Il messianismo democratico di Gustavo Zagrebelsky

Torna Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, l’ideologo-non ideologo della Città Democratica dalle simmetrie perfette e dalla più perfetta trasparenza, con le sue quattro belle porte in direzione dei quattro punti cardinali, splendente e cristallina come la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse Giovannea. Torna a parlarci di moralità pubblica, per nobilitare con le sue auguste e fredde considerazioni il puttanaio alzato da La Repubblica negli ultimi mesi, ora che la fase di erezione nell’attenzione dell’opinione pubblica sta biologicamente scemando. Tuttavia non si tratta di moralismo tout-court. Si tratta dell’essenza della democrazia, che è la società della lealtà e della verità, contrapposta alla società della menzogna e della sopraffazione, grosso modo quella del mondo predemocratico, si direbbe, almeno ad osservare da lontano l’astratta concezione della storia del nostro. Nella prima la virtù pubblica è l’esercizio della verità, che non è l’imposizione di una particolare visione del mondo, che rimane soggettiva, ma il rispetto della mera verità dei “fatti”: che è il solito metodo sbrigativo dei robespierrani di ogni epoca per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”. Nella seconda la virtù consiste nell’esercizio della menzogna e della dissimulazione, da parte dei potenti ma pure da parte dei sudditi, in chiave difensiva.

Dunque per Zagrebelsky fondamentalmente la democrazia funziona e si caratterizza attraverso la correttezza. Ma chi giudichi questa correttezza non è dato sapere. La correttezza è una qualità etica e tuttavia la democrazia non sposa nessuna etica. Al contrario la democrazia sposa un fecondo relativismo, fattore di libertà. E tuttavia la democrazia non deve cadere nel nichilismo o nell’indifferenza etica, che anzi è una caratteristica dello stato di servitù. Anche se Zagrebelsky è contro l’etica della verità. Ma:

contro l’etica della verità significa a favore di un’etica del dubbio. […] L’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica.

Dobbiamo stare però attenti, il rispetto delle procedure non basta a sostanziare l’etica-non etica democratica: cari miei, al Prefetto della Fede Democratica nulla sfugge! Perché può darsi che anche con il rispetto delle procedure i manipolatori della Parola riescano a far trionfare la menzogna, e questa sarà smascherata dai suoi frutti. Costoro sono i profittatori delle libertà democratiche e devono essere combattuti senza pietà. Per dirla con Zagrebelsky:

Naturalmente, l’affermazione del carattere relativista della democrazia incontra un limite in una sorta di principio di non contrattazione; essa non può essere relativista rispetto alle sue stesse premesse, ai principi su cui si basa. Qui deve valere l’assolutismo e la difesa intransigente dai pericoli che le vengono dai suoi nemici, coloro che si richiamano all’anti-democrazia. Anzi, una volta che la democrazia sia concepita non come pura procedura ma come sostanza di valori politici (l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera) può diventare essa stessa un fine di se stessa. Anzi, “deve” diventarlo, senza di che si trasformerebbe in un mezzo come un altro per la conquista del potere e l’abolizione della democrazia; un mezzo, in certe condizioni storiche, addirittura più invitante, perché meno violento di altri.

Eccola qua, come volevasi dimostrare, la Nuova Gerusalemme Democratica, la democrazia come “un fine di se stessa”, sostanza di valori “politici” – etici o non etici? -; che dovrebbe riuscire a conciliare, senza uscire dalla schiavitù del tempo e dello spazio, ed in questa terra di lacrime, la verità vera, quella non dogmatica, con tutte le verità “dogmatiche” particolari, in un regime di libertà; dove tutto si muove componendosi però nella stabile armonia delle sfere celesti.

Eh bellissimo! Ma non crediate che entrare fra gli eletti della città democratica sia così semplice. Dovrete superare un esame, previo corso di preparazione, in merito alla super-etica dell’etica del dubbio, che supera il dualismo tra ius e lex, tra norma morale e norma giuridica, nello stesso tempo in cui ne riafferma la distinzione, che invera la vera verità opposta al dogmatismo e all’ideologia, e che si sostanzia nel rispetto di un decalogo-non decalogo di valori-non valori transeunti eppure eterni e nell’esercizio di un’educazione permanente alla democrazia. Ma ecco il decalogo dell’avversario dell’etica della verità:

In altro luogo, ho cercato di esporre per esteso, a partire dal senso comune [“senso comune”: è di nuovo il metodo per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”, N.d.Z.] una specie di decalogo dell’etica democratica: l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole.

E questa è solo la sintesi di una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. A giudicare la vostra preparazione sarà il Comitato di Salute Pubblica della Città Democratica; ma non spaventatevi, a parte queste quisquilie potrete folleggiare, o no?

Quanto a me, a questa società civile preferisco di gran lunga lo stato selvatico; e pure quello berlusconiano mi sembra molto più umano e degno di rispetto, anche se purtroppo fuori della portata delle mie tasche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s