Italia, Schei

Liberal-bolscevismo

Nel post precedente non avevo resistito alla tentazione di fare una battuta forse ingenerosa sui cosiddetti “liberisti di sinistra”, laudatores degli “scialacquatori”. Non voglio omologarmi alla moda di sparare sull’economista. Ma stamattina non faccio in tempo a finire il cappuccino al bar che mi capita sotto gli occhi questa allucinante intervista concessa alla Tribuna di Treviso dall’insigne-economista-progressista-democratico Giacomo Vaciago. Neanche la più maligna caricatura potrebbe illustrare meglio la folly doctor-like di certi professori. Faccio solo notare il festival giacobino-costruttivista delle scelte lessicali: “governo migliore del mondo”, “lo Stato sarà la locomotiva”, “riprogettare lo sviluppo”, “azzerare il passato e ricominciare”, “rivoluzione”, e via delirando (“Basta stamparli [i soldi NdZ]. In America il costo del denaro è zero. Le banche prestano denaro senza interessi. Dovrebbe essere così anche in Italia. E se non basterà, bisognerà regalare soldi alla gente. Sorvolare le città con gli elicotteri e buttare giù banconote. Ma attenzione, banconote con una scadenza a tre mesi. Può sembrare una pazzia, ma l’alternativa potrebbe essere molto peggiore”). Non ci resta che plaudire alla saggezza delle plebi italiche per aver preferite loro le bislacche ma oneste smancerie colbertiste del Druido della Valtellina.

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Schei

De scheorum* natura

[Recentemente mi è capitato di intervenire qua e là nella blogosfera su argomenti di natura economica, con commenti di stampo molto generalista, comodo privilegio del filosofo con la testa fra le nuvole  “che sa di non sapere”. Li raccolgo qui, come appunti. Mi servono anche per contemplare me stesso. All’occhio dell’esperto probabilmente non sfuggirà qualche goffaggine lessicale caratteristica di chi non è mai stato iniziato ai misteri della scienza economica. Non se ne adonti; si diverta piuttosto: io non me la prendo.]

Per quel che mi riguarda guardo con ostilità alla politica degli incentivi, alla politica (eventuale) delle tasse “esternalità”, alla politica del rilancio dei consumi, e diffido pure delle misure anticicliche, che mi sembrano la via attraverso la quale lo statalismo uscito dalla porta rientra dalla finestra, sotto il manto di riverniciata eticità. Quindi non mi sta bene del tutto neanche l’insistenza con la quale il mio amato Cavaliere Berlusconi Silvio insiste sul rilancio dei consumi, anche se capisco, e per questo non lo mando all’inferno, che la sua maggiore preoccupazione è di evitare il panico. Inoltre, se politiche (forzatamente molto accorte) di espansionismo fiscale per invogliare la gente a consumare, avessero solo l’effetto di aumentare il risparmio, – visto che non è vero che la gente i soldi se li mette in tasca – sarebbe proprio un male, nel lungo periodo? Le politiche di rilancio dei consumi finiscono sempre per indirizzarli su determinati settori – quasi forzando la gente – e in ultima analisi a alterare il mercato. Perché mai uno dovrebbe cambiare l’automobile ogni 5 anni, se non ne ha nessun bisogno? Quei soldi irrazionalmente usati per comprarsi un “bene durevole” inutile rientrerebbero nel giro dell’economia in ogni caso più virtuosamente, col risparmio, o con altre spese più utili, che darebbero segnali più veritieri al mercato.

Il mercato dell’auto non sta crollando solo per la disastrosa congiuntura economica, ma anche per cause strutturali. Ossia, l’interventismo dei governi e la pressione di lobbies potenti, che grazie [sic] alla politica degli incentivi hanno convogliato innaturalmente la spesa delle famiglie verso l’acquisto di automobili, preferendolo – spesso immotivatamente – all’acquisto di altri beni durevoli, o di consumo, o al sempre benedetto risparmio. Si chiama distorsione del mercato. La politica degli incentivi non è altro che un surrogato imbellettato dello statalismo, condito di considerazioni politicamente corrette. Un altro giro di incentivi, un’altra “bolla” automobilistica (con l’eccezione dei paesi emergenti), e fra qualche tempo saremo punto a capo. E’ vero che vi sono dei costi per la collettività: l’inquinamento e la sicurezza. Ma questi si risolveranno, o si ridurranno, da soli col tempo, com’è sempre avvenuto, grazie ai miglioramenti tecnologici e al cambiamento impercettibile ma continuo dei costumi della gente. La tentazione di forzare le cose con la politica degli incentivi, oltre al rischio di dirottare risorse da investimenti più razionali in altri settori dell’economia, potrebbe essere pagata dal dover sostenere – prima o poi – i costi sociali degli esuberi di una forza lavoro tenuta artificiosamente alta. Inoltre faccio notare come la stessa mentalità sottilmente etico-dirigistica che informa queste iniziative, potrebbe benissimo spingere a sfornare dei provvedimenti di senso contrario, annullando del tutto il già illusorio beneficio delle prime; provvedimenti del tipo delle “tasse esternalità”, come l’ecopass o come kaiser si chiama, intese a punire l’uso “scriteriato” o “egoistico” dell’auto, nei casi dove, a giudizio dell’onnisciente legislatore o dell’amministratore, i vantaggi del singolo utente siano sproporzionati agli svantaggi causati alla collettività. Insomma, tutti vorremmo auto eco-bio-democratiche condotte da gente con eco-bio-democratica consapevolezza. L’interventismo va solo a ingarbugliare, con un sovrappiù di effetti collaterali negativi, un processo naturale che necessita solo di pazienza.

Coloro che pensano – ritenendosi “capitalisti” – che questo modello economico sia fondato su una specie di “coercizione consumistica” sono singolarmente vicini, per certi versi, al pensiero marxista. Non c’è nessuna ragione perché, in un regime di libertà, l’uomo smetta di consumare o migliorare: sarebbe come andare contro la sua stessa natura. La filosofia dell’ “andate e consumate” non è affatto un corretto “capitalismo”. Mettiamo che adesso si vada in recessione o stagnazione per tre anni: certo alla fine del periodo i numeri complessivi potrebbero essere gli stessi in quanto a PIL, ma chi ci dice che la struttura dell’economia, l’allocazione delle risorse, il rapporto tra risparmi ed investimenti ecc. ecc. non sarebbero molto migliori e propedeutici per un periodo di sana espansione? Diciamo invece che la filosofia della “coercizione consumistica” foraggiata in qualche modo – che non incoraggia il risparmio e anzi spesso lo punisce con politiche monetarie “generose” – è un “must” per le lobbies grand-industriali, per i sindacati, e per una classe politica che non sia abbastanza eroica to suffer the slings and arrows of outrageous fortune.

Il capitalismo come “ismo” non esisteva prima del marxismo (anzi credo che furono i suoi seguaci, nemmeno Marx in persona, a coniare o a diffondere il termine). Ha avuto tanto successo che ancor oggi la pubblica opinione è convinta che il “capitalismo” sia una specie di meccanismo, a volte demonizzato, a volte difeso con ardore, ma solo in quanto “efficace”, insomma un meccanismo tra gli altri meccanismi. In questo “materialismo” i difensori e gli accusatori del capitalismo si accomunano. Un’idea disastrosa, che nasconde il fatto che invece una libera economia è solo un aspetto della libera società. L’anello che congiunge questa idea del capitalismo e il marxismo, è il materialismo. E non a caso: il capitalismo è un concetto d’invenzione marxista, un riduzionismo della libera economia per trasformarlo in un agevole espediente retorico.

Io voglio dire che, in un regime di libertà, nel medio-lungo termine uno stato stazionario dell’economia è impossibile, per ragioni intrinseche alla natura dell’uomo. E quindi non occorre surrogarle con una spinta verso i consumi che distorce il mercato in quanto guidata, in parte, dallo Stato o dalle lobbies più potenti, e che prima o dopo paghiamo cogli interessi. A questa natura dell’uomo il keynesismo di fatto ancora trionfante non crede, e lascia perciò la via aperta all’interventismo. Ragion per la quale le politiche dei governi altro non sanno fare se non avventarsi sul corpo dell’economia con continui stimoli, drogandolo a tal punto da rendere indecifrabile ogni segnale del mercato.

Diciamo che l’uomo è sempre tentato di imboccare invitanti e illusorie scorciatoie. In fin dei conti gli incontrollati debiti privati dei paesi “liberali” sono il surrogato degli incontrollati debiti pubblici dei paesi statalisti. (Parlo a spanne, s’intende, io preferisco di gran lunga i paesi “liberali”, preferibilmente “senza trucchi”) La filosofia facilona del tipo “andate e consumate” non ha niente a che fare con un corretto “capitalismo” (parola mistificatoria che odio, e di concezione “marxista”); il denaro a costo zero non seleziona la qualità degli investimenti, e colpevolmente non premia il risparmio. A cosa servono le banche se non a premiare con un interesse chi mette il proprio capitale – raccolto rinunciando a qualcosa – a disposizione di chi ne ha bisogno per investimenti “giustificati”, in un’ottica di ottimizzazione spazio-temporale delle risorse finanziarie? In senso lato anche il risparmiatore è un imprenditore.

[Sul “liberalismo”] E’ un problema irrisolvibile in questi termini. Mai impiccarsi alle parole, soprattutto agli “ismi”. Già ci siamo fatti fregare dal capitalismo, concetto marxista quanto pochi altri, e anche Mises lo scrisse. Un errore che fanno inoltre pure i “sinceri liberali” è quello di convogliare involontariamente nell’opinione pubblica l’idea di una società liberale quale perfetto approdo dell’evoluzione storica, insomma un “costruttivistico” sol dell’avvenire liberale, per cui – con la stessa forma mentis dei giacobini del mito della “democrazia compiuta” – la società liberale si dà o non si dà indipendentemente dal contesto storico e ci si pongono dei falsi problemi, compresi quelli riguardanti l’attuale società italiana, alla quale alla fine si nega tout-court una patente di liberalismo, senza nemmeno tentarne una valutazione sul grado di questo “liberalismo” in relazione ad altre parti del mondo. “Liberalismo” non può essere altro che un termine convenzionale, e così accettato ed usato per comodità dialettica. Sappiamo bene così significhi “liberal” nei paesi anglosassoni; nell’ottocento non aveva del tutto torto Metternich a pensare il peggio dei liberali dell’Europa continentale; in quella stessa Europa continentale dove per tutto l’ottocento i liberali andavano a braccetto coi nazionalisti (basti pensare ai nazional-liberali tedeschi) ecc. ecc.
Se poi si vuole andare più a fondo, e cominciare a piantare dei paletti, allora bisogna sondare il problema della “libertà”, come ha detto Ismael. Ma anche lì più si scaverà più le cose si faranno difficili, soprattutto intorno ai problemi “etici”. Ma almeno su di un piano più largamente sociologico le cose saranno più chiare.

[Mi segno anche questa, da un commento qui sotto] Mi ricordo che una volta ci educavano, noi campagnoli, al piccolo capitalista intestandoci un libretto di risparmio. Poi è arrivato il liberismo di sinistra, quello intelligente, e lo scialacquatore è divenuto il lodato motore dell’economia. Ora che la frittata è stata fatta, e ci troviamo a corto di liquidità, nel momento in cui il risparmiatore in possesso di un bene “scarso” – secondo i Bignami della scienza economica – dovrebbe celebrare il suo trionfo e guadagnarci come un usuraio (con la benedizione delle leggi), ora dunque interviene lo stato a ripianare le sofferenze e a stampar i bigliettoni mancanti, svalutando il suo amatissimo tesoretto, povero risparmiatore cornuto e mazziato!!! Che vita!

[Mi segno pure questa] Se il sogno americano, invece che quello della responsabilità individuale, è diventato quello dell’irresponsabilità individuale garantita dalla generosità della Banca Centrale, probabilmente lo Stato si è solo ripreso alla fine quello che aveva dato… un mercatismo poco mercatista e molto col trucco, direi. Tutto quello che è successo ha creato un grosso problema di fiducia; ci potranno essere degli opportuni accorgimenti normativi concernenti i mercati finanziari (materia di cui non so assolutamente nulla), ma pensare di risolvere un problema di fiducia mediante sovraregolamentazioni è pura illusione. D’altra parte, se i truffatori prosperavano è perché il sogno era bello per tutti: la greppia del denaro facile era allettante e comoda come quella dello stato sociale e in parte la surrogava. Il “liberismo selvaggio” non può essere che una forma mascherata di statalismo, o perché la libertà o la dignità dell’individuo non viene rispettata, o perché in una maniera o nell’altra è sempre lo Stato ad allargare i cordoni della borsa, o perché tende a distorcere il mercato con perversi eticismi in nome oggi per esempio dell’ambientalismo (ma anche l’utilitarismo prima o poi conduce al socialismo). I marxisti hanno avuto purtroppo successo nel corrompere il significato stesso delle parole. Un “liberista” tutto d’un pezzo come Ludwig Von Mises già negli anni ‘20 scrisse:

I termini “capitalismo” e “produzione capitalistica” sono etichette politiche. Essi furono inventati dai socialisti non per far avanzare la conoscenza ma per persuadere, criticare, condannare. Oggi essi devono soltanto venir pronunciati perché formino l’immagine dello spietato sfruttamento degli schiavi salariati da parte del ricco senza pietà. Essi non vengono mai usati se non per significare una malattia del “corpo” politico. Dal punta di vista scientifico essi sono così oscuri e ambigui da non avere alcun valore. Coloro che li usano sono d’accordo soltanto su di una cosa, che essi indicano le caratteristiche del sistema economico moderno. Ma in che cosa queste caratteristiche consistano è sempre un oggetto di disputa. Il loro uso, quindi, è del tutto pernicioso, e la proposta di espungerli affatto dalla terminologia economica e di lasciarli ai fomentatori dell’agitazione popolare merita una seria considerazione. (Socialismo, analisi economica e sociologia)

Poi però lo stesso Mises non seguì il saggio consiglio!

* [da Wikipedia] Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto “centesimin”, quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però “scheo” per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura “Scheidemünze” (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l’indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l’inizio della dicitura, cioè “schei”, facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono “scheo” al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.

Italia

La questione morale e la questione reale

Fu negli anni ’70 che il PCI raggiunse il massimo del consenso elettorale. Ma non riuscì a superare la linea del Piave che gli oppose una maggioranza di italiani impaurita da sempre dalla sua natura settaria. Il massimo del consenso coincise anzi con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ’60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita. Per cui se da un lato l’Occidente visse dei momenti luminosi di autentico genio creativo, come ad esempio nel 1964 con l’invenzione della minigonna da parte di Mary Quant, alla quale almeno metà dell’umanità in salute sarà sempre grata in eterno, dall’altro vide l’imbarbarirsi della lotta politica con la crescita allarmante del militantismo di massa. Il ’68, in Occidente, soprattutto nell’Europa continentale e massimamente in Italia (l’altra Europa meridionale viveva ancora sotto regimi autoritari), fu il tentativo di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo rivoluzionario. Che è poi l’intima contraddizione dalla quale è squarciato prima o dopo il corpo di ogni rivoluzione.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque così il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che una trovatina lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare l’ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale, in primo luogo il mito implicitamente classista o razzista della propria diversità.

La questione morale è un comodo randello retorico; è come un Kalashnikov, un’arma pratica, efficace e di facile manutenzione, buona con ogni clima e sotto qualsiasi cielo. Basta vedere in ogni malaffare – altrui – il riflesso di una classe politica corrotta, indicare i colpevoli al popolo e procedere alla necessaria purificazione, rifiutandosi di coglierne i nessi con la realtà sociale e col grado di civismo della popolazione. Così, non da democratico liberale, ma da buon ideologo della democrazia, la quale si dà o non si dà indipendentemente da ogni contesto storico, in obbedienza al mito costruttivista della democrazia compiuta, Paul Ginsborg non sa vedere nel clientelismo italiano se non un difetto morale-antropologico da perseguire penalmente, e del quale rintraccia addirittura le mediterranee radici nel rapporto tra clientes e patroni degli antichi romani, forse nemmeno sospettando che anche la sua verde Inghilterra è passata per il feudalesimo, arrivando alla democrazia superando e non abbattendo il regime aristocratico, e che le clientele furono la base politica sulle quali le case gentilizie romane fondarono la più solida e progredita repubblica dell’antichità.

L’Italia, prima di Mani Pulite, non fu mai monda, e nel decennio craxiano non fu più sporca che nei precedenti. La partitocrazia, che negli anni della ricostruzione più che una studiata strategia di occupazione del potere fu il riflesso di una democrazia alle prima armi o dell’immaturità politica di uno Stato ancor giovane appena uscito dal periodo della diseducazione fascista, negli anni della glaciazione politica in Italia, specchio della glaciazione mondiale risultante dalla Guerra Fredda, si incancrenì e fu vissuta con rassegnazione. Le crepe che si aprirono negli anni ‘80 nell’Impero Sovietico smossero le acque della vita politica in Italia, e lo stesso Craxi ne fu in parte un effetto. La classe politica dovette ricominciare a conquistarsi una nuova rappresentatività presso l’elettorato: l’erosione del potere democristiano nell’Italia settentrionale da parte della Lega Nord fu in realtà in senso lato anche una grande rivolta di clientes. Essa era tanto più disprezzata in quanto i suoi privilegi e le sue esazioni non erano più nemmeno scusate dall’efficacia della sua azione di copertura politica di interessi sufficientemente generalizzati. In breve il malcostume politico – o se vogliamo esser più precisi, i suoi eccessi – era ormai solo un costo anche nella coscienza dell’elettore. Ed era, o meglio, avrebbe potuto essere il classico momento in cui matura, prosaicamente e senza fanfare etiche, il grado di civismo di un popolo.

In Italia, come il ’68 anche Mani Pulite fu il tentativo da parte di una sinistra allora in crisi quasi mortale di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci stavolta sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo democratico, e non più apertamente rivoluzionario. Rifiutandosi ad una via d’uscita politica alla crisi dell’inizio degli anni ’90, evocata nella Grande Confessione auspicata da Cossiga ed estrema perorazione difensiva di Craxi, e privilegiando invece la via giudiziaria al potere, la sinistra è riuscita a buttare al vento quindici anni della propria storia e a perdere la partita con Berlusconi. Ora la rivoluzione sta mangiando i suoi stessi figli, con risvolti comici più che drammatici. Incerta tra la droga Veltroniana delle epurazioni predicate dal cappellano della Chiesa Democratica degli Ultimi Giorni Zagrebelsky, e la paura del Termidoro D’Alemiano, la sinistra sta vivendo le doglie del parto socialdemocratico. Il pargolo che nessuno vuole nascerà nel dolore e nel pianto, oltre che nelle risate che stanno seppellendo i protagonisti di questo melodramma: bruttino ma nascerà, necessariamente.