La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.

Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:

Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo […] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.

Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.

Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.

Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.

Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.

Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.

Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor.  Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?

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21 thoughts on “La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

  1. Ho letto ieri sera il post doppio e dopo attenta e matura riflessione il mio responso è che sono d’accordo sulla necessità della Pax americana supportata dall’Europa. A quando l’esercito europeo? 🙂

    Due domande:
    -Putin deve e vuole fare il duro di fronte al suo popolo, e immagino che ci farebbe penare non poco un eventuale suo “assorbimento” nell’occidente. Quindi da cosa e quando si capirà se sta con noi o con i cinesi?
    -E’ davvero possibile un asse Russia-Cina? Su che basi?

  2. “Chissà chissà domani
    su che cosa metteremo le mani …[…]..i russi…i russi..gli americani…”

    Futura, Lucio Dalla

  3. @ Vincenzillo
    Un asse Russia-Cina, secondo me, è possibile solo se i rapporti internazionali si degradano oltre misura. Credo invece sia possibile un avvicinamento tattico nel breve periodo cercato da Putin per porre ancor di più Americani ed Europei sotto pressione. Ma nel lungo termine non ha senso, perché per quanto “asiatica” la Russia da un punto di vista culturale è incommensurabilmente più vicina all’Europa che alla Cina; perché dal punto di vista demografico-economico la Russia, malgrado la sua vastità territoriale, è solo una piccola, ma proprio piccola, frazione del gigante cinese che quindi costituisce un vicino ingombrante e pericoloso. Pensa al Canada. E’ leggermente più grande degli Stati Uniti, ma ha appena poco più di 1/10 della popolazione del suo vicino meridionale, un rapporto simile a quello tra Russia e Cina: c’è qualcuno che pensa al Canada come ad una potenza che possa fare il solletico agli Stati Uniti?
    Se le cose non degeneranno e la Russia continuerà a crescere e a trovare un po’ di fiducia in se stessa – il nazionalismo è sempre un sintomo di insicurezza – col tempo, ma lentamente, Putin o non Putin, non potrà diventare che il braccio orientale dell’Occidente in senso lato.
    Se penso agli ultimi sviluppi – sarò troppo ottimista o irresponsabilmente leggero – mi viene in mente il melodramma: molte grida a beneficio dell’opinione pubblica, ma la situazione è bloccata: alla fine l’Occidente concederà qualcosa alla Russia; e secondo me molti stanno già pensando a come salvare le forme di questa sconfitta che ci siamo andati a cercare.

  4. @ Zag
    “No lacrime…
    non fermarti fino a domani…
    sarà stato forse il tuono:non mi meraviglia
    è una notte di fuoco…
    dove sono le tue mani…
    nascerà e non avrà paura nostra figlia…
    poo… po-poo… po-poo…”

    (citazione a memoria: ho anche il CD, ma non ho voglia di controllare; e poi, ora, con Internet abbiamo perso la …poesia del sapere)

  5. zamax, mi sembra interessante un editoriale del Foglio: dopo il riconoscimento di Abkhazia e Ossezia noi vecchi europei abbiamo l’occasione di serrare i ranghi contro il nemico comune, e Sarkozy, “dopo aver riportato la Francia nella Nato ha l’occasione di riportare nell’Alleanza atlantica anche l’Europa.”

  6. Bella analisi.
    Purtroppo i problemi permangono e le soluzioni, stanti le evidenze geopolitiche, le vedo lontane, sfumate in un orizzonte orientale.

  7. @ Vincenzillo & Gio
    Il problema è che al di là del “sostegno incondizionato” e della “comune durezza della posizione” che gli Europei e gli Americani dovrebbero mostrare, i margini di manovra sono modestissimi. Ho anzi il sospetto che le bellicose, per così dire, dichiarazioni da parte di esponenti dell’amministrazione Bush serva proprio a mascherare l’impotenza e la mancanza di idee. Tutti dicono che bisogna rispondere, ma nessuno dice come. Tutti, soprattutto Russi ed Europei, hanno qualcosa da perdere con dei provvedimenti di tipo economico, in questo momento poi… Credo che dopo l’inevitabile teatrino delle dichiarazioni rodomontesche da una parte e dall’altra, subentrerà un tacito accordo per lasciar sbollire la situazione: i russi si accontenteranno di aver segnato il loro gol e di aver provato il punto; gli americani – nei fatti, non a parole – prenderanno nota pragmaticamente e piano piano la dinamica di avvicinamento riprenderà vigore. Un avvitamento della crisi sarebbe un suicidio per l’Occidente, Russia compresa.

  8. Personalmente non credo che la Pax Americana sia l’unica via per spingere la Russia verso l’Occidente, tenuto conto che è già una costola europea. Ti ho scritto un commento anche nella Ia parte di questa tua esaustiva analisi.
    Su Turgeniev. Padri e Figli è un romanzo straordinario che lessi un po’ di anni fa.

  9. @ Vincenzillo
    Ambasciatore galante presso tutte le …russe, vorrai dire!

    @ Nessie
    Uh, grazie dell’attenzione, viste le comunicazioni difficili con i pascoli alpestri che vedono nascere il Piave (se non sbaglio). Con “Pax americana” non intendo un ordine mondiale concepito unicamente a Washington, anzi la mia tesi è che la sua possibilità di sopravvivenza risieda nella progressiva apertura alla cogestione di europei ed alleati in genere.
    La Russia è una costola europea ma non dobbiamo fare l’errore che l’ha travagliata negli ultimi secoli: volerla farla camminare immediatamente e innaturalmente al passo europeo, nel campo della società, dei diritti civili, dell’economia. Anche quando corra verso la libertà – ovvero nel senso della natura – il corpo di una nazione soffre se lo si fa marciare a tappe forzate. E il pericolo di rigetto aumenta in proporzione. Le “strette identitarie” denunciano lo smarrimento del cambiamento: in piccole dosi non sono di per sé negative e segnalano l’esigenza di ritrovare un passo più controllato e sicuro, ovvero di camminare ma essere sempre presenti a se stessi. Ma quando si cade nel panico le ombre dell’irrigidimento nazionalista o all’opposto di quello nichilista si fanno molto spesse.

    A quell’essere privilegiato che ha tanto tempo da buttar via consiglio vivamente di leggere di Turgenev “Le memorie di un cacciatore”, un libro di racconti che tratteggia con lirismo e realismo insieme il profilo della campagna russa nel mezzo dell’ottocento. Intanto lo compri, il volumetto, che costa poco. Poi lo riponga in bella vista nella sua libreria. Un giorno, per un insieme straordinario di circostanze umorali ed ambientali, gli potrebbe anche venir voglia di prenderlo in mano. Perché nell’esercizio della virtù, come nel godimento delle belle cose, conta di più fare la posta all’occasione con costanza, che gli squillanti proponimenti. O per meglio dire, sono gl’intimi proponimenti ad assumere questa forma naturale e modesta. Amen.

  10. “Intanto lo compri, il volumetto, che costa poco. Poi lo riponga in bella vista nella sua libreria. Un giorno, per un insieme straordinario di circostanze umorali ed ambientali, gli potrebbe anche venir voglia di prenderlo in mano. Perché nell’esercizio della virtù, come nel godimento delle belle cose, conta di più fare la posta all’occasione con costanza, che gli squillanti proponimenti. O per meglio dire, sono gl’intimi proponimenti ad assumere questa forma naturale e modesta.”
    Come sei montaigniano madonna mia!… 😉

  11. @ Vincenzillo
    Mi compiaccio che tu l’abbia notato. Deposta la penna, per così dire, me ne sono accorto anch’io.

  12. Non credo possibile una comune politica europea. L’Europa è un casuale aggregato acefalo di popoli. In un luogo dove sii parlano 25 lingue diverse, quasi tutte con una significativa letteratura alle spalle, le affinità culturali sono un colorino di fondo incapace di produrre deliberate e consapevoli decisioni comuni, cioè politica. La verità è che senza un paese guida a cui facciano capo le decisioni, non si arriva mai da nessuna parte. E il paese guida non c’è. I francesi avrebbero il carisma politico ma dopo napoleone difettano di forza per imporsi. I tedeschi ne hanno avuto la forza, ma la loro proposte sono state storicamente prive di carisma politico e di capacità aggregativa, quando non criminali. E poi comunque gli anglo-sassoni non lo permetterebbero, come hanno fatto dai tempi di Luigi XIV. Del tutto improbabile dunque mi pare una politica comune con la Russia. Non c’è altra strada che quella attuale: riconoscere l’egemonia anglo-sassone, sia pure con il mal di pancia.

  13. Sono stato un po’ brusco e pessimista qui sopra. Sicuramente non ho ragione, o almeno lo spero.

  14. @ GMR
    Quando si parla di Europa e di politica comune europea fatalmente ci si rifà mentalmente a qualche modello esistente. Ed è questo secondo me l’errore. L’esempio dello stato nazionale essenso improponibile, ecco che si getta uno sguardo oltre Atlantico, vellicandosi con l’idea degli “Stati Uniti d’Europa”. E si finisce così per forzare le cose. Il mio modello è quello di non avere modelli in testa, e soprattutto “costituzioni”. L’emergere di realtà politiche di grandezza continentale in un mondo che nel contempo si fa sempre più villaggio globale spinge i paesetti europei a schiacciarsi uno sull’altro. Un qualche tipo di coordinamento politico – nuovo e originale, perché non ci sono altre Europe nel mondo – lo troveranno, se lasceranno fare al libero intrecciarsi dei rapporti fra i paesi che compongono il nostro continente. Solo alla fine di questo processo qualcuno potrà ardire di tracciarne un disegno sovranazionale.

  15. “Un qualche tipo di coordinamento politico – nuovo e originale, perché non ci sono altre Europe nel mondo – lo troveranno, se lasceranno fare al libero intrecciarsi dei rapporti fra i paesi che compongono il nostro continente. Solo alla fine di questo processo qualcuno potrà ardire di tracciarne un disegno sovranazionale.”
    zamax, in questo tuo quadro che faccio mio e che se non ti offendi oso chiamare la più bella forma di utopia in germe che conosco, mi pare che l’attuale Unione Europea rappresenti un grande ostacolo. O mi sbaglio?

  16. Concordo con molte delle cose che scrivi. Pretendere di inglobare la Russia nell'”occidente” eurobabbeo (come sai io sono un’euroscettica incallita) e farla camminare secondo il nostro passo (e cioè correre in modo concitato) sarebbe innaturale per lei. Hai seguito l’intervista di Putin alla ARD a cura di Tim Roth? O quella più integrale alla CNN?
    Segnalo anche lo stupendo “Primo amore” sempre di Turgenev.

  17. PS: sì ero sulle Dolomiti Orientali sotto il monte Peralba. Certamente saranno luoghi, quelli cadorini, che conosci bene. 🙂

  18. @ Vincenzillo
    Sarebbe ridicolo disconoscere i benefici dell’integrazione europea e della moneta unica, almeno nel lungo termine. Non capisco l’ansia di ovviare alla naturale difficoltà di dare una condotta univoca in politica estera all’insieme dei paesi europei con un illusorio dirigismo coatto. O di arrivare a tappe forzate ad un’artificiosa standardizzazione in materia fiscale. Una Europa più liberale al suo interno perverrebbe prima o dopo e per mezzi naturali allo stesso risultato. La stessa idea d’Europa, non accompagnata dall’effetto opprimente della fabbrica di leggi e leggine di Bruxelles, riacquisterebbe il suo appeal naturale, che esiste. Qualcosa di simile ad una sovrastruttura costituzionale dovrebbe essere solo l’ultimo passaggio di un organismo ormai integrato, che oggi è solo in divenire e non può ancora darci informazioni sicure sul vestito legale che eventualmente gli dovrebbe essere cucito addosso.

  19. @ Nessie
    Ho letto l’intervista concessa alla ARD. Anche non volendo credere all’atteggiamento tutto sommato conciliante verso l’Europa e l’Occidente di Putin, ad una politica del genere lo Zar è bene o male costretto. Non essendo un pazzo fanatico, e sempre che gli squilibri della crescita russa non facciano precipitare il colosso ancora in parte d’argilla della cosidetta Federazione Russa, credo che ad essa s’atterrà.

    P.S. A dire vero non la conosco bene quella zona; conosco meglio la parte friulana, causa servizio militare. Ma mio fratello a Sappada ci è andato spesso.

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