Esteri

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.

Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:

Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo […] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.

Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.

Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.

Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.

Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.

Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.

Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor.  Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?

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Italia

Malelingue

Secondo Roederer [ministro delle finanze di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli], mentre i funzionari francesi lavoravano anche senza paga, i Napoletani volevano la paga senza lavorare: “è la divisione del riposo”. […] Pierre Legarde, direttore generale di polizia dei dipartimenti veneti sosteneva che “un popolo destinato ad essere a lungo tributario della Francia non può essere governato dai suoi, interessati anch’essi a pagare il meno possibile e quindi sempre disposti a nascondere le risorse e a gridare all’esagerazione delle imposte”. (Stuart Woolf, Napoleone e la conquista dell’Europa)

Bello & Brutto, Esteri

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)

He sat, in defiance of municipal orders, astride the gun Zam-Zammah on her brick platform opposite the old Ajaib-Gher – the Wonder House, as the natives call the Lahore Museum. Who hold Zam-Zammah, that “fire-breathing dragon”, hold the Punjab; for the great green-bronze piece is always first of the conqueror’s loot.

Se ne stava, a dispetto dei regolamenti municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto sulla sua piattaforma di mattoni di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gl’indigeni chiamano il Museo di Lahore. Chi tenga Zam-zammah, il “drago dal fiato di fuoco”, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è sempre il primo bottino del conquistatore.

Questo è l’incipit di Kim, capolavoro di Rudyard Kipling, dal nome del ragazzino attraverso i cui occhi l’India magmatica e pittoresca, brulicante di colori e uomini, fiabesca e realistica insieme, si presentò al grande pubblico dei lettori all’inizio del secolo scorso. Il grand tour indiano partiva dunque da Lahore: ma cosa avrebbe mai pensato lo scrittore britannico se qualche santone gli avesse predetto che molto meno di un secolo dopo Lahore sarebbe stata una città di uno stato chiamato misteriosamente “Pakistan” (“il paese dei puri”) e non dell’India? Come avrebbe potuto supporre che il Raj si sarebbe col tempo spezzettato in quattro unità, l’India attuale, il Pakistan, il Bangla Desh e lo Sri Lanka? Una risposta sta in parte, ma una parte importante, negli stessi occhi di Kim. Cresciuto come un animaletto nel ventre della società indostana, del sangue britannico – occidentale – ha però conservato l’istinto classificatore, ordinatore: i personaggi, le etnie, le caste si fanno avanti con nettezza di contorni, in una magnifica, colorata ed eppur viva cristallizzazione.

Il personaggio centrale, Kim, è un orfano che, al pari di un camaleonte, è in grado di assumere qualsiasi identità, ma che nel corso della vicenda si dimostra un vero britannico. Mentre è in viaggio sulla Grand Trunk Road, Kim dà corpo alla fantasia coloniale inglese dell’osservatore onnisciente, il solo in grado di conoscere tutti gli abitanti del paese. (Storia dell’India moderna, Barbara D. Metcalf, Thomas R. Metcalf)

I britannici, anche quei governanti liberali benintenzionati di stampo illuminista che nell’ottocento presero a cuore le sorti del continente indiano, non potevano rendersi conto che impiantare la civiltà occidentale e soprattutto qualcosa di simile alla democrazia, con la pervasività burocratica figlia del suo afflato universalistico, con la pesantezza delle infrastrutture amministrative di uno stato moderno, o peggio ancora nazionale, voleva dire irrigidire e codificare quelle differenze di casta, di religione, di lingua che proprio invece nell’informalità magmatica della società indiana potevano bene o male convivere. A meno di fare tabula rasa con la violenza annichilatrice dei giacobini, stabilire diritti e doveri significava identificare l’individuo, in base a etnia, religione, casta; significava creare delle lingue amministrative e ufficiali. Inoltre, nel segno dell’influenza occidentale nacquero col tempo associazioni culturali, di stampo religioso/linguistico e poi politico che erano un segno di progresso ma che acuirono le divisioni. Al momento dell’indipendenza nel 1947 il paese si spaccò tra indù e musulmani, con una tragica scia di trasmigrazioni da una parte e dall’altra di milioni di persone: i musulmani fondarono i due Pakistan, quello occidentale di lingua ufficiale urdu, e quello orientale di lingua ufficiale bengali, poi indipendente col nome di Bangla Desh; gli induisti ebbero tutto il resto tranne l’isola di Ceylon, dal 1972 Sri Lanka, popolata in gran parte da singalesi di religione buddista. Il tentativo di imporre l’hindi come lingua unitaria dell’India è invece fallito, soprattutto per l’opposizione dei duecento e passa milioni di abitanti del sud-est che, benché induisti, parlano lingue dravidiche, cioè non indoeuropee. Anche la minoranza Tamil dello Sri Lanka è di lingua dravidica.

Tutto ciò mi è venuto in mente in questi giorni segnati dall’acutizzarsi delle tensioni russo-georgiane nel constatare il dispiegamento generalizzato, da entrambe le parti ma anche nel mondo mediatico e diplomatico, dell’armamentario retorico di frasi fatte di quella che si potrebbe chiamare l’ideologia democratica: integrità territoriale, sovranità, autodeterminazione dei popoli, intangibilità dei confini – cose che, nei fatti, sono spesso in contraddizione fra di loro – e poi, inevitabilmente, accuse reciproche di genocidio e di crimini contro l’umanità. Questi slogan non fanno altro che togliere alla diplomazia ogni potere contrattuale e a chiuderla in un vicolo cieco. Nel caso in questione, voglio dire, chi ha paura del bullismo putiniano e di una nuova politica di potenza della Russia – e la vuole smascherare – non può dire delle mezze verità che alla fine alimentano il vittimismo e il nazionalismo dei russi. Il rischio è quello di replicare su scala mondiale il pasticcio ex-jugoslavo e di fare della Russia un’enorme Serbia. Nei Balcani, dopo l’inevitabile e relativamente poco problematico riconoscimento di Croazia e Slovenia, vista l’omogeneità etnolinguistica dei due nuovi paesi, e dopo la sconfitta militare serba, una volta messe a tacere le armi, l’Occidente, per sbrogliarsi dai pasticci, scelse la scorciatoia di affrettati riconoscimenti internazionali, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo niente altro che quattro piccole e destabilizzanti Jugoslavie. Quando si parla di intangibilità dei confini, bisogna intendersi: se la cosa significa che semplicemente essi non possono essere modificati unilateralmente è un conto, se invece significa che ogni discussione sui confini ed ogni eventuale e concordata loro modifica è interdetta, allora si è fuori della realtà; e paradossalmente in questo feticismo territoriale il messianismo dell’ideologia democratica e il bullismo nazionalista si danno la mano.

Chi auspica allora una politica di fermezza nei confronti di una Russia neozarista – e io sono tra questi – deve contemperarla con la giustizia, e deve cercare almeno un po’ di mettersi nei panni dei governanti e della gente russa. Se le preoccupazioni, il nervosismo e l’intransigenza dei baltici e dei polacchi sono comprensibili, visto che hanno sempre sentito sul collo il fiato del gigante russo, senza parlare dei periodi di occupazione, non si può tuttavia fare di ogni erba un fascio e considerare alla stessa stregua tutti i territori fuoriusciti dall’impero russo e sovietico. La Russia, ad esempio, non può rivendicare nulla nei confronti dei paesi baltici: le forti minoranze russe sono frutto di un peccato originale – i tentativi di russificazione del periodo sovietico – solo ad essa addebitabile.

Ma assai diverso è il caso dell’Ucraina. Non solo un 30 per cento dei circa cinquanta milioni degli abitanti – concentrato nell’est del paese – è russofono (la lingua russa era anche detta “grande russo” per distinguerla dal “piccolo russo”, ossia la lingua ucraina); ma la stessa Rus’ di Kiev costituì, più di mille anni fa, il nucleo iniziale dello stato russo: li si ebbero le prime espressioni di letteratura russa, lì prese forma, sotto l’influenza di Costantinopoli, la chiesa ortodossa russa. Ucraino era Gogol’, e ucraina è l’ambientazione di parte delle sue opere. In occasione della recente morte di Solzhenitsyn qualcuno con sbrigativa ingenerosità – verso un uomo che la sua battaglia l’ha combattuta, eccome – ha accusato lo scrittore russo di non aver capito l’Occidente. E’ vero, Solzhenitsyn era influenzato in parte da quel tenace pensiero conservatore-reazionario slavofilo che guarda alla sua patria come una fonte salvifica di spiritualità per l’Occidente materialista, ma non lo era alla maniera volgare ed aggressiva dei nazionalisti imperialisti. Sognava la riunione di Russia, Bielorussia ed Ucraina ma non gl’importava niente dei paesi baltici, del Caucaso, o dei nuovi paesi dell’ex pancione turco-asiatico dell’Unione Sovietica. A distanza di più di 130 anni avrebbe potuto sottoscrivere, credo, le parole scritte da Dostoevskij in una lettera spedita nel 1873 al granduca Aleksandr Aleksandrovič, il futuro zar Alessandro III, insieme ad una copia del romanzo I Demoni:

[…] Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa. Perfino i più illuminati fra gli esponenti della nostra civiltà pseudo-europea sono da tempo convinti come sia assolutamente delittuoso, per noi russi, pensare alla nostra originalità. E la cosa è tanto più temibile in quanto essi hanno perfettamente ragione, poiché, dall’istante in cui, con orgoglio, ci siamo definiti europei, abbiamo rinunciato ad essere russi. Turbati e sbigottiti dalla distanza che ci separa dall’Europa, sul piano dello sviluppo intellettuale e scientifico, abbiamo dimenticato che, nell’intimo dell’animo russo e nelle sue aspirazioni, portiamo in noi, in quanto russi e sempre che la nostra civiltà possa rimanere originale, la facoltà di recare forse al mondo una nuova luce. Abbiamo dimenticato, nell’ebbrezza della nostra umiliazione, questa immutabile legge storica, e cioè che senza l’orgoglio del nostro significato mondiale, in quanto nazione, mai potremo essere una grande nazione né lasciare dopo di noi un sia pur lieve apporto originale al bene dell’umanità. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato le loro immense forze proprio perché erano così “orgogliose” di se stesse, e che hanno dato il loro contributo al mondo, che gli hanno recato ognuna non fosse altro che un raggio di luce, proprio perché sono rimaste fieramente, fermamente, e sempre “con orgoglio”, se stesse. […]

Dostoevskij, che in realtà se non fu “occidentalista” non fu nemmeno “slavofilo” (come questo passo potrebbe far credere) capiva che la Russia era nel fondo un bestione delicato ed insicuro, e quindi spesso aggressivo, un colosso d’argilla bisognoso di camminare col proprio passo, e che invece il trauma di questo incontro con l’Europa stava portando al collasso; cosa che sfuggiva sia ai liberali salottieri, sia agli idealisti rivoluzionari, sideralmente lontani dal popolo tanto quanto i primi.

Uscita dai settant’anni della glaciazione comunista, la Russia che ha riannodato i legami sempre intrisi di un sentimento di odio-amore con l’Europa e l’Occidente, è ancor oggi un enorme territorio relativamente spopolato. Coi suoi 17 milioni circa di kmq e i suoi circa 150 milioni di abitanti, la Russia è un paese grande il doppio della Cina e con 1/9 appena della sua popolazione; è un paese grande il doppio degli Stati Uniti e con metà della sua popolazione; grande il doppio del Brasile e con ¾ della sua popolazione; grande più di cinque volte l’India e con 1/7 della sua popolazione; grande quasi 50 volte il Giappone ma con una popolazione di poco superiore; grande 120 volte il formicaio del Bangla Desh e con la stessa popolazione! Malgrado le immense risorse naturali, e stante la sua relativa arretratezza economica, non è un paese che si possa permettere di giocare in solitario la partita geostrategica mondiale. Di fronte alle incognite della crescita asiatica, considerando l’impressionante base demografica dalla quale procede, il destino migliore della Russia è quello di farsi cooptare, al pari dell’Europa, nella pax americana. Ma per farlo ha bisogno di tempo e di salvare le apparenze e l’orgoglio nazionale. Sta all’Occidente tenerla a bada, avere pazienza e duttilità, con fermezza ma senza isterismi, e non cacciarsi in inutili avventurismi.

Italia

Massacri e torture?

Se un giorno a Dante Alighieri, dopo aver girovagato per Inferno, Purgatorio e Paradiso, ed aver riposato per sette secoli nella tomba in attesa del Giudizio Finale, venisse voglia di fare una rimpatriata nostalgica, alla frontiera del paese probabilmente gli accadrebbe di fissare gli occhi su un curioso, inesplicabile cartello:

PER ME SI VA VERSO L’ETTERNO FASCISMO/LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’ENTRATE

Almeno è quello che temo, dai toni di una piccola discussione sostenuta nel sito di Noise from Amerika, ed innescata, per quel che mi riguarda, da questo commento. Di seguito gli interventi del sottoscritto.

Disturbing? Come on, pleeeeeease… Just a little bit of common sense non guasterebbe proprio. Se un marziano capitasse in Italia e sentisse parlare del “massacro” e delle “torture” della Bolzaneto e della Diaz, a cosa penserebbe, se non a famiglie che ancor oggi piangono i propri morti? A orbi, sciancati e zoppi che ancor oggi si portano dietro i segni delle torture? E invece, tra le vittime di queste ormai mitiche imprese fasciste non c’è nessun morto, nessun ferito che non se la sia cavata con qualche settimana al massimo – per quello che ne so io – di cure. Vogliamo andare a vedere tutte le volte che la polizia di altri paesi democratici e civili ha abusato dei propri poteri e si è spinta nell’arbitrio? Perché non vogliamo parlare del ricatto di tanti sedicenti democratici di razza purissima e superiore, della manovalanza che mette a ferro e fuoco una città, con centinaia di automobili incendiate, e degli spettatori compiaciuti e complici nelle strade e nelle stanze dei giornali, che non aspettano altro che la polizia perda la testa, pur di provare che viviamo in un paese fascista? Ma dai… Così da permettere al magistrato di turno, qualche anno dopo, come ha fatto oggi il PM Zucca di sentenziare tartufescamente nella requisitoria contro gli imputati per i fatti della Diaz: “Speriamo che la sentenza riporti alla luce e abbia come base il principio fondamentale della democrazia, che è che la polizia rispetti la legge. Noi avremmo voluto che lo facesse. I fatti che abbiamo illustrato sono così gravi perché minacciano la democrazia più delle molotov lanciate.” Dio che ipocrisia! Ma pensi al codice penale, questo giustiziere democratico, e non dia lezioni di democrazia da quattro soldi al popolo bue. “Noi avremmo voluto che lo facesse.” No, non è vero: c’era buona parte dell’Italia democratica che sperava proprio il contrario e che per i fatti della Bolzaneto e della Diaz strinse i pugni per soddisfazione. (Zamax, 17 Luglio 2008, 20:42)

Per rispondere anche a Boldrin. Non ho detto che alla Bolzaneto e alla Diaz non sia successo nulla. La polizia sbagliò ma gli eccessi vanno almeno contestualizzati. Il governo Berlusconi si era appena insediato. La sinistra vide nel G8 un’inconfessabile occasione per dare una spallata al governo e alimentò coi suoi silenzi e le sue mezze parole il clima di scontro, col suo stare “né da una parte né dall’altra” di triste memoria. E’ un po’ ipocrita mettere le persone in situazioni impossibili, e poi dal loro la colpa se non si dimostrano professionalmente impeccabili. Ammettiamo pure che non solo non si dimostrarono tali, ma che non andarono nemmeno lontanamente vicini a standards accettabili. Questo giustifica vaniloqui sulle sorti della democrazia, solo per impressionare l’opinione pubblica? Quando i PM parlano, come hanno fatto, di “massacri” e “torture”, usano termini che in lingua italiana hanno un significato ben preciso, e che suonano quantomeno offensivi per le vittime dei veri massacri e delle vere torture in giro per il vasto mondo.

E su questo ho il forte sospetto che i bassi istinti che le forze dell’ordine hanno sfogato a Bolzaneto e Diaz si sono scatenati anche perché in maniera informale e’ stata data loro via libera dagli elementi fascistoidi della maggioranza di destra allora al governo. [da un commento di A.L., N.d.Z.]

Questo è il messaggio subliminale che la magistratura inquirente vuol fare passare. E cioè, anche se non si può dirlo a chiare parole (tanto ci penseranno i giornali & C. a completare il pensiero), in ultima analisi i fatti della Bolzaneto e della Diaz non sono concepibili senza la particolare natura del governo Berlusconi. Ma tutto ciò non ha alcun senso. IL Governo si era appena insediato e tutti si rendevano conto che il G8 era una gran brutta gatta da pelare, davanti agli occhi di tutto il mondo. Fascisti magari sì, ma scemi fino a questo punto…. (Zamax, 18 Luglio 2008, 14:24)

Sapevo io che ad usare la parola “contestualizzati” mi fregavo da solo. Perché in effetti concetti simili sono spesso serviti in Italia per scusare l’inscusabile. Ma io non l’ho usata a sproposito. Oh capisco lei vuole dire che in un paese decentemente civile la polizia dovrebbe sempre saper come comportarsi no matter what. Ma in un paese dove le adunate semisediziose, le okkupazioni proletarie, gli espropri sempre proletari, gli scioperi selvaggi ecc. ecc, sono sempre state considerate dalla cultura dominante – democratica senza fallo e di sinistra – cose semilegali, i corpi di polizia non si sono mai sentiti con le spalle coperte dalle istituzioni; non per manganellare a destra e a sinistra, ma per fare il proprio dovere. Cosicché quando le cose si facevano dure, i nostri piedipiatti si sono sempre barcamenati tra la frustrazione impotente e le sfuriate rabbiose. E se dobbiamo trovare un colpevole, più degli altri, di questa incertezza del diritto come non vederlo in quella stessa sinistra che per i sessant’anni del dopoguerra non ha fatto altro che delegittimare istituzioni e maggioranze politiche regolarmente elette, veicolando ossessivamente, velenosamente, nell’opinione pubblica l’idea di essere governati non da inetti o incapaci passabilmente trafficoni, ma volta a volta da: clerico-fascisti, golpisti di stato, stragisti di stato, corrotti, mafiosi ecc. ecc. E’ questa grande tribù sedicente democratica che ha educato tutte le piccole tribù peninsulari ad appropriarsi del proprio pezzetto d’Italia. Ma il governo Berlusconi nel 2001 – circoscrivendo il problema alla pubblica sicurezza – in quattro e quattr’otto avrebbe dovuto raddrizzare questa situazione. Siccome non credo oggi alla favole della Napoli ripulita dall’immondizia dai miracoli di Supersilvio, non credevo neppure a quel tipo di miracolo, e non lo pretendevo. Se poi pensiamo di costruire un paese “liberale” auspicando una sorta di grandiosa palingenesi morale, beh, nella storia non è mai successo. (Zamax, 18 Luglio 2008, 21:43)

Calma. E sangue freddo. Io sono intervenuto proprio perché ho letto l’articolo del Guardian. Est modus in rebus. Io non faccio l’avvocato di nessuno, anche se non nascondo le mie preferenze politiche, qui e ora in Italia. Io ho cercato di dare un’interpretazione equilibrata dei disordini del G8. La mia, ovviamente. Se da quello che è successo si vuol trarre la conclusione che questi e quelli pari sono, sorry, ma è una cosa che funziona solo come trappola retorica, ma non regge alla prova dei fatti. L’articolo del Guardian termina in effetti così:

That is about fascism. There are plenty of rumours that the police and carabinieri and prison staff belonged to fascist groups, but no evidence to support that. Pastore argues that that misses the bigger point: “It is not just a matter of a few drunken fascists. This is mass behaviour by the police. No one said ‘No.’ This is a culture of fascism.” At its heart, this involved what Zucca described in his report as “a situation in which every rule of law appears to have been suspended.” Fifty-two days after the attack on the Diaz school, 19 men used planes full of passengers as flying bombs and shifted the bedrock of assumptions on which western democracies had based their business. Since then, politicians who would never describe themselves as fascists have allowed the mass tapping of telephones and monitoring of emails, detention without trial, systematic torture, the calibrated drowning of detainees, unlimited house arrest and the targeted killing of suspects, while the procedure of extradition has been replaced by “extraordinary rendition”. This isn’t fascism with jack-booted dictators with foam on their lips. It’s the pragmatism of nicely turned-out politicians. But the result looks very similar. Genoa tells us that when the state feels threatened, the rule of law can be suspended. Anywhere.

Mettere al centro di suggestioni apocalittiche i fatti della Diaz e della Bolzaneto fa semplicemente ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle. (Zamax, 19 Luglio 2008, 13:13)

Mah! Che lei dica di non essere d’accordo, lo capisco. Che lei dica che io giustifico – almeno indirettamente – pestaggi e detenzioni illegali, non lo capisco. Che siano state “organizzate” e, soprattutto, avallate politicamente son cose tutte da provare. La seconda ipotesi poi – l’avallo politico – secondo me non sta né in cielo né in terra. Io ho cercato di riportare le cose alla loro esatta dimensione, non a giustificarle. Comunque ognuno può pensarla come vuole. Non siamo mica -ancora – nel Ventennio. (Zamax, 19 Luglio 2008, 17:45)

Una soluzione maliziosa ai suoi quesiti potrebbe essere che ai gradini più bassi – con quel governo, con quel primo ministro, con quel ministro dell’interno – si sentissero più liberi di agire in un certo modo. E ritenessero di averne un tacito avallo. Cioè che considerassero proprio abbastanza fascisti i loro superiori. Ma io non credo neanche a questa. La mia spiegazione è culturale in senso più largo, che è quella di cui ho delineato sommariamente i tratti più sopra, quando ho accennato alla particolare posizione dei corpi di polizia nella considerazione dell’opinione pubblica e all’incertezza del diritto. Comunque fare dei fatti della Bolzaneto e della Diaz una specie di luogo della memoria o un turning point della nostra storia recente, mi sembra solo uno di quei miti di cui s’inebria la sinistra nostrana da più di mezzo secolo. Questo è il succo di quello che intendo dire. Minimizzo? Può darsi, ma non credo. (Zamax, 19 Luglio 2008, 19:56)

Scusi, perché strilla? Se l’articolo di Boldrin avesse trattato di argomenti strettamente economici, la zampetta dentro il blog l’avrei messa con molta, molta prudenza, viste le mie cognizioni in materia, che non sono comunque quelle di uno completamente a digiuno. Ma l’articolo era di stampo politico, nel senso più largo del termine, e di tono abbastanza apocalittico. Qualcuno poi ha tirato fuori dal cilindro i fatti del G8 2001 conditi di allusioni al fascismo, la qual cosa mi è parsa una grossolana esagerazione. E sono intervenuto come per dire: diamoci una calmata. Punto.

Quanto al resto. La questione morale – dal punto di vista della propaganda politica – è un’invenzione di Berlinguer negli anni ’70. Che a fare l’alfiere di questa crociata moralistica fosse il capo di un partito alimentato dall’oro di Mosca e che curava con professionale pervasività rapporti osmotici con un pezzo importante dell’economia italiana – quantomeno e non solo – fa semplicemente sorridere, o no? In un certo senso la questione morale fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, la sinistra italiana ha sempre avocato a sé, nel panorama domestico, l’esclusiva della democraticità. Lo ha fatto perché era di radice comunista. E questo ha avvelenato e bloccato la vita politica nel nostro paese quasi fino ad oggi. Per dimostrare questa esclusiva di democraticità fino agli anni ’70 bastò il patentino marxista. Ma il declino dell’impero sovietico, i fatti cambogiani ecc. ecc., il terrorismo interno, spinsero la sinistra a rimaneggiare la propria immagine. Fu un ritorno all’originario giacobinismo: il partito dei democratici e degli onesti. Portavoce principale: il nuovo quotidiano La Repubblica. Ma il tacito corollario era sempre lo stesso: gli altri non erano né democratici né onesti. Oggi la sinistra, con la solita disinvoltura, ha fatto della figura di Aldo Moro un santino della parte giusta, dimenticando che prima di essere “processato” e “giustiziato” dalle Brigate Rosse, lo stesso Aldo Moro si era alzato in Parlamento dicendo che “la Democrazia Cristiana non si farà processare”. E’ inutile che oggi si voglia far passare Berlusconi per la grande anomalia della democrazia italiana. Berlusconi è solo l’ultimo episodio della saga del grande complotto antidemocratico di cui si nutre l’infantilismo della sinistra nostrana: la legge truffa, i clerico-fascisti, la mistica del golpe sempre incombente, la Dc che copriva le stragi di stato, la P2, e poi negli anni ’80 i ladrocini del socialfascista Craxi, colpevole in realtà – ovviamente – di essersi opposto alla resa della Dc al Pci, ragion per cui alla fine fu messo in mezzo e eliminato dai postcomunisti e dalla sinistra Dc, non a caso oggi le anime (morte) del Partito Democratico. Che l’antiberlusconismo sia solo l’ultima versione di questa pulsione giacobina della sinistra italiana lo si ricava facilmente prendendo in mano i libri e i giornali degli anni ’60, ’70, quando l’Italia visse un epocale ed inevitabile cambiamento di costumi che la sinistra cavalcò e guastò. Nel 1960, quasi mezzo secolo fa!, Pannunzio – non un comunista – scriveva sul Mondo:

Siamo o meno alla vigilia di un nuovo ‘22? Non si tratta di un problema accademico. […] Insomma il fascismo degli anni sessanta non può essere il fascismo degli anni venti: ma non per questo il fenomeno del ‘60 è qualcosa di profondamente diverso da quello del ‘20. È finito il fascismo delle squadre d’azione, della violenza combattentistica, del nazionalismo esasperato: è rimasto – e in qualche misura – lo spirito antidemocratico, la tendenza all’autoritarismo, la pressione degli interessi economici; e c’è, inoltre essenziale novità in una situazione dominata dalle forze cattoliche, la volontà di potenza di un corpo, come la gerarchia ecclesiastica, con i suoi organismi e i suoi laici, estraneo alla società organizzata a Stato, e proprio perché estraneo intrinsecamente sopraffattore. I caratteri formali del movimento che rovesciò il regime democratico quarant’anni fa sono mutati; il colpo di Stato è un obiettivo che oggi non ha più senso. Ma che l’attacco esterno del fascismo allo Stato sia divenuto l’interna degenerazione clerico-fascista dello Stato, nulla toglie all’essenziale, se non in questo: che ha reso più difficile riconoscere un pericolo che è identico.

Bum! E’ evidente che tutta questa ventata di moralismo e sedicente democraticità aveva più i caratteri della violenza rivoluzionaria – quindi strumentale a fini di potere – che quelli del civismo disinteressato. Gli italiani, all’ingrosso, lo sentivano, ne hanno avuto paura e l’hanno respinta. Nelle scelte politiche di fondo il primum vivere è stata la maledizione necessaria del nostro paese. Hanno governato sempre gli stessi? Stupisce che non se ne veda la ragione. Tutto sommato la Spagna postfranchista e la Grecia postcolonnelli hanno trovato abbastanza agevolmente un loro equilibrio politico, nel quadro di un bipartitismo di stampo europeo, composto da un partito socialdemocratico ed uno popolare/conservatore. L’Italia no. E non lo ha trovato, questo equilibrio funzionale, perché la sinistra italiana – comunista, signori miei – non è stata mai un partito moderno vero e proprio; è stata una setta, una fazione, quasi uno stato nello stato, con la sua economia, con i suoi media, con la sua magistratura ecc. ecc., che ha attirato molti perché a molti offriva i suoi vantaggi; una fazione tanto grossa da pretendere infine di diventare lo stato tout-court. E’ per questo che dico che questa grande tribù sedicente democratica ha educato tutte le piccole tribù peninsulari ad appropriarsi del proprio pezzetto d’Italia. Cito da un mio post:

[…] in uno stato tanto impiccione quanto imbelle e disertore dei suoi doveri fondamentali, che ha scarsa considerazione dei diritti del singolo, con noncuranza sottoposto sistematicamente a continui calvari burocratici e con pari trascuratezza gettato tranquillamente in pasto all’opinione pubblica, e che però viceversa si mostra assai molle e conciliante nei confronti della violenza del branco, col quale viene a patti concedendo generosamente patenti di legalità e salvacondotti di extraterritorialità, la tentazione di costituirsi in fazione viene vieppiù sentita come una necessità. Fazione abbiamo detto, e quindi per sua natura in distruttiva competizione con le altre fazioni per la conquista del bene pubblico; e nella cui logica belligerante non c’è posto per il singolo e non c’è posto per una visione dinamica e prospettica di crescita generalizzata, economica e culturale, della nazione ma solo per quella statica, intimamente materialista, della pura rivendicazione hic et nunc di una parte di ricchezza e di potere. In un paese siffatto, dove ciascuno diffida dell’altro, non c’è nemmeno spazio per il clima di fiducia necessario a largamente condivisi investimenti strutturali a lungo termine. E non si fanno neanche figli. Col venir meno allora del sentire comune tra le varie categorie sociali e le generazioni ciascuno cerca di intrupparsi o di crearsi il suo piccolo partito, come nelle cittadelle fortificate medioevali. E’ una reazione panica generalizzata, in virtù della quale, nella perversione dei ruoli, a chi grida più forte viene perfino riconosciuto il ruolo di difensore dei diritti democratici. Niente di sorprendente allora che i Sindaci si atteggino a capipopolo, che i pensionati si stringano a coorte (senza essere minimamente pronti alla morte), che all’interno dei partiti politici si creino delle ben strutturate e personali correnti, che logiche di potere sovrintendano alle concentrazioni bancarie, che l’editoria sia campo di battaglia per ragioni tutt’altro che economiche, che la gioventù si adegui okkupando fisicamente zone non ben sorvegliate del territorio, che i tifosi tentino di fagocitare le società sportive con la logica del racket, che le minoranze etniche o religiose pretendano legislazioni ad hoc alternative o suppletive. Il paese a poco a poco viene suddiviso in zone presidiate e il singolo ha solo la scelta di assoldarsi in qualche compagnia di ventura per non restare solo, visto che lo Stato si riduce ormai alla composizione arlecchinesca di piccoli e trasversali Enti Sovrani non territoriali. Col tangibile risultato di un disperante immobilismo per cui non si possono fare ponti, strade, depositi di scorie nucleari (per non parlare di centrali nucleari), degassificatori, ferrovie ad alta velocità, inceneritori (neanche dove la gente è costretta a chiudere le finestre per difendersi dal lezzo dell’immondizia in strada), riforme pensionistiche, riforme degli ordini professionali, riforme della giustizia, riforme della scuola, riforme del lavoro, il tutto in un clima desolante di glaciazione sociale, mascherato dalla gattopardesca e abnorme produzione legislativa. Ma se lo spirito di fazione si è così ben radicato nel nostro paese non è solo a causa di un qualche normale ritardo culturale o della secolare storia particolare d’Italia, ma trova una causa precisa nell’affermarsi dopo la seconda guerra mondiale di una Grande Fazione che ha agito come uno Stato nello Stato ed ha, nella sua progressiva occupazione della società, causato per reazione ed imitazione il sistematico chiudersi a riccio corporativo di tutti i segmenti della società italiana. Il Partito Comunista, al cui fucilino rimase in canna il colpo della rivoluzione, scaricò l’inespressa violenza che aveva in corpo nella demonizzazione della classe politica e nell’organizzazione di una Cosa Nostra Comunista, con una propria economia, una propria magistratura, una propria classe intellettuale, una propria stampa, un proprio sindacato e un nugolo di associazioni “democratiche e indipendenti” organiche al partito.

Ed è questa setta che ha causato l’impaludamento e l’immobilismo della politica italiana, ed ha spinto il cittadino a cercare protezione nella politica. Nel 2008 quel trenta per cento di cui parla Boldrin non raccoglie i resti sparsi del civismo italico, purtroppo, ma i resti di questa setta. La sinistra deve stare attenta: se non riuscirà a rinunciare una volta per tutte al patto mefistofelico col manipulitismo e riannodare le fila con l’eredità del socialismo italiano, rischia l’isolamento e l’estinzione. Perché il paese è stanchissimo. A questo punto davvero Sua Emittenza lo Psiconano rischia di diventare non solo il rifondatore della destra italiana, ma anche della sinistra. Ad un certo punto il Popolo della Libertà si dividerà in due: quello popolare e quello socialista. L’Italia entrerà in Europa. Il paese sarà rappacificato. E respirerà. E allora anche la pubblica moralità potrà diventare veramente, programmaticamente, realisticamente, una priorità. Silvio Augusto si ritirerà riverito dalla politica; non in monastero, ma nel suo eremo in Sardegna passando il tempo a correr dietro alle fanciulle, perché lui non è della razza dei Carlos V, quanto piuttosto di quella dei Carlos Menem, El Simio. Da ridere, veramente. (Zamax, 21 Luglio 2008, 22:16)