L’isolamento de La Repubblica

La sera di qualche giorno fa, guardando la televisione, m’imbattei sul canale Rai Storia del digitale terrestre in una vecchia intervista dei primi anni ’80 fatta da Minoli a Berlinguer. Il santino democratico mi parve ancor più mediocre e antropologicamente comunista del solito mentre recitava, accompagnandolo con la barriera impenetrabile di due occhi spenti, qualche verso della triste litania della democrazia incompiuta e della questione morale. Dopodiché, con un salto di un quarto di secolo, sbucava fuori dal video un Alfredo Reichlin quasi commosso che con tanto di occhioni e calde parole sgorgate dal povero cuoricino suo rosso perorava l’attualità e il valore profetico delle parole di Berlinguer. “Sembrano parole dei nostri giorni, e invece sono passati quasi trent’anni. Lui aveva capito tutto.” Questo disse, più o meno. 

Ah sì, somaro? Ah sì? E come mai? Non c’era mica il Berlusca allora. C’era stata e c’era ancora la brutta razza democristiana, per natura infingarda e faccendiera. Essa costituiva già un “regime”, pur se sberciato dalle pallottole brigatiste e dalle prime vittime della questione morale, come il poi riabilitato presidente della repubblica Leone, il primo trofeo della caccia grossa avviata dal partito de La Repubblica. Ma Craxi non era ancora l’uomo nero e il capo della Banda Bassotti, tutt’al più in quegli anni nel suo cammino verso la depravazione aveva raggiunto solo il grado “decisionista”, ossia di fascista in pectore nel vocabolario untuoso delle gazzette democratiche, anche se non mi ricordo se nei giornali lo avessero già equipaggiato di ben lucidati stivaloni. L’eterno Andreotti non era ancora Belzebù, né il referente della mafia, anzi di lì a qualche tempo e per qualche anno – ma questo adesso l’hanno sbianchettato dalla loro vulgata, nessuno se lo ricorda e nessuno lo vuole ricordare – specie nella veste di ministro degli esteri dei governi Craxi, giocando abilmente e miserabilmente di sponda col PCI, fu il chouchou del gregge benpensante di sinistra; era l’unico a salvarsi dei barbari al governo lo zietto Giulio.

Osservando Alfredo Reichlin ho capito che a sinistra per rimettersi al passo con la verità storica e il più elementare buon senso devono fare una bella e semplice rivoluzione copernicana nella loro testa. Io suggerirei loro di prendersela l’un l’altro con le due mani ruotandola con ferma delicatezza di 180 gradi: finalmente cadranno loro le scaglie dagli occhi; e anche per loro, come per il resto del genere umano, uno più uno farà due. Reichlin infatti con plastica evidenza mostrava di non aver capito assolutamente una mazza: la continuità da lui ravvisata nell’Italia di ieri e quella d’oggi non era affatto quel male oscuro variamente nomato che a detta dei sacerdoti dell’emergenza democratica ci perseguita dal dopoguerra; la continuità e la vera anomalia è quella forma di paranoia di massa da cui è affetta la sinistra italiana e che mutatis mutandis – a destra e in casa propria – la costringe a parlare lo stesso linguaggio di sempre.

Con la morte di Berlinguer il partito de La Repubblica rimase il vero padrone della sinistra italiana e ne dettò la linea. Se il politico sardo e Scalfari presero in mano la bandiera della questione morale come succedaneo giacobino alla perdita di credibilità del mito del civismo democratico connaturato alla sinistra italiana e imposto all’opinione pubblica dalla propaganda del PCI, ciò costituì una via di fuga necessaria alla crisi del comunismo mondiale. Vi fu quindi anche una rivalità sotterranea fra i due personaggi che esplose con fragore quando Scalfari scrisse sarcastico sulla prima pagina de La Repubblica che Berlinguer non era “la Madonna”.

Come ho già scritto questa strategia ha una sola via d’uscita vittoriosa: la rivoluzione. Sul giacobinismo quasi un secolo fa Augustin Cochin scriveva:

“Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perché dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.”

Ed infatti il trentennio scalfariano ha condotto la sinistra al vuoto di questi giorni; ha prodotto dei replicanti sgraziati in Di Pietro e in Grillo; ha azzerato una tradizione cacciando nell’angolo del veterocomunismo una parte non trascurabile dell’elettorato di sinistra allergico a camaleontici nichilismi; costringe sia i nostalgici del “partito” della fazione D’Alemiana sia i giovani-vecchi nuovisti patrocinatori della tabula rasa a dar prova di legittimità democratica nell’ubbidire ad un vecchissimo decalogo oggi antiberlusconiano. E nell’assenza di un messaggio politico costruttivo riduce progressivamente la base del consenso.

Oggi le grida de La Repubblica somigliano sempre più a quelle dei girotondini che a quelle di una setta potente. L’ultima “spallata” di questa guerra di trincea trentennale ha trovato risposte insolitamente schiette da parte delle vittime predestinate. Non è nervosismo, come ha scritto un illustre commentatore politico della penisola. E’ la fine delle paure, che consente perfino al mite Biondi di prendere il toro per le corna e replicare oggi l’attacco frontale di qualche giorno fa; che consente a Minzolini di sopravvivere con disinvoltura alla sua disinvoltura; che consente al Giornale di sparare vagonate di contromerda dall’altra parte del fronte; che spinge i grandi giornali del nord ad attenersi ad una linea di prudenza in merito alle eventuali conseguenze politiche delle donnesche imprese del premier, nella quale il bene della stabilità politica fa premio su qualsiasi altra considerazione; che rende agevole al popolo cattolico, nonostante il dibattito interno, sfuggire alla seduzione di forme moralistiche dello Spirito del Mondo.

Oggi, tra i grandi giornali, La Repubblica è sola, a torto o a ragione e con l’esemplare asprezza dei toni usati da Scalfari o Boeri, nel non dare un parere favorevole sulla manovrina varata dal governo Berlusconi. Nel frattempo la forza delle cose fa sì che a sinistra faccia capolino la candidatura alla segreteria del PD di Chiamparino, esiziale in caso di successo per la consorteria de La Repubblica, una delle poche voci autenticamente socialdemocratiche della sinistra, uno che parla di laicità e di sicurezza, che non si vergogna del suo passato comunista ma che è alieno dall’antiberlusconismo. E a ben vedere l’unico successo conseguito da La Repubblica è il riverbero grottesco della sua campagna estiva nei coccodrilli sul nostro duce apparsi in questi giorni sui sempre autorevoli giornali stranieri.

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Silvio Berlusconi or the White Whale

Comunque vada a finire, il papigate non decreterà la fine del berlusconismo, ma della sinistra italiana, quella che abbiamo conosciuta fin qui. Nel momento stesso in cui il Berlusconicidio dovesse compiersi, in primo luogo in tutto quel popolo che in Berlusconi si è riconosciuto politicamente – e che è tutt’altro che un’accozzaglia di individui pronta a squagliarsi come la neve al sole, ma una comunità politica oramai sedimentata ed indurita ben al di là di quanto dimostrino i suoi rappresentanti in parlamento e nelle amministrazioni locali, come si scoprirebbe ben presto – ma più in generale nella coscienza dell’opinione pubblica rimarrà impressa l’immagine di una setta incattivita ebbra della soddisfazione velenosa d’essere riuscita finalmente dopo sedici anni, e solo abbassandosi ad usare i mezzi più miserabili, nell’eliminazione dell’avversario politico. Si guarderanno intorno, i nostri liberatori, ma non ci sarà nessuno a portarli in trionfo.

Questo è il fattore decisivo di cui i commentatori politici si scordano in questi giorni. Se costoro pensano al PDL e più largamente all’alleanza di centrodestra come a una mera struttura partitica suscettibile di disfacimento con la caduta del premier, sbagliano completamente analisi: quella è solo la superficie di una realtà politica che ha messo radici nel paese e che ha già fatto la sua traversata nel deserto. Sotto altre forme, e con un’altra guida, si ricostituirebbe immediatamente. Ma nel momento decisivo essa farebbe sentire la sua voce, direttamente o indirettamente facendo pressione sui propri rappresentanti. Non sarà disposta ad accettare ribaltoni. Il messaggio arriverà in qualche modo: è meglio che nessun sciagurato golpista democratico si faccia illusioni.

La strategia de La Repubblica è fondata sulla sindrome di Stoccolma. Non c’è nulla di nuovo: l’esercizio di un’intimidazione continua che porti gli aggrediti a colpevolizzarsi e scannarsi tra di loro. O che li porti, ad esempio, a condannarsi da sé rispondendo sventuratamente ai questionari dei tribunali del popolo della carta stampata, che la storia insegna vanno sempre respinti al mittente o meglio ancora bellamente ignorati. Ma oggi come oggi è solo il last-ditch attempt di un cadavere che scalcia. Ha avuto l’effetto di mettere in allerta il pavido conformismo dei grandi giornali di un’ammaccata e oramai domata oligarchia di denari, alla bisogna riforniti generosamente della loro porzione olezzante di merda secretata, che vi si sono adeguati perché non si sa mai; e di risvegliare la fregola del commissariamento della democrazia italiana, per un certo periodo di tempo la scelta strategica o il sogno della cupola industrial-finanziaria, alimentata tra il volgo con la retorica della necessità di nuove e salvifiche classi dirigenti. Ha avuto l’effetto di mettere in agitazione il Ferrara furioso, da sempre pessimo consigliere politico, e da sempre incline alla tentazione del beau geste o della grande giocata per sciogliere il nodo gordiano del suo personale smarrimento; oppure di far venire a galla il disturbato senso estetico di un conservatore come Veneziani; o di spronare ulteriormente chi nell’ansia di accreditarsi presso cadaverici establishment corre un po’ troppo appresso al politicamente corretto; o di confermare il bigottismo laico nel suo superstizioso credo nella naturale coglionaggine dei minus habens cattolici.

C’è qualcosa della follia monomaniaca di Ahab in questa grandiosa caccia epocale a Berlusconi. E la sinistra non si rende conto che nelle fibre più riposte e per ora silenziose del corpo della nazione tutto questo potrebbe causare una crisi di rigetto e una voglia di farla finita, che però non andrà incontro ai suoi desiderata ma le si rivolgerà contro. E l’insana e ingiustificata euforia che precede il linciaggio di questi giorni sarà quella della ciurma del Pequod prima della capocciata finale di Moby Dick.

Ma per venire a cose più serie, in merito alle donnesche imprese di Silvio è significativo notare come nell’armata leggiadra di filles de joie più o meno platoniche stanate e incalzate dalle domande dai bavosi tirapiedi dei media, non ce ne sia una, tranne la vendicativa immobiliarista, che non ne parli con simpatia e quasi affetto. Be’ signori miei, questo può diventare un boomerang per la teppaglia progressista, ed è una bella e nient’affatto scontata soddisfazione per un uomo, che non può non procuragli, anche nel momento di un’eventuale sconfitta, una sorda invidia da parte di molti. A meno di non voler considerarle tutte puttane, care le mie anime democratiche; e senza contare che per i galantuomini hanno una loro sensibilità pure le delicate rappresentanti del bel sesso esercitanti la professione di meretricio, che spesso passano il loro tempo a consolare tanti bravi padri di famiglia, cosa di non trascurabile rilevanza sociale.

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I nuovi mostri

Hanno creato il mostro Berlusconi. Ma tanto i mullah della società civile nazionale e democratica hanno rotto l’anima e i timpani agli stranieri, ossia ai rappresentanti della società civile internazionale, che giustamente questi ultimi oggi si domandano per quale misterioso motivo le plebi italiche continuino a mostrargli il proprio favore. Sconcertati, non resta loro che chiedere lumi ai nostri Lumi. Uno di questi, Gian Enrico Rusconi, tra i legittimi aspiranti alla nomina di Primo Trombone dell’Orchestra Nazionale Democratica, ha preso carta e penna e di buzzo buono ha tentato di spiegare l’arcano ai lettori della Süddeutsche Zeitung. Tranquilli: delle contorsioni logiche e lessicali del nostro eroe i crucchi non ci hanno capito assolutamente un kaiser. Come avrebbero potuto, dopo che si sono bevuti fin qui tutte le balle spaziali arrivate dal Belpaese? Tranne questo, e questo, oltre che stare non poco sugli zebedei del sottoscritto quale umile esemplare della fin troppo bistrattata schiatta italica, che pure ogni tanto a fin di bene anch’io bastono con gusto, è già un po’ più preoccupante: che se gli italiani sono così affezionati al mostro è perché loro stessi sono un caso mostruoso. Grazie, Augusto Professor Dottor Tromboneggiator Rusconi: ci conforta sapere che per la nostra intellighenzia l’italiano resta pur sempre il miglior amico dell’uomo.

La sinistra nel cul-de-sac

Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.

Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.

Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?

Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.

Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.

E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?

Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.

Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.

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El caballero Berlusconi triunfa en España

Qualche giorno fa José Saramago, fiero comunista (lo dice lui, mica lo dico io) e scrittore tanto impegnato da vincere perfino il Nobel, senza neanche alzare il gomito ha vergato per El País un articoletto demenziale intitolato “La cosa Berlusconi”: la quale cosa è una bestia immonda a mezzo tra l’ebreo dal naso adunco, il negro lascivo e Hitler; e il popolo italiano è qualcosa che vuole somigliarli. Lo riporto qui interamente tanto è spassoso:

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Berlusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Berlusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Berlusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino rovinoso attraverso cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che hanno formato l’Italia del XIX secolo, durante la lotta per l’unità, divenuti poi guide spirituali per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?

E lasciamolo divertire. E’ preoccupante piuttosto vedere come la lebbra berlusconiana abbia oramai valicato la frontiera un tempo gloriosa dei Pirenei. Ci sono due possibili spiegazioni al fenomeno: 1) o vi può essere berlusconismo senza Berlusconi, e quindi si tratta di una patologia acquisibile per semplice trasmissione virale, senza necessariamente passare per il costante lavorìo di armate mediatiche atte a corrompere i costumi morali di una nazione; 2) oppure gli spagnoli sono hijos de puta más o menos como quei mafiosi degli italiani, il che mi sembra un’ipotesi molto più sensata, vista la fratellanza genetica e culturale di noi lazzaroni latini. Infatti, come titola El País, el diario de los Grandes de España, en el sentido de la inteligencia y de la moralidad civil por supuesto, inesplicabilmente anche in suolo iberico il Partido Popular vince nonostante la corruzione. Scrivono indignati i Republicones iberici:

Valencia non punisce Francisco Camps. Camps è arrivato ad assicurare in campagna elettorale che il risultato delle europee lo avrebbe assolto. Continua ad essere indagato, presso il Tribunale Superiore di Giustizia di Valencia, però potrà far valere il fatto che i cittadini della sua comunità non puniscono il PP. Anzi rafforzano l’appoggio al suo partito in rapporto ad alcune precedenti tornate elettorali, con un vantaggio di quasi 15 punti, molto superiore agli 11 punti delle elezioni politiche generali del 2008, anche se al di sotto dei 18 punti delle autonomiche. E’ stata la comunità con la maggior partecipazione al voto. Altro caso di “immunità” elettorale alla corruzione è quello di Carlos Fabra, che quante più accuse gli sono mosse, tanto più se ne avvantaggia.  Alle elezioni generali il PP vinse a Castellón di cinque punti e ora mantiene 11 punti di vantaggio.

Madrid si dimentica di Correa. Neanche nella Comunità di Madrid il PP paga il prezzo degli scandali del caso Correa o dello spionaggio. Il PSOE resta indietro di 12 punti. Altro esempio di “immunità” elettorale alla corruzione: a Pozuelo de Alarcón, dove il sindaco del PP si è dimesso ed è indagato, sono arrivati al 62% dei voti, con più di 40 punti di vantaggio. A Madrid, UPyD è la terza forza.

Vincono pure nelle Baleari. In questa comunità, il PP è indagato per corruzione, però il suo elettorato [negri, ebrei e berlusconiani!!! N.d.Z.] non solo non lo punisce, anzi il PSOE passa dalla vittoria per un punto alla sconfitta per sette punti.

Españoles, un beso a todos! amigos! hermanos!

Contrordine compagni: turatevi il naso!

Sappiamo bene che arrivarci con due o tre decenni di ritardo è un geloso privilegio dell’intellighenzia di sinistra. Singolarmente refrattaria, per nobiltà di lignaggio, alle più palpabili evidenze, non ha mai voluto riconoscere alcun merito alla saggezza popolare, che non fosse quello di obbedire pedissequamente al verbo della casta degli imbroglioni della democrazia. Ci voleva l’ottimo Eugenio Scalfari per riabilitare la plebe destrorsa che per lustri e decenni si turò il naso votando DC. Tutta brava gente che aveva ed ebbe mille volte ragione, ed in cambio ne ricevette solo disprezzo. Ora che a giudizio dell’infallibile sciamano della tribù laica & democratica siamo alla vigilia di un nuovo 1922; ora che finalmente dopo quasi un ventennio di maldestri tentativi pure un povero pagliaccio come Berlusconi sta per diventare un dittatore fatto e finito; ora dunque non bisogna assolutamente ripetere l’errore di popolari e socialisti di allora, quando, stupidamente attaccati alla propria purezza identitaria, rifiutarono di far fronte comune contro la barbarie mussoliniana.

Apprendiamo allora dal prefetto della fede democratica che “Le persone politicamente mature” – così sono rinominati i cittadini responsabili e non più fessacchiotti che mentre con una mano vergano il proprio voto sulla scheda elettorale, con l’indice e il pollice dell’altra stringono la punta del loro delicato nasino –

“sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo.”

A noi popolani della libertà in fondo fa piacere che pure a sinistra si cominci a ragionare come normali esseri umani, ma fossi una pecorella del loro gregge drizzerei gli orecchi con particolare attenzione all’avvertimento lanciato dalla Pravda di Largo Fochetti. Chi non s’adeguasse infatti alle direttive del partito de La Repubblica sarebbe oggettivamente colpevole di frazionismo, di collaborazionismo col nemico e, in ultima analisi, un nemico del popolo; un atteggiamento solo nel migliore dei casi spiegabile con qualche forma subdola di turba mentale (con tutte le ovvie conseguenze del caso) giacché

“Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare.”

 E per essere ancor più chiari cari scribacchini, artisti, filosofi e “anime belle” tutte, sappiate che oggi sono finite le vacanze, perché se è vero che

“l’analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra” il flagello purtroppo “non risparmia la sinistra.”

 Anzi,

“per certi aspetti a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.”

Capito cari compagni di viaggio o utili idioti che dir si voglia? Ecco una bella, classica e vivente lezione di mentalità comunista in pieno XXI secolo, la vera e grande anomalia italiana, tanto grande che a chiamarla ancora col suo nome s’alzano a sproposito torme di sopraccigli – non certo il mio né quello di tutte le persone sagge che non si fanno minimamente impressionare dagli schiamazzi delle gazzette della penisola – e tanto connaturata alla vostra fazione per cui voi manco ve ne accorgete, neanche ora che come da perfetta logica di partito, mille volte tristemente replicata nella storia miserabile dei trinariciuti, vi si accomuna nell’analfabetismo politico con i furfanti della destra. Perché, ça va sans dire, il male non può essere che geneticamente di destra. Sarebbe perfino spassoso, e antropologicamente interessante, se voi non continuaste a dormire il sonno degli ebeti, osservare questo vecchio e incorreggibile trombone, il nostro, o meglio il vostro vero Mikhail Suslov da ormai quattro decenni, scrivere panzane così irrimediabilmente plateali e oscene da condannare allo scherno chiunque ne fosse l’autore, se non fossero buttate giù da vero maestro della menzogna con la più distaccata e ipnotizzante serietà.

Nonostante la veneranda età, e col conforto, s’intende, di un parere medico qualificato, io sono del parere che tirare la barbetta e mollare qualche sonoro ceffone a mo’ d’esempio al più grande e sistematico divulgatore dell’antipolitica del dopoguerra sarebbe cosa assai utile all’educazione dei nostri concittadini. Io credo che in un quadro di civiltà certe provocazioni come questa:

“Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all’ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.”

dovrebbero essere punite mandando l’asino dietro la lavagna. Scriveva un intelligente ed eroico reazionario come Augustin Cochin, all’inizio del secolo scorso:

“…un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alembert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata.”

Il gran maestro di cerimonie della setta de La Repubblica, il Grande Vecchio di questa generale opera di diffamazione della politica italiana, dai clerico-fascisti, corrotti e golpisti democristiani, ai ladri socialisti, ai corrotti, ladri e mafiosi berlusconiani, dall’epoca del centrosinistra in poi è stato proprio lui, il nostro immarcescibile Eugenio. Ha costretto l’Italia moderata alla scelta obbligata del primum vivere, ha ostacolato ogni modernizzazione del confronto politico, ha creato i suoi figli degeneri, dal celodurismo giustizialista dei dipietrini, allo sgangherato sanculottismo dei grillini, sui quali ora, come da copione, aleggia sinistramente l’accusa di trozkismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Escrescenze plutocapitaliste

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: «Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce». Questo spiega come mai Berlusconi – a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne – irrita più che mai chi ci guarda da fuori. (…) Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss. Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. (Barbara Spinelli, La Stampa)

Berlusconi “escrescenza” del liberalismo dogmatico: sarebbe sufficiente perlustrare velocemente qualche motore di ricerca per scoprire la notevole frequenza di certi termini nel linguaggio dei nazisti e dei comunisti; pur avendo la ragionevole certezza che la Spinelli non faccia parte né dei primi né – con qualche riserva – dei secondi, non posso però non annusare nell’espressione un vago istinto “liquidatorio”. Tanto più che la diaconessa dell’eurodemocrazia, pur risparmiandoci la parola “cricca”, ci rifila poi però tre volte la parola “boss”, il che non è bel segnale di magnanimità liberale, sia di quella dogmatica sia di quella addomesticata. Tanto più che se il nostro Silvio si presenta alla festa di compleanno di una diciottenne – pubblicamente, non di nascosto, insieme a decine di persone e ai genitori della ragazza – alla nostra allarmata signora appare come un “boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne”: come s’adoprano, quando vogliono, in sbrigative crocifissioni queste anime sensibili e democratiche! Tanto più che secondo la Pizia di Parigi gli italiani oramai somigliano tanto ai quei russi che nello spirito son rimasti ancora per molti aspetti servi della gleba. Curioso: per i Soloni – sempre gli stessi – che ci rompono i marroni da mezzo secolo e passa, fino a qualche decennio fa somigliare ai russi sarebbe stato un gran complimento. Oggi è un’offesa sanguinosa.

Ecco, lo dico con la massima serenità, io credo nell’uso di questo linguaggio vi siano tutti i segni di una sorta d’arianesimo intellettuale; e credo perciò che con grande senso della responsabilità nei confronti dell’Italia tutta la signora Spinelli dovrebbe chiarire la propria posizione rispondendo senza ambiguità a queste tre domande:

  1. Perché ha definito Berlusconi “escrescenza”?
  2. Perché ha usato per ben tre volte la parola “boss”?
  3. Perché ha scritto che gli italiani somigliano ai russi?

La vista d’aquila di Merlo

Questa volta è solo cafonaggine perché non ci può essere una giustificazione politica. Se è stata una concessione a Bossi, è stato comunque un gratuito sberleffo all’Italia istituzionale, fuori dai partiti e dalla politica, l’Italia vera. Si può infatti irridere all’avversario politico o magari anche all’alleato, ma Berlusconi durante la parata ha fatto le boccacce alla Repubblica che è la forma del paese, forma nel senso di Gestalt, dell’anima: la forma-sostanza di tutto. Davvero non c’entrano il torcicollo e la stanchezza. Guardate le foto (nessuno stavolta le sequestrerà), guardate la mimica facciale, guardatelo mentre parodizza il saluto militare, con le labbra a pernacchia, il finto sorriso di dileggio. Sembra davvero il clown descritto dal Times. La sola spiegazione, prima di addentrarci nella psicanalisi o nella geriatria, è che davvero abbia voluto strizzare l’occhio a Bossi che era assente perché lui, che è ministro delle Riforme, non vuole la res pubblica ma la res privata: ognuno con il suo territorio e uno sberleffo al due giugno che significa il referendum e i morti ammazzati, la guerra ma anche la rinascita di un paese che si riscatta da un passato bellicista. Il due giugno sono anche le forze armate che si posizionano nel cuore degli italiani dopo viltà e disfatte. Questa volta dunque non c’è più nulla di simpatico, la canzonatura è odiosa persino più dell’abuso che Berlusconi fa degli aerei di Stato. (Francesco Merlo, La Repubblica)

Come potrebbero i Francesco Merlo vivere senza i cafoni intorno, purché a distanza di sicurezza, con i quali confrontarsi traendone un’aumentata stima di se stessi? E all’uopo che c’è di meglio di dimorare lungo le rive della Senna scrutando le lontane plebi italiche dal piano nobile di un bel palazzo liberty? E che c’è di meglio se lo chauvinist buffoon, risparmiandoci lo sforzo di qualche seria analisi, ci regala inaspettatamente la possibilità di abbandonarci, pure noi ogni tanto, ad osservazioni schiettamente lombrosiane? Anche se non si capisce come uno chauvinist possa irridere la patria, le forze armate e la Repubblica? Sveliamo noi l’arcano: il nostro eroe – lo si guardi bene – irrideva non la Repubblica Italiana, ma La Repubblica, il giornale-partito su cui scrivono le macchiette liberalgiacobine come il nostro aristocratico siciliano. Purtroppo è gente talmente tetra e così poco armonicamente compiuta che ogni forma di distensione – forma nel senso di Gestalt, s’intende – porta inevitabilmente al disordine morale e intellettuale. Ciò significa che mentre il buffone sa governare la propria distensione, partecipandoci del suo visibile piacere nel fare l’innocuo galletto davanti a qualsiasi femmina gli capiti davanti (che è in realtà la sua più efficace dichiarazione d’innocenza), costoro, essendo oscuramente consapevoli del proprio squilibrio, una tale forma di distensione, forma sempre nel senso di gestalt, non riescono neanche ad immaginarla. Altrimenti non si comprenderebbe come una penna nobilissima come quella di Francesco Merlo possa far seguire al verbo transitivo “irridere” la preposizione articolata “alla”; o coniugare alla terza persona singolare, del tempo presente, del modo indicativo, il verbo “parodiare” con “parodizza”: a meno che non esista un verbo “parodizzare” di nuovo conio, brevettato dai Lumi de La  Repubblica e sostenuto dal Tar del Lazio.

Caro bifolco, tu non sai chi sono loro

 Qualche giorno fa Gian Enrico Rusconi scriveva su La Stampa:

“Ci sono due Italie. C’è l’Italia che tratta al massimo livello con la politica tedesca e internazionale. Rappresenta il lavoro e l’iniziativa imprenditoriale in un momento difficile. Rischia grosso. E poi c’è l’Italia provinciale, impantanata nelle ambizioni, nelle idiosincrasie e nelle miserie personali del leader del suo “popolo”. Queste due Italie si vedono con nettezza da un osservatorio diventato inaspettatamente privilegiato: Berlino. Ma l’immagine più sconcertante è offerta dalla classe politica nel suo insieme, che dovrebbe rappresentare la realtà complessa del vero popolo italiano, quello che lavora (o cerca lavoro) ed è in seria difficoltà. Invece si presenta impotente, incattivita, immiserita culturalmente, ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale. (…) Lo straordinario, inarrestabile successo dell’espressione “casta” per indicare sprezzantemente tutti i professionisti della politica ne è un sintomo evidente. Torniamo all’osservatorio berlinese. (…) Non c’è soltanto l’Italia berlusconiana, numericamente maggioritaria, provincialissima nei suoi vizi e nelle sue virtù, oggetto di continua ironia. Ma c’è anche l’Italia che rilancia internazionalmente alcuni suoi simboli che incarnano alte prestazioni tecniche e iniziativa manageriale. È importante che questo rimanga nella percezione e nella memoria dei tedeschi e degli europei, comunque vada a finire la vicenda Fiat-Opel”.

Massì, abbiamo capito Gian Enrico. Ci sono due Italie. C’è quella aristocratica e cosmopolita nello spirito, tutta gente di valore, gente che sa stare al mondo con intelligenza ed eleganza – e della quale lei fa parte – e poi c’è la marmaglia, la plebe stracciona e vociante, prona agli istinti più bassi ed ai gusti più volgari, legata con le viscere più che con la testa e la ragione al suo capopopolo. Questa gente maledetta e ignorante – che ha resistito a ogni vostro tentativo di educazione – purtroppo ha monopolizzato tutto il mondo politico tanto che oramai anche l’opposizione è in mano a manovali della retorica che al massimo sanno dire che il nostro paese è infettato dal virus del culto della personalità a causa di un dittatore che possiede tutte le televisioni, invece di fare come lei, che denuncia con l’arte oratoria dei democratici che non si sporcano la bocca “una classe politica ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale”. Sono gli inconvenienti della democrazia. Ma per fortuna anche la democrazia si può commissariare: in nome della democrazia, e nonostante le maggioranze. E’ questo che lei vuole comunicare alla civile nazione tedesca, insieme al fatto che dopo le déluge non ci sarà il nulla, ma ci saranno lei e i suoi amici, una classe dirigente in pectore che sorprendentemente ha folgorato tutti coloro che a Berlino oramai consideravano l’italiano il rappresentante di uno stadio arretrato di homo sapiens.

Ebbene, questa è la solita tiritera conformistica di un perfetto esemplare della provincialissima Italia di sempre. Il peggior esemplare. Uno di quelli che si sono messi in testa di “insegnare” la democrazia al popolo come si insegna l’educazione ai bambini, il che li investe di una funzione sacerdotale che fa di loro dei cittadini un po’ speciali. E’ la loro unica forma di amore per il prossimo, ed esige riverenza ed obbedienza. Perciò quando le bestioline, nonostante tutti i loro consigli, dimostrano una invincibile durezza di comprendonio e continuano ad andare per la loro strada, ecco che in questi amici dell’umanità scatta l’anatema. E’ il momento nel quale diventano proprio come dei bambini capricciosi, che si appellano a mamma e papà per rimettere in riga i renitenti al verbo; diventano la versione adulta di quel vostro odioso compagno di classe alle scuole elementari, quello che glielo diceva sempre alla maestra.

Ora che la sinistra di gran lunga più disastrosa e fallimentare di tutte quelle che hanno giocato nello scacchiere europeo dal dopoguerra è in preda alle convulsioni che la porteranno ufficialmente alla morte, prima di rinascere finalmente alla normalità, e nelle febbri dell’agonia sogna per l’ultima volta di mandare a casa l’indemoniato di turno con un gol in contropiede, in fuorigioco, e con la complicità dell’arbitro, non negandosi il vezzo di fare pure quello che hanno sempre fatto i lazzaroni della nostra penisola nel passato: tirare per la giacca lo straniero; ora pure la vecchia componente azionista della sinistra, fautrice di un liberalismo giacobino, da tinello più ancora che salottiero, comincia a risentire i pruriti di una rivoluzione auspicabilmente guidata dagli utili idioti, ossia dai propri campioni. Questo è il senso dell’accenno alla casta. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Furono loro a sponsorizzare, a nome della casta veteroindustriale la campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire allora la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici. Ora questa pulsione ritorna, e accompagna con la sua vocetta esile e poco convinta quella più robusta dei desperados repubblicones. Tanto che anche Sergio Romano, voce di quel Corriere della Sera che volente o nolente dalle ultime elezioni ha rinunciato alla speranza di espellere l’anomalia Berlusconi dal corpo della nazione, forse inconsapevolmente nostalgico di quella prodiana “seriosità al governo” che ha fatto ridere il mondo per davvero e non per posa, ritrova un po’ di coraggio e si concede finalmente dopo un periodo doloroso d’astinenza la soddisfazione da poveraccio di conficcare una banderilla sul fianco di un toro che tanto non sarà matado:

“L’affare Opel si presta a qualche riflessione sulla politica italiana. Il presidente degli Stati Uniti, in questa faccenda, non aveva altra scelta fuor che quella di accettare la decisione garantita dal governo di Berlino, ma il vertice telefonico fra Merkel e Obama, nelle scorse ore, mette implicitamente in evidenza l’assenza del governo italiano. So che gli interventi sono utili quando sono accompagnati da garanzie finanziarie e che l’Italia, in questo momento, non era in grado di offrire alcunché. Ma il confronto tra la serietà delle trattative di Berlino e la litigiosa frivolezza della politica italiana, soprattutto nelle ultime settimane, non è edificante.”

Per tutti questi folli sarà un naufragio. Ma sarà per loro fortuna un naufragio dolce. Scopriranno con intima soddisfazione che la società italiana sarà rimasta quella di sempre. Un mondo nel quale essere amici di Berlusconi è ancora una cosa utile. Ma pur sempre una cosa da straccioni. Non sarà quindi negata ai meritevoli la possibilità di essere vittima di Berlusconi, che è invece il vero capolavoro: si campa di rendita per tutta la vita.

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