Vincere? Meglio morire

C’è qualcuno che conosce Marco Bellocchio? Questo grigio padreterno del nostro cinema è in concorso a Cannes con “Vincere”, la tragica storia di Ida Dalser, amante e presunta moglie del giovane socialista dal sangue caliente Benito Mussolini, e del figlio da lui avuto; disconosciuti poi, lui e lei, dal boss fascista Benito e quindi finiti in manicomio, dove ebbero il buon gusto di passare silenziosamente a miglior vita. Se qualcuno lo conosce, Bellocchio dico, può gentilmente spifferargli all’orecchio, da parte mia, da parte della maggioranza silenziosa, e da parte pure di qualche cinefilo non ancora rincoglionito, che di film sul Duce ne abbiamo le tasche piene? L’avrete notato, penso: è proprio da questi campioni ostentatamente macerati e magnificati della sinistra impegnata che si continuano con estenuante petulanza a rimestare, col gusto morboso di chi si gratta la rogna, i bassifondi della nostra storia. Sì, sono proprio loro, la primizia della nostra intellighenzia, coloro che navigano perennemente a distanza di sicurezza dal volgo peninsulare, a mostrare una patologica attrazione per i bubboni nascosti fra le pieghe del nostro passato. Eppure si potrebbe pensare che costoro, dimoranti usualmente tra le vaghe collinette dell’Italia centrale, stiano lì nell’Olimpo verdeggiante a ritemprarsi per porre poi mano a qualche capolavoro della settima arte, o almeno a qualche ricco fallimento, o a qualcosa che almeno abbia il colore e il soffio della vita.

E invece no: a settant’anni suonati, quando un po’ di coraggio, o di vera ambizione – artistica, voglio dire – dovrebbe pur venir fuori, visto che ormai non si rischia più nulla, Marco Bellocchio torna ancora a menare il torrone con queste storie tristanzuole e meschine di per sé, che fanno sempre mostra di alludere ad un certo non so che, qualcosa come una chiave di volta per sciogliere finalmente l’enigma nascosto dietro la nostra storietta italica; insomma il sentiero mille volte battuto dai cineasti dell’album di famiglia che s’appigliano a suggestioni mezze letterarie e mezze politiche per compensare il fiato corto del loro talento e della loro immaginazione.

Uno mi dovrebbe spiegare cos’è che spinge un artista, o uno che si crede tale, a trascurare l’umanità vera per infognarsi nella dolente autocommiserazione e nobilitazione dei poveri citrulli protagonisti del caso Moro, come fece il nostro con Buongiorno, notte, nelle caricature perfette come maschere mortuarie del Divo di Sorrentino, nel naturalismo esibizionistico e ridicolo di Gomorra di Garrone, nel vittimismo querulo, da mezze cartucce, del Caimano di Moretti, dove tutto rimane implacabilmente in superficie, dove tutto è veramente recitato, dove non s’incontra mai veramente un uomo o una donna, dove tutto è frigido, dove l’attore non riesce mai a trascendere il personaggio dandogli vita.

Se l’industria cinematografica annoia ormai mortalmente coi suoi accorti copia-incolla patinati e demenziali dal passato più o meno recente, con la sua pianificata e sofisticata mediocrità, fino a puzzare leggermente di cadavere, non è poi che quel che resta del cinema d’autore, o che pretende d’essere tale, se la passi tanto meglio, specie qui Italia. Si è ridotto ad una grande recita di famiglia, fatta di produttori, uomini politici perbene, registi, attori, film, claques, dibattiti e festival; fatta di tematiche stantie su un Italia piccola nel tempo e nello spazio, che ci si ostina a rievocare perché in realtà la si vuole perpetuare, perché in realtà di essa si è stati figli privilegiati, una sorta di prima repubblica, indicata al pubblico disprezzo quand’era viva e vegeta, ma che ora che sta per andarsene comincia a piacere da morire: il fascismo, ossia l’antifascismo, gli anni di piombo, la camorra e la mafia – pardon, le mafie – e il Duce e Moro e Andreotti, in una parola quel bolo ruminato invano da decenni e mai veramente digerito, che è precipuamente cosa loro. Ma se non riescono a districarsi dalla tela di ragno dei loro fantasmi, perché vanno poi a rompere l’anima a tutta quella gente sana che di tutta questa sbobba non ne può più, e che dovrebbe pure scappellarsi di fronte a operette di esasperante provincialismo, senza nerbo e senza poesia, senza una scintilla di vita, alle quali uno stanco establishment non manca provvidenzialmente di apporre il suo imprimatur e di promuovere: la versione intello dell’esotica e rassicurante cartapesta, a volte grossolana, a volte finissima, che ci richiedono dall’estero, come un prodotto di nicchia, un gingillo pittoresco, non serio, e che noi soddisfiamo, con l’istinto ruffiano degli schiavi del terzo mondo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Vincere? Meglio morire”

  1. Leggo in fondo al pezzo “25 commenti”. Ci clicco sopra e non si apre niente. Perché? Ma dov’è che si commenta?

    Bellocchio è uno dei famosi “venerati maestri” del titolo di Berselli preso dall’aforisma di Flaiano. La cultura italiana è veramente una piccola, grigia mascherata. A guardarli mi fanno quasi tenerezza, rabbia o pietà, a seconda dell’umore.

    1. Ah ah ah è la stessa cosa che capitava a me le prime volte che frequentavo quel covo di mangiapreti (tranne qaulche lodevole eccezione): devi andare sul pezzo e cliccare non su “X commenti” ma sotto dove c’è scritto, più in grande: “Leggi i commenti”

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