Articoli Giornalettismo, Italia

Liberiamoci della Liberazione

Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze Armate. Non avendo le stimmate della perfetta santità democratica, cadde subito vittima sul fronte della razionalizzazione del calendario lavorativo, un po’ troppo lassista, dei fannulloni dell’epoca pre-brunettiana. E in fondo, dove fu la Vittoria? Più che porgere la sua chioma all’Italia, fu essa a fare lo scalpo allo Stivale. Nell’Italia fatta col regolo dei laici tutti d’un pezzo, dei pianificatori centralisti, di destra quasi sempre, di sinistra sempre, perfino i liberali col culto della Patria, nel clima aggressivamente positivista dei primi anni del ‘900, videro nella prima guerra mondiale l’occasione di portare a compimento il Risorgimento, geograficamente e antropologicamente, mirando a impadronirsi delle spoglie subalpine del traballante Impero Austro-Ungarico senza aspettarne la naturale decomposizione, e a fondere definitivamente le genti italiche, ora uniformate dalla divisa, nel “crogiolo” della guerra.

Giolitti aveva avuto ben chiari i limiti dell’ancora fragile costruzione italiana, e solo nel 1911 si era deciso a calmare gli appetiti del crescente nazionalismo, sempre sintomo di un cattivo metabolismo interno che cerca sfogo all’esterno, con l’impresa semidomestica della conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Ma non bastò. E nel 1915 si andò in guerra. Nessuno, in Europa come in Italia, previde l’immane macello. Un paese non provato dalle scosse telluriche della guerra e del dopoguerra forse avrebbe resistito meglio alle patologie del novecento. Subito dopo l’immortale vittoria, infatti, invece del vaticinato parto della razza italiana ci fu il collasso. E’ un vecchio e ostinato mito – un infido costruttivismo di ordine politico, per così dire – mettere a fondamento non tanto del sentimento quanto della coesione nazionale guerre di “liberazione” o di difesa dallo straniero. Cosicché a volte le si cerca, a guisa di grandioso esperimento di laboratorio su materiale umano, nel tentativo artificioso di accelerarne lo sviluppo. Oppure si spiega la gracilità di quest’ultimo, retrospettivamente, proprio con la mancanza di tali prove del fuoco.

Ma l’idea astratta e perciò fuorviante dell’incompiutezza del Risorgimento ha fatto vittime illustri anche su altri versanti ideologici, ed è il segno di una forma mentis che come una malattia endemica non è mai del tutto scomparsa dalla penisola. Che Gramsci considerasse il Risorgimento una “rivoluzione incompiuta”, in quanto le masse popolari vi figurarono solo come soggetti passivi, non vi ricorda qualcosa? Non vi ricorda qualcosa legato a doppio filo alla retorica bolsa del 25 Aprile? Non vi ricorda i miti brigatisti della “resistenza tradita”? E quelli neogiacobini della democrazia non ancora “compiuta” della sinistra legalitaria dei giorni nostri, quella lugubre e saputa del gran sacerdote Zagrebelsky ad esempio? Che la figura di Giolitti, che ci governava un secolo fa, non sia ancora riuscita a togliersi di dosso la nomea di “ministro della malavita”, a causa della celebre definizione di Gaetano Salvemini, non è un significativo esempio, proprio perché non volgare, del radicalismo apocalittico di quella stessa sinistra laica e socialista dal cui corpaccione ottocentesco subito dopo la guerra, nell’avvitarsi della crisi, fuoriuscirono il Partito Fascista e a quello Comunista, e le cui pulsioni demonizzanti ancor oggi non hanno trovato perfettamente pace?

Nella sua “Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni” Sergio Romano nota, dolendosene, che “né i cattolici né i comunisti” – cioè di gran lunga le due maggiori formazioni politiche degli anni del dopoguerra e dell’era repubblicana – “condividevano i principi ispiratori dello stato unitario”. Ma ciò forse non era dovuto al fatto che anche per l’illuminato liberalismo ottocentesco da grandi proprietari terrieri, che egli sembra rimpiangere e che indubbiamente ebbe i suoi meriti, il popolo rimaneva pur sempre una manovalanza anonima che alle élites spettava guidare, educare, alla bisogna bastonare, non dissimilmente da quanto avrebbero potuto fare i comitati centrali dei demagoghi socialisti o i gran consigli di quelli nazionalisti?

I lunghi decenni del potere democristiano non sono stati un’usurpazione clericale del potere civile: hanno chiuso una ferita più con la storia di un popolo che con la Chiesa Cattolica; ma hanno anche tolto ogni illusione sulla praticabilità e sull’opportunità di un “partito dei cattolici”. Dall’altra parte, rimasto sfortunatamente in canna il colpo della rivoluzione, i comunisti dovettero acconciarsi all’italianità e lo fecero furbescamente a loro modo, impadronendosene. Trovarono al paese una nuova data di nascita: il 25 aprile 1945. Come dal giorno della Marcia su Roma 23 anni prima partì l’Anno I dell’era fascista, dal giorno della “liberazione” partì idealmente l’Anno I della democrazia, di cui si autonominarono guardiani e garanti, e costruirono il mito fondante della Resistenza con un corredo mirabolante di balle spaziali. Trasformare il disastro di una guerra persa e strapersa in una mezza vittoria; trasformare un’attività di guerriglia militarmente ininfluente per gli esiti della Liberazione, per di più condotta in buona parte da una banda di rivoluzionari pronta a mettere in riga il paese con ancor più fanatismo dei manganellatori del ’22, per di più composta questa banda da una truppa numerosa di voltagabbana dell’ultima ora; per di più presente questa truppa numerosa di voltagabbana soprattutto in quelle roccaforti nere che nel giro di una notte si mutarono nelle roccaforti rosse del dopoguerra e cominciarono subito a rompere i marroni con l’antifascismo con lo stesso zelo esibito nell’epoca fascista; trasformare tutto questo nella sollevazione morale di un popolo che assisteva passivo è un gioco di prestigio da pagliacci più che da bari di professione.

Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano comme il faut creato a propria immagine e somiglianza. L’ebete devoto della Resistenza e della Costituzione – la Bibbia Laica di qualche serioso e involontario umorista – ne è solo l’ultima versione. Rompere l’incantesimo dei diversi settarismi via via spacciatisi per esempi di ortodosso civismo è l’impresa riuscita allo statista… Silvio Berlusconi. La storia renderà merito allo psiconano, al caimano e anche allo spelacchiato aspirante sciupafemmine con la bandana, ci si metta il cuore in pace. E finalmente agli italiani sarà concesso di “farsi” a modo loro, senza che qualche maestrino del kaiser di religione laico-repubblicana si senta in dovere di indicare loro la via, la verità e la vita.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements
Esteri

Caccia grossa in Belgio: negre mutilate in fuga

Sembra che il Belgio sia una fonte inesauribile di materiale per i barzellettieri francesi. Io credevo che ciò fosse il frutto del solito sciovinismo gallico, insofferente del fatto che i Valloni avessero avuto l’audacia di non accettare la protezione del tricolore transalpino. Che alcune rotelle e viti del meccanismo della società belga siano evidentemente saltate, è più che un sospetto: truci e morbosi fatti di cronaca, entusiastiche passioni eutanasiche, magistrati giustizieri perennemente impegnati nella lotta ai crimini contro l’umanità di mezzo mondo, quello democratico e occidentale, un parlamento chiacchierone che sforna a getto continuo risoluzioni sui mali dell’orbe terraqueo come neanche i consigli comunali dei paeselli della nostra penisola sono mai riusciti a fare, e al quale non è parso vero di fare la morale ultimamente a quel bruto di Ratzinger. Ma ora ho pure un altro sospetto, e cioè che in effetti i francesi non avessero del tutto torto a vedere nel belga un curioso prodotto della natura. Quali caldi esempi di umanità e di simpatia le spacconate all’olio di ricino del nostro sceriffo Gentilini, a confronto dell’umorismo macabro e democraticamente inappuntabile del ministro della Giustizia belga Stefaan De Clerck! Grazie a Dio, siamo il paese di Berlusconi.

Des centaines d’excisions en Belgique? *** La police fédérale va être chargée, dans le cadre d’une “action coordonnée avec le ministère public”, de retrouver une vingtaine de femmes probablement victimes d’excision et qui, de ce fait, ne répondraient plus aux conditions de leur séjour en Belgique, a indiqué le ministre de la justice Stefaan De Clerck (CD&V) au Soir, qui le rapporte dans son édition de samedi. Des femmes originaires de pays d’Afrique où se pratique l’excision ou l’infibulation peuvent obtenir des titres de séjour, en arguant du risque d’être victimes de ces mutilations dans leur pays d’origine, à condition de produire régulièrement des certificats médicaux attestant “que leur intégrité a été respectée”, explique le quotidien. Or la vingtaine de femmes qui n’ont plus produit de certificats médicaux et auraient, selon le ministre, subi une excision, en Belgique, “ne sont dès lors plus en mesure de satisfaire aux conditions mises par les autorités belges à leur séjour en Belgique”. Selon une étude menée par une chercheuse de l’Université de Gand en 2007, au moins 2.745 femmes victimes d’excision vivent en Belgique, ainsi que 543 jeunes filles susceptibles d’être excisées. Des chiffres qui ne tiennent pas compte du nombre important de sans-papiers et de candidats réfugiés politiques, souligne Le Soir. Certaines de ces excisions seraient pratiquées sur le territoire belge. Stefaan De Clerck juge d’ailleurs “concevable que des centaines d’excisions puissent être pratiquées en Belgique”. Depuis 2001, la loi belge réprime de façon spécifique ce type de mutilations. Aucun dossier pour mutilation sexuelle n’a été enregistré depuis la mi-2006, période d’introduction de l’excision dans les statistiques criminelles. (Belga)

Centinaia d’escissioni in Belgio? La polizia federale sarà incaricata, nel quadro di una “azione coordinata con il pubblico ministero”, di trovare una ventina di donne, probabilmente vittime d’escissione e che pertanto non soddisferebbero più le condizioni per il loro soggiorno in Belgio, ha indicato il ministro della Giustizia Stefaan De Clerck (CD & V) a Le Soir, che riporta la cosa nella sua edizione di sabato. Le donne originarie da paesi africani in cui è praticata l’escissione o infibulazione possono ottenere il permesso di soggiorno motivandolo col rischio di diventare vittime di mutilazioni genitali femminili nei loro paesi di origine, a condizione di produrre regolarmente certificati medici che attestino “che la loro integrità è stata rispettata”, spiega il quotidiano. Ora la ventina di donne che non hanno più prodotto i certificati medici, e avrebbero, secondo il ministro, subito l’escissione, in Belgio, “non sono più in grado di soddisfare le condizioni imposte dalle autorità belghe per il loro soggiorno in Belgio”. Secondo uno studio condotto da un ricercatore presso l’Università di Gand nel 2007, almeno 2.745 donne vittime di mutilazioni genitali femminili vivono in Belgio, così come 543 ragazze suscettibili di subire l’escissione. Le cifre non comprendono il gran numero d’immigranti prive di documenti e di candidate all’asilo politico, sottolinea Le Soir. Alcune di queste escissioni sarebbero praticate sul territorio belga. Stefaan De Clerck giudica d’altronde “concepibile che centinaia di escissioni possano essere praticate in Belgio.” Dal 2001, la legge belga sanziona in maniera specifica questo tipo di mutilazioni. Nessun procedura concernente la mutilazione genitale è stata registrata dalla metà del 2006, periodo d’introduzione dell’escissione nelle statistiche criminali. (Belga)

Gran testa fine questo De Clerck. A lui non la si fa. Queste signorine o signore hanno approfittato della generosa legge belga per ottenere il permesso di soggiorno; ma poi giunte nel paese delle patatine fritte e di Tin Tin, zac!, con gran entusiasmo si son mutilate o si son fatte mutilare. Ah sgualdrinelle! Ah lestofanti!

*** Ho fatto il link perché non crediate che sia uno scherzo

[da Wikipedia] Sotto il nome generico di infibulazione, vengono spesso raccolte tutte le mutilazioni a carico dei genitali femminili, praticate in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici, che ledono fortemente la salute psichica e fisica delle bambine e donne che ne sono sottoposte. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in 4 tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto:

  1. Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita all’incisione della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche
  2. Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra
  3. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
  4. Il quarto tipo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.
Articoli Giornalettismo, Italia

La disfida di Castelbrando del cavalier Zaia

Per far capire al mondo, all’Europa, all’Italia e soprattutto ai suoi compatrioti della Serenissima, specie quelli duretti di comprendonio, che lui non è un bischero qualsiasi, il ministro per le politiche agricole Luca Zaia ha organizzato in quel di Castelbrando, pittoresco maniero arroccato su una delle rotonde e verdi collinette che fanno ala leggiadra alla “strada del Prosecco”, non lontano dalla Conegliano che gli diede i natali, una simpatica kermesse che è passata esageratamente alla cronaca di questi giorni col nome di G8 dell’agricoltura. Castelbrando, che fa da guardia come un maritino geloso dall’occhio di falco, dominandola dall’alto, all’antica e gentile borgata di Cison di Valmarino, è creatura di Massimo Colomban, ex valoroso capitano d’industria, che vi si è ritirato a recitar la parte dell’illuminato signorotto rinascimentale: ha trasformato le vetuste pietre di imponenti caseggiati e mura che si sono affastellati gli uni sulle altre per secoli e millenni in un poliedrico resort medievaleggiante, con un tocco di kitsch per renderlo più malleabile ai gusti del popolo. Oggi è un grande hotel, un museo, un beauty center e un vero e proprio borghetto dove si tengono congressi, spettacoli e eventi vari. Da tale splendida altezza ogni tanto Colomban filosofeggia sui destini dell’economia mondiale. 

Per arrivare fin qui Zaia, un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni, ha cominciato fin da piccolo a mordere i polpacci alla fama. Zaia è un trevigiano doc, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia. 

Sotto la sua presidenza, raggiunta appena trentenne, più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastata la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza. Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati per una settimana una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Per arginare la popolarità di Zaia tra le sane popolazioni della Marca, da sempre refrattarie alle lusinghe bolsceviche, la sinistra, attraverso i comunisti della Tribuna di Treviso, il locale botolo ringhioso del gruppo L’Espresso, non ha trovato di meglio che appioppare alla calamità leghista dai non folti capelli, apparentemente acconciati o meglio spianati all’indietro dalla leccata di uno di quei cavalli che tanto ama, il nomignolo romanesco e quindi doppiamente insultante di Er Pomata. Ma non c’è stato niente da fare: è arrivato come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, dove però alla prima occasione è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Diventato ministro, ha approfittato della prima vacanza a casa sua per inerpicarsi con una vecchia 500 per la stradina che conduce alla scuola enologica che gli ha dato il primo alloro, dove non ha mancato di spargere una lacrimuccia nel mezzo dei festeggiamenti che professori e allievi gli tributavano. Poi si è fiondato in Campania a rassicurare gli allevatori di bufale nei guai. Impavido si è fatto largo tra la folla per entrare nella prima stalla che gli è capitata sotto gli occhi. Respirando a pieni polmoni e visibilmente deliziato dal puzzo ha dichiarato trionfante: “Questo è un odore che conosco da quando ero ragazzo!” Che uomo! 

Fatto sta che con l’approssimarsi del summit che avrebbe dovuto tracciare i destini futuri dei bovari e degli zappaterra di tutto l’orbe terraqueo, e con il ritorno a casa dell’ingombrante giovanotto, sono incominciate pure le baruffe chiozzotte della grande politica veneta. Lo sceriffo di Treviso ha sparato il primo colpo definendo l’iniziativa di Zaia un mucio de schei butài via par gnente. Luca ha risposto con amore figliale al nonnetto con la pistola dandogli addirittura del no-global: epiteto invero assai strano da uno che è stato capace di fare gli occhi dolci a un personaggio della nomenklatura democratica e progressista, cioè italica, come Carlo Petrini, il Suslov del mangiar politicamente corretto, e che ha dimostrato simpatia – senza tuttavia mai sbilanciarsi troppo – per le panzane luddiste anti-ogm. Peraltro gli scalmanati perditempo anti-ogm si sono fatti sentire per davvero con un raid dimostrativo a colpi di spray nella grande tenuta di Ca’ Tron, di proprietà della Fondazione Cassamarca, mille ettari di terreno miracolosamente scampati al miracolo veneto nella parte sudorientale della provincia di Treviso, ad un tiro di schioppo dalla laguna di Venezia, dove si sperimentano coltivazioni ogm. La Fondazione Cassamarca, nata con l’incorporazione della storica banca trevigiana in Unicredit, è il regno di Dino De Poli, l’Onorevole Avvocato che si è ritagliato il ruolo di mecenate liberaleggiante con numerose iniziative di carattere culturale e di recupero del patrimonio edilizio storico nella Treviso brutalizzata dallo sbrigativo buon senso dello sceriffo. La strana coppia di cordiali nemici funziona a meraviglia: l’uno spazza e l’altro lucida una città già di per sé assai seducente, dall’impianto medievale corso da innumerevoli canali che ne fa la graziosa ancella di terraferma della Regina dei Mari. 

Però Zaia è un furbacchione dalla duttile filosofia, o meglio un non snaturato figlio della sua terra. Le cause le sposa sempre con mucho juicio e realismo: appena è spuntato fuori un sondaggio fatto fra i coltivatori di mais del Veneto e Friuli dal quale risultava che più della metà è favorevole a coltivazioni ogm e solo un quinto contrario, e che comunque quasi i tre quarti ritiene che ogni agricoltore avrebbe il diritto di scegliere cosa produrre, ha precisato di essere anche “liberista”. 

Non contento, Zaia ha ottemperato poi perfidamente agli obblighi istituzionali invitando con una e-mail – qualcuno dice con un sms – alla sola e solita sbobba inaugurale il presidente della regione Galan, il liberale megalomane incoronato Doge da Berlusconi qualche lustro fa con gran dispetto di tutta la famiglia democristiana. Il padovano è un gigante sorridente dal carattere luciferino, uno che nel libro-intervista “Il Nordest sono io” si è inimicato tre-quarti della classe politica veneta che lo sostiene, facendole fare la figura di meschina, retrograda e provinciale; la quale classe tuttavia, dopo un breve fuoco d’artificio di minacciate querele, ha reagito con lo spirito proprio della razza veneta, acquietandosi tatticamente: perché qui si incassa, ma nessuno molla. Galan altro non aspettava per andare su tutte le furie, protestando per l’irridente condotta del ministro. “Motivi protocollari” ha chiarito poi Zaia: 

”Nessuna leggenda metropolitana intorno al mancato invito del presidente Giancarlo Galan. Il presidente della Regione Veneto lo abbiamo invitato ma trattandosi di un vertice internazionale, non è previsto un suo saluto di benvenuto. Galan è il benvenuto, come le altre autorità, ma il protocollo di questi è molto severo nel rispetto delle regole: nessun intervento esterno” 

Galan ha replicato con un piccato e velenoso avvertimento:  

“Regole, norme, procedure, protocolli, ma che bella tutta questa osservanza ministerial-romana-bruxellese di un ministro dai natali federalisti. Caro Luca, non ti sapevo così ministerocentrico e soprattutto elegante al punto da organizzare una conferenza stampa per rendere noto un carteggio che solo una patetica stizza ti ha spinto ad usare in modo improprio. In ogni caso, un ministro con ascendenze federaliste avrebbe dovuto trovare il modo di scegliere momenti più regionalistici per porre nel giusto risalto una iniziativa che comunque si sarebbe tenuta in Veneto. Inoltre, non sono tanto sicuro di quanto tu ritieni essere un obbligo procedurale volto a ignorare del tutto i vertici dell’istituzione comunque ospitante. I protocolli che si limitano ad invitarmi a qualche cena non mi interessano. Dunque, caro Luca, un po’ più di coraggio, ma male non ti farebbe anche un po’ più di prudenza” 

Questo in lingua italiana. Per essere più chiaro gli ha mandato un messaggino conciso e inequivocabile anche nella lingua natìa: “Tosàto, date na soràda” (Ragazzo, datti una calmata). 

Se son rose fioriranno. 

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Italia

Del tempo pieno ne abbiamo piene le palline

Buongiorno. Mi presento: sono un bambino. Se l’eloquio articolato e volgare da adulto vi dovesse per caso stupire, sappiate che sono un genio precoce. Ma questo è un segreto tra me e voi, che so gente d’onore. Se quei cazzoni dei miei dovessero scoprirlo per me sarebbe la fine, o quasi: mi farebbero lavorare come un negro; mi spedirebbero in qualche scuola speciale per animaletti rari, magari in America, a far compagnia a qualche pedante e impenetrabile moccioso cinese senza il minimo senso dell’umorismo; si metterebbero in testa di farmi laureare in fisica nucleare al quindicesimo anno di età. Perciò, acqua in bocca! E lo dico anche per voi, che avreste sulla coscienza un assassinio.

Io odio il tempo pieno. Lo odio. Se il comunismo ha tirato le cuoia nel mondo dei grandi, quell’incubo criminale sopravvive ancora tra noi fanciulli, senza che nessuno sembri porgere l’orecchio al grido disperato di queste tenere pianticelle. Purtroppo i miei genitori sono due fessacchiotti senza spina dorsale, che Dio ha accoppiato con tutta evidenza al solo scopo di farmi nascere, due stolide pecore del gregge democratico che pagano infallibilmente il loro tributo al pensiero dominante. In una parola, due tirannelli per debolezza intellettuale.

E così mi tocca fare il tempo pieno, quello massimo naturalmente. Ma il mio paparino, ai suoi tempi, faceva la bella vita secondo natura e saggezza. I suoi liberi pomeriggi avevano ancora il sapore dell’avventura. Scoccata l’ora della liberazione un grande e magnifico punto di domanda si disegnava nella mente dei cuccioli dell’uomo; e modesti palcoscenici tutti nostri bastavano a far da sfondo a grandi imprese. E com’era fruttuosa anche la noia, com’era salutare, istruttivo e pedagogico quel tormentato far niente distesi sull’erba a spiare la lenta metamorfosi e il movimento delle nuvole, nella cui muta eloquenza sembravano prendere corpo gli enigmi della vita. Il piccolo filosofo già si faceva le ossa in vista delle tempeste dell’adolescenza, che oggi abbattono come mosche quelli di noi che hanno superato la barriera dell’infanzia.

A dirla tutta in questi mesi anch’io, pur essendo, nello spirito, uomo di mondo come pochi, ammetto di aver sperato nella palingenesi gelminiana. L’italiano legnosissimo della ministra, il delizioso e spiccatissimo accento bresciano, frutto dell’innesto fonetico per tanti secoli delle nobili favelle della Serenissima, inferiore oggi forse al solo bergamasco in quanto a rustica selvatichezza, promettevano miracoli degni di una novella Giovanna D’Arco. Ma sembra purtroppo che la bonaccia snervante dei palazzi romani l’abbia come inghiottita e abbia lentamente ma inesorabilmente soffocato il sacro fuoco che le ardeva in petto. Cari bambini, lasciatevelo dire in tutta amicizia, fraternità e solidarietà: siete una massa di deficienti. L’infausto disegno democratico e progressista dei grandi tra breve sarà realtà: quei disgraziati senz’arte né parte lavoreranno al massimo 35 ore e molti di loro sgobberanno solo per quattro giorni la settimana; mentre noi ci beccheremo senza fiatare 40 ore la settimana, sempre che bastino a quegli esaltati. Ce l’hanno messo in quel posto, cari miei, altro che storie, e nel nome dei diritti umani!

Sì, abbiamo venduto la nostra libertà di piccoli soldati della vita in cambio di un’infinità di cianfrusaglie. Ci hanno ingozzato come oche da foie gras di storielle zuccherose quando non ambigue, di storie senza inizio e senza fine, senza odore né colore, senza sugo né nerbo, come quelle dell’orribile genere fantasy, il prediletto dagli scrittori senza inventiva. Cari piccoli fratelli, ricordatevi sempre delle sagge e imperiture parole con le quali ci salutò il nostro grande profeta Huckleberry Finn:

“But I reckon I got to light out for the Territory ahead of the rest, because Aunt Sally she’s going to adopt me and sivilize me and I can’t stand it. I been there before” (“Ma mi sa che devo squagliarmela per il territorio indiano prima degli altri, perché zia Sally quella lì si è messa in testa di adottarmi e d’incivilizzarmi e questo è troppo per me. Già provato una volta.”)

Riprendiamoci i nostri pomeriggi, e il nostro Territorio! Banzaaaaaaaaaiiii!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Fattore F, Italia

Non ci resta che la mula

Con l’implacabile regolarità delle piogge monsoniche, pure nell’Anno Domini MMIX si è abbattuta sullo stivale  l’ennesima tempesta mediatica attorno al circo di Michele Santoro. Io cerco disperatamente di fuggire, ma ovunque mi giri la peste sembra starmi alle calcagna. Perché Dio continua ad affliggere i nostri poveri orecchi con la stanca cacofonia mille volte recitata di ridicole trasgressioni e propositi di censura bellicosi come grida manzoniane? Ti abbiamo offeso, Onnipotente? Di Santoro, televisivamente parlando, ho perso le tracce da quando si fece la cresta rossa per fulminare la bionda pollastrella di cui anche quell’anno, come ogni anno, s’immaginò Pigmalione: un caso patetico, sul quale saggiamente i media chiusero pietosamente un occhio e mezzo. Non ricordo il nome della trasmissione – era già Anno Zero? – né della signorina. Quest’anno avevo una mezza idea di darci ogni tanto un’occhiata, perché al contrario delle stagioni passate ad illustrare la beltà femminile non era la solita ragazza seriosa con fisime intellettuali, ma un toco de mula (“un pezzo di ragazza”, dialetto veneto-triestino) come Margherita Granbassi, la classica ragazzona sana, sorridente e simpatica che ti accende una voglia irresistibile di mettere qualcosa sotto i denti. Poi per fortuna ho resistito alla tentazione, ché intristita non la volevo vedere. Ma, venendo a noi,  perché quegli incorreggibili testoni del centrodestra si preoccupano tanto di gente viziata cui manca solo la soddisfazione di provare l’orgasmo di una finta e applaudita esecuzione? Gliela vogliamo proprio concedere? Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. Siccome a parte la setta non lo prende sul serio più nessuno, nel momento topico di ogni puntata tira fuori il coniglio dal cappello, ossia richiama con un fischio dalla tana il suo rottwailer di nome Vauro, che gli è fedele da una vita, come e più di Argo ad Ulisse, e lo lascia abbaiare e ringhiare feroce per una trentina di secondi. Dopo di che si ritorna a cuccia e pure i devoti se ne vanno in pace. Lasciamoli divertire. Se dovesse sentirsi minacciata, prima o poi sarà la stessa sinistra democratica a procedere all’epurazione della torma giustizialista: in quel caso, sottobanco, per il bene della patria, potremmo anche dare una mano.

Bene & Male, Esteri, Italia, Schei

Il richiamo della foresta

L’Internazionale degli Squadristi Democratici nel suo eterno peregrinare turistico per il vasto mondo ha fatto tappa stavolta a Londra, in occasione del G20, col solito corollario di scontri, feriti e assalti alle banche. In un modo o nell’altro c’è scappato pure il morto. I metodi della polizia sono sotto il fuoco della critica, di certa critica. Anche il Guardian s’interroga in questo senso. Stranamente, perché, viste le puntate precedenti,  la coerenza intellettuale dell’integerrimo democratico dovrebbe racchiudere in un solo quesito le due possibili spiegazioni del fattaccio: è Berlusconi che porta sfiga o il fascismo sta facendo capolino pure oltre Manica?

Quindi l’Orda Distruttiva dei Costruttori di Pace si è trasferita a Strasburgo dov’era in programma il vertice della Nato, un’occasione succulentissima per menare le mani e per acquistare l’alone imperituro del martirio al modico prezzo di un cazzotto sul naso, che ha sempre la provvidenziale tendenza a sanguinare con facilità. I vandali si sono dati bel tempo per un giorno, fino a che i celerini di Sarkozy hanno deciso che il tempo dei giochi e dei balocchi era finito: ne hanno schiaffati in guardina in numero di trecento, come gli eroi delle Termopili. Malauguratamente, invece di esser passati per le armi – come sarebbe stato sacrosanto, à la guerre comme à la guerre, per Dio! – duecento mocciosi sono già stati rimessi in libertà, mentre il resto dei giovanotti è in stato di fermo, in trepidante attesa di essere restituito integro a papà, a mammà, e soprattutto alla morosa.

Ma che succede intanto a Milano, mentre i figli della sinistra muovono all’assalto delle banche e dei poteri forti? L’Internazionale della Destra Pura & Dura si raduna ad un convegno organizzato da Forza Nuova, dal titolo “La nostra Europa: popoli e tradizione contro – udite, udite, – banche e poteri forti”. Non riesco a capire come mai quei vecchi marmittoni dell’A.N.P.I., invece di cogliere l’occasione per celebrare questa corresponsione d’amorosi sensi con una riedizione antimondialista del patto Molotov-Ribbentrop, dimentichi del virile realismo della gloriosa schiatta leninista d’un tempo, si siano subito adeguati alla moscia retorica delle mezze calzette della società civile cianciando di offesa alla città di Milano, pure quella – chi l’avrebbe mai detto? – medaglia d’oro della Resistenza. Ad ogni modo se le autorità non se la faranno sotto e non cancelleranno la manifestazione, son già pronti gli Arditi Democratici, le truppe scelte dei centri sociali, a mandare a picco con geometrica potenza l’obbrobrio nazifascista.

Fatto sta che se ai neri non viene neppure concessa una sbornia in compagnia alla salute malferma della cricca plutocapitalista, i primi peccatucci di violenza dei rossi contro la piovra incominciano già a trovare qualche “comprensione” nella stampa che conta, quella col culto della legalità a giorni alterni; vedi l’incipit nebuloso, da cattivo maestrino in erba, di quest’editoriale del direttore di Repubblica, Ezio Mauro:

Come una legge meccanica, prima o poi la crisi economica che stiamo vivendo doveva produrre effetti culturali, politici e sociali: ci siamo. I nodi che vengono al pettine, l’altro ieri a Londra per strada, con la morte di un uomo, l’altro giorno in Francia, domani in Italia o dovunque nelle capitali del Primo Mondo – tutte uguali e indifferenti come paesaggio della crisi – sono l’inizio del secondo atto di questa rivoluzione in corso nella vita dell’uomo occidentale. Proviamo a misurarne cause, ragioni ed effetti liberandoci subito dal ricatto che ogni volta pesa sulla discussione pubblica, dicendo per oggi e per domani che gli atti violenti sono sempre inaccettabili, da qualunque motivazione siano sorretti. Ma subito dopo domandiamoci: quanta violenza c’è in questa crisi che brucia lavoro, valore, progetti di vita incompiuti, destini? La politica, la cultura, qualcuno di noi si è preoccupato di misurarla, di darle un peso e quindi un nome e un significato di cui tenere conto?

Mauro è stato abbastanza sveglio da non usare l’espressione “violenza oggettiva”, al contrario di quanto fece qualche tempo fa nonno Eugenio. Ma attenzione, questo linguaggio non è che la replica edulcorata della tiritera legalista e tartufesca del PCI degli anni ’70, quando “la sinistra gettò la vita di molti giovani sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità.” Il trucco sta nel dire, apertamente o untuosamente fra le righe: e sì, ragazzi, avete ragione, sono fascisti, sono golpisti, sono antidemocratici, sono mafiosi, sono affamatori dell’umanità; ma… ma vanno combattuti con metodi democratici. E perché poi con metodi democratici, verrebbe da dire? Con quelli si combattono gli incapaci, o i faccendieri della politica, non i tiranni. Se la realtà è quella che dite, perché non dovremmo metterci il fucile in spalla?

Il resto dell’articolo è un impasto maleodorante e contraddittorio di costituzionalismo universale, suggestioni marxiste, socialismo ottocentesco, e di affinità elettive – tradotte in sinistrese – con alcuni temi cruciali del pensiero del gran reazionario Carl Schmitt: la sovranità nello “stato d’eccezione”, l’onnipotenza di un commercio distruttore del diritto internazionale e dell’ordine mondiale. Roba che neanche Tremonti in his wildest dreams…

Il capitale senza il lavoro è così diventato uno dei motori di questa crisi, perché ha ridotto la complessità della globalizzazione ad una sola dimensione, quella economica, ha sostituito l’autonomia della finanza all’autonomia della politica, resa marginale o servente fino a consumare il nesso che nelle democrazie ha sempre legato i ricchi e i poveri. Col risultato di far saltare il tavolo della responsabilità democratica che in Occidente teneva insieme i vincenti e i perdenti della globalizzazione e che nello Stato-nazione era anche il tavolo di compensazione dei conflitti, il nucleo stesso del progetto occidentale di modernità, con l’incontro regolato e consapevole tra il capitalismo, il lavoro, lo stato sociale e la democrazia.

E’ quell’alleanza che oggi è andata in crisi, con devastazioni prima culturali e politiche, poi per forza di cose sociali. Qui è cresciuta la nuovissima separatezza delle élite, che le rinchiude in una legittima aristocrazia dei talenti, incapace però di riconoscere obblighi generali, doveri pubblici, di produrre un dibattito che parli all’insieme del paese e distribuisca valori collettivi.

Attraverso questo meccanismo l’élite si trasforma in classe separata invece di diventare establishment, cioè gruppo dirigente testimone di regole che valgono per tutti e dunque parlano a tutti, esercitando pubblicamente il privilegio di avere responsabilità. Da qui nasce la frattura sociale che abbiamo davanti e che la crisi porta per strada. Senza questa alleanza occidentale tra capitale e lavoro, tra responsabilità e democrazia può succedere che l’orgia speculativa non solo distorca il mercato finanziario, ma acquisti come già prima del disastro del ’29 – lo notava Galbraith – una stupefacente centralità culturale nel nostro tempo, dunque una legittimazione collettiva. Col risultato denunciato da Michael Walzer quando “il denaro oltrepassa i confini” e senza più alcuna barriera culturale prova ad acquisire beni sociali come fossero merce, privilegi, favori, esenzioni, ruoli, incarichi, corrompendo.

Ecco perché la crisi economica rischia di diventare crisi di legittimità, deficit di uguaglianza, problema di democrazia. Mai il sentimento di esclusione degli sconfitti è stato così forte. Mai l’impotenza della governance mondiale è stata così evidente, aggravata dalla crescita dei bisogni reali, che con i ritmi della disoccupazione sta diventando emergenza. Va in crisi il principio stesso di cittadinanza, il rapporto con lo Stato, la relazione tra libertà e potere, mentre i nuovi perdenti della globalizzazione non hanno più nemmeno un sovrano certo e un territorio definito per muovere la loro protesta.

Com’è lontano il giorno in cui la sinistra compiaciuta poteva assistere all’omaggio reso dai tre Re Magi delle grandi banche della penisola all’Unto Prodi in occasione delle primarie uliviste; com’è lontano il tempo in cui si portava un rispetto religioso per gli oracoli delle grandi banche d’affari; com’è lontano il tempo in cui la fascinazione per l’eleganza salottiera del gran mondo della finanza e dell’industria andava di pari passo col disprezzo per la volgarità dei bottegai, degli artigiani, degli operai divenuti “padroncini”, del mondo piccolo delle casse rurali.

Contrordine! Compagni.

Update: Si è svolto senza incidenti il convegno organizzato da Forza Nuova, grazie anche alle forze dell’ordine che hanno blindato l’area intorno all’Hotel dei Cavalieri di Piazza Missori. Gli organizzatori parlano della bellezza di 700 – diconsi settecento – partecipanti; secondo la questura erano 300 – diconsi trecento – i partecipanti. I numeri vanno a tutto onore dei nazifascisti: erano anni che non si imbrogliava con tanta onestà. In contemporanea, in Piazza della Scala migliaia, sembra, di persone hanno partecipato alla contromanifestazione organizzata dai partiti di sinistra e dai centri sociali. Sul Teatro alla Scala campeggiava un grande striscione nero con scritta rossa: RESISTENZA. Un temporale improvviso ha costretto la tribù antifascista a rifugiarsi sotto la  galleria Vittorio Emanuele; passata la tempesta, come la gallina di leopardiana memoria, è tornata in su la via, a ripetere il suo verso.