Il messianismo democratico di Gustavo Zagrebelsky

Torna Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, l’ideologo-non ideologo della Città Democratica dalle simmetrie perfette e dalla più perfetta trasparenza, con le sue quattro belle porte in direzione dei quattro punti cardinali, splendente e cristallina come la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse Giovannea. Torna a parlarci di moralità pubblica, per nobilitare con le sue auguste e fredde considerazioni il puttanaio alzato da La Repubblica negli ultimi mesi, ora che la fase di erezione nell’attenzione dell’opinione pubblica sta biologicamente scemando. Tuttavia non si tratta di moralismo tout-court. Si tratta dell’essenza della democrazia, che è la società della lealtà e della verità, contrapposta alla società della menzogna e della sopraffazione, grosso modo quella del mondo predemocratico, si direbbe, almeno ad osservare da lontano l’astratta concezione della storia del nostro. Nella prima la virtù pubblica è l’esercizio della verità, che non è l’imposizione di una particolare visione del mondo, che rimane soggettiva, ma il rispetto della mera verità dei “fatti”: che è il solito metodo sbrigativo dei robespierrani di ogni epoca per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”. Nella seconda la virtù consiste nell’esercizio della menzogna e della dissimulazione, da parte dei potenti ma pure da parte dei sudditi, in chiave difensiva.

Dunque per Zagrebelsky fondamentalmente la democrazia funziona e si caratterizza attraverso la correttezza. Ma chi giudichi questa correttezza non è dato sapere. La correttezza è una qualità etica e tuttavia la democrazia non sposa nessuna etica. Al contrario la democrazia sposa un fecondo relativismo, fattore di libertà. E tuttavia la democrazia non deve cadere nel nichilismo o nell’indifferenza etica, che anzi è una caratteristica dello stato di servitù. Anche se Zagrebelsky è contro l’etica della verità. Ma:

contro l’etica della verità significa a favore di un’etica del dubbio. […] L’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica.

Dobbiamo stare però attenti, il rispetto delle procedure non basta a sostanziare l’etica-non etica democratica: cari miei, al Prefetto della Fede Democratica nulla sfugge! Perché può darsi che anche con il rispetto delle procedure i manipolatori della Parola riescano a far trionfare la menzogna, e questa sarà smascherata dai suoi frutti. Costoro sono i profittatori delle libertà democratiche e devono essere combattuti senza pietà. Per dirla con Zagrebelsky:

Naturalmente, l’affermazione del carattere relativista della democrazia incontra un limite in una sorta di principio di non contrattazione; essa non può essere relativista rispetto alle sue stesse premesse, ai principi su cui si basa. Qui deve valere l’assolutismo e la difesa intransigente dai pericoli che le vengono dai suoi nemici, coloro che si richiamano all’anti-democrazia. Anzi, una volta che la democrazia sia concepita non come pura procedura ma come sostanza di valori politici (l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera) può diventare essa stessa un fine di se stessa. Anzi, “deve” diventarlo, senza di che si trasformerebbe in un mezzo come un altro per la conquista del potere e l’abolizione della democrazia; un mezzo, in certe condizioni storiche, addirittura più invitante, perché meno violento di altri.

Eccola qua, come volevasi dimostrare, la Nuova Gerusalemme Democratica, la democrazia come “un fine di se stessa”, sostanza di valori “politici” – etici o non etici? -; che dovrebbe riuscire a conciliare, senza uscire dalla schiavitù del tempo e dello spazio, ed in questa terra di lacrime, la verità vera, quella non dogmatica, con tutte le verità “dogmatiche” particolari, in un regime di libertà; dove tutto si muove componendosi però nella stabile armonia delle sfere celesti.

Eh bellissimo! Ma non crediate che entrare fra gli eletti della città democratica sia così semplice. Dovrete superare un esame, previo corso di preparazione, in merito alla super-etica dell’etica del dubbio, che supera il dualismo tra ius e lex, tra norma morale e norma giuridica, nello stesso tempo in cui ne riafferma la distinzione, che invera la vera verità opposta al dogmatismo e all’ideologia, e che si sostanzia nel rispetto di un decalogo-non decalogo di valori-non valori transeunti eppure eterni e nell’esercizio di un’educazione permanente alla democrazia. Ma ecco il decalogo dell’avversario dell’etica della verità:

In altro luogo, ho cercato di esporre per esteso, a partire dal senso comune [“senso comune”: è di nuovo il metodo per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”, N.d.Z.] una specie di decalogo dell’etica democratica: l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole.

E questa è solo la sintesi di una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. A giudicare la vostra preparazione sarà il Comitato di Salute Pubblica della Città Democratica; ma non spaventatevi, a parte queste quisquilie potrete folleggiare, o no?

Quanto a me, a questa società civile preferisco di gran lunga lo stato selvatico; e pure quello berlusconiano mi sembra molto più umano e degno di rispetto, anche se purtroppo fuori della portata delle mie tasche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Santo subito!

Insomma ce l’ha fatta il furbacchione. Roberto Balducci, da poco vaticanista del TG3, è riuscito a farsi rimuovere da un posto che ormai gli stava dolorosissimamente sulle palle. Aveva sparato la sua cazzata senza molte speranze domenica sera chiudendo il suo servizio con una presa per il culo del Papa:

“Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti… che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti,  forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole”.

Da cronista, se il pastore tedesco e le pecorelle al seguito gli facevano proprio schifo, avrebbe potuto dire che c’era poca gente in giro e che la Chiesa avrebbe dovuto interrogarsi su questo. Ad esempio. Invece no, ha voluto proprio fare il ritrattino di un gruppetto di ebeti che ascolta un ebete. Non era sul suo blog, o su Facebook, non era nemmeno lì in veste di corrosivo opinionista, cose che avrebbero legittimata la sua bischerata; no, era lì in veste di cronista, e in quest’ultima veste le prese per il culo non sarebbero state accettate nemmeno se si fosse trattato di un comizio elettorale dei quattro gatti del Partito della Foca Monaca. Ma insomma bisogna capirlo, sentire le prediche di un vecchio coglione fuori del tempo era una tortura atroce per un rappresentante qualificato della società civile, quale il nostro eroe. E allora lui e il suo direttore hanno fatto una chiacchierata; il direttore gli ha detto che aveva fatto una minchioneria, e che forse era meglio passare a qualche nuovo incarico, e Roberto per senso di responsabilità, esultando in cuor suo, ha detto di essere d’accordo, e quindi è stato “rimosso”. Questa “rimozione” è il primo gradino del cursus honorum del martire in ciabatte. Intanto il risultato minimo – un nuovo incarico – è stato raggiunto. Adesso è il momento di giocare bene le proprie carte, visto che si va in giro idealmente con sul petto la medaglietta di vittima dei clerico-fascisti, roba che fa girar la testa alle colleghe e schiattare d’invidia i colleghi; bisogna battere il ferro finché è caldo. Quindi è ora mettere in moto l’international connection. Far sì che domani o domani l’altro la sua bella faccia da schiaffi trionfi sulle pagine delle gazzette di mezzo mondo sotto o sopra il titolo di: “giornalista italiano cacciato dalla TV per aver osato criticare il Papa”. Allora davvero potranno spalancarsi orizzonti di gloria: ci saranno interviste, e, visto che l’ingegno fa laicissimi miracoli, ci sarà l’occasione per ricordarsi di un mucchio di particolari significativi e strazianti della sua breve carriera di vaticanista. Poi magari ci sarà un libro. La vetrina di una libreria di New York, una faccia , un titolo: “Victim of the Pope, an italian story”…

Bei sogni, roba di lusso: questa da lunghi decenni ormai è la sorte strana e lacrimevole delle vittime del regime clerico-fascista italiano, che ad ogni persecuzione raddoppiano le fortune.

Tra realtà e rivoluzione

Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Tutto il mondo è El País

La bella Shukri Said, ex miss Somalia, da lungo tempo in Italia, ha lavorato nel mondo del cinema e della televisione, e tempo fa ha recitato in un ruolo secondario della serie “Don Matteo”. Dopo un po’ il suo personaggio è sparito dalla serie. Lei ha accusato la casa di produzione di mobbing, mentre questa asserisce che il contratto è stato pienamente rispettato. Fatto sta che Shukri Said ha il dente avvelenato e in una recente intervista di El País ha riassunto così la faccenda: “me echaron por racismo de una serie en la que hacía de policía”, cioè: “per razzismo mi cacciarono da una serie in cui facevo la poliziotta”. Oggi, in qualità di “segretaria dell’Associazione Migrare”, ha scritto, presumibilmente in italiano, visto che è stato tradotto, un articolo sempre per El País intitolato: “Italia: con una buena siesta se pasa todo” ossia: “Italia: con una buona dormita passa tutto”. E’ un breve sunto in stile Repubblica di tutte le recenti malefatte dell’orrido Berlusconi e delle magagne attuali dell’Italia. Ragazzi siamo messi proprio male. Leggete per credere:

Hace aproximadamente dos meses y medio que una parte de Italia está al corriente de las amistades nocturnas y juerguistas del Cavaliere y que de ello se ocupa la prensa internacional, pero son muchos los que nada saben y quienes, por lo tanto, no pueden valorarlo. Si uno pasea por una capital de provincias cualquiera, no tarda en percatarse de que las costumbres del presidente del Gobierno no sólo no son conocidas, sino que, una vez explicadas, no resultan creídas. Los argumentos son de este tipo: “Una persona como él ¡cómo va a irse de putas!”. La provincia italiana, sin embargo, sigue sana cuando afirma indignada que: “¡Irse de putas es algo inmoral!”, e, invitada a informarse en Internet, promete: “¡Lo haré, no le quepa [? queda? N.D.Z.] duda!”.

Sono circa due mesi e mezzo che una parte degli italiani è al corrente delle allegre amicizie notturne del Cavaliere e che di queste si occupa la stampa internazionale, però sono molti quelli che non ne sanno niente e che quindi non possono esprimere giudizi. Se uno passeggia per un capoluogo di provincia qualsiasi, non tarda ad accorgersi che i comportamenti del presidente del governo non solamente non sono conosciuti, ma anche che, una volta spiegati, non sono creduti. Gli argomenti sono di questo tipo: “Una persona come lui che va con le puttane!” La provincia italiana, ciononostante, continua ad essere sana quando afferma indignata che: “Andare con le puttane è qualcosa d’immorale!”, e, invitata ad informarsi su Internet, promette: “Lo farò, non abbia dubbi!”

Lo zelo leggermente esagerato della bella signora ha spinto il provincialotto che è in me a buttare giù d’impulso un sarcastico commento in un arrischiatissimo castigliano, che è stato pure pubblicato: chiedo venia, ne dubitavo.

“Si uno pasea por una capital de provincias cualquiera, no tarda en percatarse de que las costumbres del presidente del Gobierno no sólo no son conocidas, sino que, una vez explicadas, no resultan creídas.” Ah ah ah por favor, de qué estas hablando? Del XIX siglo? Yo comprendo que no le gusta nada – en todo los sentidos, lo entiendo ah ah ah – el nuestro viejo Berlusca, pero me parece que la mentiras deberian ser un poquito màs inteligentes y menos ridiculas; asì que quiero denunciar la gravisima ofensa contra la inteligencia del pueblo español!!! ah ah ah Disculpe mi castellano, soy italiano de provincia y ingenioso hidalgo tambien…

L’articolo di “El País” naturalmente ha avuto l’onore della quotidiana rassegna stampa internazionale de La Repubblica intorno alle gesta del nostro duce, ma senza alcun link, forse perché si sarebbe scoperta l’italian connection. Curioso poi che gran parte della stessa rassegna stampa sia la copia parola per parola di un pezzo dell’ANSA del nuovo direttore Luigi Contu, arrivato fresco fresco da La Repubblica. Appena un mesetto fa.

I poveri in spirito, gli operatori di pace ed i poveri pacifisti

GLI INDEMONIATI DI “PAX CHRISTI”

Nella gara a chi la spara più grossa che accompagna l’isteria – quella sì temibile – seguita al varo del “decreto sicurezza”, non poteva mancar di far sentire la propria voce “Pax Christi”. Prima l’alto grido di dolore: “Offesa, atto eversivo e bestemmia: un’offesa alla famiglia umana, un atto eversivo della Costituzione italiana, una bestemmia contraria al Vangelo di Cristo”. Poi la chiamata alle armi degli idolatri della Pace: “Una bestemmia civile e cristiana così grande deve essere respinta da un’insurrezione nonviolenta. Rinnoviamo l’appello al Presidente della Repubblica, cui il 2 giugno scorso abbiamo mandato una lettera da Monte Sole, terra della Resistenza e di Dossetti, ad operare con urgente fermezza per respingere la deriva autoritaria e totalitaria basata sulla logica dello straniero-nemico che nasconde i veri pericoli della criminalità organizzata, della corruzione economica e politica, del degrado etico e che alimenta la paura, eccita gli animi al peggio, diffonde modelli di violenza e prepara mali più grandi. In piedi, costruttori di pace!” Cos’abbia a che fare la “Pace di Cristo” con questo gruppo di scalmanati è un mistero sempre più grande. Grosso modo rappresentano una delle tante manifestazioni ereticali di stampo pauperista che infestano la storia del Cristianesimo dalla sua nascita: una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. I versetti del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3) e “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figlio di Dio” (Matteo, 5,9) sono sempre stati idealmente i loro gridi di battaglia. Dato il grossolano macello interpretativo che se ne fa da parte di questi scriteriati, ma soprattutto da parte dei sapienti, eccomi qui a far piazza pulita di tante sciocchezze.

LA POVERTA’ IN SPIRITO

Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze, ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado – auspicabilmente – di rimanere pienamente se stesso quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo, ad esempio nella tradizione socratico-platonica, tra gli stoici e perfino tra gli epicurei, e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico. Infatti come scrive S. Agostino: “Cosa vuole dire il Signore con le parole: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio»? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: «Chi potrà allora salvarsi?» È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne. (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47).

LE TENTAZIONI DI CRISTO

Tutto ciò si ricollega al significato delle tentazioni di Cristo, che sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe soddisfarmi compiutamente e per sempre, perché essa rimane nel cerchio dell’incompiutezza e dell’imperfezione. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito ci porta a giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. E’ per questo che è proprio del povero in spirito il saper apprezzare tutte le cose. La schiavitù delle ricchezze ci porta invece a passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo. In virtù di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro grande e giusto obbiettivo: “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3)

IL REGNO DEI CIELI

Ciò significa che il regno dei cieli non è la ricompensa (o non tanto, e non solo) per una particolare indigenza patita nella vita terrena, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo. E la vita terrena non è in contraddizione con quella celeste: cosi come l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, pure la terra è stata fatta ad immagine e somiglianza della Gerusalemme Celeste. Di essa è ombra, immagine e promessa: quella nuova, anzi, ci sembrerà più famigliare, perché risponderà perfettamente alla nostra natura. Per dirla con S. Paolo: “Sappiamo infatti che se la nostra abitazione terrena è una tenda che si demolisce, abbiamo un’abitazione in Dio, abitazione non fatta manualmente ma eterna nei cieli. E per questo gemiamo, bramosi di rivestirci del nostro edificio celeste, poiché così rivestiti non ci troveremo nudi. E infatti stando sotto questa tenda gemiamo del peso, perché non vogliamo essere svestiti ma rivestiti, affinché la mortalità sia inghiottita dalla vita. Colui che ci ha fatti proprio per questo è Dio, ed Egli ci dà il pegno dello Spirito. Così, sempre arditi e consapevoli che finché siamo domiciliati nel corpo siamo alienati dal Signore poiché camminiamo nel tempo della fede e non della visione; arditi dunque, giudichiamo un bene l’alienarci piuttosto dal corpo e domiciliarci presso il Signore.” (S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 5, 1-8)

LA SPADA DELLA VERITA’

Non sarebbe male che le truppe ben inquadrate dei costruttori di Pace nostrani ci spiegassero come conciliano queste parole apparentemente disumane di Gesù col loro pacifismo universale: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.” (Matteo, 10, 34-39). Siccome qualcosa mi dice che il Figlio di Dio non avesse la lingua biforcuta è logico che la pace di cui si parla qui non è la pace degli “operatori”. Qui Gesù è una spada, una spada di verità che esige una risposta, e accende una speranza alla quale non dobbiamo rinunciare. La rinuncia alla speranza, questa mancata risposta, è la bestemmia contro lo Spirito Santo del Vangelo. Perché come la Fede sta al Padre, e la Carità sta al Figlio, così la Speranza sta allo Spirito Santo. “Perciò io vi dico: qualunque e peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (Matteo 12,31) Chi rinuncia alla speranza nasconde sotto terra il proprio talento (Matteo 25, 14-30), o ripone la mina nel fazzoletto (Luca 19,11-26): se il peccato in genere è frutto della fragilità dell’uomo, e il parlar male di Dio o di Gesù può essere frutto di errore in buona fede – anche vita natural durante – , con la rinuncia alla ricerca del bene e alla speranza è l’uomo che attivamente si allontana da Dio: “Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi e Dio gli darà la vita come a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte. Ma vi sono peccati che conducono alla morte; per questi dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato; ma vi è peccato che non conduce alla morte.” (Giovanni, Prima Lettera).

L’AMORE

Ma come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ricordiamoci che Lui è la Verità, la Via e la Vita. E allora noi dobbiamo amare la Verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la Verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Sappia dunque chi sente di amare davvero, che egli ama, in senso evangelico, la Verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. E chi ama, crede, anche se magari non lo sa. Fuori della Verità, l’amore comunemente inteso, quando non è semplice calcolo o un ossequio facile a liturgie mondane, è solo un sentimento di possesso o di orgoglio riflesso che si trasforma facilmente in violenza omicida quando viene deluso. In quel caso, nel linguaggio evangelico, le “mogli e i figli” diventano cose, diventano idoli e “ricchezze” nel senso sopra spiegato.

LA PACE

Ma allora cos’è la pace? Ricordiamoci delle parole di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.” (Giovanni, 14, 27) Quindi anche il mondo può dare la pace. Una falsa pace: qui si intende per “pace” un senso di fiduciosa sicurezza e di tranquillità. Chi la cerca nelle cose terrene non la può trovare. Anche qui il Cristianesimo viene incontro, con la risposta della Rivelazione – la “risposta”, questo è la sua caratteristica saliente -, alle domande che l’uomo sempre si è fatto e alle quali anche  i filosofi dell’antichità cercarono di rispondere: proprio negli anni in cui Paolo e Pietro trovarono la morte a Roma, un cittadino dell’Urbe come Seneca idealmente consegnava al Cristianesimo i frutti di secoli di filosofia morale greco-romana in tante pagine memorabili, come quelle, ad esempio, del “De tranquillitate animi”. “La tua fede ti ha salvato: vai in pace”: quante volte Gesù ripete queste parole, ed è come posasse la sua mano su di noi per calmare le nostre inquietudini. Gli “operatori di pace”, quindi, saranno chiamati figli di Dio perché sull’esempio di Gesù tranquillizzano e rinfrancano il prossimo. Che poi questo possa essere di stimolo alla concordia delle nazioni e delle persone non può essere negato. Ma quest’ultimo tipo di “pace”, per quanto positivo, rimane nel campo del “mondo”. Ciò detto, non vi pare invece che la Pace che tanto piace alla gente che piace somigli tanto alla gran baldracca di Babilonia?

[pubblicato su Giornalettismo.com]