L’arma a doppio taglio dell’Olocausto

Non mi è mai piaciuta la parola “Olocausto”. Per niente. A differenza della parola ebraica “Shoah”, che evoca trauma e distruzione, porta in sé una velata connotazione religiosa foriera di comode mistificazioni. Ha ragione Giorgio Israel quando dice che l’Olocausto è uscito dalla storia per entrare nella metastoria. L’Olocausto è divenuto la pietra d’inciampo, per usare il linguaggio evangelico, o il “mito” fondante, per usare quello dei nostri giorni, di un’ambigua e straordinariamente malleabile filosofia o chiesa dei diritti umani: in breve, un articolo di fede. E allora perché stupirsi se fondata questa nuova fede un po’ alla volta spuntino fuori anche gli infedeli? Quanto manca ormai perché qualche giornalista televisivo ci fermi per strada per chiederci: “Lei crede o non crede all’Olocausto?” Se si trovasse l’eroismo necessario non sarebbe sacrosanto rispondergli a calci nel sedere, prendendosi magari del “fascista”? Non è forse di questo clima malsano che profittano i “negazionisti”?

Voglio dire: quello che non la coscienza morale, e nemmeno il semplice buon senso, ma la sola pura e vile prudenza rispetto all’evidenza dei fatti non oserebbe contestare, ossia il massacro programmato e condotto a termine di milioni di ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale, non comincia a diventare ora mostruosamente “discutibile” nell’aria rarefatta dei dogmi parareligiosi o degli imperativi categorici? Di qui il fuoco di fila di stentoree professioni di fede: se non si parlasse di immani tragedie verrebbe quasi da sorridere a sentire le iperboli sempre più ingegnose usate dai politici per illustrare il proprio specchiato anti-antisemitismo.

Su scala mondiale, o almeno su quello della civiltà cristiano-occidentale, la memoria dell’Olocausto rischia di rappresentare quello che da noi è stata la Resistenza: per i nuovi e opportunisti fedeli il riscatto e insieme l’oblio delle colpe e della storia, la purificazione di un nuovo battesimo. Il nazismo il nuovo Satana, una categoria antropologica senza padre né madre.

Cosicché, come tutta l’educazione veteroresistenziale col suo settarismo ha forse più danneggiato che stimolato il processo di maturità democratica in Italia, così la pompa metafisica della Memoria dell’Olocausto rischia di fare più danno che bene alla causa della tolleranza e della lotta al razzismo, tanto che l’opinione pubblica è ancora quasi del tutta ignara della storia complessa e spesso contraddittoria dell’antisemitismo. Ignora che per esempio l’Ebraismo, fra mille altre cose, è stato visto ed odiato come la radice maligna dell’universalismo, fattore di disgregazione all’interno delle nazioni, distruttore e corruttore dell’identità dei popoli: l’ubiquità dell’ebreo era l’ubiquità del denaro. E questo anche in ambienti cristiani, quando proprio il Cristianesimo paradossalmente rimprovera all’Ebraismo di non aver riconosciuto nell’universalismo cristiano il suo compimento e la sua maturità, e nel Nuovo Testamento il compimento e la maturità del Vecchio Testamento.

Non sarà che tutta questa liturgia serve appunto per nascondere all’uomo della strada una storia lunga, contorta e scomoda, di cui queste note scritte nel 1847 da un nient’affatto isolato profeta tanto dell’anarchismo quanto del “socialismo comunitaristico” nella Francia ottocentesca dell’esprit républicain, costituiscono solo un “dettaglio”?:

“Ebrei. Fare un articolo contro questa razza, che infetta tutto, ficcandosi dappertutto, senza mai fondersi con alcun popolo. Chiedere la loro espulsione dalla Francia, con l’eccezione degli individui sposati con delle francesi; abolire le sinagoghe, escluderli da ogni impiego, perseguire infine l’abolizione di questo culto. Non per niente i cristiani li hanno chiamati deicidi. Gli ebrei sono il nemico del genere umano. Bisogna rispedire questa razza in Asia, o sterminarla… Col ferro o col fuoco, o con l’espulsione, bisogna che l’ebreo scompaia…Tollerare i vecchi che non fanno più figli. Lavoro da fare. Quello che i popoli del Medioevo odiavano d’istinto, io l’odio dopo riflessione e irrevocabilmente. L’odio dell’ebreo come dell’inglese deve essere il nostro primo articolo di fede politica” (P.-J. Proudhon, Carnets, 26/12/1847)

[pubblicato su Movimento Arancione]

Advertisements

2 thoughts on “L’arma a doppio taglio dell’Olocausto

  1. Io gli ebrei li trovo un popolo estremamente affascinante. Estraneo alla mia vita e alla mia visione della vita, eppure in qualche modo anche affine a me.
    Ho dedicato diversi post a Israele (l’ultimo a Golda Meir), l’esergo del mio blog è di Ernst Bloch, il suo libro “Tracce” (Garzanti) racconta leggende anche chassidiche meravigliose.
    Credo di non avere mai usato la parola olocausto, forse qualche volta shoah, che fa più figo. Forse perché esagero nel mettere apposta in ombra ciò che tutti considerano il vero mito di riferimento, quando si parla di ebrei. E credo tu abbia ragione nel rilevare che è diventato ormai metastorico. E’ stato il senso di colpa europeo, ma anche l’interesse degli ebrei, a renderlo tale.
    A me comunque piace di più concentrarmi sull’altro lato della faccenda, ben sintetizzato da una domanda che Stefano Zecchi mette in bocca al personaggio di un suo romanzo, una donna la cui sorella ha fatto parte di movimenti filo-palestinesi, forse pure terroristi. La domanda era all’incirca: “cosa ha tenuto insieme questo popolo nel tempo?” Da allora cerco di rispondere. Non una terra, non uno Stato. Certo, c’è sicuramente la Shoah, ma la Shoah si inserisce e rafforza una tendenza alla coesione di tipo tradizionalista, unica nel mondo: un popolo storicamente diviso in comunità tra loro geograficamente separate. Un popolo litigioso, lacerato all’interno, autoironico ma suscettibilissimo, e paradossalmente unito. Il parallelo col denaro è interessante. Il vecchio Shylock, le carni lacerate…
    Oggi in Israele si fondono tradizione e modernità (volevo andarci a Natale, ma qualche piccola considerazione geopolitica mi ha fatto desistere in anticipo…).
    Poi c’è lo stereotipo della famiglia ebrea di tanti film, anche commedie divertenti, tipo “Zucker. Come diventare ebrei in 7 giorni”. Un po’ di verità secondo me c’è anche lì.

  2. Scusa il ritardo. Purtroppo a parte il nome di Ernst Bloch conosco molto poco, e il poco che ho annusato mi sembra – così in superficie – molto confuso. Ma non dico di più, ché potrei dire sciocchezze.
    Io credo che quello che ha tenuto insieme questo popolo sia proprio la realtà della Rivelazione, i segni che hanno marchiato questo popolo nelle storie narrate nel Vecchio Testamento. Gli Ebrei, in parte, erano già un “caso” – anche se non nel senso che avrà in seguito nell’era cristiana – prima della nascita di Gesù: Orazio stesso nelle sue Satire mette in luce il loro particolare zelo religioso. Sono radici troppo forti per staccarsene, proprio perché sono vere. A noi la Rivelazione è arrivata come un frutto maturo, come un metallo raffinato, senza scorie. Nell’inconscio l’aspettavamo, ma non siamo stati consumati dall’attesa del Messia. Libera dal peso di una tradizione, e dal peso delle interprezioni di questa tradizione, senza il bisogno di riconciliarla a queste ultime, è stato più facile accoglierla; ma è stato anche meno penoso respingerla. L’ebreo è inchiodato lì in mezzo, col suo fardello pesante. S. Paolo, nella sua grandiosa Lettera agli Ebrei, cerca di cogliere con uno sguardo tutta questa storia alla luce della venuta di Cristo, ma deve volare proprio altissimo.
    Ovviamente questa è un’interpretazione cristiana.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s