – deve essere dedicata tutta all’ultima starlette del calcio mercato, la stessa che da qui a sei mesi, nella maggior parte dei casi, sedotta & abbandonata sarà in vendita al miglior offerente a pagina 42.

Oggi il calcio patrio, parlato e scritto, e purtroppo anche quello giocato, visti i disastrosi risultati delle nostre squadre nelle coppe negli ultimi anni, mascherati solo dai successi dei marpioni del vecchio Milan, è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo. Le discussioni sulla tattica si risolvono tutte con ridicole tabelline di numeri magici, 4-4-2, 4-5-1, 4-3-3, 3-4-3, 4-4-1-1 e via discorrendo, e i problemi si risolvono tutti mettendo un nome al posto di un altro, oppure mettendo più uomini in un settore della squadra, o in difesa, o a centrocampo, o in attacco, come se il calcio fosse una cosa statica o una partita a scacchi, avulsa dalla dimensione temporale. Questo gioco di vane e astrochiromantiche sottigliezze regala a chi vi partecipa un’aria saputa, che lo esenta da ogni tentativo di analisi più profonda e di largo respiro. Certo, il calcio è bello perché imprevedibile: l’abilità tecnica individuale, la fantasia, lo spirito agonistico, la fortuna ne saranno sempre ingredienti ineliminabili e decisivi. Ma oggi in Italia parlare seriamente di tattica e strategia calcistica, pur col dovuto distacco vista l’ingovernabile materia, è considerato un vezzo da fanatici.

Per una sorta di vendetta del mondo del calcio italiano (compresi i giornalisti) contro il vittorioso pioniere e rivoluzionario Sacchi (che certo aveva grossi difetti di carattere, soprattutto non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori) le nostre squadre hanno giocato per molti anni come se le novità sacchiane non fossero esistite, mentre tutto il mondo ne faceva tesoro. Il Milan di Capello ebbe successo perché seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi, ma lo potè fare solo perché perché ormai i rossoneri giocavano a memoria. Piano piano anche quel Milan cominciò a regredire verso una statica italianità. Il bel gioco, filante, risulta quasi sempre dalla meglio organizzata mobilità dei giocatori nel rettangolo verde, che ottimizzata tende sempre a produrre la superiorità numerica. Non si tratta di correre di più, ma di correre meglio: e questo si può fare se le cose vengono fatte senza riserve mentali. La velocità di una squadra non dipende dalla velocità dei giocatori, né dall’ardore agonistico, ma dall’abolizione dei tempi morti nell’avanzare e nell’indietreggiare della squadra. Se invece nel momento della conquista del pallone (o della perdita) ci si guarda attorno per vedere come si sviluppa l’azione si perde quell’attimo fatale che è decisivo.

Ancor oggi, con un ragionamento capzioso, volendo omaggiare polemicamente l’italica tradizione, si parla di contropiede, di vittoriosa tattica difensiva, o addirittura di catenaccio, di questa o quella squadra. Ma il contesto è del tutto differente. Il contesto è quello in cui la rivoluzione sacchiana è stata digerita; per cui sia la difesa sia il contropiede sono oggi basati sulla ricerca della superiorità numerica. L’Ajax degli anni settanta (che rifilò un terrificante 6-0 in una finale di Supercoppa al Milan di Rocco nel 1973) segnò la prima tappa di questa rivoluzione scoprendo una cosa molto semplice: che nel calcio di allora solo una parte dei giocatori in senso lato prendeva parte all’azione di gioco, mentre ce n’erano sempre due o tre che risultavano del tutto ininfluenti, e sprecati, agevolando la squadra avversaria. Sviluppando un’organizzata concentrazione di uomini dove serviva e quando serviva lo squadrone olandese dominò il calcio europeo per un lustro. E soprattutto non solo vinse, ma fece scuola, e cambiò il calcio, cominciando, caratteristicamente, dal lessico. Fecero capolino termini di nuovo conio, come il pressing e la tattica del fuorigioco. Terzini, stopper, ali e mezzali – la terminologia del calcio “statico” – cominciarono a sparire.

Prima del perfezionamento e direi quasi della codificazione sacchiana, esempi parziali di quest’evoluzione calcistica furono negli anni ’80 la Dinamo Kiev e la nazionale sovietica di Lobanovski; quest’ultima arrivò seconda agli europei del 1988 e fu la squadra che mostrò il miglior gioco ai mondiali messicani del 1986; ma sviluppando la ricerca della superiorità numerica, con le continue sovrapposizioni tipiche del calcio russo, solo in fase offensiva, e non anche in quella difensiva, andò incontro ingenuamente alle stilettate mortali in contropiede vecchio stile – palla lunga al centravanti – di squadre modeste e schiacciate in difesa come il Belgio nel 1986 e alle giocate dei campionissimi olandesi come Gullit e Van Basten nel 1988. Altro esempio importante fu il Goteborg dell’esordiente allenatore Sven Goran Eriksson che nel 1982 fra lo stupore generale vinse alla grande la Coppa Uefa; al contrario della Dinamo Kiev, il Goteborg di quella breve stagione prodigiosa mise in mostra il miglior pressing difensivo antecedente la stagione sacchiana.

Lo zelo, l’ideologia pionieristica di Arrigo Sacchi, raccolse le fila di tutti questi precedenti, dandone per la prima volta sul campo un’interpretazione globale e – in senso buono – totalitaria. E’ strano, ma a tanti anni di distanza, forse la maggior parte dei giornalisti italiani non ha ancora perfettamente capito che il pressing – cioè la ricerca della superiorità numerica dove serve quando serve, non solo nel gioco difensivo, cioè al fine della conquista della palla, ma anche in senso lato nel gioco d’attacco con l’offerta delle sovrapposizioni – è un movimento di squadra; che in realtà non esiste nessun pressing se esso non interessa tutti i giocatori, dal primo all’ultimo. E che lo sforzo centrale consiste nell’occupare nel minor tempo possibile col maggior numero di uomini possibile la zona nevralgica dove in quel momento si svolge l’azione. Contrariamente a quanto si favoleggia di solito, questo dipende in maniera pressoché totale dagli automatismi dei movimenti della squadra, non dallo sforzo agonistico; non dalla velocità dei giocatori, ma dall’abbattimento dei tempi morti. Una squadra che sappia interpretare al meglio le coordinate spazio/temporali nel rettangolo verde, può essere percepita come veloce anche se composta da una banda di appesantiti posapiano. La squadra “corta”, che si muove stretta in una fascia di trenta metri, che non corre di più ma ottimizza il movimento di tutti i giocatori, si cominciò a vederla allora. Come ho già scritto una volta:

Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.

Quindi ancor oggi si può parlare di gioco difensivo o offensivo, ma non nei termini con i quali una fazione inacidita ed accecata del mondo giornalistico sportivo italiano ne parla. Negandosi ad ogni tentativo di analisi seria, la nostra critica per spiegare l’alternanza dei risultati ha sempre pronta la soluzione di tutti i problemi: la giocata del campione, e il grado di stanchezza di una squadra, che un giorno, chissà perché, è pimpante e l’altro a terra. Vedrete, se los picadores españoles riusciranno ad imbrigliare e infilzare il toro russo, diranno che la squadra di Hiddink ha risentito degli strapazzi delle scorse partite, e che nel calcio alla fin fine conta solo l’arte dei campioni; se al contrario i nuovi eroi di Putin e Medvedev asfalteranno gli iberici si canteranno peana sullo straordinario strapotere fisico dei russi. Sbaglieranno di grosso, perché i russi di Hiddink non corrono affatto di più delle altre squadre, neanche di quella italiana, in termini quantitativi sommando le prestazioni dei singoli giocatori.

Come tutte le squadre di Hiddink i russi corrono insieme facendo massa, ordinatamente, in fase difensiva e in quella d’attacco. All’allenatore olandese riuscì il miracolo, nel mondiale sudcoreano-giapponese, di fare della nazionale di casa una squadra temibile. E’ vero, furono gli arbitri a buttar fuori Italia e Spagna negli ottavi e nei quarti di finale, ma è anche vero che soffrimmo terribilmente la continua superiorità numerica degli asiatici in tutte le zone del campo. Nel mondiale tedesco, che l’Italia vinse senza alcun dubbio meritatamente, la squadra di Lippi – pur lontana dalla tradizionale staticità italica – soffrì, negli ottavi di finale, ancora una volta il dinamismo dell’Australia di Hiddink, in teoria la squadra più debole da noi affrontata: non fu il rigore su Grosso – che fra l’altro ci stava – a salvarci, ma l’inconcludenza e lo scarso spessore tecnico degli attaccanti australiani. All’infausta finale di Istanbul con il Liverpool in una edizione di Champions League di qualche anno fa, il Milan di Ancelotti – temibilissimo quando viene lasciato giocare, ma regolarmente in crisi quando viene pressato e preso per il bavero – arrivò per il rotto della cuffia, grazie un gol siglato da Ambrosini negli ultimi istanti della partita di ritorno di semifinale con il PSV Eindhoven: gli olandesi allenati nell’occasione dal solito Hiddink, infinitamente inferiori dal punto di vita tecnico ai milanisti, avevano però malmenato in lungo e in largo i rossoneri.

Ripeto che la staticità di una squadra dipende non dal fatto che i giocatori siano realmente fermi, ma dal fatto che non corrono insieme. L’Italia di Donadoni purtroppo contro la Spagna ci ha fatto rivivere gli incubi d’impotenza delle nazionali di Maldini, Zoff, di Trapattoni. La differenza fondamentale tra il gioco (?) dell’Italia e quello della Russia si nota con palmare evidenza nella fase immediatamente successiva alla conquista della palla.

Italia: il giocatore che l’ha appena conquistata si guarda attorno, si concede una pausa filosofica – necessaria, perché la difesa non alza le tende dalla propria area e non offre i propri servigi all’eventuale disimpegno, e i centrocampisti annegano sparuti in un mare di maglie avversarie – dopodiché o si decide al lancio lungo all’attaccante ramingo laggiù in fondo, o cede la palla al giocoliere nostrano più vicino. Costui dovrebbe fare un capolavoro: saltare mezza difesa avversaria partendo dalla propria metà campo, e quindi concludere in solitario l’azione o realizzare un assist di miracolosa perfezione per l’attaccante al centro dell’area avversaria. Per l’attaccante e solo per l’attaccante, perché di inserimenti di centrocampisti non se ne parla proprio. Così l’azione d’attacco quasi sempre somiglia tanto ad un torrente che via via si trasforma in un rivoletto che a stento arriva alla meta. Una squadra stretta tra la paura degli avversari e la speranza del golletto, tanto per non buttarla in politica, con giocatori che invece di correre organizzati ciondolano a vuoto senza una direzione. Al giorno d’oggi una squadra che non rischi almeno qualcosina tenendo la difesa abbastanza alta a ridosso dei centrocampisti è destinata sempre a subire il gioco di un avversario che abbozzi anche ad un modesto pressing. Al limite la cosa potrebbe anche essere accettabile, come pegno peraltro non dovuto alla tradizione italiana, se però, nella fase d’attacco, si procedesse con un contropiede organizzato, che è in sostanza il modo di giocare delle squadre di Spalletti: compagini che se ne stanno mollemente dentro la propria metà campo, ma pronte, all’occorrenza, quando riescono a cogliere sbilanciata la squadra avversaria, a lanciare un pacchetto di tre-quattro-cinque uomini a conquistare la superiorità o la parità numerica dentro la metà campo degli avversari. E’ una questione di tempistica, non di velocità, limitata però solo ad una fase del gioco.

Russia: quando in fase difensiva un giocatore conquista la palla, automaticamente la difesa sale, senza riserve mentali. E’ fondamentale quest’aspetto. Perso l’attimo, la velocità dell’azione successiva, del singolo ma tanto più della squadra nel suo complesso, non potrà mai surrogare il vantaggio ottenuto da questo automatismo. E’ un’onda di vantaggio che teoricamente si ripercuote sino all’area avversaria; cosicché, idealmente, se i primi tre o quattro giocatori – perché caratteristica di questo gioco è di arrivare con tanti giocatori sul fondo – non riescono a concludere a rete in prima battuta, è già pronta una seconda ondata di centrocampisti e difensori pronti a sovrapporsi ai primi. Anche se tutto questo dà un’impressione di selvaggio dinamismo, solo per il 10 % – per così dire – è frutto di agonismo, ma in realtà per il 90% è dovuto alla corale tempistica di tutta la squadra. Che, lo ripeto ancora una volta per i duri di comprendonio, non corre affatto di più delle altre, ma concentra e ottimizza lo sforzo. Similmente quando invece la palla viene persa, se la squadra di Hiddink non è sbilanciata il pressing offensivo automaticamente si trasforma in un pressing difensivo, senza dannarsi l’anima, ma coralmente e automaticamente, senza tempi morti, e quindi in ogni caso con buona efficacia; se la squadra al contrario è sbilanciata, ancora una volta coralmente, automaticamente e senza tempi morti, abbandonando il pressing, essa corre a ricompattarsi, quasi disinteressandosi dell’azione di gioco, in una stretta fascia del rettangolo verde tra la propria area di rigore e la linea di centrocampo. Sintomaticamente poi, quando un pallone lungo che arriva dalla difesa viene agganciato dal centravanti-boa, questi tende sempre a spostarsi orizzontalmente verso l’una o l’altra delle linee laterali, per guadagnare tempo, sapendo che i suoi compagni stanno risalendo il campo di gioco.

Il tempismo corale è il segreto della superiorità numerica, sia in fase difensiva sia in quella offensiva. La velocità dei singoli non conta nulla. Spiegare con la mancanza d’intraprendenza o di ardore agonistico o di coraggio un gioco d’attacco asfittico o inesistente non significa un bel nulla. Bisogna attuare il gioco senza riserve mentali, e non si possono fare le cose a metà. Il problema non è affatto quello di capirlo, perché si tratta di due-tre semplici concetti. Il problema è psicologico. Il bravo allenatore non è quello che sa mille cose inutili, e che è ricco di mille esperienze, ma colui che possiede poche e chiare idee, e sa liberare i suoi giocatori dalle remore psicologiche nell’attuarle in campo.

Dopodiché, ovviamente, la palla è tonda, la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, i portieri un giorno fanno miracoli e l’altro vanno a caccia di farfalle, gli arbitri fanno cappelle, e agli astri del firmamento calcistico riescono prodezze negate ai comuni mortali.

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8 thoughts on “Footballismo (1)

  1. è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo

    Toni è stato capocannoniere in Germania quest’anno.
    La Russia si muove bene ma segna poco in rapporto a quello che crea.Non penso vinca l’europeo.
    Fino a due anni fà senza Sacchi ma con Lippi ci muovevamo bene e vincevamo il Campionato del Mondo con merito.

    Zag

  2. p.s. ..e la finale Italia-Brasile con Sacchi trainer non fu un gran vedere.. 🙂 …oltre al risultato finale.

  3. analisi perfetta zamax, sotto accusa al contempo va mentalità e approssimazione (=scarsa professionalità) degli “addetti ai lavori” nostrani. E’ veramente un giuoco popular da palati grossolani, perlomeno cosi’ l’han ridotto.

    A riprova di quanto convincente sia cio’ che dici, basta verificare le prestazioni della Nazionale e del Milan con e senza Pirlo ( o per la seconda squadra con Pirlo in forma o no): la sua precisione balistica a pescare millimetricamente l’attaccante viene usata come surrogato dell’assenza di coordinamento nei movimenti.
    ciao, Abr

  4. Finché si mantiene sul piano squisitamente concettuale, la tua discettazione è suggestiva e illuminante. Ma quando scende più terra-terra e individua in Arrigo Sacchi il profeta del gioco a zona mi diventa meno condivisibile.
    Come hai giustamente ricostruito, la tattica delle squadre corte risale agli anni ’70 del calcio totale; attribuire all’uomo di Fusignano una sorta di compendio giustinianeo è a mio avviso sbagliato e un filo autocelebrativo – proprio in quell’accezione tutta italiana del termine che hai mille e più ragioni di aborrire.
    Del Milan sacchiano ricordo due exploit memorabili: il 5-0 al Real e il 4-0 alla Steaua (peraltro nella stessa edizione della Coppa Campioni, se la memoria non mi inganna sul più bello). Poi, tantissimo fumo e pochissimo arrosto. Giocavano calcio champagne contro la Sampdoria (quella di Vialli e Mancini, mica gli ultimi venuti) e vincevano 1-0 dopo novanta minuti di possesso palla pressoché ininterrotto. Venne Capello e fu un’egemonia di cinque anni: Juve all’angolo, Barca disintegrato e chi più ne ha, più ne metta.
    Oltrettutto ci sono ottimi esempi concreti di come l’Arrigo avesse precorso i tempi molto meno di quanto comunemente si ritenga. Ne cito due:

    – il Milan di Sacchi giocava con il libero, quindi con un uomo in meno in fase di ripartenza e, spesso, pure di copertura. Il doppio stopper di oggi era ancora di là da venire – e con ottime ragioni, considerato a che numero 6 mi sto riferendo;

    – la Nazionale del ’94, allenata da Sacchi e protagonista del Mondiale più eccitante e denso di pathos a mia memoria d’uomo, fu l’esatta antitesi del paradigma “zonista” a cui alludi nell’articolo. Quale altra formazione fu più debitrice delle mirabolanti invenzioni dell’isolato fantasista di turno? Anche qui presumo di non dover fare nome e cognome dell’interessato.

    Insomma, trovo che Sacchi sia uno dei grandi sopravvalutati del ‘900. E anche il gioco a zona “puro”, se messo alle strette dall’estemporaneità connaturata al calcio (che ti è ben presente e che costituisce il bello di quel gioco), per esempio quando fa la sua apparizione il giocoliere-salvatore della patria, mostra tutti i suoi limiti. E’ ottimo oggi, con il pallone muscolare e atletizzato che imperversa, ma non è detto che anche nella storia dei moduli tattici non esistano corsi e ricorsi (sì, preferivo gli anni ’80 di Maradona e Van Basten al calcio nandrolonico di adesso, sarà che allora ero piccino).

  5. @ Zagazig
    Ma io non dico affatto che le filosofie sacchiane-hiddinkiane siano sinonimo di bel gioco e vittoria. Dico che non si può nel 2008 giocare a calcio e giudicare le partite di calcio facendo finta che non esistano e che non abbiano cambiato il gioco del calcio.
    L’Italia di Sacchi nei mondiali americani era una squadra in condizioni penose, che giocava un calcio grigio e sfuocato, e che tuttavia riuscì ad arrivare con merito fino quasi alla vittoria finale. Era una squadra che pur senza brillare non subiva mai il gioco dell’avversario, e che giocava – con metodo e determinazione, non a casaccio – fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di ogni partita. Fu così che meritò la sua fortuna. Come oggi, ad un livello inferiore, la Turchia di Terim, allenatore naif ma vero, che ha poche idee in testa ma alle quali crede con una convinzione che si trasmette ai giocatori.
    Faccio notare che in linea di massima la Turchia inizia le partite con un calcio difensivo che propone ben poco in attacco. Ma il suo calcio difensivo non ha niente a che vedere con suggestioni catenacciare italiche e con marcature ad uomo, come qualche pazzo stralunato ha rimarcato in televisione e nei giornali. Somiglia di più al Liverpool di Benitez. Ossia: la squadra disposta in una fascia di trenta metri appena al di qua della sua metà campo, quindi con la difesa piuttosto alta e l’ultimo uomo sempre in ogni caso ben al di fuori della propria area di rigore, per non farsi schiacciare. Rinuncia al pressing avanzato, ma appena si entra nell’area presidiata dai giannizzeri della mezzaluna comincia la battaglia. E’ una barriera avanzata che non permette conclusioni da lontano.
    La bravura di Long John Silver Terim è che all’uopo riesce perfino a spostare la sua banda di non eccelsi calciatori compattamente in avanti, dove col coltello tra i denti e un po’ di confusione – e un po’ di culo – sinora sono riusciti a fare sempre il golletto della salvezza. Stasera coi tedeschi la musica non cambierà. La squadra è falcidiata e se prenderà gol subito temo sarà finita. Ma in caso contrario, chissà?
    In quanto a Luca Toni, io sono del partito pro-Toni. Negli utlimi anni ha fatto una strage di gol in Italia e si è ripetuto alla grande in Germania. E’ stato sfortunato e maldestro. Eppure anche in queste partite con la fortuna dalla sua parte avrebbe potuto segnare tre o quattro gol. Se pensiamo che era il terminale di una squadra che non è mai riuscita a manovrare con azioni decenti, tanto basta a far capire che è un goleador nato.

  6. @ Ismael
    Il succo del mio discorso è proprio questo: mi è ben chiaro che i Franco Baresi e i Roberto Baggio, i Maradona e i Van Basten, saranno sempre tra noi con le loro prodezze a mandare all’aria tutte le teorie “costruttivistiche” dei filosofi del calcio. Tuttavia in Italia si cade nell’estremo opposto fino a non vedere neanche le cose più lapalissiane.
    Su Capello ho già detto.
    Sulla nazionale del 1994 ti ho risposto telepaticamente in contemporanea.
    Sacchi aveva tanti difetti:
    1) Come ho già detto, non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori, e molto probabilmente non sapeva infondere serenità agli stessi, visto il suo carattere un po’ monomaniaco
    2) Neanche dal punto di vista tecnico sapeva ben valutare i giocatori. Non aveva proprio l’occhio dell’esperto che alla prima occhiata “sente” il puledro di razza.
    Però vide meglio degli altri una cosa sola, ne diventò fanatico, e la impose al mondo.

  7. zamax, analisi quasi del tutto convincente. Tuttavia da calciatore in semi-riposo non mi tornano un paio di cose. Tu dici che il gioco alla Sacchi, per intenderci, non dipende dalla velocità dei giocatori. Su questo ho qualche dubbio, nel senso che la velocità è invece dote grandemente richiesta dagli allenatori di quel tipo, e migliorata in allenamento, sia in termini di movimento, sia in termini di esecuzione. Il punto che non mi torna affatto è però quando dici che “non corrono di più”, ma corrono “meglio”, tutti insieme etc. Non sono d’accordo. Io sul rettangolo verde ero uno che non si risparmiava, ma quando ho giocato in una squadra di un filo-sacchiano ti assicuro che oltre a correre meglio si correva anche di più (e non ti dico gli allenamenti…). Tu stesso, peraltro, dici che vengono eliminati i tempi morti, le pause caffè. Vero, ma con che cosa vengono sostituiti secondo te i tempi morti, se non con scatti, scattini, e in avanti, e all’indietro, e a destra, e a sinistra…?

  8. @ Vincenzillo
    Beh, dubito assai che gli allenatori diciamo “filosacchiani” abbiano tutti ben compreso la logica di questo gioco; è per questo che sono fissati con le performances atletiche. Ed è per questo che io da anni e anni non vedo in Italia una squadra – dicesi una squadra – che giochi veramente come le squadre di Mourinho, di Benitez, di Hiddink, di Van Gaal, di Rijkaard, di Terim. Il miglior Ajax di Van Gaal e il miglior Barcellona di Rijkaard avevano un che di molle ed elegante, eppure riuscivano a pressare, eccome, e la palla l’avevano sempre loro attaccando con continue sovrapposizioni. Mi ha sorpreso lo Zenith di Advocaat, allenatore di cui ho sempre avuto scarsa considerazione: si vede che finalmente c’è arrivato pure lui! Ho letto che Mourinho – il “fanatico” Mourinho – all’Inter vuole “meno corse in montagna” e più allenamenti con la palla: il che mi sembra indizio rivelatore. E cosa serve correre a perdifiato se la squadra non ti accompagna? E’ quando la squadra è lunga sul terreno di gioco che ci si spompa. Anche psicologicamente.
    Quando dico che vengono eliminati i tempi morti, non voglio dire che il giocatore deve sempre correre come un cavallo, né essere costretto a continui, e magari frustranti scatti; in linea teorica il giocatore in questione potrebbe esaudire l’allenatore Zamax anche camminando: se, senza perdere tempo, unitamente ai suoi compagni per una tacito accordo che non ha bisogno di occhiate d’intesa o dell’attesa dello svilupparsi dell’azione, cambia direzione di marcia. E’ per questo che dico che sono gli automatismi – due, tre e semplici – che ti fanno guadagnare tempo e non lo sforzo agonistico.

    Per dirla con gli economisti, la produttività non sempre, anzi quasi mai, dipende da “quanto” sfacchini.

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