Italia

Giura giura che la mamma ha fatto gli gnocchi

Dalla fine della seconda guerra mondiale – è passata la bellezza di 64 anni ormai – la sinistra italiana ha avocato a sé l’esclusiva della democraticità e della legalità nel nostro paese. Stante la fragilità assoluta delle fondamenta democratiche e liberali della dottrina marxista, comunque oscuramente sentita anche se non confessata, v’era nella sinistra una necessità quasi fisiologica di usare una retorica violenta diretta a colpevolizzare preventivamente gli avversari politici in modo da allontanare ogni discussione politica e culturale dal quel nocciolo ideologico. Con la caduta del comunismo, ancorché indebolita, essa è rimasta ancora forte, soprattutto in quelle roccaforti rosse tosco-emiliane, ex zoccolo duro – non a caso – del consenso al regime durante il ventennio fascista, dove la schizofrenia rosso-nera è tuttora una malattia endemica. La nascita del Partito “Democratico” è perfettamente comprensibile in quanto consente di mantenere tale mentalità e tale retorica intatta. Il vecchio PCI si considerava il garante della democrazia italiana: così con Togliatti, così con Berlinguer, così nelle sue varie trasformazioni succedutesi alla caduta del Muro. E’ questo il filo rosso giacobino che ha unito la sinistra durante tutto questo tempo, il suo gattopardismo politico-culturale, dal quale non sa uscire.

E oggi, nell’anno di grazia 2009, il povero ex-democristiano completamente addomesticato Franceschini che fa? Sbatte i pugni bambinescamente sul tavolo e strilla: “Noi siamo la democrazia! Noi siamo la legalità!” e giura su una Costituzione che è divenuta una specie di Religione del Libro, una specie di Corano del bigottismo laico-repubblicano. Non contento, l’emiliano-romagnolo Dario Franceschini si sente in dovere di ringraziare la sua Ferrara, “per la sua tradizione civile, democratica e antifascista”, dimenticandosi ingenerosamente dei meriti di quella “fascista”, seconda a poche in Italia. E lancia un accorato appello:

“Non è il momento della delusione, dell’astensionismo o del disimpegno è il momento in cui tutti gli italiani che credono nei valori condivisi che hanno fatto nascere la nostra Costituzione, dall’antifascismo e dalla resistenza, in modo pacifico, civile e democratico comincino una lunga battaglia per difendere la democrazia italiana”.

Ecco, non vorremmo che via via accalorandosi fra non molto il neo-segretario cominciasse a predicare alla stregua del suo compatriota emiliano-romagnolo Alberto Franceschini di qualche decennio fa, quando fu fra i fondatori dell’allegra combriccola delle Brigate Rosse, pure quella votata a ripristinare la democrazia nell’Italia della “resistenza tradita”.

E così il popolo di sinistra continua nel suo sempre meno gratificante onanismo collettivo da autocompiacimento democratico, rinnovando periodicamente l’allarme contro il fascismo di ritorno: contro “la legge truffa” quando Berlusconi era De Gasperi; contro il “golpe”, contro le “stragi di Stato”, quando Berlusconi erano i vari notabili democristiani al governo; contro i “ladri” o i “mariuoli” socialisti quando Berlusconi era il cinghialone Craxi. Tutti quanta la serie dei “Berlusconi”, alcuni dimenticati, alcuni ancora indicati al pubblico ludibrio, alcuni – riveduti e corretti, e soprattutto morti stecchiti – riammessi nel pantheon democratico. Ma ormai l’Italia è come un mulo che non sente più le bastonate e che si fa ammazzare piuttosto che andare avanti per quella strada. Non sarebbe ora di finirla con questo infantilismo?

[pubblicato anche su Liberalcafè]

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Italia

Beppino Englaro riapre la questione socialista

Benedetto uomo. Non ho ancora fatto in tempo a finire di tartassarlo per benino, che oggi mi tocca elogiarlo. Nel farsesco psicodramma collettivo che la sinistra sta vivendo in questi giorni la voce più limpida, più chiara e chiaroveggente è stata la sua. Sarà che ormai ha rotto gli argini, sarà l’orgoglio d’una funesta vittoria, ma Beppino Englaro è l’unico a vedere il re nudo, e ad indicare una via d’uscita politica al popolo rosso. Un’idea, finalmente. Facendo probabilmente accapponare la pelle a molti nei quartieri generali dei partiti che l’hanno sostenuto nella sua battaglia, picconando le certezze di tanti giovanotti cresciuti come polli d’allevamento con la damnatio memoriae del socialismo craxiano, ha ricordato a tutti, come in uno sfogo liberatorio, che l’unica sinistra moderna nel nostro paese è stata propria quella:

Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il Psi, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?

Mi dispiace per Cicchitto, rappresentante del partito che io ho votato, ma ha perfettamente ragione Mauro Del Bue, in questa polemica tra ex socialisti craxiani, quando dice:

Fabrizio Cicchitto dice una gran bugia: come può rifiutarsi di accettare Beppino Englaro nella storia del Psi, visto che lui stesso l’ha esaltata e condivisa? Com’è mai possibile farlo radicale e basta, perché Bettino Craxi non è mai stato anticlericale? Ma come? Noi siamo stati il partito del divorzio, dell’aborto e i cattolici che in quella fase aderivano al Psi, lo facevano proprio perché erano laici e difendevano per gli altri i diritti che magari negavano per loro in nome della religione. Cicchitto dimentica l’Acpol di Livio Labor, di Luigi Covatta e di quei cattolici passati nel Psi e attratti dal carisma di Riccardo Lombardi aderirono da subito alla “sinistra socialista”. Erano cattolici laici. Invece i laici ex-socialisti del Pdl sul caso Eluana si sono comportati da integralisti, con la sola eccezione del senatore Ferruccio Saro, e questo a me fa molta pena.

Finita l’avventura frou-frou dei democratici generati spontaneamente dal fior fiore impalpabile della società civile di Veltroni, con sullo sfondo lo spettro del giustizialismo fasciodemocratico di Di Pietro, con la prospettiva D’Alemiana-Bersaniana di un partito che della socialdemocrazia europea è solo un simulacro, ossia il trionfo di quegli apparati pre-cortina di ferro che oggi hanno eletto Franceschini, ancora una volta per superare se stessa la sinistra si trova davanti al cadavere del cinghialone. Per quanto tempo ancora potranno far finta di niente?

Ma guarda che roba mi tocca scrivere, da clerico-fascista quale sono!

Bene & Male, Italia

Devastati

La giornalista RAI Marinella Chirico, invitata dalla famiglia Englaro a visitare Eluana nella sua stanza della casa di riposo la Quiete di Udine, in qualità di “persona di fiducia e professionista dell’informazione”, perché testimoniasse sulle “vere condizioni” della donna, non ultima delle selezionate voci di questa storia di giudizi inappellabili, ha detto quanto segue:

Eluana era esattamente così come si può immaginare possa essere una donna in stato vegetativo da 17 anni: assolutamente irriconoscibile rispetto alle foto che si vedono. Una donna completamente immobile, che gli infermieri e i sanitari erano costretti a spostare ogni due ore per evitare che il corpo si piagasse. Le orecchie avevano delle lesioni perché l’unica parte che non si poteva tutelare era questa. Era una situazione devastante, emotivamente molto forte l’impatto.

Tale è l’unità spirituale nella cerchia di chi si stringe con le parole e con le opere attorno alla figura del padre, che vi fa capolino perfino una straordinaria ortodossia lessicale: “Era una situazione devastante, emotivamente molto forte l’impatto” dice Marinella Chirico; “Sono profondamente devastato come uomo, come padre, come medico e come cittadino”, diceva Amato De Monte, primario all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, che qualche giorno prima aveva accompagnato Eluana Englaro nel viaggio da Lecco a Udine. Lo stesso devastato Amato De Monte ha detto che di Beppino Englaro lo ha colpito “il modo con cui ha espresso questo suo perseverare nel cercare di esaudire la volontà della figlia e, in particolar modo, quello di volerla liberare. Ha usato questo parola che non dimenticherò mai. Penso che Beppino sia doppiamente devastato, per la vicenda di Eluana e per la grave malattia che la moglie sta soffrendo”. In questo quadro di profonda devastazione non poteva far mancare la sua voce l’Agenzia Radicale, per la penna di un devastato Silvio Pergameno: “Il rispetto umano ha giustamente impedito di mostrare il povero corpo di Eluana devastato da 17 anni di accanimento nutrizionista…”. Il militante del PD Simone Sensi è scioccato come tutti i compagni di partito: “Una donna, in coma da 17 anni, che in tutti questi anni non ha mai dato un solo segno di risposta cerebrale (come potrebbe? la sua corteccia è devastata) sta per concludere la sua esperienza fisica. Un padre, immagino devastato da un dolore lungo 17 anni, ha dato prova di una dignità…”.  Pierpaolo Gratton, dell’ANSA, da Paluzza ricorda “la bella e solare Eluana che l’incidente del 18 gennaio 1992 ha devastato per sempre, fino alla morte di ieri”. Mentre Ivan Zazzaroni non aspetta altro che il fischio finale e misericordioso dell’arbitro: “Prego affinché Eluana Englaro si addormenti per sempre. Da sola. E subito. Sogno che questa storia finisca. Che un padre sconvolto, devastato, veda finalmente esaudito il desiderio della figlia“.

Marco Imarisio, lui, non sappiamo se l’abbia o non l’abbia vista, però è in grado di descriverla, con pietosa crudezza di particolari, sul Corriere della Sera del 10/02/2009,

…le palpebre perennemente a mezz’asta sugli occhi, le pupille vuote, il naso che sembrava sproporzionato su una faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo. Pesava meno di 40 chili, Eluana. Le braccia e le gambe erano rattrappite, poteva giacere solo di lato perché a pancia in su rischiava di soffocare per i liquidi che salivano da uno stomaco atrofizzato e incapace di trattenerli. Era appoggiata sul lato destro del corpo e questo le causava spesso piaghe da decubito sulla guancia, le lacerazioni di una pelle che si fa di carta velina, quelle che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, lei ce le aveva anche in faccia.

Le sue parole si rivelano piuttosto dissonanti con quanto raccontato in precedenza dalle suorine di Lecco che l’hanno avuta in cura fino a qualche giorno fa, con la descrizione fattane qualche mese fa da qualcuno certo solidale con la battaglia del padre, ma anche con l’ottimistica retorica da “sana e robusta costituzione fisica” dei bollettini medici di Udine. E in più stranamente in contrasto con quanto scritto dalla collega Maria Grazia Mottola sullo stesso giornale il 12/02/2009, cioè quarantotto ore dopo:

Ieri il procuratore capo di Udine, Antonio Biancardi, ha firmato il nullaosta per i funerali dopo un incontro con i consulenti-medici che hanno effettuato l’ autopsia. Nessun elemento nuovo in contrasto con i primi risultati sommari: Eluana, che secondo gli investigatori è morta per arresto cardio-respiratorio dovuto a una crisi elettrolitica legata alla disidratazione, al momento del decesso pesava 53 chili, il corpo appariva in buone condizioni, non aveva ferite da piaghe da decubito, la sua pelle era intatta. Solo un’ anomalia: mani e piedi incurvati verso l’ interno, in una postura tipica delle persone immobilizzate. Allo studio dei consulenti, i prelievi su tutti i suoi organi, che saranno sottoposti all’ esame tossicologico. Calcolato anche il peso del cervello: sarebbe uguale a quello di una persona normale.

E allora? Allora qualche sospetto che gli ultimi giorni della vicenda di Eluana Englaro si siano svolti in un clima d’isteria collettiva l’abbiamo, e che il progressimo democratico abbia di tanto in tanto i suoi scoppi d’irrazionalità “medievali”. Ma fino a prova contraria, anche se poco cambierebbe,  può anche darsi che tutto sia vero, non sostanzialmente, ma esattissimamente; che in queste devastanti descrizioni nulla sia dovuto alle suggestioni del momento e del luogo o a malintesi sentimenti di solidarietà. Eluana era proprio così, prima di morire “a seguito di un arresto cardiorespiratorio provocato da una crisi elettrolitica da disidratazione”, del tutto naturalmente in quanto natura c’insegna che se non si beve di solito dopo un po’ il cuore si ferma. In questo senso ci ha rassicurato, togliendoci un gran peso dalla coscienza, ché avevamo il sospetto di un doping misericordioso, anche l’avvocato Campeis, prima di ritirarsi insieme ad amici e giornalisti simpatetici nella sua magione avita della campagna friulana per una stuzzicante cena di rigraziamento; non prima però di preannunciare una grandinata di denunce per quella mezza Italia che, avendo qualcosa da ridire, non ha rispettato il dolore della famiglia. Il denaro dei “condannati” servirà per avviare una fondazione nel nome di Eluana. Non c’è proprio da stupirsi della sua fede incrollabile nella giustizia: fin qui ha fatto miracoli.

Bene & Male, Italia

Ho firmato l’appello per Eluana

Ho firmato l’appello per Eluana. Perché è una buona battaglia, e sarà utile anche se sarà persa. Non starò qui a strologare da incauto inesperto attorno al concetto di provvedimento di “volontaria giurisdizione”, quale in effetti è la “sentenza” della Corte d’Appello di Milano: solo mi informo e leggo che “è sempre revocabile e non acquista mai efficacia di giudicato, quindi non è ricorribile in Cassazione”. Il che sembrerebbe dare un margine di manovra in più al Governo. Ma non è questo il punto. Il punto è che lo scontro istituzionale non è nato ora con la contrapposizione fra il presidente del consiglio e il capo dello stato; è nato con la decisione indebita della magistratura di togliere alla diretta interessata il potere di decidere da sé sulle ultime e più intime questioni concernenti la vita e la morte. Qui siamo di fronte a un problema di libertà, e di libera volontà. Ma non è quella del padre di Eluana, né quella della sua famiglia. La tutela paterna, o di chi per lui, obbedisce a un ordine naturale che è giusto rispettare e può estendersi molto nei suoi poteri quando si eserciti su una persona incapace per menomazioni fisiche o mentali di provvedere a se stessa, finanche a dover prendere decisioni rischiose e potenzialmente fatali, in caso di grave malattia, in ordine alle cure da scegliere. E ciò in accordo con la ragione e lo stato di necessità. Ma non può estendersi a quello che è, di fatto, un potere di vita e di morte. In quel caso la famiglia, che di norma deve essere difesa  vigorosamente dalle ingiustificate intrusioni dello Stato, regredirebbe allo stato pre-civile di tribù o di clan. Anche se nella storia purtroppo si è dimostrato spesso, nelle sue manifestazioni patologiche, la tomba delle libertà civili, in realtà lo Stato, quello che Locke identifica con la “società civile”, nasce e si sviluppa con la nascita e con lo sviluppo delle libertà individuali, a loro garanzia e difesa. E’ sorprendente vedere, in un inedito scambio di ruoli con i spesso disprezzati aficionados cattolici della famiglia, sedicenti liberali rimettere in questo caso proprio alla famiglia, in modo del tutto inappropriato, un tale incondizionato potere e farsi araldi di questo compunto dispotismo domestico.

Non occorre essere colti, e nemmeno intelligenti, per capire che la ricostruzione di una volontà presunta – su questioni di vita o di morte – basata su una ricerca di natura indiziaria quand’anche ampia e puntuale, ha il sapore irridente di una beffa amara. Oh non mancheranno esempi di una giustizia che si avvale pure in questi casi – in mancanza di meglio – di una filosofia benintenzionatamente probabilistica nei paesi di antica civiltà liberale! Non è un motivo per replicare errori e arbitri.

Ma basta aver la pazienza di leggersi le pagine che schizzano il quadretto psicologico di Eluana Englaro nel provvedimento della Corte d’Appello di Milano, sulla base di sbocconcellate chiacchiere e personali ricordi, per rendersi conto di come sia degno di un romanzetto d’appendice di serie B o di un simposio sui massimi sistemi tra i protagonisti del Grande Fratello. Alla perfezione stilistica tele-nazional-popolare manca solo un aggettivo, che faccio fatica a scrivere: “solare”. Sì, Eluana era una ragazza “solare”, una ragazza piena di vita, irrequieta, scossa da un sano, giovanile fremito di ribellione; mica una triste beghina: come avrebbe potuto mai accettare la sua attuale situazione, anche solo in prospettiva?

Eluana non può parlare, non può nemmeno ragionare, per qualche freddo poeta col misurino sensista è addirittura morta. Ma noi non possiamo sostituirci ad essa: la morale ci lega le mani e nessun stato di necessità ci obbliga ad intervenire. In quanto al problema dell’accanimento terapeutico, è un concetto che ognuno può allargare o restringere a volontà, perché, ovviamente, in qualsiasi genere di infermità tout se tient, anche la nutrizione e l’idratazione. Ma cozza non solo contro il più elementare senso di umanità ma anche contro il più elementare buon senso considerare “accanimento terapeutico” la nutrizione e l‘idratazione mediante sondino nasogastrico di una paziente che quando fa comodo è giudicata totalmente priva di sensibilità; un’operazione per di più condotta da persone che giorno e notte da molti anni si prendono cura amorevolmente di Eluana e non chiedono altro di continuare a farlo in silenzio: non siamo in presenza né di sofferenze né di disagi, tranne i nostri forse, e il fatto che le speranze di guarigione siano prossime o uguali allo zero non cambia la sostanza. Questa morte per fame e per sete che si vorrebbe accompagnare ora con la corte amabile delle tecniche sedative, somiglia molto ai dolorosi pasticci umanitaristi di certe condanne a morte in Occidente. Una pallottola in testa, coi metodi barbari della giustizia cinese, troncherebbe una vita con più pietosa efficacia, se qualcuno si prendesse la responsabilità di premere il grilletto.

E’ dunque la magistratura che si è resa responsabile di un’usurpazione: lo scontro istituzionale è nei fatti e nei fatti è ridotto ad un rapporto di forze.

Berlusconi. Se Berlusconi fosse “solo” quel furbacchione schiavo dei sondaggi di cui si favoleggia con larghezza di aggettivi nei media, non si sarebbe cacciato spericolatamente – come sanno anche i sassi – in una vicenda che spacca traumaticamente in due il paese, e che rischia d’inimicargli una fetta non trascurabile dell’elettorato che lo sostiene. Abbracciare l’ortodossia cattolica in casi estremi come questo equivale, dal punto di vista politico, a viaggiare con una bomba in tasca, ma gli acculturati benpensanti di specchiata liberalità che scrivono nelle gazzette dello stivale fanno finta di non saperlo, anche se si fregano le mani dalla soddisfazione. Per l’abominevole criptoperonista, con alle spalle una maggioranza parlamentare tranquilla, nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti, sarebbe stato molto più comodo fare il pesce in barile, manifestare una personalissima adesione alle posizioni etiche della Chiesa e sospirare la propria rispettosa impotenza di fronte al dettato costituzionale. Ma, non contento, c’è chi arriva ad immaginare, con l’ingegno sottile dell’ottusità conclamata, perché l’antiberlusconismo è oramai malattia ferale tra le mura del Sinedrio laico-repubblicano, manovre machiavelliche da parte di un imbecille che dopo sedici anni di vita politica ai vertici – e con gran dispetto dei pretoriani della democrazia – non si è ancora deciso di diventare un dittatore fatto e finito; pianificate, nefande manovre atte a sommuovere l’edificio istituzionale, con il corpo innocente di Eluana usato come provvidenziale ariete per sfondare la porta della cittadella democratica.

Italia. Sempre ai summenzionati personaggi, che hanno un debole per un concetto estetizzante della liberaldemocrazia, questo popolo che s’accapiglia e strepita sul caso Englaro fa un po’ schifo, comme d’habitude. Certo, che nel confronto tra gli opposti campi la cacofonia volgare del partito preso giochi un ruolo non trascurabile, non solo è possibile: è certo. Ma è un bene che sui temi etici il paese sia scosso da tensioni, è bene che l’opinione pubblica si divida, perché significa che è viva, e che in essa sopravvive l’idea del diritto naturale, che è l’unica vera difesa per la libertà dell’individuo. Il diritto naturale, per sua natura, può solo vivere, nella coscienza dell’individuo e in quella della società. E non può essere nemmeno una Legge della Legge, una sorta di preinquadramento minimo della legislazione scritta; perché, come ho già scritto una volta,

“in ultima analisi non vi può essere alcuna definitiva soluzione “tecnica” ai problemi concernenti la democrazia e le libertà individuali. E’ anzi una pericolosa illusione indulgere in simili propositi. E questa consapevolezza dovrebbe essere in realtà il primo dei rimedi e delle precauzioni. Avviene nella società quanto capita normalmente alla singola persona: la tentazione di fuggire alla sofferenza spirituale connaturata all’esistenza umana crea l’illusione di poter trovare una formula magica e indolore di “pratiche” regole di comportamento.”

Il diritto positivo, scritto, vive nella schiavitù del tempo e dei luoghi ed è costretto a cambiare in continuazione. Il diritto naturale può e deve informare di sé il diritto positivo, e anche quando viene sconfitto esso esercita la sua funzione benefica temperando gli eccessi. Anzi, si può dire che tutta la civiltà cristiana-occidentale è costruita su queste utili sconfitte. Un diritto positivo, per assurdo ipoteticamente perfetto, privo del soccorso dell’idea del diritto naturale vivente nella società, costituirebbe un argine debolissimo all’irrompere degli arbitri contro la persona.

Andreotti & Scalfaro. E’ consolante che non siano della partita il campione di un cristianesimo di piccolissimo cabotaggio, guardingo, inodore, insapore, di inossidabile conformismo, con tutta la prudenza del serpente  e nulla del candore della colomba, e l’integerrimo idolatra della nostra beneamata Costituzione.

Auspicio. Per i cristiani nessuno è “proprietario” in assoluto della sua vita, per ubbidienza a Dio però, non agli uomini: ma qui siamo oltre, e anche chi non è credente dovrebbe capirlo. I sostenitori della totale autodeterminazione sembrano disposti, in certi casi, ad appaltarla a terzi: è una bella contraddizione. La sapienza di Dio è più grande di quella degli uomini: è umana presunzione credere che una vita “vegetativa” che continui fino alla morte sia priva di significato. E’ saggezza sia umana che divina lasciare una porta aperta alla speranza: e Dio non ha mancato di confondere i sapienti più d’una volta.

Update: Eluana Englaro è morta un’ora dopo che avevo finito di scrivere l’articolo. Dunque l’ala nera della morte l’ha rapita con la fretta furtiva del ladro: ma costui non sa che il male sarà sempre il servo sciocco della provvidenza.

Italia, Schei

Bandiera verde la trionferà

Ai bei tempi quando i comunisti erano rossi, e fieri di esserlo, nell’Unione Sovietica Felix i Gosplan, le Commissioni statali per la Pianificazione, sfornavano i famosi piani quinquennali di sviluppo economico, la cui favolosa efficienza non ha mai sofferto le dure smentite della Storia. Ora che il vecchio Partito Comunista Italiano gioca in serie A col nome di Partito Democratico, non poteva certo essere da meno dei confratelli dell’epoca del Piccolo Padre. Ecco dunque il grandioso piano decennale – rigorosamente da un milione di posti di lavoro tondo tondo – rigorosamente in dieci punti tondi tondi – annunciato da Walter Veltroni in occasione di un convegno organizzato dagli Ecologisti Democratici, il Comitato Centrale della consapevolezza biodemocratica. Se Iosif Vissarionovic Dzhugashvili, passato alla storia col mitico nome di Stalin (“d’acciaio”), aveva un debole giustificatissimo per l’industria pesante, il braccio armato della Rivoluzione economica rossa, per il nostro gentile Timoniere “La Rivoluzione verde è l’unica leva di sviluppo dell’economia occidentale”. Il piano è “serio”. E in sintesi questi sono i dieci punti del Decalogo Economico:

Ascolta, è il Segretario del Partito che ti parla:

  1. Tu costruirai, acquisterai, abiterai solo edifici ecologici
  2. Tu acquisterai e guiderai solo auto ecologiche
  3. Tu ti muoverai solo con mezzi di trasporto ecologici
  4. Tu acquisterai e userai solo elettrodomestici ecologici
  5. Onora e sostieni la bioenergia
  6. Onora e sostieni i bioregolamenti
  7. Onora e sostieni il bioturismo e la bioagricoltura
  8. Onora e sostieni la bioricerca
  9. Onora e sostieni il bioriciclo dei rifiuti
  10. Onora e sostieni le bioinfrastrutture

Se osserverai queste regole lo Stato ti premierà con sconti e facilitazioni finanziati dalle tasche dei controrivoluzionari, già fin d’ora colpevoli nel loro cuore di crimini contro l’umanità. Evviva l’ecocomunismo e la libertà!