La disfida di Castelbrando del cavalier Zaia

Per far capire al mondo, all’Europa, all’Italia e soprattutto ai suoi compatrioti della Serenissima, specie quelli duretti di comprendonio, che lui non è un bischero qualsiasi, il ministro per le politiche agricole Luca Zaia ha organizzato in quel di Castelbrando, pittoresco maniero arroccato su una delle rotonde e verdi collinette che fanno ala leggiadra alla “strada del Prosecco”, non lontano dalla Conegliano che gli diede i natali, una simpatica kermesse che è passata esageratamente alla cronaca di questi giorni col nome di G8 dell’agricoltura. Castelbrando, che fa da guardia come un maritino geloso dall’occhio di falco, dominandola dall’alto, all’antica e gentile borgata di Cison di Valmarino, è creatura di Massimo Colomban, ex valoroso capitano d’industria, che vi si è ritirato a recitar la parte dell’illuminato signorotto rinascimentale: ha trasformato le vetuste pietre di imponenti caseggiati e mura che si sono affastellati gli uni sulle altre per secoli e millenni in un poliedrico resort medievaleggiante, con un tocco di kitsch per renderlo più malleabile ai gusti del popolo. Oggi è un grande hotel, un museo, un beauty center e un vero e proprio borghetto dove si tengono congressi, spettacoli e eventi vari. Da tale splendida altezza ogni tanto Colomban filosofeggia sui destini dell’economia mondiale. 

Per arrivare fin qui Zaia, un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni, ha cominciato fin da piccolo a mordere i polpacci alla fama. Zaia è un trevigiano doc, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia. 

Sotto la sua presidenza, raggiunta appena trentenne, più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastata la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza. Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati per una settimana una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Per arginare la popolarità di Zaia tra le sane popolazioni della Marca, da sempre refrattarie alle lusinghe bolsceviche, la sinistra, attraverso i comunisti della Tribuna di Treviso, il locale botolo ringhioso del gruppo L’Espresso, non ha trovato di meglio che appioppare alla calamità leghista dai non folti capelli, apparentemente acconciati o meglio spianati all’indietro dalla leccata di uno di quei cavalli che tanto ama, il nomignolo romanesco e quindi doppiamente insultante di Er Pomata. Ma non c’è stato niente da fare: è arrivato come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, dove però alla prima occasione è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Diventato ministro, ha approfittato della prima vacanza a casa sua per inerpicarsi con una vecchia 500 per la stradina che conduce alla scuola enologica che gli ha dato il primo alloro, dove non ha mancato di spargere una lacrimuccia nel mezzo dei festeggiamenti che professori e allievi gli tributavano. Poi si è fiondato in Campania a rassicurare gli allevatori di bufale nei guai. Impavido si è fatto largo tra la folla per entrare nella prima stalla che gli è capitata sotto gli occhi. Respirando a pieni polmoni e visibilmente deliziato dal puzzo ha dichiarato trionfante: “Questo è un odore che conosco da quando ero ragazzo!” Che uomo! 

Fatto sta che con l’approssimarsi del summit che avrebbe dovuto tracciare i destini futuri dei bovari e degli zappaterra di tutto l’orbe terraqueo, e con il ritorno a casa dell’ingombrante giovanotto, sono incominciate pure le baruffe chiozzotte della grande politica veneta. Lo sceriffo di Treviso ha sparato il primo colpo definendo l’iniziativa di Zaia un mucio de schei butài via par gnente. Luca ha risposto con amore figliale al nonnetto con la pistola dandogli addirittura del no-global: epiteto invero assai strano da uno che è stato capace di fare gli occhi dolci a un personaggio della nomenklatura democratica e progressista, cioè italica, come Carlo Petrini, il Suslov del mangiar politicamente corretto, e che ha dimostrato simpatia – senza tuttavia mai sbilanciarsi troppo – per le panzane luddiste anti-ogm. Peraltro gli scalmanati perditempo anti-ogm si sono fatti sentire per davvero con un raid dimostrativo a colpi di spray nella grande tenuta di Ca’ Tron, di proprietà della Fondazione Cassamarca, mille ettari di terreno miracolosamente scampati al miracolo veneto nella parte sudorientale della provincia di Treviso, ad un tiro di schioppo dalla laguna di Venezia, dove si sperimentano coltivazioni ogm. La Fondazione Cassamarca, nata con l’incorporazione della storica banca trevigiana in Unicredit, è il regno di Dino De Poli, l’Onorevole Avvocato che si è ritagliato il ruolo di mecenate liberaleggiante con numerose iniziative di carattere culturale e di recupero del patrimonio edilizio storico nella Treviso brutalizzata dallo sbrigativo buon senso dello sceriffo. La strana coppia di cordiali nemici funziona a meraviglia: l’uno spazza e l’altro lucida una città già di per sé assai seducente, dall’impianto medievale corso da innumerevoli canali che ne fa la graziosa ancella di terraferma della Regina dei Mari. 

Però Zaia è un furbacchione dalla duttile filosofia, o meglio un non snaturato figlio della sua terra. Le cause le sposa sempre con mucho juicio e realismo: appena è spuntato fuori un sondaggio fatto fra i coltivatori di mais del Veneto e Friuli dal quale risultava che più della metà è favorevole a coltivazioni ogm e solo un quinto contrario, e che comunque quasi i tre quarti ritiene che ogni agricoltore avrebbe il diritto di scegliere cosa produrre, ha precisato di essere anche “liberista”. 

Non contento, Zaia ha ottemperato poi perfidamente agli obblighi istituzionali invitando con una e-mail – qualcuno dice con un sms – alla sola e solita sbobba inaugurale il presidente della regione Galan, il liberale megalomane incoronato Doge da Berlusconi qualche lustro fa con gran dispetto di tutta la famiglia democristiana. Il padovano è un gigante sorridente dal carattere luciferino, uno che nel libro-intervista “Il Nordest sono io” si è inimicato tre-quarti della classe politica veneta che lo sostiene, facendole fare la figura di meschina, retrograda e provinciale; la quale classe tuttavia, dopo un breve fuoco d’artificio di minacciate querele, ha reagito con lo spirito proprio della razza veneta, acquietandosi tatticamente: perché qui si incassa, ma nessuno molla. Galan altro non aspettava per andare su tutte le furie, protestando per l’irridente condotta del ministro. “Motivi protocollari” ha chiarito poi Zaia: 

”Nessuna leggenda metropolitana intorno al mancato invito del presidente Giancarlo Galan. Il presidente della Regione Veneto lo abbiamo invitato ma trattandosi di un vertice internazionale, non è previsto un suo saluto di benvenuto. Galan è il benvenuto, come le altre autorità, ma il protocollo di questi è molto severo nel rispetto delle regole: nessun intervento esterno” 

Galan ha replicato con un piccato e velenoso avvertimento:  

“Regole, norme, procedure, protocolli, ma che bella tutta questa osservanza ministerial-romana-bruxellese di un ministro dai natali federalisti. Caro Luca, non ti sapevo così ministerocentrico e soprattutto elegante al punto da organizzare una conferenza stampa per rendere noto un carteggio che solo una patetica stizza ti ha spinto ad usare in modo improprio. In ogni caso, un ministro con ascendenze federaliste avrebbe dovuto trovare il modo di scegliere momenti più regionalistici per porre nel giusto risalto una iniziativa che comunque si sarebbe tenuta in Veneto. Inoltre, non sono tanto sicuro di quanto tu ritieni essere un obbligo procedurale volto a ignorare del tutto i vertici dell’istituzione comunque ospitante. I protocolli che si limitano ad invitarmi a qualche cena non mi interessano. Dunque, caro Luca, un po’ più di coraggio, ma male non ti farebbe anche un po’ più di prudenza” 

Questo in lingua italiana. Per essere più chiaro gli ha mandato un messaggino conciso e inequivocabile anche nella lingua natìa: “Tosàto, date na soràda” (Ragazzo, datti una calmata). 

Se son rose fioriranno. 

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s