Finezze Pascaliane

In un suo articolo dedicato ai fatti di Gaza, André Glucksmann cita Pascal:

Non appena si va scavare nei sottintesi del rimprovero ipocrita di “reazione sproporzionata”, ecco che si scopre fino a che punto Pascal aveva ragione, e “chi vuol fare l’angelo, fa la bestia”.

Si fa qui riferimento a un passo dei Pensieri che recita così:

L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.

Fondamentalmente Pascal è un esibizionista pseudocristiano, che mette in vetrina una spiritualità tutta sua da ambizioso agonista, elitaria, disumana, che non comunica letizia d’animo, come uno di quei mendicanti che senza pudore ci partecipano delle loro piaghe e delle loro storpiature; sventurati che se non possono essere giustificati sono almeno in parte scusati dalla loro miserabile condizione. Nutritosi di Montaigne, quella grande anima di Blaise lo ha ringraziato tratteggiandone nelle sue opere una caricatura. Anche quello sopra è uno dei suoi furti meschini, ben noto, ma mai chiamato col suo nome:

Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper a l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent. (Montaigne, Essais, III, 13)

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21 thoughts on “Finezze Pascaliane

  1. Grazie. Ma mi compiaccio di conoscere di più il suo pensiero che le sue opere. L’acribia del filologo è cosa utile, ma in sé non è sufficiente alla comprensione, quando addirittura non sia un ostacolo. Infatti secondo me spesso l’erudizione è un comodo surrogato al disimpegno del cuore.

  2. Ho letto poco entrambi. La tua definizione di Pascal mi ha spiazzato. Se avrò tempo approfondirò, altrimenti mi fido sulla parola.

  3. Temerario! Se io fossi famoso avrei contro il 95% dell’intellighenzia mondiale. Però sarebbe una battaglia esaltante per un temperamento sotto sotto eroico come il mio!

  4. E’ bello essere capiti. Pensavo tuttavia di essere stato più prudente. Ma detto in confidenza, tra te e me, è proprio così.

  5. Avevo notato la citazione nel pezzo di Glucksmann, ma naturalmente non il furto da Montaigne.

    Io però, da futuro autore di best-sellers a sfondo teologico-politico, devo avvertirti che non potrò trattenermi dal mettere in bocca a un mio personaggio la seguente affermazione: “spesso l’erudizione è un comodo surrogato al disimpegno del cuore.”
    Magari lo chiamo Zamario… Zamario e il Mago! 😀

  6. Ottimo, Vincenzillo Mann! Quanto a Zamario, sei prudente ma non evitante. Perché non aggiungi qualche altra cosa su Pascal? Anzi, mi attendo una qualche cannonata delle tue sulle tare del cristianesimo protestante, ma di quelle ben strutturate e argomentate. Pascal era cattolico, ma di quelli protestanteggianti, giusto? Illuminami.

  7. @ Vincenzillo
    Quella mia frase ha un sapore pascaliano…uhm…Ma io ho ragione, lui no!!!
    Ho letto il racconto di Mann, ma non me lo ricordo più. Anzi ho letto quasi tutta la sua opera, parecchi anni fa, tranne le “Considerazioni di un impolitico”, e sai perché? Lo vuoi proprio sapere perché? Perché il bel volumone dell’Adelphi costava un sacco di soldi, ecco perché.

    @ GMR
    Che dirti? Sono sicuro di me stesso. Vedo chiaro i suoi errori. Ma nicchio di fronte ad una salita che rischia di essere piuttosto lunga. Raccolgo le forze, intanto.
    (Qualcuno ironizzerà su questo mio eterno “raccogliere le forze” ih ih ih)
    Mmm…

  8. Rispolveriamo il passato….Quando ho passato il bac (A4) a l’esame ero cascato appunto su una delle “pensee” di Pascal. Grazie per avermi ricordato di Pascal. adesso vado a cercarmi il suo libro in biblioteca.
    Tanti cari saluti

  9. @ GMR
    Noooooo, grazie! La vedo un po’ macchinosa, la cosa, dal punto di vista logistico. La storia è vera, tuttavia. C’è stato un periodo nel quale, un volumetto dopo l’altro, con rispetto cronologico, andavo acquistando e leggendo l’opera di Thomas Mann. Avevo però rimandato l’appuntamento con l’elegante volume dell’Adelphi proprio per il costo. Oggi se volessi “proprio” leggerlo, lo comprerei tranquillamente. Il fatto è che nel frattempo ho accumulato per una sorta di compulsione di cui ho già parlato una volta almeno, penso, 150 libri che aspettano pazientemente la mia lettura nella libreria. E continuo a comprare, a comprare. E’ un capriccio col quale ormai sono venuto a patti. Ossia mi sono arreso.

    P.S. Sono più di 150

  10. Gentili amici, esistono libri che mettono pari pari gli uni a fianco degli altri tutti i prestiti pascaliani di Montaigne. Ma, al di là di questo, e senza voler minimamente discutere il giudizio su Pascal (anche su questo ci sono biblioteche, peraltro), mi limito a far osservare che è ben curioso chiamare furto meschino un prestito da Montaigne. Per più di una ragione: 1. il sistema delle citazioni e l’intero rapporto con la tradizione storica è oggi molto diverso da quello che era ai tempi di Pascal: non tenerne conto è sbagliato; 2. chi conosce le penséès sa che, in un certo senso, Pascal copiava persino da se stesso, ripeteva cioè dei motivi, che rilevano per il ‘luogo teorico’ in cui si trovano: non tenerne conto è sbagliato; 3 in particolare, con Montaigne, Pascal aveva un rapporto del tutto particolare. Per dirla in breve: lo stimava, ma intendeva demolirlo, ed è cosa che non si può fare se non citando, o collocando quanto c’era a suo dire di vero nel posto in cui era vero (secondo lui, naturalmente): questo era il metodo di Pascal; 4 (soprattutto), le pensées non sono mai state pubblicate da Pascal: ergo, accusarlo di furto meschino è una meschinità. Se io decido di fare i conti con Zamax e compilo un quadernetto con sue citazioni; oppure: in uno sistemo quel che c’è di buono; in un altro raccolgo citazioni significative a fini apologetici; in un altro metto le mie critiche, ecc., poi muoio e qualcuno mi pubblica il tutto, direste voi che ho commesso dei furti meschini? Questo è, detto all’ingrosso, il modo in cui procedeva Pascal.
    (e ripeto: non entro minimamente nel merito, che magari ci guadagna eliminando le sciocchezze)

  11. Non metto in dubbio che ci siano libri che “mettono pari pari gli uni a fianco degli altri tutti i prestiti pascaliani da Montaigne”. Io ho scritto: “ben noto”. Ho aggiunto, polemicamente: “ma mai chiamato col suo nome”. Non sembra poi che la critica abbia messo troppo in evidenza questo aspetto visto che qualche secolo dopo il francese Glucksmann cita l’acuto francese Pascal, invece del francese Montaigne, di cui pure si professa un ammiratore, e che ha pure citato nelle sue opere e interviste. Oh ma io non sono il segugio giustizialista che va a caccia di eventuali scopiazzature, attaccandosi a questa o quella paroletta. So bene che echi, reminiscenze, affinità di pensiero portano a scrivere frasi già dette e sentite: l’importante è che siano vive e sentite. Da qualche parte Seneca parla proprio di questo, credo nelle Lettere a Lucilio, facendo questa specie di ragionamento: “Che importa se questa cosa l’ha detta Zenone, Epicuro, io o te? Quello che è tuo è mio e quello che è mio è tuo, se è tuo veramente e se è mio veramente”. E da qualche parte Montaigne scrive più o meno così: “Sento ogni giorno dire cose infinitamente vere e giuste, ma ho l’impressione che stiano lì sulla bocca solo per caso o consuetudine. Bisogna smuoverli, questi personaggi, per verificare la saldezza di quello che professano”. Il problema è che non solo Pascal aveva un qualche suo “metodo”, ma anche che certi rappresentanti del mondo accademico, piccoli e grandi, hanno appreso per benino il loro: partono in quarta, pars costruens, pars distruens, titic e titoc, e scrivono molto più di quanto pensino. Il pensiero di Montaigne è unico ed armonico. Se non si riesce a coglierlo o ci si rifiuta di coglierlo, come fa il nostro eroe Pascal, non si può farlo a fette, mettendo i pensierini giusti da una parte e quelli sbagliati dall’altra: non è proprio questo invece quel feticismo della parola che mi si vuole rimproverare? Pascal assolda le truppe dell’esercito di Montaigne e pretende di farle marciare sotto le proprie bandiere, e il piccolo furto qui sopra è solo un riflesso periferico di questa operazione. Non è anche questa disinvoltura, e questo rifiuto di affrontare nella sua sferica integralità il pensiero di Montaigne, l’indizio di un dualismo latente della sua personalità che col Cristianesimo ha ben poco a che fare?

  12. Tu insisti a parlare di furto, e continui a trascurare il fatto che Pascal non ha pubblicato le pensées. Per il resto, rendi una serie di giudizi nel cui merito non entro, perché non ero entrato neanche prima. Sarebbe meglio però tenersi il proprio amore per Montaigne dicendo ok, non è un furto, e non c’è nulla di meschino.

  13. Suvvia, qui non stiamo parlando di un furto letterario, o di un infortunio à la Galimberti, bensì di une toute petite phrase che esemplifica l’atteggiamento vile e poco schietto di Pascal nei confronti di Montaigne. Se fosse stata una semplice annotazione avrebbe potuto ricopiare il passo di Montaigne tale e quale, magari premettendovi “Montaigne ha scritto”, anche se non sarebbe stato necessario. Invece non solo ha ripreso un concetto, ma ha sentito il bisogno di riformularlo ingegnosamente alla sua maniera, usando la stessa caratteristica e precisa terminologia. Perché questo sforzo?
    Pascal, incontrando l’opera di Montaigne, è andato a sbattere contro una cosa per lui inesplicabile, una virtù vera, senza fanfare. Di qui la sua fascinazione e la sua disperazione. Di qui la necessità d’impossessarsene e di distaccarsene. Di qui la necessità di dipingere Montaigne come grande e sottile corruttore morale. Di qui la sua teatrale spiritualità, con claque al seguito. Pascal è il prototipo dell’estetica sfatta dell’uomo spirituale moderno: per questo è così popolare, sfortunatamente anche tra uomini di chiesa.

  14. Questa ipotesi su Montaigne e Pascal è affascinante e per me inedita. Inizierò finalmente a leggere Montaigne.

  15. @ GMR
    Non ti preoccupare. Non verrò a chiederti a che punto sei con il tuo virile proposito di leggere “finalmente” Montaigne. Io mi vergogno di quanti propositi del genere, dettati in parte da un reale interesse e in parte dall’amicizia, ho disatteso. Però se lo farai sono fiducioso che nel dipinto che quest’uomo fa di se stesso in parte ti ci ritroverai e ti farà sentire bene.

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