Bello & Brutto, Esteri

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)

He sat, in defiance of municipal orders, astride the gun Zam-Zammah on her brick platform opposite the old Ajaib-Gher – the Wonder House, as the natives call the Lahore Museum. Who hold Zam-Zammah, that “fire-breathing dragon”, hold the Punjab; for the great green-bronze piece is always first of the conqueror’s loot.

Se ne stava, a dispetto dei regolamenti municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto sulla sua piattaforma di mattoni di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gl’indigeni chiamano il Museo di Lahore. Chi tenga Zam-zammah, il “drago dal fiato di fuoco”, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è sempre il primo bottino del conquistatore.

Questo è l’incipit di Kim, capolavoro di Rudyard Kipling, dal nome del ragazzino attraverso i cui occhi l’India magmatica e pittoresca, brulicante di colori e uomini, fiabesca e realistica insieme, si presentò al grande pubblico dei lettori all’inizio del secolo scorso. Il grand tour indiano partiva dunque da Lahore: ma cosa avrebbe mai pensato lo scrittore britannico se qualche santone gli avesse predetto che molto meno di un secolo dopo Lahore sarebbe stata una città di uno stato chiamato misteriosamente “Pakistan” (“il paese dei puri”) e non dell’India? Come avrebbe potuto supporre che il Raj si sarebbe col tempo spezzettato in quattro unità, l’India attuale, il Pakistan, il Bangla Desh e lo Sri Lanka? Una risposta sta in parte, ma una parte importante, negli stessi occhi di Kim. Cresciuto come un animaletto nel ventre della società indostana, del sangue britannico – occidentale – ha però conservato l’istinto classificatore, ordinatore: i personaggi, le etnie, le caste si fanno avanti con nettezza di contorni, in una magnifica, colorata ed eppur viva cristallizzazione.

Il personaggio centrale, Kim, è un orfano che, al pari di un camaleonte, è in grado di assumere qualsiasi identità, ma che nel corso della vicenda si dimostra un vero britannico. Mentre è in viaggio sulla Grand Trunk Road, Kim dà corpo alla fantasia coloniale inglese dell’osservatore onnisciente, il solo in grado di conoscere tutti gli abitanti del paese. (Storia dell’India moderna, Barbara D. Metcalf, Thomas R. Metcalf)

I britannici, anche quei governanti liberali benintenzionati di stampo illuminista che nell’ottocento presero a cuore le sorti del continente indiano, non potevano rendersi conto che impiantare la civiltà occidentale e soprattutto qualcosa di simile alla democrazia, con la pervasività burocratica figlia del suo afflato universalistico, con la pesantezza delle infrastrutture amministrative di uno stato moderno, o peggio ancora nazionale, voleva dire irrigidire e codificare quelle differenze di casta, di religione, di lingua che proprio invece nell’informalità magmatica della società indiana potevano bene o male convivere. A meno di fare tabula rasa con la violenza annichilatrice dei giacobini, stabilire diritti e doveri significava identificare l’individuo, in base a etnia, religione, casta; significava creare delle lingue amministrative e ufficiali. Inoltre, nel segno dell’influenza occidentale nacquero col tempo associazioni culturali, di stampo religioso/linguistico e poi politico che erano un segno di progresso ma che acuirono le divisioni. Al momento dell’indipendenza nel 1947 il paese si spaccò tra indù e musulmani, con una tragica scia di trasmigrazioni da una parte e dall’altra di milioni di persone: i musulmani fondarono i due Pakistan, quello occidentale di lingua ufficiale urdu, e quello orientale di lingua ufficiale bengali, poi indipendente col nome di Bangla Desh; gli induisti ebbero tutto il resto tranne l’isola di Ceylon, dal 1972 Sri Lanka, popolata in gran parte da singalesi di religione buddista. Il tentativo di imporre l’hindi come lingua unitaria dell’India è invece fallito, soprattutto per l’opposizione dei duecento e passa milioni di abitanti del sud-est che, benché induisti, parlano lingue dravidiche, cioè non indoeuropee. Anche la minoranza Tamil dello Sri Lanka è di lingua dravidica.

Tutto ciò mi è venuto in mente in questi giorni segnati dall’acutizzarsi delle tensioni russo-georgiane nel constatare il dispiegamento generalizzato, da entrambe le parti ma anche nel mondo mediatico e diplomatico, dell’armamentario retorico di frasi fatte di quella che si potrebbe chiamare l’ideologia democratica: integrità territoriale, sovranità, autodeterminazione dei popoli, intangibilità dei confini – cose che, nei fatti, sono spesso in contraddizione fra di loro – e poi, inevitabilmente, accuse reciproche di genocidio e di crimini contro l’umanità. Questi slogan non fanno altro che togliere alla diplomazia ogni potere contrattuale e a chiuderla in un vicolo cieco. Nel caso in questione, voglio dire, chi ha paura del bullismo putiniano e di una nuova politica di potenza della Russia – e la vuole smascherare – non può dire delle mezze verità che alla fine alimentano il vittimismo e il nazionalismo dei russi. Il rischio è quello di replicare su scala mondiale il pasticcio ex-jugoslavo e di fare della Russia un’enorme Serbia. Nei Balcani, dopo l’inevitabile e relativamente poco problematico riconoscimento di Croazia e Slovenia, vista l’omogeneità etnolinguistica dei due nuovi paesi, e dopo la sconfitta militare serba, una volta messe a tacere le armi, l’Occidente, per sbrogliarsi dai pasticci, scelse la scorciatoia di affrettati riconoscimenti internazionali, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo niente altro che quattro piccole e destabilizzanti Jugoslavie. Quando si parla di intangibilità dei confini, bisogna intendersi: se la cosa significa che semplicemente essi non possono essere modificati unilateralmente è un conto, se invece significa che ogni discussione sui confini ed ogni eventuale e concordata loro modifica è interdetta, allora si è fuori della realtà; e paradossalmente in questo feticismo territoriale il messianismo dell’ideologia democratica e il bullismo nazionalista si danno la mano.

Chi auspica allora una politica di fermezza nei confronti di una Russia neozarista – e io sono tra questi – deve contemperarla con la giustizia, e deve cercare almeno un po’ di mettersi nei panni dei governanti e della gente russa. Se le preoccupazioni, il nervosismo e l’intransigenza dei baltici e dei polacchi sono comprensibili, visto che hanno sempre sentito sul collo il fiato del gigante russo, senza parlare dei periodi di occupazione, non si può tuttavia fare di ogni erba un fascio e considerare alla stessa stregua tutti i territori fuoriusciti dall’impero russo e sovietico. La Russia, ad esempio, non può rivendicare nulla nei confronti dei paesi baltici: le forti minoranze russe sono frutto di un peccato originale – i tentativi di russificazione del periodo sovietico – solo ad essa addebitabile.

Ma assai diverso è il caso dell’Ucraina. Non solo un 30 per cento dei circa cinquanta milioni degli abitanti – concentrato nell’est del paese – è russofono (la lingua russa era anche detta “grande russo” per distinguerla dal “piccolo russo”, ossia la lingua ucraina); ma la stessa Rus’ di Kiev costituì, più di mille anni fa, il nucleo iniziale dello stato russo: li si ebbero le prime espressioni di letteratura russa, lì prese forma, sotto l’influenza di Costantinopoli, la chiesa ortodossa russa. Ucraino era Gogol’, e ucraina è l’ambientazione di parte delle sue opere. In occasione della recente morte di Solzhenitsyn qualcuno con sbrigativa ingenerosità – verso un uomo che la sua battaglia l’ha combattuta, eccome – ha accusato lo scrittore russo di non aver capito l’Occidente. E’ vero, Solzhenitsyn era influenzato in parte da quel tenace pensiero conservatore-reazionario slavofilo che guarda alla sua patria come una fonte salvifica di spiritualità per l’Occidente materialista, ma non lo era alla maniera volgare ed aggressiva dei nazionalisti imperialisti. Sognava la riunione di Russia, Bielorussia ed Ucraina ma non gl’importava niente dei paesi baltici, del Caucaso, o dei nuovi paesi dell’ex pancione turco-asiatico dell’Unione Sovietica. A distanza di più di 130 anni avrebbe potuto sottoscrivere, credo, le parole scritte da Dostoevskij in una lettera spedita nel 1873 al granduca Aleksandr Aleksandrovič, il futuro zar Alessandro III, insieme ad una copia del romanzo I Demoni:

[…] Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa. Perfino i più illuminati fra gli esponenti della nostra civiltà pseudo-europea sono da tempo convinti come sia assolutamente delittuoso, per noi russi, pensare alla nostra originalità. E la cosa è tanto più temibile in quanto essi hanno perfettamente ragione, poiché, dall’istante in cui, con orgoglio, ci siamo definiti europei, abbiamo rinunciato ad essere russi. Turbati e sbigottiti dalla distanza che ci separa dall’Europa, sul piano dello sviluppo intellettuale e scientifico, abbiamo dimenticato che, nell’intimo dell’animo russo e nelle sue aspirazioni, portiamo in noi, in quanto russi e sempre che la nostra civiltà possa rimanere originale, la facoltà di recare forse al mondo una nuova luce. Abbiamo dimenticato, nell’ebbrezza della nostra umiliazione, questa immutabile legge storica, e cioè che senza l’orgoglio del nostro significato mondiale, in quanto nazione, mai potremo essere una grande nazione né lasciare dopo di noi un sia pur lieve apporto originale al bene dell’umanità. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato le loro immense forze proprio perché erano così “orgogliose” di se stesse, e che hanno dato il loro contributo al mondo, che gli hanno recato ognuna non fosse altro che un raggio di luce, proprio perché sono rimaste fieramente, fermamente, e sempre “con orgoglio”, se stesse. […]

Dostoevskij, che in realtà se non fu “occidentalista” non fu nemmeno “slavofilo” (come questo passo potrebbe far credere) capiva che la Russia era nel fondo un bestione delicato ed insicuro, e quindi spesso aggressivo, un colosso d’argilla bisognoso di camminare col proprio passo, e che invece il trauma di questo incontro con l’Europa stava portando al collasso; cosa che sfuggiva sia ai liberali salottieri, sia agli idealisti rivoluzionari, sideralmente lontani dal popolo tanto quanto i primi.

Uscita dai settant’anni della glaciazione comunista, la Russia che ha riannodato i legami sempre intrisi di un sentimento di odio-amore con l’Europa e l’Occidente, è ancor oggi un enorme territorio relativamente spopolato. Coi suoi 17 milioni circa di kmq e i suoi circa 150 milioni di abitanti, la Russia è un paese grande il doppio della Cina e con 1/9 appena della sua popolazione; è un paese grande il doppio degli Stati Uniti e con metà della sua popolazione; grande il doppio del Brasile e con ¾ della sua popolazione; grande più di cinque volte l’India e con 1/7 della sua popolazione; grande quasi 50 volte il Giappone ma con una popolazione di poco superiore; grande 120 volte il formicaio del Bangla Desh e con la stessa popolazione! Malgrado le immense risorse naturali, e stante la sua relativa arretratezza economica, non è un paese che si possa permettere di giocare in solitario la partita geostrategica mondiale. Di fronte alle incognite della crescita asiatica, considerando l’impressionante base demografica dalla quale procede, il destino migliore della Russia è quello di farsi cooptare, al pari dell’Europa, nella pax americana. Ma per farlo ha bisogno di tempo e di salvare le apparenze e l’orgoglio nazionale. Sta all’Occidente tenerla a bada, avere pazienza e duttilità, con fermezza ma senza isterismi, e non cacciarsi in inutili avventurismi.

Advertisements

3 thoughts on “La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)”

  1. Anch’io trovo che, per molti versi, Solzhenitsyn sia stato la reincarnazione intellettuale del mio amatissimo Dostoevskij. Che inoltre ebbe parole tutt’altro che generose per il processo italiano di unificazione nazionale…
    Comunque grandissimo articolo, in tutti i sensi!

  2. Non poteva essere che Ismael l’eroico lettore ferragostano.
    Spero di non essere frainteso: non sono passato dalla parte dei “realisti”, che fra l’altro non sottoscriveranno certo la chiusura del post, con quell’accenno all’Occidente cristiano riunito nella pax americana. MI dà fastidio però la faciloneria dei sedicenti combattenti per la libertà, spesso reduci di altre e ben note ideologie.

  3. Ho letto la parte II ma non la prima. I miei mezzi informatici in vacanza non me lo consentono. Ovviamente hai fatto un grosso sforzo analitico e non si può che condividere lo sguardo con cui cerchi di comprendere il guazzabuglio attuale. Vero poi che nella ideologia neocon, ci sono molti comunisti trotzkysti riciclati e che la dottrina dell’esportazione della democrazia, è la loro ultima occasione di “rivoluzione permanente”. Ciao

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s