Footballismo (2)

I russi di Hiddink, al solo scopo di farmi un dispetto, si sono fatti asfaltare – loro – dagli spagnoli. Adesso prendo l’aereo per Mosca e li bastono tutti, comunisti!!! E così ora mi tocca scrivere un Footballismo2 per far quadrare i conti e per far capire al volgo che ho sempre ragione io!!!

(Rispondendo a Zagazig, 25 giugno) Ma io non dico affatto che le filosofie sacchiane-hiddinkiane siano sinonimo di bel gioco e vittoria. Dico che non si può nel 2008 giocare a calcio e giudicare le partite di calcio facendo finta che non esistano e che non abbiano cambiato il gioco del calcio. L’Italia di Sacchi nei mondiali americani era una squadra in condizioni penose, che giocava un calcio grigio e sfuocato, e che tuttavia riuscì ad arrivare con merito fino quasi alla vittoria finale. Era una squadra che pur senza brillare non subiva mai il gioco dell’avversario, e che giocava – con metodo e determinazione, non a casaccio – fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di ogni partita. Fu così che meritò la sua fortuna. Come oggi, ad un livello inferiore, la Turchia di Terim, allenatore naif ma vero, che ha poche idee in testa ma alle quali crede con una convinzione che si trasmette ai giocatori. Faccio notare che in linea di massima la Turchia inizia le partite con un calcio difensivo che propone ben poco in attacco. Ma il suo calcio difensivo non ha niente a che vedere con suggestioni catenacciare italiche e con marcature ad uomo, come qualche pazzo stralunato ha rimarcato in televisione e nei giornali. Somiglia di più al Liverpool di Benitez. Ossia: la squadra disposta in una fascia di trenta metri appena al di qua della sua metà campo, quindi con la difesa piuttosto alta e l’ultimo uomo sempre in ogni caso ben al di fuori della propria area di rigore, per non farsi schiacciare. Rinuncia al pressing avanzato, ma appena si entra nell’area presidiata dai giannizzeri della mezzaluna comincia la battaglia. E’ una barriera avanzata che non permette conclusioni da lontano. La bravura di Long John Silver Terim è che all’uopo riesce perfino a spostare la sua banda di non eccelsi calciatori compattamente in avanti, dove col coltello tra i denti e un po’ di confusione – e un po’ di culo – sinora sono riusciti a fare sempre il golletto della salvezza. Stasera coi tedeschi la musica non cambierà. La squadra è falcidiata e se prenderà gol subito temo sarà finita. Ma in caso contrario, chissà?

(Rispondendo a Ismael, 25 giugno) Il succo del mio discorso è proprio questo: mi è ben chiaro che i Franco Baresi e i Roberto Baggio, i Maradona e i Van Basten, saranno sempre tra noi con le loro prodezze a mandare all’aria tutte le teorie “costruttivistiche” dei filosofi del calcio. Tuttavia in Italia si cade nell’estremo opposto fino a non vedere neanche le cose più lapalissiane. Sacchi aveva tanti difetti: come ho già detto, non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori, e molto probabilmente non sapeva infondere serenità agli stessi, visto il suo carattere un po’ monomaniaco. Neanche dal punto di vista tecnico sapeva ben valutare i giocatori. Non aveva proprio l’occhio dell’esperto che alla prima occhiata sente il puledro di razza. Però vide meglio degli altri una cosa sola, ne diventò fanatico, e la impose al mondo.

(Rispondendo a Vincenzillo, 26 giugno) Beh, dubito assai che gli allenatori diciamo filosacchiani abbiano tutti ben compreso la logica di questo gioco; è per questo che sono fissati con le performances atletiche. Ed è per questo che io da anni e anni non vedo in Italia una squadra – dicesi una squadra – che giochi veramente come le squadre di Mourinho, di Benitez, di Hiddink, di Van Gaal, di Rijkaard, di Terim. Il miglior Ajax di Van Gaal e il miglior Barcellona di Rijkaard avevano un che di molle ed elegante, eppure riuscivano a pressare, eccome, e la palla l’avevano sempre loro attaccando con continue sovrapposizioni. Mi ha sorpreso lo Zenith di Advocaat, allenatore di cui ho sempre avuto scarsa considerazione: si vede che finalmente c’è arrivato pure lui! Ho letto che Mourinho – il fanatico Mourinho – all’Inter vuole “meno corse in montagna” e più allenamenti con la palla: il che mi sembra indizio rivelatore. E cosa serve correre a perdifiato se la squadra non ti accompagna? E’ quando la squadra è lunga sul terreno di gioco che ci si spompa. Anche psicologicamente. Quando dico che vengono eliminati i tempi morti, non voglio dire che il giocatore deve sempre correre come un cavallo, né essere costretto a continui, e magari frustranti scatti; in linea teorica il giocatore in questione potrebbe esaudire l’allenatore Zamax anche camminando: se, senza perdere tempo, unitamente ai suoi compagni per una tacito accordo che non ha bisogno di occhiate d’intesa o dell’attesa dello svilupparsi dell’azione, cambia direzione di marcia. E’ per questo che dico che sono gli automatismi – due, tre e semplici – che ti fanno guadagnare tempo e non lo sforzo agonistico. Per dirla con gli economisti, la produttività non sempre, anzi quasi mai, dipende da quanto sfacchini.

(Dopo Germania-Turchia 3-2) Il risultato non è assurdo, perché nel calcio contano anche le qualità e i difetti dei singoli. La Germania, come al solito, giochi bene o giochi male, ha sempre il merito di crederci: i tre gol sono venuti dai colpi di fioretto del duo Podolski-Schweinsteiger, dalla bravura di Klose nel gioco aereo e nello sfruttare l’uscita a vuoto del portiere turco, e da un’iniziativa personale di Lahm. Ma la Turchia ha giocato molto, ma molto meglio. Rischiando come al solito con una difesa molto alta, è riuscita a tenere il pallino del gioco per gran parte della partita. Tenendosi stretta e aggressiva ha supplito all’inferiorità tecnica e ad esercitare per lunghi tratti la superiorità numerica di fatto nella zona nevralgica dell’azione di gioco. Anche la difficoltà dei difensori tedeschi negli uno-contro-uno (specie Friedrich con Ugur Boral) era dovuta in parte non irrilevante al fatto che gli attaccanti turchi non erano costretti al dribbling per forza, ma avevano sempre l’opzione – che disorientava il difensore – di servire un compagno vicino o di crossare al centro. E’ da sottolineare come, pur dovendo Fatih Terim cambiare per ragioni di forza maggiore mezza squadra, e dovendo anche cambiar di ruolo alcuni giocatori pur di riuscire ad assemblarli, la sua Turchia abbia mantenuto esattamente la stessa fisionomia mostrata nelle altre partite. Da notare come Hamit Altintop abbia pressoché cambiato ruolo ad ogni match: partito come difensore di destra, ha giocato poi centrocampista, a destra e a sinistra. Con tanti saluti alle fissazioni italiche per i centrocampo alla Don Chisciotte e Sancio Panza, dove l’artista della palla rotonda ha sempre bisogno al fianco suo del portatore d’acqua, come il braccio e la mente; dove ogni protagonista ha bisogno del suo alter-ego in panchina tanto i presunti equilibri tattici sono fragili e delicati; e dove ogni nuovo accolito della confraternita azzurra (“confraternita”, così definì la squadra azzurra il mitico Manlio Scopigno, l’allenatore filosofo del Cagliari dello scudetto) dovrebbe provare e riprovare in amichevoli tanto stucchevoli quanto ipoteticamente probanti.

(Rispondendo a Ismael, a casa sua, 29 giugno) Con la tua solita intelligenza mi hai anticipato anche sulle questioni calcistiche. [Ismael: “Beh, sulla teoria calcistica in realtà puoi argomentare a tuo favore che la Spagna è riuscita a giocare sacchianamente (nella TUA accezione del termine) più della Russia: avresti ragione da vendere, ma dovresti forse spezzare una lancia in favore di un Donadoni evidentemente più bistrattato del dovuto.”] Ammetto anche che l’uso sbrigativo e senza sfumature del termine sacchiano è una forzatura dialettica cui mi costringono esigenze di brevità. Lascio all’intelligenza altrui capirlo. Donadoni è stato un grandissimo e sottovalutato giocatore. Oltre che giocatore del mio Milan. Il Maradona dei tempi belli di Napoli lo giudicò il miglior calciatore italiano. Umanamente mi è pure simpatico. Però nel momento topico anche la sua nazionale, come quelle di Maldini, Zoff, Trapattoni ha obbedito al richiamo della foresta. E come quelle ha rischiato…di vincere. Ma per cosa? Per poi, drogati dalla vittoria, andare avanti così e alla fine inevitabilmente cadere? E’ un calcio che non vuole vincere, ma perdere, con onore, prima o dopo, per 0-0 e così giustificare la sua contronatura. Dagli anni ’60 delle vittorie di Milan e Inter, il calcio italiano [delle squadre di club] è piombato, a livello internazionale, in un periodo di crisi da cui è uscito solo col Milan di Sacchi. La Juventus composta dalla nazionale italiana più Boniek e Platini stentò moltissimo per arrivare all’unico alloro europeo. Fu il Milan di Sacchi a sbloccare, anche psicologicamente, il calcio italiano. E così si spiegano l’aria nuova e le vittorie in campo europeo delle squadre italiane negli anni ’90. La Juve di Lippi fu certamente la più sacchiana delle squadre italiane. La sua nazionale molto meno. Ma non subiva sempre. Nel mondiale vinto subì solo nella partita con l’Australia del fanatico Hiddink per inferiorità tattica, e nel secondo tempo e nei supplementari della finale con la Francia, quando ritornarono le ataviche paure. Non certo per stanchezza.

(Dopo Spagna-Russia 3-0) Gli spagnoli sono riusciti a imbottigliare i Russi con un muro di gomma in mezzo al campo. Non, come spiegheranno gli ineffabili tardoni del calcio statico e a compartimenti stagni, con la solita formuletta che non spiega niente, infoltendo il centrocampo, quasi che la debolezza di un settore privato dal trasferimento di un giocatore in altra parte dello schieramento non si riflettesse poi anche sull’insieme; ma tenendo la squadra molto raccolta, con tutti i giocatori l’uno vicino all’altro. Così la Spagna, senza sforzi agonistici extra, avanzando e indietreggiando insieme a ritmi tutt’altro che proibitivi, con un reticolo di passaggi favorito ma non completamente spiegato dalla bravura tecnica degli iberici, non ha lasciato alla Russia la superiorità numerica nelle varie fasi di gioco. Questa non usurante, molle ed elegante compattezza, è bastata per assicurare loro l’iniziativa del gioco per quasi tutti i 120 minuti della partita con l’Italia. Si noti come in questi “torelli” gli spagnoli non solo fossero bravi ma fossero sempre vicini e tanti. Si noti come anche nell’occasione del primo gol di Xavi, il successo dell’azione sia stato dovuto all’inserimento da dietro di un centrocampista, che andava a sommarsi al già buon numero di giocatori spagnoli coinvolti nell’azione. Si noti come gli attaccanti spagnoli – non isolati lì in fondo, ma appoggiati a breve distanza da tutta la squadra – pressassero spesso ai limiti dell’area avversaria per soffocare sul nascere le iniziative russe. Ammansiti, molti giocatori russi hanno mostrato la modestia del loro bagaglio tecnico. L’unica loro speranza era di alzare con energia i ritmi di gioco, ma non vi sono riusciti.

Per quanto riguarda la partita di stasera, io tifo per la Spagna (purtroppo: loro non lo meriterebbero, visto che a sentirli parlare e a leggere quanto scrivono sembra quasi che lo 0-4 che subiscono dall’Italia in fatto di vittorie mondiali sia dovuto ad una specie di congiura mafiosa degli assassini del football) perché spero sempre vinca la squadra migliore, sommando i valori tecnici e il gioco. Poi se la Germania fa un partitone, alzo le mani… Ma non credo. In linea teorica tutte e due le squadre in partenza dovrebbero giocare con un solo vero attaccante e cinque centrocampisti nominali. Quindi gran affollamento lì in mezzo al campo. In teoria. Ma l’iniziativa l’avrà la compagine che si muoverà tutta complessivamente più compatta nel rettangolo verde, rischiando qualcosa con la difesa più alta. Mi sorprenderebbe che non fosse la Spagna. Fin qui ho teorizzato la bontà del rischio. Non posso sottrarmi. Dico 3-1 per la Spagna. Domani vedremo se sarò salutato come un profeta o come un chiacchierone… Non vorrei stavolta dover traferirmi da Mosca a Madrid per bastonare los hijos de puta españoles también, comunistas!!!

Update dopo Spagna-Germania 1-0: beh, la Spagna ha meritato. Tutte o quasi le azioni pericolose sono state sue. La cifra tecnica nettamente superiore. Però la Germania non ha affato sbagliato partita e mi ha positivamente sorpreso. Prendendosi un rischio calcolato, con la difesa alta, corta ed aggressiva sulla linea mediana del campo ha messo in imbarazzo gli spagnoli come mai in questo torneo. Fino al gol di Torres anzi si può dire che abbia giocato meglio. Avessimo fatto anche noi così! Con la qualità dei nostri giocatori! Oramai queste cose ci ostiniamo a non capirle solo noi, in Italia! Noi speriamo solo nelle giocate dei campioni, e le invochiamo come i miracoli dei santi.

A proposito: in un test-match brutto e scorbutico giocatosi a Cordoba in Argentina, l’Italia del rugby ha battuto per 13-12 la squadra di casa, attuale numero 3 del ranking mondiale. Brutta partita, ma emozionante, con una meta all’ultimo secondo della partita del tallonatore Ghiraldini, trasformata dall’estremo Marcato. Vittoria importante che le nostre gazzette d’informazione sportiva non mancheranno di celebrare per giorni e giorni. Unico neo: i protagonisti del successo succitati sono tutti e due di stirpe patavina: dobbiamo accettarlo, le vie del Signore sono misteriose, anche se noi trevigiani siamo nettamente migliori.

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3 thoughts on “Footballismo (2)

  1. Tristezza…però era “giusto” (categoria di giudizio del tutto ininfluente nel calcio: chi cerca discipline nelle quali i meriti e i risultati collimino è notoriamente pregato di rivolgersi altrove) che finisse così.
    Sul complesso di inferiorità che gli spagnoli continuano a nutrire nei nostri confronti a tutti i livelli (economico compreso: chissà perché nessuno degli strilloni che hanno gridato al sorpasso sul reddito pro-capite si è peritato di ricalcolare la ricchezza prodotta dai due paesi al netto degli aiuti comunitari…), mi viene da fare il superiore. Ne dovrà passare, di acqua sotto i ponti, prima che ci si appaino davvero. Che poi io non capisca il motivo di queste continue comparazioni tra noi e i “latini” è un altro discorso, talmente lungo che non lo inizio nemmeno.

  2. I patavini incassano il positivo rododendro e guardano avanti .. … al rientro di Bortolami 🙂
    Scherzi a parte, non mi focalizzerei tanto sui patavini piuttosto che sul retroterra venessian 😉 quanto di nazionale dal nucleo solidamente gaucho piu’ un paio di scoto-anglosassoni, con qualche innesto patavino-italico.
    Non per far discorsi sulla “purezza della razza”, anche se ammetto ho piu’ affinita’ coi “Talian” del RioGrande do Sul e Sao Paulo che non molti Argentinos troppo maradonici; ma per il fatale soffocamento dei vivai locali.
    Sul calcio non discuto, compulso qui e apprendo curioso.
    ciao, Abr

  3. @ Abr
    Eh sì, il problema non è tanto il numero di stranieri che giocano nelle nostre squadre di club (di rugby); del grado di “italianità” m’infischio; quanto piuttosto che i nostri giovincelli non riescono a farsi le ossa. In linea di massima sono contrario a norme ad hoc, ma una pressante moral suasion ed una presa di coscienza collettiva la vedrei molto di buon occhio.

    Quanto alle “affinità”, io i parenti più stretti all’estero li ho in Argentina, ma è solo una famiglia. Ma gente col mio cognome – pochissima in Italia – ce n’è oggi molta di più nel Brasile dei “Talian” che nel paese d’origine. Più un gruppo sparuto negli Stati Uniti. Alla lontana, si può dire che siamo tutti parenti. Anche se credo che tu parli più di “affinità elettive” che parentali…

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