Esibizionismo islamico

Ovvero quando l’Islam diventa un capriccio democratico. Da un po’ di tempo succede così: il signor Ahmed (Tizio), essendo pio e avendo delle fisime intellettuali che il contatto con l’Occidente e la babele dei diritti hanno potentemente stuzzicato, ed essendo annoiato dalla vita e non sentendosi abbastanza vittima per trovarvi gusto, ha dunque l’alzata d’ingegno di mettere il burqa alla propria mogliettina. Così ora se la porta in giro, come una cagnetta con lo scafandro, per vedere l’effetto che fa. S’intende, son cose che si fanno solo in Europa, o nei covi dei fanatici della Dar al-Islam. Quando torna al suo paesello nel Maghreb la coppietta si guarda bene d’indulgere in certe stravaganze: la povera donna morirebbe di vergogna, e il signor Ahmed (Tizio) si farebbe rider dietro da tutti i Mohamed (Caio) e Youssef (Sempronio) del quartiere. Ormai infatti nei villaggi del Maghreb, anche quelli più tradizionali dove ogni famiglia ha il suo bel dromedario in garage, quando una donna intabarrata all’inverosimile calpesta l’acciottolato polveroso dei vicoli del paese, le femmine, pure quelle anzianotte, ridacchiando si dicono l’un l’altra: “Poveretta, è appena tornata dall’Europa.” Questo sfogo naturale, che risponde appieno alla salute mentale dell’uomo e perfino della donna – perfino di quella musulmana – è ora invece negato agli abitanti delle nazioni civili. L’occhio spietato del Grande Fratello Politicamente Corretto ci segue in ogni dove e ci impone il “non vedo, non sento, non parlo”; e il “non sghignazzo”, pure quello. Cosicché se a qualche renitente al verbo democratico capita di incrociare il proprio sguardo con uno di questi fantasmi cimiteriali – nell’occasione arrivato dal Bangladesh – in un luogo pulsante di vita come un supermercato della Marca Trevigiana, e di avere qualcosa da ridire al riguardo, tanta è la carica intimidatoria di questa immateriale superpolizia, che al Direttore la risposta riesce ortodossa, sciocca e indegna di commenti come se gliela avessero scritta in un foglietto: “Fare la spesa è un suo diritto, noi non siamo razzisti e non troviamo nulla di male se uno osserva le proprie tradizioni”. Amen.

Non lontano dal luogo di quest’ultimo delitto vive il sottoscritto. Da quando le figlie di Maometto sono arrivate in paese – sono ormai parecchie stagioni – invece di andare in giro tutte nude al pari delle nostre svergognate, come mi sarei aspettato col tempo, le vedo di anno in anno più infagottate; anche d’estate, nonostante il caldo vero, il caldo percepito, e il caldo sventagliatoci in faccia dagli ayatollah del cambiamento climatico. Molto speravo nella corruzione dei costumi tipica dell’ammirevole civiltà cristiana per riconciliare con l’umanità, specialmente quella maschile, queste sventurate. Qualche settimana fa mi sono rabbuiato di colpo incontrando una ragazzetta di sette-otto anni che sgambettava sola per strada: un velo, per quanto vezzoso e sgargiante nei colori, le copriva i capelli e le si chiudeva sul collo come una sciarpa: un piccolo fulmine e una piccola nuvola nera innocente a ciel sereno. “Eh no, stiamo esagerando. Qui stiamo esagerando.” mi son detto trattenendo freddamente un sentimento di rivolta.

E non è finita, perché c’è poi quella che è vissuta sempre da noi, che è venuta su come le nostre figlie, insomma con tutte le perdonabili manie delle nostre stronzette locali, che s’improvvisa islamica solo per spirito di fronda, o per conformismo democratico da aspirante progressista (scommettiamo?), e si mette il velo anche contro il parere dei genitori. Il solito sociologo, come da Manuale delle Giovani Marmotte, la spiega invece così: “A quelle ragazze viene negata una diversa identità alla quale sentono di avere diritto. Così finiscono per cercarne un’altra nei loro valori, riscoprono la religione e la cultura di provenienza nella quale finiscono per trovare un fattore di ancoraggio. La loro battaglia per la moschea ‘segreta’ si spiega anche così”. Sfido chiunque a capirci qualcosa: una diversa identità? Quale identità se poi non potendola ottenere la cercano nella religione e la cultura di provenienza? Non è quella veneta, italiana, europea, cristiana, occidentale e non è nemmeno quella araba e islamica: di che stiamo parlando? E chi gliela nega? Grande confusione sotto il cielo. Caro sociologo, si dia una rinfrescata. Vada in piscina. Se vede una signorina con pigiamino e cappuccio beatamente in ammollo chieda lumi a lei. Avrà il coraggio, spero.

In linea di massima – ma non assolutamente – sono contrario a iniziative legislative in materia. Dire che il burqa – o niqab che sia – vada messo fuori legge perché simbolo di segregazione o lesivo della dignità della persona sembra sensato, ma è una strada che potrebbe aprire la porta all’arbitrio. La legge che vieta “di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona” o le norme che presiedono ai criteri di identificazione da parte dell’autorità pubblica sembrano aggirabili. V’è inoltre da dire che il proliferare di norme in materia di costume o addirittura di gusto svilisce la legge ed allontana il cittadino dal senso di responsabilità. E mi hanno sempre fatto ridere – amaramente – quei sindaci ansiosi di emettere ordinanze in fatto di mutande e magliette, o quei piani regolatori che vogliono dire la loro perfino sulle tinteggiature degli edifici.

Prima di arrivare a tanto, ci sarebbe un altro mezzo, molto meno invasivo, molto democratico, molto socialmente civile e civilmente sociale, per mettere in riga le teste dure. La società, per istinto di conservazione, ha sempre saputo crearsi dei tabù senza dover ricorrere per forza alla legge. Se la libertà ci concedesse di prendere in giro – nei media soprattutto –  queste pagliacciate insieme a tante altre cose, anche serie, forse per i segregazionisti islamici le cose diventerebbero un più difficili e per le signorine grottescamente ultratimorate un po’ più respirabili: à la démocratie comme à la démocratie, o no? Ma il Grande Fratello Democratico non vuole. E allora cosa vuole?

La lunga marcia berlusconiana (e i suoi effetti)

Continua, passo dopo passo, la lunga marcia della democratizzazione berlusconiana, non molto appariscente ma terribilmente reale per chi deve temerne gli effetti. Essa è così solidamente incardinata sul lato giusto della storia da proseguire il suo cammino senza trovare alcun serio ostacolo nonostante le bombe e bombette che ogni giorno le scoppiano intorno. Anzi, a ben vedere, è proprio il clima epocale di bonaccia, un senso generale d’ineluttabilità, a dare la stura a tante manifestazioni di nervosismo impotente, sia nel campo dei mori sia in quello dei cristiani. Tanto si strepita in un senso, tanto le cose marciano tranquillamente e impietosamente in direzione contraria. All’occhio superficiale può sembrare una cosa sorprendente che Berlusconi resti in sella in barba agli attacchi concentrici di cui è oggetto quotidianamente; che sopravviva baldanzosamente ad un’allure non propriamente presidenziale, e all’assedio oramai internazionale dei firmaioli democratici, sempre numerosi quando si tratta di sparare con frivolezza sulla Croce Rossa; che sia più forte delle proprie debolezze e stravaganze, del cerone e dei capelli tinti; più forte della crisi economica; più forte del neostatalismo municipale di certi legaioli dai denti robustissimi e di quello parafilosofico di certi guru del suo governo; ma questa blindatura è solo il meritato premio per l’uomo politico italiano che con più determinazione e coraggio ha imboccato la strada giusta.

Il muro di Berlino in Italia non è mai completamente crollato: ci è voluto l’impareggiabile o inqualificabile conquistatore di giovani e romantiche femmine che tutto il mondo c’invidia per finire degnamente il lavoro. La glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo per l’establishment: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, il Risorgimento, la Resistenza, le contiguità tra fascismo e comunismo, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, l’opinione pubblica ebbe agio – pericolosamente – di vedere la significativa prospettiva storica di quell’ampio viale che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. Vecchie verità potevano finalmente acquisire un inedito peso politico, scomode per tutte quelle rendite di posizione che il Muro indirettamente aveva puntellato. Nei libretti di storia del futuro – quelli più stringati – si troverà scritto che Mani Pulite fu un tentativo da parte dell’establishment peninsulare – culturale ed economico – di fermare la storia. Dopo averlo sventato, aver tenuto duro, rimesso in moto il processo naturale di unificazione del paese, ché questo significano i mal di pancia di questi anni, oggi, portata quasi di peso dalle onde lunghe della riconciliazione con la verità storica, la controffensiva della plebe berlusconiana si concentra sui personaggi emblematici della casta laico-repubblicana. E così ora che si rumoreggia di una ripresa possibile delle inchieste sulle stragi mafiose in chiave antiberlusconiana, in mezzo a tanto fumo e nella “maturità dei tempi”, per usare un’espressione biblica, il dato nuovo e saliente riguardo ai fatti del 1992 è però che a finire nel mirino delle artiglierie del Cavaliere con sempre più decisione è proprio l’ideologo principe dell’antimafia, l’eccellente dottor Violante: il che significa che l’opera meritoria di demolizione continua.

E’ spassoso veder lamentarsi di “dossieraggi”, di “killeraggi”, di “trame oscure”, insomma delle vecchie “pratiche d’infamia” di volterriana memoria, gente che di queste cose si è nutrita fin dalla pubertà, che vi è cresciuta dentro tanto da fare dell’allarmismo democratico più o meno intimidatorio una specie di seconda e pavloviana natura: per questo non se ne accorge nemmeno. A differenza della truppa berlusconiana, temprata dal manganello democratico, costoro sono abituati solo a darle, e con gran comodità, e rimangono sbalorditi se il bonaccione brianzolo per una volta si ricorda di essere un autocrate. E si sentono dolorosamente feriti se il piccolo energumeno Brunetta, come tutti i politici di questo mondo, si butta nella mischia armato di appena un po’ di sana e solida demagogia populista: sai che tradimento! che crimine contro l’umanità! E dall’altra parte i berlusconiani sono talmente poco abituati a darle, che al primo colpo hanno affondato naviglio amico, il Boffo. L’Avvenire del duo Boffo-Ruini è stato sostanzialmente un discreto compagno di strada – per così dire – del politico Berlusconi, tant’è che gli articoli critici delle ultime settimane erano più il risultato di un cedimento alle lamentele di parte del mondo cattolico, che il segno di un cambiamento della linea editoriale. Gli è che il Feltri Furioso, oltremodo assorbito dal suo ruolo di cannoniere principe dell’armata berlusconiana, appena ha visto un bersaglio scoperto – a mo’ d’ammonimento – ha fatto fuoco.

Berlusconi è forte perché si è fatto interprete della necessità di un epocale “resettamento” della vita democratica in Italia; per questo chi ha qualcosa da perdere da questo cambiamento evoca fantomatiche dittature e ciancia di popoli ipnotizzati; per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo. Il berlusconismo è più forte di Berlusconi; il giorno della sua tanto auspicata eliminazione chi ne raccogliesse apertamente l’eredità, quasi un Antonio moderno col cadavere di Cesare tra le braccia, diverrebbe immediatamente l’uomo politico più forte del paese.

Ma se la marcia berlusconiana ha prodotto pure un generale e comprensibile risentimento tra i vinti, ne ha prodotto pure uno di più sottile e malsano nel campo teorico dei vincitori. Che la vittoria nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso fornito una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di quell’autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni che caratteristicamente rinfacciava agli avversari politici. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi. E da allora, son passati ormai tre lustri, questo “post traumatic stress disorder” viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti – lodato dagli ipocriti per la “correttezza” dimostrata durante le lunghe vicende processuali che lo hanno coinvolto – sarebbe stato sbrigativamente consegnato al boia senza la creazione di una vera “opposizione” nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolgeva l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate del funambolico pensionato Cossiga, agli Adepti della Setta del Grande Centro e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. C’è poi chi, come Buttiglione, si consola non combinando nulla, sprofondandosi in poltrona, incrociando le gambe e gettando uno sguardo profetico nel futuro, vedendo cose negate a qualsiasi altro essere umano, e si crede pure molto in gamba. Poveretto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Che noia Berlusconi. Ossia l’antiberlusconismo. Ossia l’Italia. Sono annoiato a morte. Per riuscire a scrivere qualcosa devo recuperare vecchie cose, ché tanto ai testoni fanno sempre bene. Ecco le risposte ai commenti:

1) Come ho già scritto altrove Mani Pulite scoppiò proprio là dove i venti di novità erano più forti, nel Lombardo-Veneto. Il crollo del comunismo internazionale, prima con le crepe degli anni ’70 e ’80 e poi con la cadutra del Muro nell 1989, sbloccò la situazione italiana. Le novità negli anni ’80 furono Craxi e la Lega. Dove il panorama politico era più fragilizzato, insomma là dove DC e PCI erano o più in crisi o erano meno forti, nel Lombardo-Veneto scoppiò Mani Pulite, perché i magistrati si sentivano sufficientemente forti grazie al malumore generale. Fu una grande occasione per una “confessione generale” e per ripartire da nuove e più civili basi ma una magistratura politicizzata ed esemplarmente parziale, sostenuta dagli ex-comunisti e dall’oligarchia industrial-finanziaria, ne approfittò per fare un repulisti di tutti i possibili avversari della conservazione politica ed economica. Mani Pulite ebbe l’appoggio degli italiani per pochi mesi, finché si capì dove si voleva andare a parare.

2) Qualcuno si sorprende perché dico che la sinistra si stava mangiando dal di dentro il paese. Mi sorprendo io. Vogliamo tirar fuori un qualche segmento della società che progressivamente non fosse caduto in mano ad uomini di sinistra: sindacati, pubblica amministrazione, cultura, università, giornali ecc, e perfino in campo economico? La verità è che la DC garantiva solo per la posizione occidentale in politica estera; per il resto il PCI e i suoi satelliti cogestivano il paese insieme alla DC ma se ne impadronivano sempre di più perché assai più spregiudicato, e perché per la mentalità comunista la solidarietà politica (che io chiamo provocatoriamente “mafiosa” e “piduista”) faceva premio sul rispetto dei meriti professionali, e i compagnucci si sostenevano tutti in cordata, trasversalmente nella società, con la tattica delle minoranze militarizzate. Erano insomma gli imbroglioni della democrazia. (P.S. La mafia, i cui effetti sono tanto disastrosi per la società, non è però un “grande potere”; la P2 – non che non esistesse – ma fu una barzelletta)

3) Fa ridere sentire quelli di sinistra elogiare – ora – i De Gasperi e i Moro: a loro tempo per il verbo progressista non erano meno peggio di Berlusconi. Sissignori, anche Moro, di cui non ho affatto una grande opinione. Tanto per capire l’atmosfera di quei tempi un anno prima di morire o forse solo qualche mese prima, non ricordo bene, Moro, guarda un po’ investito dal solito “scandalo” – l’affare Lockeed – e dalla solita gragnuola antifascista, lui che era un uomo che non si sbilanciava mai, disse quelle parole famose che tanto dispiacerebbero ai Di Pietro, ai Zagrebelsky, alle anime democratiche d’oggigiorno: “la DC non si farà processare!”. Tutto dimenticato, tutto digerito, come al solito succede per il gregge di sinistra.

4) Dispiace vedere gente intelligente ripetere come un pappagallo i soliti refrain della vulgata della sinistra. Il CAF, i nani e ballerine, Craxi e il debito pubblico ecc.

“Nani e Ballerine” fu una battuta di Formica, uno dei colonnelli craxiani, segno che da quelle parti c’era almeno il senso dell’umorismo, cosa negata all’uomo democratico di razza purissima. I nani e le ballerine di Craxi erano quattro gatti, i nani e le ballerine della sinistra odierna sono un esercito, ma vanno rubricati sotto il nome di personalità significative della cultura e dello spettacolo. Del CAF faceva parte pure quell’Andreotti amico di tutti che durante i governi Craxi, nelle veci di ministro filoarabo degli esteri, per alcuni anni fu il beniamino del popolo di sinistra (“Lui è l’unico che si salva, l’unico decente! ecce. ecc): ma anche questo se lo sono dimenticato. Dimenticato e digerito, come al solito. Come al solito il gregge di sinistra. Del debito pubblico durante l’era Craxi la sinistra se ne infischiò in lungo e in largo. Era l’ultimo dei problemi. Per il resto Berlinguer e compagnia, che giammai ne combinarono una di giusta, promossero un referendum (che persero) luddista-reazionario-sfondacassedellostato contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi.

4) I processi di democratizzazione non si misurano solo col successo delle riforme, ma anche, non mi stanco di ripetere, col riequilibrio dei poteri reali nel paese. Anche una lotta di potere, se combatte le oligarchie, e se fa sì che lo spettro politico del paese rispecchi quello economico-sociale del paese, è importante. E’ necessaria. E’ la base. E’ quello che sta succedendo. Mi compiaccio di una cosa: di capire bene il berlusconismo. Per coincidenza proprio in queste ore Brunetta – non il capo – sta sparando a palle incatenate contro le élites. Domani mi sa che sentiremo tuoni e fulmini, e lagne.

Sapete perché oggi Brunetta cannoneggia contro le élites ed evoca apertamente il “colpo di stato”? Sapete perché? Non certo perché lo tema veramente il colpo dello stato. Il “colpo di stato” le “élites” lo hanno sognato per quindici anni. Ma quando i “poteri forti” sono veramente forti, le parole si misurano, ci si muove con circospezione, nonostante la tensione latente, e si grida solo quando le cose precipitano. Mentre ora sono stati indeboliti, com’è stata indebolita la sinistra, e i berlusconiani hanno meno paura e sentono che è il momento di sfondare. Nel post ho scritto “per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo”: questo intendevo. Ma è sempre stato così nella storia: quanto più un dittatore è debole, o quanto più un’oligarchia (quella vera, non Berlusconi & C.) è debole, tanto più il popolo (quello vero, non la setta dei firmaioli) rumoreggia. Quanto più il giogo è pesante, e quanto più le speranze di liberazione sono lontane, tanto più si rassegna. Umano, troppo umano. (P.S. ahò, so’ l’infame Franti, l’infame Franti, mica il secchione della classe…)

Esagerato. Moooolto esagerato. Consapevolmente esagerato. E’ vero che l’eliminazione dei corpi intermedi è sempre stato il modo per rinsaldare un potere centralizzato. Così con l’Assolutismo – specie nel caso francese, il più classico – il Re, così paterno col popolo, giorno dopo giorno indeboliva l’Aristocrazia corrompendola coi privilegi e sottraendole ogni potere politico. E i demagoghi vecchi e moderni si sono sempre appoggiati sulle masse dei diseredati – all’uopo ipnotizzati, ça va sans dire – per sciogliere i grumi duri della resistenza. Ma qui stiamo solo mettendo le cose in pari, per il bene dell’Italia. Come fece la gloriosa Serenissima quando conquistò i territori della terraferma. Sparse campagne e città di leoni alati, per far capire discretamente chi comandava, tagliò le unghie alla nobiltà della terraferma, che rosicò assai. Fu così che nel momento più critico della storia veneziana, all’epoca della Lega di Cambrai, Machiavelli, che pur odiando i veneziani rimaneva abbastanza sveglio, si accorse – cosa rarissima per uno stato italiano a quei tempi – che i contadini erano tutti “marcheschi”, ossia tifavano per S. Marco. Oggi c’intronano gli orecchi da mane a sera con le tirate contro il dittatore, con l’evocazione di scenari disastrosi, e vorrebbero far credere, tutti in coro, non una nota stonata, che la libertà è in pericolo: cerchiamo di non essere ridicoli. Un po’ di populismo è inevitabile. Ma quello ce lo mettevano perfino De Gaulle o Reagan. (P.S. Sarei curioso di conoscere Silvietto. Siccome mi conosco fin troppo bene, so che comincerei a prenderlo simpaticamente per il culo per tutte le sue manie, così, per tastare il suo grado di suscettibilità, che è una caratteristica ben poco virile…)

MANI PULITE in pillole disposte con ordine

Anni ’70: segni di crisi del comunismo internazionale. In Italia le due balene, l’una rossa e l’altra bianca. Per riciclarsi a sinistra qualcuno inventa “l’eurocomunismo”; poi Berlinguer, siccome il bel sol dell’avvenire rosso non incanta più, lancia la “questione morale”: i cattivi non sono più i “non rossi” ma “i corrotti”, all’uopo sempre “fascisti”.

Anni ’80: il comunismo piano piano crolla. Lo scioglimento dei ghiacci fa sì le pulsioni modernizzatici, per quanto confusamente espresse e costrette al mutismo da troppo tempo, vengano a galla. A sinistra si afferma il socialismo di Craxi. Naturalmente per la gazzette antifasciste – ossia sovietiche – prima il “decisionismo” di Craxi viene usato retoricamente per alludere a derive fasciste, poi si incomincia la pratica d’infamia contro “i ladri socialisti”. A destra, nell’enorme roccaforte bianca lombardo-veneta, il popolo che votava DC turandosi il naso in funziona anticomunista premia la Lega Nord, che ha il suo boom all’inizio degli anni ’90 quando comincia a pigiare sul tasto della protesta fiscale.

Inizio anni ’90: in Lombardia il quadro politico e sociale è sempre più instabile a causa dei malumori del popolo di “destra”. A farne le spese sono proprio i socialisti, che a Milano hanno la loro capitale morale, ma che in realtà vengono presi di mira in quanto omologati ai rappresentanti del potere politico tradizionale. Mani Pulite scoppia a Milano PROPRIO PERCHE’ I MAGISTRATI SI SENTIVANO CON LE SPALLE ABBASTANZA COPERTE DALL’APPOGGIO DELL’OPINIONE PUBBLICA DI DESTRA DEL NORD, E LOMBARDA IN PARTICOLARE. Il giornale dei “rivoluzionari” di Mani Pulite fu L’Indipendente preso in mano da – guarda un po’ – Vittorio Feltri. All’inizio di Mani Pulite la sinistra fu completamente assente e rimase per un po’ a guardare.

Poi i magistrati cominciarono la loro opera di “selezione”. Apparentemente tutti, forze politiche, piccoli e grandi imprenditori, potentati economici (tranne quello – guarda un po’ – di Berlusca) caddero nelle grinfie dei giustizieri democratici. Ma in realtà con alcuni si usavano metodi sbrigativi, con altri le procure manipulitesche erano dei veri e propri porti delle nebbie. Il popolo di “destra”, quella parte dell’opinione pubblica che in realtà aveva permesso con la sua forza l’avvio di Mani Pulite, si sentì tradito e in seguito costituì il grosso dell’elettorato di Berlusconi, che nel frattempo aveva reclutato Feltri per il Giornale. Solo Di Pietro aveva mantenuto una certa popolarità a destra, in quanto veniva considerato meno politicizzato dei suoi colleghi. Berlusconi gli offrì addirittura un posto di ministro!

Perché, una volta accesa la miccia – dalla destra – vi fu un’alleanza naturale fra l’establishment industrial-finanziario e la sinistra post-comunista, per dirottare l’impresa di Mani Pulite? Perché erano due fazioni che non avevano più niente da dire nella storia; perché con l’eliminazione dei partitini, dei socialisti, dei DC non di sinistra, erano l’espressione di forze puramente conservative le quali, ciascuna nel proprio ambito, controllavano i centri di potere nel paese: banche, finanza, grandi gruppi industriali boccheggianti da una parte; cultura, scuola, buona parte dei sindacati, pubblico impiego ecc. dall’altra. Erano pezzi di Vecchio, ché essendo perfettamente stagionati, e avendo perso ogni originaria potenzialità conflittuale vicendevole, come dei materiali inerti si incastravano uno nell’altro. I loro giornali parlarono con una stupefacente unità d’intenti, fin quando non furono messi in crisi dalla forza berlusconiana. Il loro nemico comune principale l’immensa classe media fatta di piccoli e piccolissimi imprenditori, cui si unirono poi buona parte del mondo delle professionali liberali e dei dipendenti del settore privato almeno al Nord. E pure una grossa parte dei socialisti di allora, che con tutti loro difetti, costituivano pur sempre un elemento di rottura in un’Italia pietrificata. Una plebe, magari non attraente, con le sue grossolanità, ma certo la parte più dinamica ed attiva del paese. Quella che aveva dato inizio – essa, non la sinistra – a Mani Pulite.

Il consolidamento del berlusconismo, sia che si trovi al governo, sia che si trovi all’opposizione, ossia l’accettazione della realtà e la rinuncia a considerarlo un’anomalia, è il presupposto necessario per qualsiasi riforma “liberale” in Italia.

L’Italia rivoltata come un calzino. Da Berlusconi.

Rivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi da rappresentare una rivoluzione culturale l’esibita moralizzazione della politica italiana costituì in realtà il più ortodosso dei richiami all’ordine repubblicano da parte delle forze più conservative di una penisola che sfuggiva loro di mano giorno dopo giorno. Una stanca aristocrazia di denari si univa ad una stanca aristocrazia intellettuale per tenere sotto i piedi la marmaglia della gente nova.

I quindici anni della resistenza berlusconiana – quella vera – sono riusciti a mettere in crisi definitivamente quell’Italietta miserabile soffocata e umiliata in modo innaturale dalla dicotomia fascista-antifascista, dai gerarchi di prima e da quelli di dopo. Non è stata un’opera di distruzione. E’ un’Italia che ha ripreso il cammino, è l’Italia in cammino, per riprender il titolo di un libro di ottant’anni fa del grande storico “nazionalista” Gioacchino Volpe; un organismo liberato da una camicia di forza che ha ripreso a respirare e quindi anche a sudare, e pazienza se questa ridiscussione sulle origini e i fondamenti della nazione ha prodotto degli effluvi non proprio deliziosi. Era inevitabile e necessario. Ma visti in prospettiva storica, ad esempio, anche i partiti del nord e i partiti del sud, il revival dei dialetti o delle proteiformi e mai codificate madrelingue regionali che dir si voglia, costituiscono più uno sfogo che la messa in discussione dell’unità nazionale.

E’ la stagione berlusconiana che ha reso possibile la “costituzionalizzazione” della destra; che ha sdoganato il “liberalismo” (fin qui a parole, s’intende, perché con gli antichi appetiti dei capetti della nuova classe politica e col panico intellettuale causato dalla crisi dell’economia mondiale i buoni propositi si sono squagliati come neve al sole: ma almeno il primo passo è stato fatto); che ha fatto germogliare fiori strani – per la nostra epoca storica – ma eloquenti come il “liberismo di sinistra”; che ha permesso di superare in politica con non disprezzabile equilibrio e maturità gli steccati obsoleti fra “laici” e “cattolici”, evitando di cadere, seguendo le sirene dei cattolici “adulti”, in un moderno cesaropapismo nel quale i cattolici si sarebbero dovuti inchinare ai gran sacerdoti del culto feticista della Costituzione laica e repubblicana; perfino lo stesso Fini neo radical-liberaliggiante è un prodotto della “liberazione” berlusconiana.

Interpretata come un sintomo di debolezza di un leader disperato, e anche se messa in moto da vicende particolari, la controffensiva mediatica e giudiziaria delle armate berlusconiane contro Repubblica in particolare, ma non solo, è al contrario il segno che una nuova classe politica, nata dal necessario riequilibrio dei poteri reali nel paese, si sente oramai abbastanza forte e salda per fare quello che da noi nessuno ha mai osato fare da trent’anni a questa parte: rispondere al fuoco col fuoco per far cadere nella polvere i simboli e le statue del Pantheon della casta democratica.

E’ per questo che nell’ultimo atto della revisione politico-culturale berlusconiana, con zelo didattico, nel mirino dei barbari oltre al “giovane” De Benedetti è finito in questi giorni anche il “vecchio” Agnelli, la cui figura è rimasta impigliata miserevolmente nelle maglie di un’assai poco onorevole ed assai “piccolo-borghese” zuffa fra eredi: non è parso vero di contrapporre tacitamente gli omaggi tributati all’elegante libertinaggio dell’Avvocato, quasi un grazioso ricamo sul tessuto della sua vita aristocratica, alle intimazioni rivolte a Berlusconi di consegnarsi al tribunale del popolo delle Dieci Domande.

“La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno” è il titolo di un pezzo di Stefano Folli sul Sole24Ore sul caso Boffo, a proposito del quale, anche per debolezza patriottica – Boffo è trevigiano, come me – in un primo momento ho sperato che Feltri avesse preso una cantonata micidiale. Le reazioni non mi hanno tranquillizzato per niente, al contrario. Ho assistito solo ad una levata di scudi contro l’agguato messo in opera dai bravi berlusconiani tanto corale quanto evasiva nel merito della questione. Per il momento. Faccio solo notare, al di là della tendenziosità di un titolo che allude vagamente all’inadeguatezza e fors’anche all’illegittimità della strategia politica berlusconiana complessiva, che se fosse stato per i chiacchieroni dal garbo conciliante e impeccabile, ossia accomodante, anche la gioiosa macchina da guerra di Occhetto avrebbe avuto vita facile e di un’Italia faticosamente in cammino manco ci sogneremmo.

[pubblicato su Giornalettismo]

POST SCRIPTUM: siccome non riesco a convincere quei testoni dei lettori dei  miei articoli, che anzi si guardano l’un l’altro scuotendo il capo come per dire: “Questo è pazzo!” – cosa lusinghiera in quanto io decido di mia spontanea volontà di interpretarla come un tributo involontario alla genialità – ho replicato alla sfilza delle perplessità e dei dissensi con una lunga spiegazione terra terra:

Ma ragazzi, cercate di vedere le cose con gli occhi della storia e non con quelli della cronaca. Non fatevi incantare dalle chiacchiere sulle prime e le seconde repubbliche. La bella politica non ci sarà mai e i protagonisti della politica saranno sempre in generale degli esempi di mediocrità. La politica, anche se il concetto è necessariamente un po’ vago, dovrebbe rappresentare la società e i rapporti di forze al suo interno. Entra in crisi quando vi è un decifit di rappresentazione e si forma un tappo alla sua porta d’ingresso. Alla fine degli anni ’70, anche a causa della situazione internazionale, l’Italia aveva raggiunto il massimo della mummificazione politica: la balena rossa e la balena bianca, ovvero un elettorato comunista così massiccio da costituire la più grande anomalia delle nazioni occidentali, e un elettorato bianco che votava sempre più turandosi il naso visto che per la DC – sempre a causa in gran parte della situazione internazionale – la politica era una sinecura e del suo elettorato fondamentalmente “conservatore” (non in senso religioso, ma nel senso dell’allergia alle tasse e alla burocrazia, per dirla in soldoni) se ne sbatteva altamente. In campo economico c’era il gruppo di potere intorno alla FIAT e satelliti da una parte e i sindacati storici – soprattutto la CGIL – dall’altra. Queste forze, ciascuno nel suo ambito, “gestivano” il paese. Col craxismo si aprì la prima breccia a sinistra. Il nuovo genera il nuovo e quindi il craxismo insensibilmente, quasi sotto traccia, piano piano cominciò a mettere in crisi le sinecure della DC. Infatti una parte dell’elettorato conservatore, incoraggiato dall’indebolimento dell’egemonia comunista, cominciò a guardarsi intorno per trovare un altro interprete dei suoi interessi e lo trovò nella Lega. Le prime Leghe nacquero in Veneto, me lo ricordo bene, perché la Liga Veneta cominciò a farsi un nome proprio nella Marca Trevigiana. Ma era più che altro un fenomeno culturale, quasi folcloristico, più che politico. La Lega Lombarda, che nacque dopo sull’esempio veneto, fin dall’inizio ebbe un carattere prettamente e quasi violentemente politico. I toni nettamente più duri. Tuttavia non vi fu alcun boom della Lega Lombarda fino a quando, invece di limitarsi ai temi identitari, Bossi non cominciò a battere il pugno sul tavolo al grido di “Basta tasse!”. A parte la breve stagione dell’Uomo Qualunque, questa era la prima volta che da una forza politica si prendesse in mano l’artiglieria retorica antitasse, ma la stranezza non è che la Lega finalmente lo facesse ma che in Italia nessuno mai l’avesse fatto prima, perché in realtà questa retorica è merce comune e naturale di quasi tutti i partiti “conservatori” occidentali. E significava anche che la DC non si era mai evoluta e si era oramai disabituata ad ascoltare il suo elettorato. Non bisogna farsi ingannare che la Lega usasse toni fortemente antisocialisti; Milano era il centro del potere di ambedue le forze politiche; ma tutte e due erano il Nuovo nel panorama politico italiano. Non è un caso che Mani Pulite sia esplosa proprio in Lombardia e poi nel Veneto: era il territorio dove le forze politiche tradizionali risultavano più fragilizzate e i venti di novità si facevano più sentire. In un certo senso Craxi fu vittima di se stesso e dei meccanismi che aveva messo in moto. L’idillio degli italiani con Mani Pulite durò solo qualche mese. Si vide ben presto che in mano a magistrati politicizzati essa doveva servire a eliminare proprio tutti gli avversari del Vecchio rappresentato dal PCI, dalla DC, ossia quella disposta a diventare la ruota di scorta del PCI, dall’incartapecorito establishment confindustriale attorno alla galassia del Nord, dai prefetti della Cultura Egemone, dalla burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione nata dalla Resistenza ecc. ecc. Non a caso per quindici anni questi ultimi hanno sempre sostenuto la sinistra. Non a caso leghisti e socialisti craxiani fanno parte dell’esercito berlusconiano. E’ una lotta di potere che in quindici anni ha visto il Nuovo resistere e fortificarsi. Con le ultime elezioni l’Olimpo Confindustriale si è arreso alla nuova realtà. Per questo oggi i killers di lunghissima milizia di Repubblica fanno meno paura e si risponde loro con le loro stesse armi e perfino sbeffeggiandoli. E’ una lotta di potere ma le ragioni della storia e della democrazia stanno dalla parte di Berlusconi, perché la democrazia reale sta anche nel riequilibrio delle forze rappresentate. Per la bella politica, o meglio, per quella presentabile ci risentiremo quando l’Italia sarà un paese “normalizzato” e quando la sinistra seppellirà definitivamente l’ascia di guerra. Questo è il presupposto necessario per l’Italia fighissima che ognun nel suo pensier si finge…