L’Italia è mobile, qual piuma al vento

Uno degli aspetti più scoraggianti della petulanza meschina dimostrata da certa sinistra a riguardo del caso “Noemi” è l’ignoranza che essa dimostra della nostra storia, e intendo proprio di quella parte che si presume nobile di essa, della quale ora, smessi i panni stretti della discendenza comunista, si proclama erede, in forza della golden share che la società sedicente civile si riserva sui destini della nostra patria. E allora è giunta l’ora di dire una parola chiara sulle origini oscure dello stato italiano, una storia che gira attorno a Camillo Benso Conte di Cavour, la cui figura di autentico e irreprensibile statista tanto rimpiangiamo in tempi di deboscia quali quelli odierni.

Camillo, rampollo aristocratico fino al midollo, e quindi con le antenne prontissime a captare quei pochi spifferi di novità che entravano da oltralpe nel sonnacchioso stato piemontese, per di più con parentele ginevrine all’epoca nella quale la città sul Lago Lemano era un covo di democratici e liberali che la sapevano lunghissima, abbandonò fin da giovanetto la religione cristiana per abbracciare quella liberale. D’intelligenza pronta, di indole vulcanica e sopraffattrice, da ragazzo era una testa calda che rischiò di finir male. Insofferente all’autorità, sarcastico, il giovane fu lungamente sospettato di giacobinismo negli ambienti di corte e probabilmente fu solo l’influenza del padre Michele Benso, marchese di Cavour, uomo abile e con la testa sulle spalle, e provvidenzialmente “vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia della città di Torino” negli anni ruggenti dell’inquieta giovinezza del nostro, a far sì che la traiettoria mondana di Camillo non si arenasse subito. Tuttavia questa falsa partenza in qualche modo condizionò i suoi rapporti con la Corte fino alla morte. Vittorio Emanuele II, maschio oltremodo galante, noto per correre la cavallina con ruspante entusiasmo, il cui tocco barbarico fece venire il mal di testa ai rappresentanti della nostra diplomazia quando si trattò di organizzare visite di stato a Parigi e Londra, ma che per nostra fortuna nel cerchio dei potenti d’Europa fu trattato con la longanime condiscendenza con la quale si accoglie in casa il pittoresco quadrupede non ancora perfettamente addomesticato; il “Re Galantuomo”, insomma, non poteva proprio vedere quell’ometto tarchiato dall’enorme capoccione, assurto a capo del sempre sospetto partito liberale, cui l’amabilità nei rapporti privati era sconosciuta, e al quale il Re preferiva persino il capo del “centro-sinistro”, Urbano Rattazzi; e quasi con dolore si rassegnò a dargli le redini del governo. Tuttavia i due padri della nazione, nonché veri figli della razza italica, collaborarono con piena unità d’intenti, da veri bricconi, quando si trattò di usare il tenero corpo della femmina per sfondare le difese avversarie: fu anche grazie a questo che il grande giocatore e sublime sbruffone Cavour riuscì a portare nelle serie A europea uno stato da barzelletta; fu un pezzetto decisivo del suo disegno strategico, ostinatamente perseguito, di provocare l’Austria e di far intervenire con una qualche parvenza di giustificazione la Francia sul suolo patrio. Buon per lui che l’Impero degli Asburgo, invece di grattarsi saggiamente la pancia, abboccò all’amo gettato dal filibustiere dello stato sabaudo: a quel tempo, infatti, era già guidato da Francesco Giuseppe, che sveglio nella sua vita non fu mai, figuriamoci da giovanotto.

Due i crimini contro il bel sesso commessi dalla strana coppia, legati ambedue alla politica di avvicinamento e poi di alleanza con la Francia di Napoleone III. Il primo misfatto, una storia da magnaccia, fu perpetrato nel 1855, al tempo della guerra di Crimea, quando con una mossa disperata da vu cumprà offrirono alle papille gustative di Napoleone III un bocconcino delizioso, la disinvolta contessa Virginia di Castiglione, donna di gran classe e di facili costumi, la “statua di carne”, secondo la definizione datane dalla principessa di Metternich. La bomba sexy di Torino non produsse alcun effetto sul momento, ma non è detto che da allora in poi l’imperatore gallico non associasse alle faccende italiane l’odor della femmina che s’era pappato molto divertito dal dilettantismo dei poveracci della penisola; dilettantismo apparente, ché le mene del Conte fruttificarono di lì a qualche anno con l’alleanza del 1859. E allora avvenne il secondo fattaccio: Maria Clotilde di Savoia, la figlia del Re, fu offerta in sacrificio alla gloria patria, mandandola in sposa all’età di sedici anni al principe Napoleone, Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, noto puttaniere allora trentasettenne. Una santa donna, dalla schiena diritta, che fece fare un figurone alla nostra disgraziata schiatta quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, fu l’ultima ad abbandonare, con la regale eleganza di chi non fugge, la nave che affondava. I due recitarono in modo disgustoso: Cavour facendo pressioni implacabili dirette e indirette sulla povera fanciulla (per la causa dell’unità italiana, “la più bella impresa dei tempi moderni”, era disposto a correre “ben altri pericoli che l’odio di una ragazza e le ire dei cortigiani”); il Re adducendo a sua giustificazione la tirannia del primo ministro.

Proprio in quell’epoca si fecero sempre più forti le voci che Vittorio Emanuele II, divenuto vedovo qualche anno addietro, avesse deciso di mettere almeno parzialmente la testa a posto sposando La Rosina, la più famosa delle sue amanti. Che il Re si sputtanasse con una figlia del popolo parve al campione dei liberali una cosa enorme, un insulto infame alla sua politica che non poteva ammettere pubbliche macchie al fragile prestigio dello stato piemontese, proprio nel momento in cui da somarello campagnolo stava per prendere faticosamente il diploma di maturità nel continente. Fece circolare voci maligne che mettevano in dubbio la reputazione della Bela Rosin quale amante fedele del boss, facendo viscidamente intendere che in realtà oltre al Re la favorita non disdegnasse di farsi altri bellimbusti. Ma non bastò. Ad un certo punto Camillo perse completamente la testa. Si presentò al Re investendolo con aspre parole; gli fece una lavata di capo memorabile; alla fine l’ebbe vinta e il Re soprassedette per il momento al suo proposito (lo attuò più in là, quando l’Italia era fatta e Cavour aveva tirato le cuoia). Ma Vittorio Emanuele II fece la figura del moccioso preso per un orecchio e rimesso in riga. Da quel momento l’antipatia e i sospetti sempre latenti verso la figura del Conte si trasformarono in un odio implacabile che neanche la prematura morte del Conte estinse.

Tanto più che pure Camillo negli ultimi cinque anni della sua vita era uso ricaricare le batterie tra le morbide e accoglienti braccia di un’avvenente femmina. Furono anni di massacrante tensione, specie gli ultimi due, quando con la logica del domino tutti gli stati e staterelli della penisola italiana (tranne il Veneto) caddero nella rete piemontese, e il Conte riuscì a padroneggiare le forze e gli eventi in modo che tutti contribuissero anche loro malgrado al suo disegno di un’Italia unita, liberale e monarchica, volto a sventare da una parte il progetto di una confederazione degli stati italiani patrocinata da Napoleone III, sotto il quale si celava il pericolo di una sovranità limitata, e dall’altra quello mazziniano, non più velleitario se Garibaldi l’avesse sposato, della rivoluzione repubblicana, che per il Conte, senza dubbio a ragione, nel caso di successo avrebbe consegnato l’Italia a nuove forme di dispotismo, nel caso d’insuccesso all’anarchia o alla vittoria delle forze “reazionarie”.

Fu una donna di una ventina d’anni più giovane di lui, che andava per il mezzo secolo, la consolazione e la fonte alla quale si ritemprò delle fatiche e delle tensioni: la velina, pardon, ballerina Bianca Ronzani. Costei, non si sa se tedesca, polacca, o ungherese (nome da ragazza Soverzy o Sevierzy) era la bella mogliettina del mimo e coreografo triestino Domenico Ronzani, impresario del Teatro Regio all’inizio del 1856. Dopo qualche mese di attività, costui, accusato di mala gestione, dovette lasciare la città: da solo. Vi ritornò non molti mesi dopo: Cavour in modo discreto aveva rimesso a posto i suoi affari; la moglie si separò da lui e divenne la mantenuta di Camillo, che ogni sera l’andava a trovare nella casa mèssale a disposizione. E’ quindi di tutta evidenza quanto le sorti della nazione italiana siano state imprescindibilmente legate alle cure che la giovane donna seppe con arte tutta femminile profondere sul Conte. Ed è di tutta evidenza che se l’Italia è mobile, qual piuma al vento, e muta spesso d’accento e di pensiero, e tuttavia resta in piedi, è perché la sua nobile architettura poggia su colonne solide, ma femminili: le quattro Cariatidi Virginia di Cartiglione, Clotilde di Savoia, La Bela Rosin e Bianca Ronzani.

Ecco perché allora è del tutto fuori luogo il malcelato disprezzo, e quella falsa disinvoltura, che specie dalla sinistra si mostra verso tutte le giovani groupies, o presunte tali, della politica italiana. Uno dei casi più rivelatori della misoginia della parte sedicente democratica della nostra società è legato alle disgustose insinuazioni fatte a suo tempo in merito ai rapporti tra Silvio Berlusconi e l’allora neo-ministro Mara Carfagna. A Massimo Donadi non parve vero di esternare tutto il suo disprezzo da probo cittadino contro la malafemmina per eccellenza Monica Lewinsky: si sa, i tarantolati della giustizia e della legalità, massime in quel posto dell’Italia dei Valori, su certe cose ce l’hanno non solo duro, ma di pietra. “E se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro del suo governo?”, si chiese retoricamente il capogruppo dell’Idv alla Camera. Naturalmente molti deprecarono la confusione montata ad arte tra fatti privati e vita pubblica, e tra morale e legge. Altri si indignarono dei maliziosi paragoni con la vicenda della cicciotella ex stagista americana. Io solo, che ho il cuore tenero per le donne, vidi laggiù la povera Monica abbandonata da tutti. E allora tirai fuori lo spadone del cavaliere errante, e scrissi alcune parole in sua difesa, che riporto qui sotto. Di questo sono molto orgoglioso.

Bella, non si può dire che sia bella. La cosa più attraente è un volto regolare, dai lineamenti dolci, incorniciato da una cascata voluminosa di lisci capelli neri, e impreziosito da due grandi occhi e soprattutto da una grande bocca rossa, carnosa, che quando sorride trionfa pericolosamente su tutto il resto. Bill – da uomo posso capire – vide solo quello. E nel peccato imboccò quella strada. Fu incoraggiato nella sua perdizione da quel guizzante, liquido last name – Lewinsky – che già presagiva arti sopraffine. In lei l’eros si fuse con l’ambizione e il patriottismo scusò l’ambizione, battendo all’unisono nel petto generoso. Assolse il suo compito con ardente abnegazione fino ad una fulminante vittoria, che i rilievi scientifici hanno certificato. Nel momento supremo Bill fu sorretto da un lampo di lucidità istituzionale riuscendo a grugnire un “God bless America!” che riscattò il disordine dionisiaco dell’alcova presidenziale. Monica Lewinsky non diventò ministro dell’amministrazione Clinton, ma fu un’eroina silenziosa della storia, cosa che all’immaginazione piccina del caporalmaggiore dell’Italia dei Valori sfugge. Dell’eloquenza di Monica Lewinsky si serberà traccia nei secoli a venire. Di quella di Donadi non credo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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5 thoughts on “L’Italia è mobile, qual piuma al vento”

  1. Ciò che non si capisce è la serietà con cui una parte del popolo becero affronta qualunque cosa provenga da territorio ‘nemico’. Apparentemente una missione. Voglio dire: io la penso in un modo, ma se qualcuno scrive qualcosa di spiritoso per argomentare un concetto del modo opposto, allora pur rimanendo delle mie convinzioni mi gusterò il pezzo, e magari, dirò di più, penserò meno male dell’area di provenienza del medesimo. Buonumore, nulla più. E invece, noto, a seguito del tuo scritto c’è il solito qualcuno/i che anzichè gustare fa le pulci, spocchia, puntiglia. Niente che mi sorprenda in verità, ma riviverlo ogni volta incrina la superficie del mio piccolo stagno zen.
    Per il resto nulla da eccepire, la lettura è godibile, i tentativi di indurre nell’altro il sorriso manifesti. Pazienza se il compito è parzialmente raggiunto.
    Con me evidentemente non serve, siamo in sintonia da prima.

    1. Sense of humour, of corse.
      I liberali, specialmente nell’Europa continentale, e specialissimamente nella penisola italiana, sono sempre stati una specie di confraternita d’illuminati; una specie di casta sacerdotale, laica, laicissima s’intende. Nonostante il suo motto “libera chiesa in libero stato”, l’anticlericalismo fu il tratto più negativo del grand’uomo Cavour e del liberalismo dell’ottocento. Ne paghiamo ancora le conseguenze. Non che dall’altra parte fossero dei “santi”, naturalmente.

      Hasta luego.

  2. concordo completamente .vi interesserebbe mettere on-line in questo suo blog , clip da 1 minuto con immagini in movimemto e testo su storia , politica e costume ? filosoficamente anche se non parziali vicine ai temi che vedo voi trattate . se avete tempo e veglia potete vederne esempi su http://www.lastampa.it
    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200809articoli/36700girata.asp
    possiedo diritti completi
    saluti
    roberto pistarino
    011 9814959 337738001

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