Via fanciulle dalla pazza politica!

Ma perché, graziosissime donne, veline, meteorine, vallettine e schedine tutte, voi che siete la cosa più bella del mondo, ornamento e consolazione del genere umano, volete sprecare tutto il vostro ben di Dio nei bassifondi della politica? Perché scegliete la via larga della perdizione, perché tarpate le vostre ali, perché volete buttare via i vostri talenti, nel deprecabile caso di un’elezione, dentro la bettola grigia di un parlamento? Là dove, tristemente, al solo scopo di umiliarvi, vi costringeranno come farfalle trapassate da uno spillo a pigiar bottoni e a mandare a fondo, col recitar seriose orazioni in odor d’imparaticcio, la formidabile forza espressiva che una natura benigna, onnisciente e finanche provvidente, se assecondata, vi ha donato?

Cos’è questa idea perniciosa che vi ha guastato l’intelletto dentro il sacro recesso delle vostre adorabili testoline? Non crediate, vi scongiuro, fanciulle mie dilettissime, di salire verso l’etere purificato delle sfere superiori; scenderete nei gironi infernali della burocrazia, che vi deturperà giorno dopo giorno con tirannica costanza l’animo e la mente, e voi fatte non foste a viver come brute in un’arena sudaticcia popolata da sensali di mezza tacca, da lacché e portaordini.

Lo dico col cuore. Già ora mi tocca assistere con dolore e sgomento a questa macabra attrazione fatale che vi porta ad insozzare la vostra aggraziata persona mettendovi al fianco, purtroppo non solo per il décor, di domatori da circo in orride corride politico-televisive-giornalistiche, dove vi rendete, povere sventurate, inconsapevolmente complici di squallide rappresentazioni che un giorno vi perseguiteranno come un incubo, sgangherate pagliacciate come quella del vignettista martire, ad esempio: l’ennesimo, noioso, bolso, inevitabile, figlio adottivo della nomenklatura che mette in moto l’ingegno suo rozzo per spararle sempre più grosse e grevi; e provoca, e provoca, e provoca fino a quando qualche fesso alza il sopracciglio; e il geniale artista della vignetta, con mille medagliette sul petto offerte generosamente, per anni e anni, dalla confraternita dei suoi amici di fazione, poveri proletari che da quando avevano i calzoni corti frequentano studi televisivi e redazioni di giornali e feste del cinema, finalmente giubilante può far conoscere al vasto mondo che ha raggiunto lo scopo della sua vita, che ora è un dissidente del regime, che gli hanno addirittura dato sette giorni di consegna semplice, ma che per fortuna è tornato, ché il popolo, cioè la società civile, mica i tanti buzzurri della società incivile, s’è sollevato e l’altro ieri è riapparso, vivo, tra i suoi amici carbonari, quelli che a forza di anni e anni di serate hanno usucapito, ossia okkupato, in nome della democrazia, un pezzo di televisione pubblica, e chi glielo toglie adesso?, poveretti! Son cose così, che fanno venir il mal di testa, tragedie da vaudeville, deliziosi crimini che il volgo non può apprezzare.

Ma tornando a noi, perché, cara la mia compatriota veneta Chiara Sgarbossa, incorrotto cognome nostrano dall’incantevole profumo campestre, si duole se la misericordia stessa ha voluto che la trombassero ai Trials del Popolo della Libertà ancora prima di staccarsi dai blocchi di partenza? Sappia che anche i malfattori sono spesso inavvertiti agenti della Provvidenza, e in questo caso quegl’imbroglioni che l’hanno presa per i fondelli suoi sublimi, le hanno risparmiato in realtà un grande peccato contro natura. Lo so che lei è laureata in giurisprudenza, ma che vuol dire? Un fiore è sempre un fiore, e va protetto, con amore. Giudichi un po’ lei a quale destino meschino sarebbe andata incontro. Si sarebbe sentita in dovere di mortificare la sua femminilità con caschetti marziali di capelli e con pantaloni d’ordinanza, i cui disastrosi effetti possiamo già constatare tra il parco femmine, che tanto prometteva, del nostro governo; e tuttavia sarebbe stata sempre circondata da ometti di mezz’età quando non vecchiotti intenti a sbavarle addosso. Io non li condanno più di tanto: li capisco, e li compatisco; tutta gente che non conta una pippa, con scarse motivazioni, prigioniera d’un tran-tran da lavativi d’alto bordo, ma sempre un tran-tran, e tuttavia lussuosamente foraggiata dalle tasche dei contribuenti, e con negli occhi il tesoruccio di robustissime pensioni in arrivo; gente a cui manca solo una botta di vita per trovare finalmente un senso alla loro. Ella signorina avrebbe folgorato questa fauna umana di mezze figure lusingandola con la sola carezza di un sorriso di circostanza, nel quale con tutto il loro cuore gli sciagurati avrebbero letto il pegno di sultanesche delizie.

E in nome di che poi? Di un’arte minore, mezza da schiavi, anche ai quartieri alti, come quella politica, che non può interessare veramente persone di vaglia, sensibili al bello, pronte a cogliere ciò che è veramente prezioso della vita, in un’ineffabile e perfetta intimità di spirito, via dalla pazza folla, come io e lei?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Via fanciulle dalla pazza politica!

  1. “Ispirato”, vorrai dire! Leggi bene, due o tre o quattro volte, che ci arrivi a capire che è un capolavoro.

    O mio Dio, queste mezze seghe di moderni, sorde all’arte vera e al vero umorismo…

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