Se uno più uno fa tre

Avevo da poco finito di leggere un bel tomo poderoso di più di 500 pagine fitte, la “Vita di Cavour” di Rosario Romeo, storico fra i maggiori del novecento. Tra i suoi meriti, anche quello di essere molto ben scritto in una prosa ottocentesca ricca, articolata ed esatta, capace di condensare in un periodo non solo la strada principale di un pensiero, ma pure le più importanti diramazioni secondarie, sì da stendersi davanti a noi con la panoramica chiarezza della mappa di una città. Trovo infatti che spezzettarne l’unità attraverso una successione serrata di periodi esageratamente brevi in qualche modo ne falsi la variegata essenza. Io, da imitatore, abuso di questo stile e per farmi notare dai barbari di questo secolo uso un sacco di virgole; e di punti e virgola, soprattutto.

Ottima e proficua lettura, senza dubbio. Ma cambiare aria fa bene alla salute e allora ero decisissimo di far seguire ad essa, scegliendo fra i duecento e passa libri acquistati e ammonticchiati sopra la libreria di casa e mai presi in mano, quella di un romanzetto fresco e svelto, un Turgenev, un Balzac, uno Zweig o uno Schnitzler, più congeniali alla mia natura insieme edonistica e contemplativa, anche se all’occorrenza energica (ciò dovrebbe far capire ai più perspicaci che sarei un tipo in gamba, insomma, nonostante il dolce far niente e la conseguente scarsissima fama).

Quello della scelta è un momento assai piacevole e penoso insieme. Mi blocco per almeno due giorni, non sapendo quale cioccolatino prendere. Nonostante i virili propositi, infatti, molte volte la scelta dipende da dettagli assolutamente secondari: i caratteri di stampa, la rilegatura, la copertina. Leggiucchio, palpo, annuso, tengo in mano il libro che mi accompagnerà presumibilmente per qualche giorno o qualche settimana: alla fine è lui che sceglie me. Sollevato, mi arrendo, ché non vado certo ad indagare la natura della misteriosa concentrazione di forze che ha prodotto la sentenza.

Cosicché da qualche giorno sono impegnato, voglio dire, passo un po’ del tempo libero nella lettura, non del romanzetto fresco e svelto, ma di un libro di quella spaventosa disciplina che è l’economia, dal titolo moraleggiante, e quindi per me incentivante, di “Salvare il capitalismo dai capitalisti” (Saving capitalism from the capitalists) di Raghuram G. Rajan e Luigi Zingales. Ho rischiato di arenarmi subito, alla prima pagina, dove nella “Prefazione all’edizione tascabile” si può leggere:

Quando scrivemmo che il libero mercato era un concetto rivoluzionario, più facilmente sostenibile dalla sinistra che dalla destra, non fummo presi seriamente. Oggi quest’idea si sta affermando anche grazie al meraviglioso libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi “Il liberismo è di sinistra”

Ora, questa leggenda del liberismo di sinistra è una cosa francamente infantile. Il ragionamento per mezzo del quale si arriva a questa straordinaria scoperta è questo: siccome il liberismo, o per meglio dire il mercato veramente libero, e più in concreto in questi ultimi anni lo sviluppo di tecniche finanziarie più sofisticate e duttili che hanno consentito un accesso più generalizzato al credito, anche da parte di chi prima per la penuria di mezzi o per mancanza di relazioni adeguate ne era escluso, tutto ciò costituisce una reale democratizzazione della società, ed è in ultima analisi un bene per il popolo, e quindi è di sinistra. Il che equivale a dire che tutto ciò che si presume, ma soprattutto a cose fatte si rivela un bene per la massa, è di sinistra. Mentre tutto ciò che si presume, ma soprattutto a cose fatte si rivela una conferma dei privilegi delle oligarchie, è di destra. Se ne dedurrebbe che il socialismo reale, dove nei fatti il popolo non contava un piffero, e il potere era in mano ad una ben articolata nomenklatura, fosse di destra, o no? I termini convenzionali di “destra” e di “sinistra”, che per comprensibile comodità dialettica – e solo per quello – usiamo ogni giorno, vengono così strappati alla storia e alla geografia, e spediti nelle sfere superiori del metalinguaggio della filosofia dove tutto si compone ad armonia. M’indispettisce che gente di valore si abbassi  a far uso di artifici retorici tanto disinvolti quanto ridicoli.

Certo, può impressionare leggere ora, nel pieno del mezzo collasso che ha colpito l’economia mondiale, i primi capitoli del libro, dedicati alla rivoluzione avvenuta nei mercati finanziari negli ultimi anni, alla nascita dei nuovi strumenti finanziari che hanno ampliato e “democratizzato” l’accesso al credito; per dirla con gli autori:

…i mercati finanziari competitivi sono in realtà uno strumento di straordinaria efficacia per ampliare le opportunità di tutti e combattere la povertà.

Ma io non sono così fesso da non voler capire ciò che i due economisti vogliono dire. Quindi il libro è interessante ed ha il vantaggio di non essere scritto in economichese, di non essere popolato da grafici e equazioni matematiche, cose aborrite dalla gente che non vuol sudare.

Tanto più che nonostante la mia piccola ma crescente fama transatlantica di clerico-fascista-pavloviano (che non disprezzo e di cui ringrazio: c’è sempre un primo passo verso l’immortalità) mi sono subito ritrovato in alcune riflessioni svolte dagli autori nell’introduzione, di cui qui riporto due brevi stralci:

Il formarsi di una democrazia costituzionale è un grande passo verso i liberi mercati finanziari, perché i cittadini ottengono una maggiore certezza sul rispetto delle loro proprietà. Ma non basta. Persino in un paese democratico industrializzato ci sono élite di potenti imprese industriali consolidate e istituti di credito affermati, Questi possono opporsi al libero accesso al credito per il semplice motivo che già di per sé possiedono risorse finanziarie sufficienti, e i mercati finirebbero per finanziare nuovi competitori indesiderati. Le élite dominanti hanno il potere di bloccare le istituzioni necessarie alla finanza perché sono un gruppo organizzato, con un obbiettivo preciso e risorse in abbondanza per raggiungerlo. Hanno una capacità di influenzare a proprio favore legislatori e burocrati di gran lunga superiore alla massa non organizzata dei cittadini. […] Ricapitolando, la nostra tesi fino a questo punto è che ogni fase dello sviluppo di un paese produce una classe di élite dominanti interessate solo a quelle istituzioni che ne consolidano il potere. Se in un paese il potere economico è concentrato nelle mani di persone prive di competenze economiche, come i signori feudali o i proprietari delle piantagioni, allora le istituzioni a favore dei mercati possono sorgere solo dopo una trasformazione politica in grado di democratizzare il paese. Ma la democratizzazione può non bastare. Persino in una democrazia le élite possono averla vinta facendo affidamento sulla tendenza della gente all’apatia nei confronti dell’azione politica. La libertà di stampa, l’attiva partecipazione politica e la competizione fra partiti politici possono aiutare a ridurre questa tendenza, ma ciò che impedisce definitivamente alla nuova classe elitaria di mettere le mani sulle politiche economiche di un paese è la pressione concorrenziale proveniente da oltre confine. Tale pressione costringe ad adottare politiche più efficienti e più favorevoli ai mercati, anche solo per far sopravvivere il proprio establishment. La concorrenza fra i sistemi politici dà ai liberi mercati la possibilità di svilupparsi.

E allora mi chiedo come chi scriveva queste cose potesse poi sperare nel “liberismo” della sinistra del nostro paese, ossia di una nomenklatura oramai ben sedimentata in tutti gli strati della società italiana; di una sinistra ai cui riti partecipava tutto il nostro gotha industrial-finanziario, come quando alle primarie che incoronarono Prodi nel 2006 si presentarono a votare i boss delle tre più grandi banche italiane, invece di fare coerentemente 1+1 = 2 e di preferire quell’orribile outsider psiconano accusato dai giornali dell’oligarchia industrial-finanziaria, in un soprassalto di sincerità e quando con la sinistra era tutta una corresponsione d’amorosi sensi, persino di non aver alcun legame con le élites e di avere dietro di sé un popolo e null’altro ah ah ah….

Eppure la situazione era chiara. Prima delle elezioni del 2008 io scrissi questo:

Bisogna assolutamente votare per il PDL, perché la vittoria di Berlusconi in questa sorta di guerra civile a bassa intensità, artatamente protratta per quindici anni dagli eredi del comunismo, muterà definitivamente gli equilibri del potere reale in Italia. Il popolo di sinistra trova ormai sempre più faticoso ostentare la maschera della purezza democratica da opporre all’avversario di turno. E’ importante che Berlusconi vinca bene: quindi turiamoci il naso, resistiamo allo scoramento, e facciamo il nostro dovere. Sarà la fine di un’epoca: la fine – solo ora – dell’egemonia culturale comunista in tutte le sue varie incarnazioni; la fine dell’ostracismo del parterre di banchieri e industriali comme il faut verso il parvenu di Arcore, con il quale dovranno venire a patti. Non è bello né romantico, ma di qui passa anche la via per dar voce a quell’Italia non assistita che affronta da sola le sfide della globalizzazione, e per dar voce pure agli happy few del liberalismo senza se e senza ma che troppo spesso cedono alla tentazione di rinchiudersi in un’autogratificante quanto impotente torre eburnea.

E subito l’esito delle votazioni questo:

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese?

Ecco perché giudico la vittoria di Berlusconi la premessa politica necessaria ad ogni cambiamento in Italia. La premessa, s’intende, perché il resto deve ancora tutto venire.

L’Italia è mobile, qual piuma al vento

Uno degli aspetti più scoraggianti della petulanza meschina dimostrata da certa sinistra a riguardo del caso “Noemi” è l’ignoranza che essa dimostra della nostra storia, e intendo proprio di quella parte che si presume nobile di essa, della quale ora, smessi i panni stretti della discendenza comunista, si proclama erede, in forza della golden share che la società sedicente civile si riserva sui destini della nostra patria. E allora è giunta l’ora di dire una parola chiara sulle origini oscure dello stato italiano, una storia che gira attorno a Camillo Benso Conte di Cavour, la cui figura di autentico e irreprensibile statista tanto rimpiangiamo in tempi di deboscia quali quelli odierni.

Camillo, rampollo aristocratico fino al midollo, e quindi con le antenne prontissime a captare quei pochi spifferi di novità che entravano da oltralpe nel sonnacchioso stato piemontese, per di più con parentele ginevrine all’epoca nella quale la città sul Lago Lemano era un covo di democratici e liberali che la sapevano lunghissima, abbandonò fin da giovanetto la religione cristiana per abbracciare quella liberale. D’intelligenza pronta, di indole vulcanica e sopraffattrice, da ragazzo era una testa calda che rischiò di finir male. Insofferente all’autorità, sarcastico, il giovane fu lungamente sospettato di giacobinismo negli ambienti di corte e probabilmente fu solo l’influenza del padre Michele Benso, marchese di Cavour, uomo abile e con la testa sulle spalle, e provvidenzialmente “vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia della città di Torino” negli anni ruggenti dell’inquieta giovinezza del nostro, a far sì che la traiettoria mondana di Camillo non si arenasse subito. Tuttavia questa falsa partenza in qualche modo condizionò i suoi rapporti con la Corte fino alla morte. Vittorio Emanuele II, maschio oltremodo galante, noto per correre la cavallina con ruspante entusiasmo, il cui tocco barbarico fece venire il mal di testa ai rappresentanti della nostra diplomazia quando si trattò di organizzare visite di stato a Parigi e Londra, ma che per nostra fortuna nel cerchio dei potenti d’Europa fu trattato con la longanime condiscendenza con la quale si accoglie in casa il pittoresco quadrupede non ancora perfettamente addomesticato; il “Re Galantuomo”, insomma, non poteva proprio vedere quell’ometto tarchiato dall’enorme capoccione, assurto a capo del sempre sospetto partito liberale, cui l’amabilità nei rapporti privati era sconosciuta, e al quale il Re preferiva persino il capo del “centro-sinistro”, Urbano Rattazzi; e quasi con dolore si rassegnò a dargli le redini del governo. Tuttavia i due padri della nazione, nonché veri figli della razza italica, collaborarono con piena unità d’intenti, da veri bricconi, quando si trattò di usare il tenero corpo della femmina per sfondare le difese avversarie: fu anche grazie a questo che il grande giocatore e sublime sbruffone Cavour riuscì a portare nelle serie A europea uno stato da barzelletta; fu un pezzetto decisivo del suo disegno strategico, ostinatamente perseguito, di provocare l’Austria e di far intervenire con una qualche parvenza di giustificazione la Francia sul suolo patrio. Buon per lui che l’Impero degli Asburgo, invece di grattarsi saggiamente la pancia, abboccò all’amo gettato dal filibustiere dello stato sabaudo: a quel tempo, infatti, era già guidato da Francesco Giuseppe, che sveglio nella sua vita non fu mai, figuriamoci da giovanotto.

Due i crimini contro il bel sesso commessi dalla strana coppia, legati ambedue alla politica di avvicinamento e poi di alleanza con la Francia di Napoleone III. Il primo misfatto, una storia da magnaccia, fu perpetrato nel 1855, al tempo della guerra di Crimea, quando con una mossa disperata da vu cumprà offrirono alle papille gustative di Napoleone III un bocconcino delizioso, la disinvolta contessa Virginia di Castiglione, donna di gran classe e di facili costumi, la “statua di carne”, secondo la definizione datane dalla principessa di Metternich. La bomba sexy di Torino non produsse alcun effetto sul momento, ma non è detto che da allora in poi l’imperatore gallico non associasse alle faccende italiane l’odor della femmina che s’era pappato molto divertito dal dilettantismo dei poveracci della penisola; dilettantismo apparente, ché le mene del Conte fruttificarono di lì a qualche anno con l’alleanza del 1859. E allora avvenne il secondo fattaccio: Maria Clotilde di Savoia, la figlia del Re, fu offerta in sacrificio alla gloria patria, mandandola in sposa all’età di sedici anni al principe Napoleone, Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, noto puttaniere allora trentasettenne. Una santa donna, dalla schiena diritta, che fece fare un figurone alla nostra disgraziata schiatta quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, fu l’ultima ad abbandonare, con la regale eleganza di chi non fugge, la nave che affondava. I due recitarono in modo disgustoso: Cavour facendo pressioni implacabili dirette e indirette sulla povera fanciulla (per la causa dell’unità italiana, “la più bella impresa dei tempi moderni”, era disposto a correre “ben altri pericoli che l’odio di una ragazza e le ire dei cortigiani”); il Re adducendo a sua giustificazione la tirannia del primo ministro.

Proprio in quell’epoca si fecero sempre più forti le voci che Vittorio Emanuele II, divenuto vedovo qualche anno addietro, avesse deciso di mettere almeno parzialmente la testa a posto sposando La Rosina, la più famosa delle sue amanti. Che il Re si sputtanasse con una figlia del popolo parve al campione dei liberali una cosa enorme, un insulto infame alla sua politica che non poteva ammettere pubbliche macchie al fragile prestigio dello stato piemontese, proprio nel momento in cui da somarello campagnolo stava per prendere faticosamente il diploma di maturità nel continente. Fece circolare voci maligne che mettevano in dubbio la reputazione della Bela Rosin quale amante fedele del boss, facendo viscidamente intendere che in realtà oltre al Re la favorita non disdegnasse di farsi altri bellimbusti. Ma non bastò. Ad un certo punto Camillo perse completamente la testa. Si presentò al Re investendolo con aspre parole; gli fece una lavata di capo memorabile; alla fine l’ebbe vinta e il Re soprassedette per il momento al suo proposito (lo attuò più in là, quando l’Italia era fatta e Cavour aveva tirato le cuoia). Ma Vittorio Emanuele II fece la figura del moccioso preso per un orecchio e rimesso in riga. Da quel momento l’antipatia e i sospetti sempre latenti verso la figura del Conte si trasformarono in un odio implacabile che neanche la prematura morte del Conte estinse.

Tanto più che pure Camillo negli ultimi cinque anni della sua vita era uso ricaricare le batterie tra le morbide e accoglienti braccia di un’avvenente femmina. Furono anni di massacrante tensione, specie gli ultimi due, quando con la logica del domino tutti gli stati e staterelli della penisola italiana (tranne il Veneto) caddero nella rete piemontese, e il Conte riuscì a padroneggiare le forze e gli eventi in modo che tutti contribuissero anche loro malgrado al suo disegno di un’Italia unita, liberale e monarchica, volto a sventare da una parte il progetto di una confederazione degli stati italiani patrocinata da Napoleone III, sotto il quale si celava il pericolo di una sovranità limitata, e dall’altra quello mazziniano, non più velleitario se Garibaldi l’avesse sposato, della rivoluzione repubblicana, che per il Conte, senza dubbio a ragione, nel caso di successo avrebbe consegnato l’Italia a nuove forme di dispotismo, nel caso d’insuccesso all’anarchia o alla vittoria delle forze “reazionarie”.

Fu una donna di una ventina d’anni più giovane di lui, che andava per il mezzo secolo, la consolazione e la fonte alla quale si ritemprò delle fatiche e delle tensioni: la velina, pardon, ballerina Bianca Ronzani. Costei, non si sa se tedesca, polacca, o ungherese (nome da ragazza Soverzy o Sevierzy) era la bella mogliettina del mimo e coreografo triestino Domenico Ronzani, impresario del Teatro Regio all’inizio del 1856. Dopo qualche mese di attività, costui, accusato di mala gestione, dovette lasciare la città: da solo. Vi ritornò non molti mesi dopo: Cavour in modo discreto aveva rimesso a posto i suoi affari; la moglie si separò da lui e divenne la mantenuta di Camillo, che ogni sera l’andava a trovare nella casa mèssale a disposizione. E’ quindi di tutta evidenza quanto le sorti della nazione italiana siano state imprescindibilmente legate alle cure che la giovane donna seppe con arte tutta femminile profondere sul Conte. Ed è di tutta evidenza che se l’Italia è mobile, qual piuma al vento, e muta spesso d’accento e di pensiero, e tuttavia resta in piedi, è perché la sua nobile architettura poggia su colonne solide, ma femminili: le quattro Cariatidi Virginia di Cartiglione, Clotilde di Savoia, La Bela Rosin e Bianca Ronzani.

Ecco perché allora è del tutto fuori luogo il malcelato disprezzo, e quella falsa disinvoltura, che specie dalla sinistra si mostra verso tutte le giovani groupies, o presunte tali, della politica italiana. Uno dei casi più rivelatori della misoginia della parte sedicente democratica della nostra società è legato alle disgustose insinuazioni fatte a suo tempo in merito ai rapporti tra Silvio Berlusconi e l’allora neo-ministro Mara Carfagna. A Massimo Donadi non parve vero di esternare tutto il suo disprezzo da probo cittadino contro la malafemmina per eccellenza Monica Lewinsky: si sa, i tarantolati della giustizia e della legalità, massime in quel posto dell’Italia dei Valori, su certe cose ce l’hanno non solo duro, ma di pietra. “E se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro del suo governo?”, si chiese retoricamente il capogruppo dell’Idv alla Camera. Naturalmente molti deprecarono la confusione montata ad arte tra fatti privati e vita pubblica, e tra morale e legge. Altri si indignarono dei maliziosi paragoni con la vicenda della cicciotella ex stagista americana. Io solo, che ho il cuore tenero per le donne, vidi laggiù la povera Monica abbandonata da tutti. E allora tirai fuori lo spadone del cavaliere errante, e scrissi alcune parole in sua difesa, che riporto qui sotto. Di questo sono molto orgoglioso.

Bella, non si può dire che sia bella. La cosa più attraente è un volto regolare, dai lineamenti dolci, incorniciato da una cascata voluminosa di lisci capelli neri, e impreziosito da due grandi occhi e soprattutto da una grande bocca rossa, carnosa, che quando sorride trionfa pericolosamente su tutto il resto. Bill – da uomo posso capire – vide solo quello. E nel peccato imboccò quella strada. Fu incoraggiato nella sua perdizione da quel guizzante, liquido last name – Lewinsky – che già presagiva arti sopraffine. In lei l’eros si fuse con l’ambizione e il patriottismo scusò l’ambizione, battendo all’unisono nel petto generoso. Assolse il suo compito con ardente abnegazione fino ad una fulminante vittoria, che i rilievi scientifici hanno certificato. Nel momento supremo Bill fu sorretto da un lampo di lucidità istituzionale riuscendo a grugnire un “God bless America!” che riscattò il disordine dionisiaco dell’alcova presidenziale. Monica Lewinsky non diventò ministro dell’amministrazione Clinton, ma fu un’eroina silenziosa della storia, cosa che all’immaginazione piccina del caporalmaggiore dell’Italia dei Valori sfugge. Dell’eloquenza di Monica Lewinsky si serberà traccia nei secoli a venire. Di quella di Donadi non credo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Decine di libri

“Ho fatto tanto nella mia lunga carriera per combattere i pregiudizi che per definizione associano una donna bella alla stupidità. E la mia convinzione è che molti ci vogliono così per sentirsi meglio loro, superiori. A volte, io che ho letto decine di libri ho finto di essere oca, di non avere sale in zucca. Ho notato che gli uomini mi apprezzavano di più.” (Linda Evangelista) (La Stampa.it)

Carissima Linda, il mondo è popolato da cavernicoli che non hanno mai capito l’ineffabile e segreta armonia del rapporto uomo-donna. Dio, nella sua insondabile profondità, ha concesso di comandare all’essere inferiore, l’uomo, a patto che l’orso si prostri davanti alla propria regina. Dio infatti ha investito la donna del compito di civilizzare l’uomo; e chi è saggiamente penetrato nei disegni dell’Onnipotente, non può non riconoscere che per noi maschi non c’è niente di più bello che arrendersi con voluttà alle arti della donna, così come ogni donna gioisce segretamente nel rifare da capo a piedi il proprio cagnone arruffato. Oh capisco benissimo che avendo letto la bellezza di qualche decina di libri nel corso dei meravigliosi quarantaquattro anni della sua vita, ella abbia tutto il diritto di non farsi prendere per un’ochetta di bell’aspetto. Ma l’imploro di non fare l’errore contrario, di cadere in disastrose pose intellettuali, sgraziati artifici indegni delle dee come lei: le dee, carissima Linda, non hanno bisogno di muover la lingua per essere eloquenti. Quindi mi fulmini con lo sguardo per la mia improntitudine: sostenerlo vittoriosamente sarà per me una deliziosa e virile soddisfazione; sarà per lei un piccolo prezzo da pagare a chi si professa fin d’ora e per sempre suo devoto adoratore.

Vincere? Meglio morire

C’è qualcuno che conosce Marco Bellocchio? Questo grigio padreterno del nostro cinema è in concorso a Cannes con “Vincere”, la tragica storia di Ida Dalser, amante e presunta moglie del giovane socialista dal sangue caliente Benito Mussolini, e del figlio da lui avuto; disconosciuti poi, lui e lei, dal boss fascista Benito e quindi finiti in manicomio, dove ebbero il buon gusto di passare silenziosamente a miglior vita. Se qualcuno lo conosce, Bellocchio dico, può gentilmente spifferargli all’orecchio, da parte mia, da parte della maggioranza silenziosa, e da parte pure di qualche cinefilo non ancora rincoglionito, che di film sul Duce ne abbiamo le tasche piene? L’avrete notato, penso: è proprio da questi campioni ostentatamente macerati e magnificati della sinistra impegnata che si continuano con estenuante petulanza a rimestare, col gusto morboso di chi si gratta la rogna, i bassifondi della nostra storia. Sì, sono proprio loro, la primizia della nostra intellighenzia, coloro che navigano perennemente a distanza di sicurezza dal volgo peninsulare, a mostrare una patologica attrazione per i bubboni nascosti fra le pieghe del nostro passato. Eppure si potrebbe pensare che costoro, dimoranti usualmente tra le vaghe collinette dell’Italia centrale, stiano lì nell’Olimpo verdeggiante a ritemprarsi per porre poi mano a qualche capolavoro della settima arte, o almeno a qualche ricco fallimento, o a qualcosa che almeno abbia il colore e il soffio della vita.

E invece no: a settant’anni suonati, quando un po’ di coraggio, o di vera ambizione – artistica, voglio dire – dovrebbe pur venir fuori, visto che ormai non si rischia più nulla, Marco Bellocchio torna ancora a menare il torrone con queste storie tristanzuole e meschine di per sé, che fanno sempre mostra di alludere ad un certo non so che, qualcosa come una chiave di volta per sciogliere finalmente l’enigma nascosto dietro la nostra storietta italica; insomma il sentiero mille volte battuto dai cineasti dell’album di famiglia che s’appigliano a suggestioni mezze letterarie e mezze politiche per compensare il fiato corto del loro talento e della loro immaginazione.

Uno mi dovrebbe spiegare cos’è che spinge un artista, o uno che si crede tale, a trascurare l’umanità vera per infognarsi nella dolente autocommiserazione e nobilitazione dei poveri citrulli protagonisti del caso Moro, come fece il nostro con Buongiorno, notte, nelle caricature perfette come maschere mortuarie del Divo di Sorrentino, nel naturalismo esibizionistico e ridicolo di Gomorra di Garrone, nel vittimismo querulo, da mezze cartucce, del Caimano di Moretti, dove tutto rimane implacabilmente in superficie, dove tutto è veramente recitato, dove non s’incontra mai veramente un uomo o una donna, dove tutto è frigido, dove l’attore non riesce mai a trascendere il personaggio dandogli vita.

Se l’industria cinematografica annoia ormai mortalmente coi suoi accorti copia-incolla patinati e demenziali dal passato più o meno recente, con la sua pianificata e sofisticata mediocrità, fino a puzzare leggermente di cadavere, non è poi che quel che resta del cinema d’autore, o che pretende d’essere tale, se la passi tanto meglio, specie qui Italia. Si è ridotto ad una grande recita di famiglia, fatta di produttori, uomini politici perbene, registi, attori, film, claques, dibattiti e festival; fatta di tematiche stantie su un Italia piccola nel tempo e nello spazio, che ci si ostina a rievocare perché in realtà la si vuole perpetuare, perché in realtà di essa si è stati figli privilegiati, una sorta di prima repubblica, indicata al pubblico disprezzo quand’era viva e vegeta, ma che ora che sta per andarsene comincia a piacere da morire: il fascismo, ossia l’antifascismo, gli anni di piombo, la camorra e la mafia – pardon, le mafie – e il Duce e Moro e Andreotti, in una parola quel bolo ruminato invano da decenni e mai veramente digerito, che è precipuamente cosa loro. Ma se non riescono a districarsi dalla tela di ragno dei loro fantasmi, perché vanno poi a rompere l’anima a tutta quella gente sana che di tutta questa sbobba non ne può più, e che dovrebbe pure scappellarsi di fronte a operette di esasperante provincialismo, senza nerbo e senza poesia, senza una scintilla di vita, alle quali uno stanco establishment non manca provvidenzialmente di apporre il suo imprimatur e di promuovere: la versione intello dell’esotica e rassicurante cartapesta, a volte grossolana, a volte finissima, che ci richiedono dall’estero, come un prodotto di nicchia, un gingillo pittoresco, non serio, e che noi soddisfiamo, con l’istinto ruffiano degli schiavi del terzo mondo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Che tristezza Eugenio!

Certe volte gli uomini hanno fantasie sorprendenti. Quel cochon di Mitterand (la cochonnerie era in verità il suo più grande talento) disse in un momento di felicità creativa che Margaret Thatcher aveva “le labbra di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola”. Non aveva neanche tutti i torti: ma solo uno specialista poteva avere il sangue freddo di isolare l’unica cosa attraente della Dama di Ferro. Non so se a questo punto la fantasia finì lì, o ebbe l’ardire di andare ben oltre i limiti dell’entente cordiale franco-britannica. E’ un segreto di stato, religiosamente custodito, un affare di primissima importanza, foriero di possibili conseguenze telluriche nei rapporti internazionali. Chissà cosa avrebbe detto Eugenio Scalfari se a pronunciare il bon mot di Tonton fosse stato il nostro bullo Berlusconi! Lo dico perché nella sua predicuzza domenicale non ha potuto fare a meno di rifilarci la cupezza esibita e frivola del laico tutto d’un pezzo quando parla di etica, fino ad invocare lo spirito di Pietro Scoppola. Per la chiesa di Eugenio, infatti, l’unico cattolico buono è quello triste come la morte:

Resta da parlare dei cattolici, della Chiesa e delle reazioni che questa vicenda ha suscitato. Se fosse ancora tra noi Pietro Scoppola intervenire su questo tema gli spetterebbe di diritto: si tratta di etica, un valore che coinvolge in modi diversi ma egualmente intensi sia il pensiero laico sia il mondo cattolico, con in più per quest’ultimo che l’etica è strettamente intrecciata al sentimento religioso e quindi impedisce il cinismo dell’indifferenza o almeno così dovrebbe.

Io li vedo strani, questi moralisti della religione laica. E spaventosamente frigidi anche quando si danno arie da volterriani. Moralità e felicità viaggiano su due piani distinti per costoro, come l’anima e il corpo, disperatamente. Avete presente i tipi lugubri alla Corrado Augias? Tengono salotto con l’aria da gelidi censori in quella sorta di Sinedri televisivi che sono i loro programmi, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando loro e i loro inappuntabili ospiti, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ma mandiamoli pure a quel paese, questi spaventapasseri tristi come la fame; e col conforto del nostro saggio amico, tanto per accompagnare il gesto con un tocco di kultura:

Io sono affatto esente da questo stato d’animo [la tristezza], e non l’amo e non ne faccio conto, sebbene ci sia messi ad onorarlo di particolare favore, come cosa assai pregevole. Se ne vestono la saggezza, la virtù, la coscienza: ornamento sciocco e mostruoso. Gli Italiani hanno più propriamente battezzato col suo nome la cattiveria, E’ infatti una qualità sempre dannosa, sempre folle, e, come qualità vile e bassa, gli Stoici la vogliono lontana dai saggi. (Michel de Montaigne, Saggi, Libro I, Capitolo II, Della Tristezza)

Partito Socialdemocratico? Daaaa!

E’ ormai evidente a tutti che la sinistra italiana è incapace di badare a se stessa. Ecco perché, per il bene del paese, una persona con la testa sulle spalle, il sottoscritto, ratzingeriano & berlusconiano, sente il dovere morale di indicare la via a questi somari: ora o mai più!

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il fantasma del Partito Socialdemocratico. Voi non lo vedete, non lo sentite forse, ma cresce inesorabilmente a dispetto del fatto che non lo vogliate né vedere né nominare, come una gravidanza nascosta di cui ci si vergogna, eppure terribilmente vera e carnale. Ma le doglie non sono tante lontane, e molte cose congiurano adesso per rompere finalmente i tabù e dare il ferale annuncio: il naufragio della sinistra “democratica” alle prossime elezioni europee, la crisi economica mondiale, la messa all’indice del liberismo, che qualche bello spirito voleva perfino di sinistra, e il ritorno in auge delle oppiacee teorie del santone Keynes, l’unico moltiplicatore di pani e di pesci, dopo Dio in persona, che la storia abbia mai conosciuto.

O sinistra, sinistra che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte si sarebbe potuto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Eravate comunisti, non ne avevate imbroccata una che fosse una nella vita, ma mai avete voluto pentirvi! Invece di percorrere la strada onesta che tutti i vostri confratelli europei hanno seguito da tempo immemore, vi siete fatti sedurre dal Diavolo, con la pervicacia propria dei negatori della verità, pur di risparmiarvi per orgoglio e viltà il piccolo e salutare dolore di un esame di coscienza. Dispensatori di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunisti e giacobini, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretti ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, avete fatto della sinistra una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali & i migliori magistrati & i migliori banchieri & i migliori artisti. E così, poveri deficienti (non vi adombrate, lo dico per il vostro bene, l’amore corregge anche con la sferza, se necessario), e così, branco di lazzaroni, vi siete imbarcati per l’avventura del Partito Democratico, un bel tuffo carpiato avanti indré con triplo avvitamento in venti centimetri d’acqua, alias il solito salto della quaglia degli ultrafurbacchioni: salto mortale, senza fallo.

Passate il tempo a trovar difetti all’umanità, perversione morale da nullafacenti della quale vi fate belli, e intanto non siete minimamente capaci di uno slancio vero: il vostro è sempre carico di veleno. Paroloni sui massimi sistemi e una mentalità così piccola sulla quale perfino i piccolissimi borghesi che crocifiggevate qualche decennio fa avrebbero fatto tanto d’occhi. Come ai tempi dell’Armata Brancaleone di Prodi pure ora con il Partito Democratico, da vecchi bacucchi siete sempre fissati con l’idea della torta da suddividere o da okkupare. Invece di imparare dallo stratega Berlusconi, continuate ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico cinquantun per cento. Avete fatto un corte serrata, oscena, al voto cosiddetto cattolico, avete brigato servilmente per ottenere, riuscendovi, ottime relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali e coi vertici delle grandi banche – qualche tempo fa, s’intende, ché ora siete appestati – avete alimentato il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; periodici e patetici abboccamenti con le sanguisughe centriste nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia; siete stati costretti, in questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti teodem, ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che farvi mandare all’inferno dai vostri elettori; qualcuno della riserva dei pellirosse padani – sempre in ossequio alla stessa forma mentis – ha pure tirato fuori dal cilindro l’idea balzana del partito del Nord, del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra; perfino nella ricorrenza del vostro 25 aprile, in un raptus d’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da lascivi sogni notturni, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è stato concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso.

Neanche il velenoso lievito antiberlusconiano poteva far crescere quest’impasto micidiale; tutte mossette da straccioni, che servono per mangiarsi il paese dal di dentro, come avete fatto per mezzo secolo, non per vincere elezioni democratiche; calcoli da politicanti, non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra, e allo stesso tempo una bella OPA da lanciare sul popolo rosso. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai voi testoni marxisti, i conti non tornano però: l’intendance n’a pas suivi.

Ma voi continuate a dormire. Il Beppino Englaro, che la vostra chiesa laico-repubblicana aveva già in vita elevato alla santità, lo avete fatto scomparire dall’orizzonte non appena ha avuto il coraggio, quello sì vero, di dire le sue quatre vérités sulla storia recente della sinistra italiana, tutta roba assai indigesta per i pollastri tirati su con la sbobba dei padreterni della repubblica, i vecchi imbroglioni della “questione morale”:

“Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il PSI, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?”

Se aveste trovato finalmente il coraggio di dare un calcio nel sedere a tutta quella ciurma fanatica di tristi figuri, i grillini, i travaglini, i dipietrini, i zagrebelskini; se aveste potuto obliare le ossessioni antiberlusconiane; se aveste potuto finalmente riconciliarvi con il genere umano; se vi foste liberati del giogo insopportabile di dovervi sentire per forza i migliori; restando rossi, compagni tra i compagni, compresi quelli che per amor proprio non vi hanno seguito nella vostra avventura nichilista; quanti sottili piaceri vi sareste potuto prendere! Che sollievo rigeneratore tirar fuori e far svolazzare di nuovo finalmente la bandiera rossa, senza sentire di avere vissuto invano! Non illudetevi: prima questa scelta era una possibilità, adesso è una necessità!

Guardate invece come vi siete fatti sfilare dalla scarsella da Robin Hood Tremonti la bassa macelleria pseudofilosofica sulla finanza etica, sul primato della politica, sul turbocapitalismo truffaldino, sui biscazzieri di Wall Street, sull’economia sociale di mercato, robaccia di cui voi avreste potuto fare commercio esclusivo e proficuo. Guardate i boss rétro delle banche popolari e delle casse rurali, gente dalle oneste mascelle d’acciaio, riottosa ai grandi balzi in avanti, non poco sbeffeggiata dai media negli ultimi anni, che ora senza alcun merito, ma comprensibilmente, nelle loro sagre da strapaese fanno il gesto dell’ombrello a tutto l’olimpo finanziario worldwide! Loro, lo fanno!

Tu, piccolo caporale dell’Armata Rossa! Tu, piccolo sconosciuto Napoleone progressista! Questa è la tua ora! L’ora dell’audacia! Molla la folla degli odiatori, stringi la mano intrepido da cordiale nemico al nostro condottiero Silvio, riabilita eroicamente il cinghialone garibaldino Craxi, riscopri l’orgoglio rosso e riunisci il popolo rosso! Rivoluzione? Niet! Nichilismo? Niet! Perestrojka? Daaaaa!

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Altri obiettivi

“Ho avuto amici e fidanzati che stavano con me solo per opportunismo: mi usavano per raggiungere i loro obiettivi.” (Manuela Arcuri)  (La Stampa.it)

Carissima Manuela, io non so, non riesco neanche ad immaginarmeli, chi fossero questi mostri degeneri, questi delinquenti contro natura, questi disprezzatori di Dio e della creazione, sin d’ora destinati nei gironi infernali a subire la legge del contrappasso, sulla quale sorvolo per decenza, ma sulla quale ella può con perfetto diritto giocare con quella perfida fantasia femminile che l’Onnipotente si compiace di scrutare spesso con occhio partecipe, complice; io non riesco dunque a immaginarmeli, questi mascalzoni che stavano con lei solo per opportunismo, che la usavano per raggiungere altri – i loro – obiettivi. Ma come sempre è proprio nei momenti di più nera disperazione che la luce della speranza si diffonde miracolosamente intorno a noi e ciò cui anelavamo fino alla consumazione di noi stessi si presenta improvvisamente e silenziosamente alla nostra porta: sappia, vaghissima fanciulla, che in me troverà un amico che le starà vicino, a fianco, sopra, sotto, dietro, davanti, con una dedizione assoluta monda d’ogni ombra d’opportunismo; e con nessunissimo altro obiettivo da raggiungere.

Via fanciulle dalla pazza politica!

Ma perché, graziosissime donne, veline, meteorine, vallettine e schedine tutte, voi che siete la cosa più bella del mondo, ornamento e consolazione del genere umano, volete sprecare tutto il vostro ben di Dio nei bassifondi della politica? Perché scegliete la via larga della perdizione, perché tarpate le vostre ali, perché volete buttare via i vostri talenti, nel deprecabile caso di un’elezione, dentro la bettola grigia di un parlamento? Là dove, tristemente, al solo scopo di umiliarvi, vi costringeranno come farfalle trapassate da uno spillo a pigiar bottoni e a mandare a fondo, col recitar seriose orazioni in odor d’imparaticcio, la formidabile forza espressiva che una natura benigna, onnisciente e finanche provvidente, se assecondata, vi ha donato?

Cos’è questa idea perniciosa che vi ha guastato l’intelletto dentro il sacro recesso delle vostre adorabili testoline? Non crediate, vi scongiuro, fanciulle mie dilettissime, di salire verso l’etere purificato delle sfere superiori; scenderete nei gironi infernali della burocrazia, che vi deturperà giorno dopo giorno con tirannica costanza l’animo e la mente, e voi fatte non foste a viver come brute in un’arena sudaticcia popolata da sensali di mezza tacca, da lacché e portaordini.

Lo dico col cuore. Già ora mi tocca assistere con dolore e sgomento a questa macabra attrazione fatale che vi porta ad insozzare la vostra aggraziata persona mettendovi al fianco, purtroppo non solo per il décor, di domatori da circo in orride corride politico-televisive-giornalistiche, dove vi rendete, povere sventurate, inconsapevolmente complici di squallide rappresentazioni che un giorno vi perseguiteranno come un incubo, sgangherate pagliacciate come quella del vignettista martire, ad esempio: l’ennesimo, noioso, bolso, inevitabile, figlio adottivo della nomenklatura che mette in moto l’ingegno suo rozzo per spararle sempre più grosse e grevi; e provoca, e provoca, e provoca fino a quando qualche fesso alza il sopracciglio; e il geniale artista della vignetta, con mille medagliette sul petto offerte generosamente, per anni e anni, dalla confraternita dei suoi amici di fazione, poveri proletari che da quando avevano i calzoni corti frequentano studi televisivi e redazioni di giornali e feste del cinema, finalmente giubilante può far conoscere al vasto mondo che ha raggiunto lo scopo della sua vita, che ora è un dissidente del regime, che gli hanno addirittura dato sette giorni di consegna semplice, ma che per fortuna è tornato, ché il popolo, cioè la società civile, mica i tanti buzzurri della società incivile, s’è sollevato e l’altro ieri è riapparso, vivo, tra i suoi amici carbonari, quelli che a forza di anni e anni di serate hanno usucapito, ossia okkupato, in nome della democrazia, un pezzo di televisione pubblica, e chi glielo toglie adesso?, poveretti! Son cose così, che fanno venir il mal di testa, tragedie da vaudeville, deliziosi crimini che il volgo non può apprezzare.

Ma tornando a noi, perché, cara la mia compatriota veneta Chiara Sgarbossa, incorrotto cognome nostrano dall’incantevole profumo campestre, si duole se la misericordia stessa ha voluto che la trombassero ai Trials del Popolo della Libertà ancora prima di staccarsi dai blocchi di partenza? Sappia che anche i malfattori sono spesso inavvertiti agenti della Provvidenza, e in questo caso quegl’imbroglioni che l’hanno presa per i fondelli suoi sublimi, le hanno risparmiato in realtà un grande peccato contro natura. Lo so che lei è laureata in giurisprudenza, ma che vuol dire? Un fiore è sempre un fiore, e va protetto, con amore. Giudichi un po’ lei a quale destino meschino sarebbe andata incontro. Si sarebbe sentita in dovere di mortificare la sua femminilità con caschetti marziali di capelli e con pantaloni d’ordinanza, i cui disastrosi effetti possiamo già constatare tra il parco femmine, che tanto prometteva, del nostro governo; e tuttavia sarebbe stata sempre circondata da ometti di mezz’età quando non vecchiotti intenti a sbavarle addosso. Io non li condanno più di tanto: li capisco, e li compatisco; tutta gente che non conta una pippa, con scarse motivazioni, prigioniera d’un tran-tran da lavativi d’alto bordo, ma sempre un tran-tran, e tuttavia lussuosamente foraggiata dalle tasche dei contribuenti, e con negli occhi il tesoruccio di robustissime pensioni in arrivo; gente a cui manca solo una botta di vita per trovare finalmente un senso alla loro. Ella signorina avrebbe folgorato questa fauna umana di mezze figure lusingandola con la sola carezza di un sorriso di circostanza, nel quale con tutto il loro cuore gli sciagurati avrebbero letto il pegno di sultanesche delizie.

E in nome di che poi? Di un’arte minore, mezza da schiavi, anche ai quartieri alti, come quella politica, che non può interessare veramente persone di vaglia, sensibili al bello, pronte a cogliere ciò che è veramente prezioso della vita, in un’ineffabile e perfetta intimità di spirito, via dalla pazza folla, come io e lei?

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