Bene & Male

Le tentazioni del conservatore-liberale

Dedicato a quegli apocalittici liberali italici che aspettano una nuova fantomatica generazione di politici, una nuova fantomatica classe dirigente, e attendendo Godot scelgono di non scegliere, rifiutandosi al buon senso, quando addirittura non si fanno ammaliare da rozzi moralizzatori. Alexis de Tocqueville scrisse questi pensieri in due lettere: a Pierre Paul Royer-Collard il 27 settembre 1841, a Louis de Kergolay il 25 ottobre 1842. Valevano allora, valgono adesso, varranno fra cent’anni.

[…] Ecco le riflessioni abbastanza tristi che l’argomento mi suggerisce: quando considero attentamente il nostro miserabile mondo politico, e coloro che lo compongono, non vedo da nessuna parte il mio posto. Voler costituire sia un governo, sia un’opposizione, prescindendo sia dal signor Thiers che dal signor Guizot, mi sembra assolutamente impossibile, per mille ragioni generali e particolari a questi due uomini. Coloro che ci provano mi appaiono impegnati in un lavoro improduttivo. Nel parlamento di oggi vi può essere del potere soltanto mettendo insieme questi due uomini o perlomeno ricorrendo a uno di essi. Ora, io non voglio e non posso condividere lo stesso cammino, né con l’uno, né con l’altro. Ambedue sono nel fondo antipatici e incompatibili rispetto alla mia maniera di sentire e di pensare. Io li disprezzo. Tuttavia, senza di essi non vi è nulla che possa condurre a un risultato rilevante negli affari del nostro paese. Senza di essi non vi è azione. E che cosa è la politica senza azione? E non è un manifesto controsenso vivere in una pubblica assemblea, senza lavorare efficacemente alla cosa pubblica, senza agire e senza unire le proprie forze a chi solo ha il potere di agire? Non significa venir meno all’esigenza principale della cosa che si è intrapresa a fare e che si pretende di fare? E non significa trasporre un genere di vita su un altro, vale a dire l’osservazione teorica sulla vita di azione, con grande danno per tutti e due? Ecco quello che mi dico con dolore quando non sono alla Camera, e con impazienza e irritazione quando la sessione è aperta. Di volta in volta mi scontro con due ostacoli: il lato penoso e quasi insostenibile dell’isolamento e dell’inazione in un’assemblea politica mi porta a fare degli sforzi; ma ben presto l’impossibilità in cui mi trovo di agire in comune con quegli uomini che sono gli unici in grado di rendere efficace l’azione, mi rigetta nell’immobilità e mi inchioda sul mio banco. Queste tensioni in sensi contrari mi affaticano e mi esauriscono molto più di quanto non farebbe un’azione energica e continua. Mi paragono a una ruota che va molto veloce, ma che, non essendo inserita nel suo ingranaggio, non fa nulla e non serve a nulla. Mi sembra però che in altri tempi e con altri uomini avrei potuto fare molto meglio. Ma i tempi miglioreranno? E gli uomini che vediamo saranno rimpiazzati da uomini migliori o perlopiù peggiori? […] Che posso dunque fare? Sento una ripugnanza quasi invincibile ad associarmi in modo permanente ad uno degli uomini politici della nostra epoca. E fra tutti i partiti che dividono il nostro paese non ne vedo uno con cui vorrei contrarre un legame. Non trovo in alcuno di essi, non dico tutto quello che vorrei vedere in delle associazioni politiche, ma neppure quelle cose principali in favore delle quali rinuncerei volentieri a quelle più piccole (perché ci si unisce solo a questo prezzo). Gli uni mi sembrano avere una disposizione esagerata, pusillanime e fiacca per la pace, ed il loro amore per l’ordine e perlopiù soltanto paura. Gli altri mescolano al loro orgoglio nazionale e al loro gusto per la libertà (due cose che di per sé apprezzo molto) delle passioni grossolane ed anarchiche che mi ripugnano. Il partito liberale ma non rivoluzionario, che sarebbe l’unico a convenirmi, non esiste e certo non dipende da me crearlo. Sono dunque fondamentalmente solo, e non mi rimane che esprimere meglio possibile la mia opinione individuale sugli eventi e sulle leggi man mano che si presentano, senza avere la speranza di modificarli. Questo è un ruolo onorevole, ma sterile. Spesso mi ribello istintivamente contro tale condizione, perché la mia natura è fattiva, e, devo dirlo, ambiziosa. Amerei il potere se esso potesse essere onorevolmente acquisito e conservato. Tuttavia una riflessione mi ha sempre fortemente trattenuto: è evidente che qualsiasi contatto prolungato e intimo con gli uomini e i partiti politici del nostro tempo non può che togliere a chi lo subisce una parte della considerazione di cui gode. Ed in cambio della perdita di quest’ultima, che di tutti i beni è il primo, si ottiene soltanto un potere inefficace e transitorio. Quando vedo quanto poco riescano a fare quelli che si buttano così alla cieca nella mischia, mi consolo del mio isolamento e della mia impotenza. E dico a me stesso che, tutto sommato, dovendo mettere per un po’ da parte la soddisfazione di fare bene, tanto vale conservare intatta agli occhi del paese la propria forza morale, che è un potere divenuto così raro, e conservarla per altri tempi. […]

[…] Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo. Quello che è visibile in questa storia è a che punto la lotta, la disputa, l’atteggiamento passionale siano nella natura e nella necessità dei paesi liberi. Ne deriva che, quando le circostanze non si prestano, si litiga per niente, ci si tormenta per trovare dei temi di dissenso e di discussione, e ci si agita a vuoto. […]

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13 thoughts on “Le tentazioni del conservatore-liberale”

  1. bello…ma è evidente che de Tocqueville non riusciva a immaginare Lenin e Hitler, la bomba atomica, la guerra fredda, il terrorismo. E forse quando scrive è preoccupato di far partire un sistema che partorisca un ciclo.
    Le sue parole varranno sempre come quelle dei Caratteri di Teofrasto o come i versi di un Catullo.

    Una delle tentazioni archetipali dell’uomo è il ricorso alla ciclicità per spiegarsi il presente.
    Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo nel mondo.
    Odisseo segna il passaggio dall’eroe della spada a quello della parola ad esempio, i Campi Elisi il passaggio dall’idea dell’Ade mortificante a un paradiso in cui i pochi e meritevoli troveranno riconoscimento dei meriti raccolti nella vita terrena.
    Godot non può arrivare per definizione. L’uomo nuovo arriva sempre. Le pause aiutano a rendersi contenitore del nuovo. Altrimenti si corre il rischio di essere perennemente attraversati dalla corrente.

    (…dal discorso che avevo preparato per Barack Obama ma che la sua segreteria mia ha bocciato perchè Teofrasto è considerato comunista in Arizona)

  2. zamax, hai ragione, la tentazione dell'”uomo nuovo”, nel senso di una “nuova umanità” come cura per la politica, non viene solo da sinistra, purtroppo.
    Sai, sentire certi discorsi venire da sinistra non mi stupisce più di tanto, perché come dice efficacemente Veneziani (credo), ormai hanno sostituito la politica con il moralismo.
    E’ da destra, invece, che mi aspetterei più pragmatismo.
    Una delle cose per me più sconvolgenti è sentire certe cose perfino da uomini per altri versi molto pragmatici. Per buttarla in politica, anche tra i leghisti c’è chi è perennemente tentato da Di Pietro, Grillo etc.

    In tanti dovrebbero riflettere a fondo su questi brani, e soprattutto su questo passaggio: “Tuttavia, senza di essi non vi è nulla che possa condurre a un risultato rilevante negli affari del nostro paese. Senza di essi non vi è azione. E che cosa è la politica senza azione?”
    Ma certo, direbbero che il problema è ben altro…

  3. Questa è una teleologia. L’azione c’è sempre.
    Solo che la quantità e la velocità non corrispondo necessariamente alla qualità. Io lo intepreterei diversamente. L’azione serve al sistema, per farne scaturire le energie. In questo senso anche una legge sbagliata ha un senso perchè stimola le reazioni degli elettori che non le approvano. Il problema è quando ti bombardano di leggi sbagliate.
    Quando Tocqueville scrive, mancano quindici anni alla nascita di Freud. Il magma stà ribollendo nel mondo.
    Sono passati circa 170 anni e molte cose sono successe e cambiate.

  4. “L’azione c’è sempre.”
    In termini generali, filosofici, posso anche essere d’accordo, ma qui mi pare che l’interesse sia rivolto più strettamente all’intervento della politica nel creare le condizioni migliori perché si sviluppi l’azione all’interno della società, e cioè l’attività imprenditoriale, industriale, i servizi, la produzione di beni, mezzi e ricchezza. In questo senso, in politica (in Italia e altrove) non si può realisticamente “agire”, cioè non si può fare nulla, senza che a livello legislativo ed esecutivo ci sia l’intervento degli uomini più rappresentativi, o i più influenti, o i più potenti. Ci vuole realismo.
    Guarda l’Italia di oggi, 2008: solo con questo governo, e solo perché è “finito il dopoguerra”, si sta sbloccando qualcosa. Finora invece ci si è limitati a produrre leggi su leggi, con un’azione legislativa imponente e un’azione esecutiva impotente, che quindi finiva per inibire l’azione reale nella società.
    Chiudo filosoficamente: anche scorreggiare è un’azione, ma non è sufficiente per definire qualcuno un uomo d’azione.

  5. ..ma come tu quoque Vincenzillo…!!!???..potrei capire il Doge di Treviso che qui regna..ma tu quoque dimentichi “L’oro di Napoli” e l’insegnamento del grande De Filippo!!!???
    🙂

  6. @ Zag
    Che peccato che quella segretaria abbia impedito a Obama di pronunciare un discorso che sarebbe rimasto nella storia, insieme col suo speechwriter venuto dalla Magna Grecia! Nessuno l’avrebbe capito, nemmeno da questa parte dell’Atlantico oramai, ma tutti sarebbero rimasti in silenzio religioso come se avessero di fronte un sacerdote officiante un mistero esoterico. Poi, vent’anni dopo, qualcuno avrebbe cominciato a sondarne la profondità, e allo stupor mundi Zagazig sarebbe andato il Nobel per la letteratura & per la pace insieme, il primo della storia. Le televisioni del mondo intero si sarebbero assiepate davanti alla sua capanna tra i colli albanesi per sentire le prime parole del Mistico Mediterraneo, e tutte le fighe di Hollywood avrebbero fatto a gara per farsi inquadrare mentre gli baciano la mano.

  7. @ Zag
    Detto questo, se sei ancora in grado di connettere e non ti sei montato la testa, devo comunicarti in via ufficiale che sbagli riguardo all’immaginazione di Tocqueville. Infatti egli fu il primo con chiarezza a dire e scrivere che “in tempi di democrazia” (cioè in tempi in cui i privilegi aristocratici sarebbero scomparsi, – in sostanza, al di là dell’etichetta – per lenta fusione delle classi o per un processo violento) il “dispotismo” avrebbe potuto assumere un carettere totalizzante mai visto in passato. Perché una democrazia di tutti uguali – priva di corpi intermedi – può facilitare l’esercizio di un potere che trasforma i tutti liberi in tutti servi. Ricordarsi che la democrazia è pervasiva, e arriva al singolo come nessun altro regime, la qual cosa può essere usata a fini tutt’altro che innocenti.

  8. @ Vincenzillo
    Sì, è quello che volevo dire più o meno quando prima delle ultime elezioni scrissi, un po’ calcando i toni:
    “E’ importante che Berlusconi vinca bene: quindi turiamoci il naso, resistiamo allo scoramento, e facciamo il nostro dovere. Sarà la fine di un’epoca: la fine – solo ora – dell’egemonia culturale comunista in tutte le sue varie incarnazioni; la fine dell’ostracismo del parterre di banchieri e industriali comme il faut verso il parvenu di Arcore, con il quale dovranno venire a patti. Non è bello né romantico, ma di qui passa anche la via per dar voce a quell’Italia non assistita che affronta da sola le sfide della globalizzazione, e per dar voce pure agli happy few del liberalismo senza se e senza ma che troppo spesso cedono alla tentazione di rinchiudersi in un’autogratificante quanto impotente torre eburnea. Su questa base l’Italia entrerà malferma sulle gambe e in veste dimessa nella normale arena politica europea. Una non piccola cosa. E non illudiamoci che in futuro il teatrino della politica ci offra degli spettacoli molto migliori. La politica sarà sempre – in tempi normali – il pascolo preferito degli opportunisti maneggioni pronti a cantare la canzone del momento, foss’anche “voglio fare il liberal-liberista”, e a essere premiati per questo.”
    Nel mondo “liberale” c’è molta gente che aspetta la Nuova Era Liberale, con la forma mentis di chi attendeva un giorno il Sol dell’Avvenire, e non a caso, perché molti di loro sono ex militanti di sinistra folgorati sulla via di Damasco, e somiglia alla vecchia mentalità elitaria del Partito d’Azione. Quando poi, in alternativa, la loro “intemperanza” (intesa come qualità morale) non li porti ad abbracciare il manipulitismo, oppure ad abbracciare con zelo ridicolo la causa del messianismo democratico americano, che è al di là dell’Atlantico a volte una forma molto larvata di giacobinismo a sinistra, oppure una forma molto larvata di millenarismo protestante a destra: sempre di paradiso in terra si tratta.

  9. Qual è l’insegnamento del grande De Filippo?
    “Il filosofo petomane” potrebbe essere il titolo di un’incantevole pochade con protagonista un sofista abbastanza in gamba da spiegarti con argomenti inoppugnabili la preziosità ontologica delle sue emissioni gassose: ma temo sarebbe una comicità troppo fine per i nostri tempi.

    P.S. “I nostri tempi?” Caro rimbambito, ma se hai appena scritto un post contro gli adoratori del Buon Tempo Antico e di quelli di un Mondo Migliore! Toc, toc, c’è qualcuno? Sveglia!

  10. @ Zag
    Rileggendoti mi sembri molto mistico – azione, energia, magma – quasi come i filosofi della Destra Reazionaria…ehm ehm

  11. In realtà i miei strumenti di analisi classici sono limitati. Conosco la stasis, intesa come inazione politica che porta allo scontro civile. Di fronte a questa i greci della polis conoscevano due soluzioni.
    Una era la miktè, cioè un accordo tra le parti belligeranti, l’altro era l’onomoia, cioè una identità di sentimento della minoranza perdente con la maggioranza vincente. Un pò quello che sembra accadere oggi in America con Obama. Ma ciò è impossibile in Italia. Tanto più che il premier ha sempre chiamato coglioni, nel migliore dei casi, la minoranza.

    Caro Zamax quel che tu riprendi da de Tocquevile vienne attribuito anche al sommo Solone, che pare addirittura lo mise in forma di legge, rendendo obbligatoria l’azione politica e lo schierarsi politicamente.
    Ma la poltica della polis, tranne alcune coincidenze col contemporaneo, come considerare le cose politiche come ta pragmata, cioè “gli affari”, non può spiegare la nostra di politica. Nella polis la maggior forma di partecipazione politica e democratica era morire in guerra per la città.
    Se dovessi rifarmi a pensatori più moderni, e posteriori a de Tocqueville, dovrei sottolineare come è difficile parlare di poltica e azione poltica quando c’è una tendenza dei governi ad uccidere la poltica stessa. Questa cannibalizzazione può portare a tutti gli attivismi del caso, agli esercizi di potere. Ma io da classico, e mistico, sono abituato ad affidarmi, a torto o a ragione, all’autorità più che al potere. Agisca chi può, e resista chi crede.

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