Articoli Giornalettismo, Italia

Caro bifolco, tu non sai chi sono loro

 Qualche giorno fa Gian Enrico Rusconi scriveva su La Stampa:

“Ci sono due Italie. C’è l’Italia che tratta al massimo livello con la politica tedesca e internazionale. Rappresenta il lavoro e l’iniziativa imprenditoriale in un momento difficile. Rischia grosso. E poi c’è l’Italia provinciale, impantanata nelle ambizioni, nelle idiosincrasie e nelle miserie personali del leader del suo “popolo”. Queste due Italie si vedono con nettezza da un osservatorio diventato inaspettatamente privilegiato: Berlino. Ma l’immagine più sconcertante è offerta dalla classe politica nel suo insieme, che dovrebbe rappresentare la realtà complessa del vero popolo italiano, quello che lavora (o cerca lavoro) ed è in seria difficoltà. Invece si presenta impotente, incattivita, immiserita culturalmente, ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale. (…) Lo straordinario, inarrestabile successo dell’espressione “casta” per indicare sprezzantemente tutti i professionisti della politica ne è un sintomo evidente. Torniamo all’osservatorio berlinese. (…) Non c’è soltanto l’Italia berlusconiana, numericamente maggioritaria, provincialissima nei suoi vizi e nelle sue virtù, oggetto di continua ironia. Ma c’è anche l’Italia che rilancia internazionalmente alcuni suoi simboli che incarnano alte prestazioni tecniche e iniziativa manageriale. È importante che questo rimanga nella percezione e nella memoria dei tedeschi e degli europei, comunque vada a finire la vicenda Fiat-Opel”.

Massì, abbiamo capito Gian Enrico. Ci sono due Italie. C’è quella aristocratica e cosmopolita nello spirito, tutta gente di valore, gente che sa stare al mondo con intelligenza ed eleganza – e della quale lei fa parte – e poi c’è la marmaglia, la plebe stracciona e vociante, prona agli istinti più bassi ed ai gusti più volgari, legata con le viscere più che con la testa e la ragione al suo capopopolo. Questa gente maledetta e ignorante – che ha resistito a ogni vostro tentativo di educazione – purtroppo ha monopolizzato tutto il mondo politico tanto che oramai anche l’opposizione è in mano a manovali della retorica che al massimo sanno dire che il nostro paese è infettato dal virus del culto della personalità a causa di un dittatore che possiede tutte le televisioni, invece di fare come lei, che denuncia con l’arte oratoria dei democratici che non si sporcano la bocca “una classe politica ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale”. Sono gli inconvenienti della democrazia. Ma per fortuna anche la democrazia si può commissariare: in nome della democrazia, e nonostante le maggioranze. E’ questo che lei vuole comunicare alla civile nazione tedesca, insieme al fatto che dopo le déluge non ci sarà il nulla, ma ci saranno lei e i suoi amici, una classe dirigente in pectore che sorprendentemente ha folgorato tutti coloro che a Berlino oramai consideravano l’italiano il rappresentante di uno stadio arretrato di homo sapiens.

Ebbene, questa è la solita tiritera conformistica di un perfetto esemplare della provincialissima Italia di sempre. Il peggior esemplare. Uno di quelli che si sono messi in testa di “insegnare” la democrazia al popolo come si insegna l’educazione ai bambini, il che li investe di una funzione sacerdotale che fa di loro dei cittadini un po’ speciali. E’ la loro unica forma di amore per il prossimo, ed esige riverenza ed obbedienza. Perciò quando le bestioline, nonostante tutti i loro consigli, dimostrano una invincibile durezza di comprendonio e continuano ad andare per la loro strada, ecco che in questi amici dell’umanità scatta l’anatema. E’ il momento nel quale diventano proprio come dei bambini capricciosi, che si appellano a mamma e papà per rimettere in riga i renitenti al verbo; diventano la versione adulta di quel vostro odioso compagno di classe alle scuole elementari, quello che glielo diceva sempre alla maestra.

Ora che la sinistra di gran lunga più disastrosa e fallimentare di tutte quelle che hanno giocato nello scacchiere europeo dal dopoguerra è in preda alle convulsioni che la porteranno ufficialmente alla morte, prima di rinascere finalmente alla normalità, e nelle febbri dell’agonia sogna per l’ultima volta di mandare a casa l’indemoniato di turno con un gol in contropiede, in fuorigioco, e con la complicità dell’arbitro, non negandosi il vezzo di fare pure quello che hanno sempre fatto i lazzaroni della nostra penisola nel passato: tirare per la giacca lo straniero; ora pure la vecchia componente azionista della sinistra, fautrice di un liberalismo giacobino, da tinello più ancora che salottiero, comincia a risentire i pruriti di una rivoluzione auspicabilmente guidata dagli utili idioti, ossia dai propri campioni. Questo è il senso dell’accenno alla casta. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Furono loro a sponsorizzare, a nome della casta veteroindustriale la campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire allora la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici. Ora questa pulsione ritorna, e accompagna con la sua vocetta esile e poco convinta quella più robusta dei desperados repubblicones. Tanto che anche Sergio Romano, voce di quel Corriere della Sera che volente o nolente dalle ultime elezioni ha rinunciato alla speranza di espellere l’anomalia Berlusconi dal corpo della nazione, forse inconsapevolmente nostalgico di quella prodiana “seriosità al governo” che ha fatto ridere il mondo per davvero e non per posa, ritrova un po’ di coraggio e si concede finalmente dopo un periodo doloroso d’astinenza la soddisfazione da poveraccio di conficcare una banderilla sul fianco di un toro che tanto non sarà matado:

“L’affare Opel si presta a qualche riflessione sulla politica italiana. Il presidente degli Stati Uniti, in questa faccenda, non aveva altra scelta fuor che quella di accettare la decisione garantita dal governo di Berlino, ma il vertice telefonico fra Merkel e Obama, nelle scorse ore, mette implicitamente in evidenza l’assenza del governo italiano. So che gli interventi sono utili quando sono accompagnati da garanzie finanziarie e che l’Italia, in questo momento, non era in grado di offrire alcunché. Ma il confronto tra la serietà delle trattative di Berlino e la litigiosa frivolezza della politica italiana, soprattutto nelle ultime settimane, non è edificante.”

Per tutti questi folli sarà un naufragio. Ma sarà per loro fortuna un naufragio dolce. Scopriranno con intima soddisfazione che la società italiana sarà rimasta quella di sempre. Un mondo nel quale essere amici di Berlusconi è ancora una cosa utile. Ma pur sempre una cosa da straccioni. Non sarà quindi negata ai meritevoli la possibilità di essere vittima di Berlusconi, che è invece il vero capolavoro: si campa di rendita per tutta la vita.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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