Italia, Schei

Se uno più uno fa tre

Avevo da poco finito di leggere un bel tomo poderoso di più di 500 pagine fitte, la “Vita di Cavour” di Rosario Romeo, storico fra i maggiori del novecento. Tra i suoi meriti, anche quello di essere molto ben scritto in una prosa ottocentesca ricca, articolata ed esatta, capace di condensare in un periodo non solo la strada principale di un pensiero, ma pure le più importanti diramazioni secondarie, sì da stendersi davanti a noi con la panoramica chiarezza della mappa di una città. Trovo infatti che spezzettarne l’unità attraverso una successione serrata di periodi esageratamente brevi in qualche modo ne falsi la variegata essenza. Io, da imitatore, abuso di questo stile e per farmi notare dai barbari di questo secolo uso un sacco di virgole; e di punti e virgola, soprattutto.

Ottima e proficua lettura, senza dubbio. Ma cambiare aria fa bene alla salute e allora ero decisissimo di far seguire ad essa, scegliendo fra i duecento e passa libri acquistati e ammonticchiati sopra la libreria di casa e mai presi in mano, quella di un romanzetto fresco e svelto, un Turgenev, un Balzac, uno Zweig o uno Schnitzler, più congeniali alla mia natura insieme edonistica e contemplativa, anche se all’occorrenza energica (ciò dovrebbe far capire ai più perspicaci che sarei un tipo in gamba, insomma, nonostante il dolce far niente e la conseguente scarsissima fama).

Quello della scelta è un momento assai piacevole e penoso insieme. Mi blocco per almeno due giorni, non sapendo quale cioccolatino prendere. Nonostante i virili propositi, infatti, molte volte la scelta dipende da dettagli assolutamente secondari: i caratteri di stampa, la rilegatura, la copertina. Leggiucchio, palpo, annuso, tengo in mano il libro che mi accompagnerà presumibilmente per qualche giorno o qualche settimana: alla fine è lui che sceglie me. Sollevato, mi arrendo, ché non vado certo ad indagare la natura della misteriosa concentrazione di forze che ha prodotto la sentenza.

Cosicché da qualche giorno sono impegnato, voglio dire, passo un po’ del tempo libero nella lettura, non del romanzetto fresco e svelto, ma di un libro di quella spaventosa disciplina che è l’economia, dal titolo moraleggiante, e quindi per me incentivante, di “Salvare il capitalismo dai capitalisti” (Saving capitalism from the capitalists) di Raghuram G. Rajan e Luigi Zingales. Ho rischiato di arenarmi subito, alla prima pagina, dove nella “Prefazione all’edizione tascabile” si può leggere:

Quando scrivemmo che il libero mercato era un concetto rivoluzionario, più facilmente sostenibile dalla sinistra che dalla destra, non fummo presi seriamente. Oggi quest’idea si sta affermando anche grazie al meraviglioso libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi “Il liberismo è di sinistra”

Ora, questa leggenda del liberismo di sinistra è una cosa francamente infantile. Il ragionamento per mezzo del quale si arriva a questa straordinaria scoperta è questo: siccome il liberismo, o per meglio dire il mercato veramente libero, e più in concreto in questi ultimi anni lo sviluppo di tecniche finanziarie più sofisticate e duttili che hanno consentito un accesso più generalizzato al credito, anche da parte di chi prima per la penuria di mezzi o per mancanza di relazioni adeguate ne era escluso, tutto ciò costituisce una reale democratizzazione della società, ed è in ultima analisi un bene per il popolo, e quindi è di sinistra. Il che equivale a dire che tutto ciò che si presume, ma soprattutto a cose fatte si rivela un bene per la massa, è di sinistra. Mentre tutto ciò che si presume, ma soprattutto a cose fatte si rivela una conferma dei privilegi delle oligarchie, è di destra. Se ne dedurrebbe che il socialismo reale, dove nei fatti il popolo non contava un piffero, e il potere era in mano ad una ben articolata nomenklatura, fosse di destra, o no? I termini convenzionali di “destra” e di “sinistra”, che per comprensibile comodità dialettica – e solo per quello – usiamo ogni giorno, vengono così strappati alla storia e alla geografia, e spediti nelle sfere superiori del metalinguaggio della filosofia dove tutto si compone ad armonia. M’indispettisce che gente di valore si abbassi  a far uso di artifici retorici tanto disinvolti quanto ridicoli.

Certo, può impressionare leggere ora, nel pieno del mezzo collasso che ha colpito l’economia mondiale, i primi capitoli del libro, dedicati alla rivoluzione avvenuta nei mercati finanziari negli ultimi anni, alla nascita dei nuovi strumenti finanziari che hanno ampliato e “democratizzato” l’accesso al credito; per dirla con gli autori:

…i mercati finanziari competitivi sono in realtà uno strumento di straordinaria efficacia per ampliare le opportunità di tutti e combattere la povertà.

Ma io non sono così fesso da non voler capire ciò che i due economisti vogliono dire. Quindi il libro è interessante ed ha il vantaggio di non essere scritto in economichese, di non essere popolato da grafici e equazioni matematiche, cose aborrite dalla gente che non vuol sudare.

Tanto più che nonostante la mia piccola ma crescente fama transatlantica di clerico-fascista-pavloviano (che non disprezzo e di cui ringrazio: c’è sempre un primo passo verso l’immortalità) mi sono subito ritrovato in alcune riflessioni svolte dagli autori nell’introduzione, di cui qui riporto due brevi stralci:

Il formarsi di una democrazia costituzionale è un grande passo verso i liberi mercati finanziari, perché i cittadini ottengono una maggiore certezza sul rispetto delle loro proprietà. Ma non basta. Persino in un paese democratico industrializzato ci sono élite di potenti imprese industriali consolidate e istituti di credito affermati, Questi possono opporsi al libero accesso al credito per il semplice motivo che già di per sé possiedono risorse finanziarie sufficienti, e i mercati finirebbero per finanziare nuovi competitori indesiderati. Le élite dominanti hanno il potere di bloccare le istituzioni necessarie alla finanza perché sono un gruppo organizzato, con un obbiettivo preciso e risorse in abbondanza per raggiungerlo. Hanno una capacità di influenzare a proprio favore legislatori e burocrati di gran lunga superiore alla massa non organizzata dei cittadini. […] Ricapitolando, la nostra tesi fino a questo punto è che ogni fase dello sviluppo di un paese produce una classe di élite dominanti interessate solo a quelle istituzioni che ne consolidano il potere. Se in un paese il potere economico è concentrato nelle mani di persone prive di competenze economiche, come i signori feudali o i proprietari delle piantagioni, allora le istituzioni a favore dei mercati possono sorgere solo dopo una trasformazione politica in grado di democratizzare il paese. Ma la democratizzazione può non bastare. Persino in una democrazia le élite possono averla vinta facendo affidamento sulla tendenza della gente all’apatia nei confronti dell’azione politica. La libertà di stampa, l’attiva partecipazione politica e la competizione fra partiti politici possono aiutare a ridurre questa tendenza, ma ciò che impedisce definitivamente alla nuova classe elitaria di mettere le mani sulle politiche economiche di un paese è la pressione concorrenziale proveniente da oltre confine. Tale pressione costringe ad adottare politiche più efficienti e più favorevoli ai mercati, anche solo per far sopravvivere il proprio establishment. La concorrenza fra i sistemi politici dà ai liberi mercati la possibilità di svilupparsi.

E allora mi chiedo come chi scriveva queste cose potesse poi sperare nel “liberismo” della sinistra del nostro paese, ossia di una nomenklatura oramai ben sedimentata in tutti gli strati della società italiana; di una sinistra ai cui riti partecipava tutto il nostro gotha industrial-finanziario, come quando alle primarie che incoronarono Prodi nel 2006 si presentarono a votare i boss delle tre più grandi banche italiane, invece di fare coerentemente 1+1 = 2 e di preferire quell’orribile outsider psiconano accusato dai giornali dell’oligarchia industrial-finanziaria, in un soprassalto di sincerità e quando con la sinistra era tutta una corresponsione d’amorosi sensi, persino di non aver alcun legame con le élites e di avere dietro di sé un popolo e null’altro ah ah ah….

Eppure la situazione era chiara. Prima delle elezioni del 2008 io scrissi questo:

Bisogna assolutamente votare per il PDL, perché la vittoria di Berlusconi in questa sorta di guerra civile a bassa intensità, artatamente protratta per quindici anni dagli eredi del comunismo, muterà definitivamente gli equilibri del potere reale in Italia. Il popolo di sinistra trova ormai sempre più faticoso ostentare la maschera della purezza democratica da opporre all’avversario di turno. E’ importante che Berlusconi vinca bene: quindi turiamoci il naso, resistiamo allo scoramento, e facciamo il nostro dovere. Sarà la fine di un’epoca: la fine – solo ora – dell’egemonia culturale comunista in tutte le sue varie incarnazioni; la fine dell’ostracismo del parterre di banchieri e industriali comme il faut verso il parvenu di Arcore, con il quale dovranno venire a patti. Non è bello né romantico, ma di qui passa anche la via per dar voce a quell’Italia non assistita che affronta da sola le sfide della globalizzazione, e per dar voce pure agli happy few del liberalismo senza se e senza ma che troppo spesso cedono alla tentazione di rinchiudersi in un’autogratificante quanto impotente torre eburnea.

E subito l’esito delle votazioni questo:

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese?

Ecco perché giudico la vittoria di Berlusconi la premessa politica necessaria ad ogni cambiamento in Italia. La premessa, s’intende, perché il resto deve ancora tutto venire.

Advertisements

2 thoughts on “Se uno più uno fa tre”

  1. mi risparmi la fatica improba di leggere quei bei tomoni di economia, e mi distilli il loro senso utlimo in maniera mirabile. già solo per questo ti ringrazio.
    quando poi rileggo questo: “E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese?”, mi si allarga perfino un po’ il cuore.

  2. uno scritto niquitoso, lucido nella prosa, ma torbido nel senso..

    Votare il Pdl e “sbarrare” la libertà d’ informazione, la libertà di pensiero.. la pubblica morale.

    A berlino la ferazione dei giornalisti ha consegnato a Travaglio un premio per la libera informazione, prima di lui giornalosti Serbi.. giornalisti Russi……………..

    All’estero delle volte mi chiedono: chi ha votato Berlusconi? ed io mi vergogno per l’ignoranza che confesso nel mio: non lo sò..

    posso suggerirti un articolo da leggere

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lharem-di-berlusconi/2100153//0

    è davvero scandaloso e noi stiamo a guardare e voi state a votare!

    ps. un’ultima parola eccola: questa non è la vittoria della “destra”, ma la sconfitta della sinistra…

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s