Putin e Stalin

Ci son tante brutte cose nel mondo, ma in quello dei media va di gran moda, oggi, strapparsi i capelli un po’ troppo per l’autocrazia putiniana, tanto che quest’ultima è stata silenziosamente promossa a campione di riferimento per stabilire se un dato paese sia da includere nel novero delle democrazie o meno. Fateci caso: tra i più spietati censori della Russia attuale ve ne sono parecchi che qualche decennio fa verso l’Unione Sovietica della rincorsa agli armamenti mostravano una partecipe comprensione: in fondo l’Occidente non “istigava odio” con la retorica dell’Impero del Male? Beati personaggi ai quali l’incubo polare degli Arcipelaghi Gulag e l’eco terribile delle purghe staliniane non impedivano di continuare a fare pigramente le carezze al loro credo filosofico e politico. Disgraziatamente costoro hanno avuto buon gioco da quando l’opinione pubblica si è assuefatta, a cagione dell’influenza dei chierici della religione universale democratica, a sterili, astratti ed infantili dibattiti sull’alternativa, ben poco pertinente sul piano storico, della “democrazia sì – democrazia no”. Come potesse un paese col passo pesante che la sua immane stazza transcontinentale gl’impone, nel quale la servitù della gleba fu abolita solo negli anni dell’unità italiana, uscito da secoli e secoli di zarismo, e da un secolo di comunismo, trasformarsi d’incanto in un’accettabile liberaldemocrazia europea è un mistero per chi abbia ancora conservato un minimo di senso comune, e non butti la questione sul tavolo della contesa ideologica, magari per fini di politica interna. Cosicché non deve stupire se oggi i sondaggi dicono che grosso modo un terzo dei russi dichiarino di avere un’opinione favorevole del “piccolo padre” Josif Stalin. Certo, a volte rimpiango il fatto che non vi sia stata una Norimberga anche per i crimini comunisti, col corollario esemplare della fucilazione di qualche centinaio di gerarchi rossi – nel nome dei diritti umani, naturalmente – ma se poi penso che ci saremmo dovuti sorbire un secolo di virtuoso, ostentato e democratico “anticomunismo” istituzionale da parte della solita marmaglia opportunista, allora penso che sia stato meglio così, grazie a Dio.

La Russia è sempre stata un gigante insicuro, che della sua grandezza e delle sue immense pianure ha fatto i suoi bastioni difensivi. Spaventata e umiliata dalla distanza che la separava dall’Europa, per riecheggiare le parole di Dostoevskij in una lettera allo Zar Alessandro III del 1873, ha oscillato continuamente tra l’imitazione servile dell’Occidente e la volontà di potenza, tra il disprezzo di sé e il nazionalismo aggressivo. Fenomeno nient’affatto peculiare se non per la sua inedita dimensione, almeno nel quadro della civiltà cristiana-occidentale in senso lato. Nella figura di Pietro il Grande, che procedette a tappe forzate ad un’occidentalizzazione del paese colossale tanto quanto la mancanza di scrupoli verso la vita umana che dimostrò nel realizzarla, le due pulsioni si combatterono piuttosto che combinarsi armonicamente. Non sorprende allora se per una parte della popolazione russa il dittatore georgiano che “sconfisse” i nazisti; che fu celebrato in patria come un redivivo Aleksandr Nevskij, il difensore-salvatore per antonomasia della Santa Madre Russia; che fu guida dell’URSS quando questa, su basi in realtà fragilissime, divenne un grandioso modello o un grandioso spauracchio per il resto del mondo; non sorprende se rappresenti ancor oggi una figura popolare del quale una memoria ultraselettiva disegna solo un profilo rassicurante e paterno.

E’ difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di “grandeur” affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di conservazione del popolo russo: così si conciliano gli omaggi tardivi ma ufficiali resi a Solzhenitsyn, con la discreta politica di “laissez faire” intorno al revival staliniano; le aperture “liberali” dell’attuale presidente Medvedev, con gli atteggiamenti da cane di guardia del suo boss. Quella dell’ex agente del KGB non è la versione russa del Terzo Reich, o la riedizione in nuce dell’Unione Sovietica. Per il momento – per il momento – è la politica di un gigante gracile che percorre un sentiero stretto in cerca di stabilità e continuità nello sviluppo, nelle forme assai ruvide di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la “grandeur” francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò “nei fatti” alla pax americana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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A Christmas prayer

Padre nostro che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà. Naturalmente: perché Tu vedi quello che noi non vediamo, e lasci che il Maligno, a nostra ma non Tua confusione, sia il Tuo servo sciocco per qualche tempo, quaggiù. Ma se per caso – il Caso non è teologicamente pertinente, lo so, ma Tu mi capisci, Signore – se per caso i miei desideri coincidessero con la Tua volontà, ecco Signore,

liberaci!

nel giro di una notte, con quell’indimenticabile, ruspante tocco da Supremo Macellaio dei bei tempi dell’Antico Testamento, a mo’ d’ammonimento, di qualche migliaio di emeriti e tirannici imbecilli come questo professor Nathan Grills: un disgraziato sicofante dei tempi moderni, che finalmente ha trovato il suo Socrate nel rubizzo e ciccione Babbo Natale, novello corruttore di fanciulli, reo di aver esibito le sue placide rotondità anteriori e posteriori, onesti e umani tributi a Bacco, Tabacco e alle comodità della sua slitta, e vasi di Divina Saggezza che s’aprono fecondi solo al cuore delle piccole anime innocenti. Amen.

Le polveri bagnate della guerra civile

Cari concittadini, italiane e italiani, non ci sarà nessuna guerra civile all’indomani del berlusconicidio sventato da la bela Madunina, che certo non poteva farsi complice degli istinti dello sciagurato Tartaglia. La guerra civile vera, tutto sommato “fredda”, nonostante il tributo di sangue pagato alle scariche rabbiose del terrorismo qualche decennio fa, è finita. Doveva finire già nel 1989: la protesi artificiale del manipulitismo l’ha fatta durare per un altro ventennio. E’ finita un anno e mezzo fa, quando con la vittoria berlusconiana alle elezioni politiche una parte importante dei poteri reali del paese coi loro giornali di riferimento si è definitivamente sottratta allo stato di soggezione nei confronti del Partito di Repubblica, ed ha stipulato idealmente col Cavaliere una pace separata. Ci sono battaglie che segnano in guerra un punto di non ritorno: la Beresina, o Midway, ad esempio, oppure quella ancora più epica combattuta il 13 aprile 2008 sul suolo italico. Prendere il monte Berlusconi, dopo la mattanza dello Scudo Crociato, e l’eccidio del Garofano, per poi ricaricare le pile in discesa e raggiungere la pianura della Terra Promessa, si è rivelata un prova troppo dura anche per un’armata formidabilmente dopata come la nostra sinistra, che dal radicalismo di massa, tanto comunista quanto democratico, non si è mai emancipata.

L’ultimissima versione di questa paranoia collettiva vede come principali protagonisti il feticismo costituzionale e la mistica delle “istituzioni”. Vien da ridere a pensare al “rispetto” formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricorda l’ottimo Giuliano Cazzola su l’Occidentale:

Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964, N.d.Z.] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare, N.d.Z.] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978, N.d.Z.] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro [Presidente della Democrazia Cristiana, spedito sotto terra dalle Brigate Rosse comuniste nel 1978, innalzato un po’ alla volta a santino democratico dai post-comunisti, N.d.Z.] gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze” [peggio di Craxi e Berlusconi, N.d.Z.]. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). [Il mammasantissima Eugenio Scalfari, si dice, all’uopo auspicò una perizia psichiatrica, N.d.Z.] All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.

Chi se lo ricorda? Chi glielo ricorda ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle demonizzazioni? Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo “controcorrente”, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista [fantastico! N.d.Z.] oltre che craxista?

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’ opinione, addirittura una tentazione autoritaria.

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.”

Ah ah ah… capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto. Gli è andato idealmente dietro, con lo zelo comico e ultraortodosso dell’ex democristiano inghiottito dal Leviatano post-comunista, Dario Franceschini, che ha auspicato, in caso di elezioni anticipate ed in nome dell’emergenza democratica, un Comitato di Liberazione Nazionale. Un altro impalpabile democristiano con già un piede nella tomba politica, o nella bocca del mostro, come Casini, gli ha fatto eco.

Cos’è cambiato, di fondamentale, da allora, ma anche da qualche anno fa? I toni? Non sembra proprio. Di cambiato c’è che le polveri sono bagnate; che l’immensa catasta d’esplosivo si è deteriorata; che il romanzo criminale perde ogni giorno la sua paginetta, così come la schiera dei suoi ammiratori perde ogni giorno qualche rappresentante, tanto da essere diventata, per quanto possente, una netta, visibile, e ben circoscritta minoranza. E soprattutto sempre più isolata. C’è nella società un istinto animalesco che annusa questi cambiamenti. Se da qualche tempo i berlusconiani sono all’attacco e parlano con una franchezza inedita nella storia repubblicana italiana è perché annusano la debolezza dell’avversario. L’attacco ai santuari giacobini delle pratiche d’infamia, eredi della propaganda comunista, è cominciato da tempo. Nelle parole “incendiarie” (ma va’…) pronunciate da Cicchitto in parlamento non c’è niente di nuovo:

A condurre questa campagna è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal quel mattinale delle Procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in TV a demonizzare Berlusconi. E da un partito come l’IDV, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani.

Niente di nuovo, tranne quel “caro onorevole Bersani” che ha il sapore di un ammonimento, di un invito, e di un incoraggiamento insieme, lanciato da posizioni di forza.

In Italia solo ora sta crollando il Muro di Berlino di una generalizzata menzogna storica. Berlusconi sta portando a termine questa demolizione, meritoriamente. Chi spera nella “sparizione” di Berlusconi si illude. Dissolto l’incubo del Cavaliere, ne spunterebbe subito un altro, per necessità storica, foss’anche lo psiconanerottolo Brunetta. E’ una lotta per la verità che sta arrivando al suo momento decisivo. Ciò sfugge ai quei sedicenti liberali di ineffabile astrattezza e inossidabile conformismo, che praticano la dottrina del giusto mezzo, dell’eterno giusto mezzo, fosse anche tra un bandito e il più onesto degli uomini, e che in realtà usano il loro corpo morto per puntellare quel che resta del Muro in Italia. E che la luce della verità storica si stia facendo strada lo dimostra la chiusa di un articolo sulla Stampa di un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi:

 …è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.

“All’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita”: appunto; una ricostruzione con cui “fare i conti”: appunto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

A sinistra la democrazia non va più di moda

Aria di crisi tra i progressisti e l’amata democrazia? In verità, negli appena due secoli, o poco più, di storia della democrazia moderna, i progressisti l’hanno amata più a parole che nella sostanza. I più disinteressati e seri tra i conservatori-reazionari l’hanno sempre avversata vedendoci solo il male; i conservatori-liberali l’hanno spesso contrastata vedendoci, insieme al bene e all’inevitabilità, anche il male che ne doveva, almeno per un certo tempo, venire. E non avevano torto, quest’ultimi, se consideriamo che i totalitarismi del novecento sono fenomeni concepibili solo in tempi di democrazia e di proclamato universalismo dei diritti, ancorché pervertito dall’odio di classe o ridotto al microcosmo nazionale o razziale. Sono stati, nel mondo europeo-occidentale, i due secoli per eccellenza delle “masse” e dei “popoli”. E’ importante tenerlo a mente, oggi, per rendersi conto dei pericoli insiti nel processo democratico, considerato in senso lato, che ha investito i nuovi giganti del pianeta terra e in generale i paesi del mondo extra-occidentale. Ed è una cosa che dovrebbe far riflettere coloro che spingono con leggerezza incosciente, anche qui da noi, nel Primo Mondo, per trasformare molto prematuramente l’ONU in un efficiente organo di democrazia planetaria.

Se però sono stati i secoli delle “masse” e dei “popoli” ciò significa che sono stati anche i secoli di chi li ha creati come concetti politici: le “avanguardie” e le “minoranze organizzate”. Con l’affacciarsi della democrazia moderna, o per meglio dire, del suo primo grande simulacro continentale dopo il prolungato parto anglosassone, fece la sua lugubre apparizione durante la Rivoluzione Francese anche il suo primo interprete, mediatore, tutore e giudice: il Comitato di Salute Pubblica; evocato, guarda caso, proprio in questi giorni come deus ex machina della situazione politica italiana da uno dei nostri ultimi comunisti sulla breccia, dal nome profetico di Migliore, perché il Fato ha già deciso di farlo passare alla storia come il Romolo Augustolo dell’impero rosso nostrano. I progressisti hanno amato il popolo e la democrazia perché, e finché, a quanto pare, potevano proporsi come demiurghi di masse passive e servili, quando non impaurite; e i controrivoluzionari usciti dalle loro stesse file usarono le loro stesse armi. Comunismo, fascismo e nazismo non sono state, cara avanguardista Barbara Spinelli, “escrescenze” di una democrazia esagerata e senza “limiti”, ma di una democrazia prima distorta e poi sequestrata da avanguardie di militanti.

Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata.

Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

Succede sempre così: il coraggio lo troviamo quando siamo con le spalle al muro, quando non ci sono altre vie d’uscita, per quel puro istinto di conservazione la cui riposta sapienza, ad esempio, ha spinto in questi giorni Bersani a sottrarsi all’abbraccio mortale del No B-day, a non omologarsi all’onda del celodurismo antiberlusconiano ed a non farsene inghiottire in un vortice suicida assieme ai suoi zeloti. La storia dirà se questo principio d’indipendenza dal messianismo politico di Repubblica, di Di Pietro e dei loro satelliti, questo silenzioso passaggio del Rubicone, sarà il primo passo di una lunga marcia o se le scomuniche uccideranno il pargolo nella culla. Se Bersani saprà resistere a questa prima tempesta, ne risulterà rafforzato, e ne troverà alimento per andare avanti con più decisione per la sua strada.

Ora a sinistra si confrontano due opposti isolamenti. Quello distruttivo, senza prospettive, di Repubblica & C.; e quello momentaneo e potenzialmente costruttivo di Bersani, o di chi per lui in futuro. Non c’è possibilità di sintesi. Che il fatuo Veltroni e la fatina Melandri volgano ancora lo sguardo biblicamente verso la Sodoma antiberlusconiana, è solo la conferma dell’insostenibile leggerezza dei due personaggi. Che lo facciano pure ex democristiani perfettamente addomesticati come Franceschini o la pasionaria Rosy Bindi la dice lunga sull’ostinata, eretica, soteriologia tutta terrestre di certi cattolici adulti. Ma il popolo di sinistra, che non è quello del protagonismo firmaiolo, prima o dopo sarà costretto a scegliere. E sceglierà di vivere. Visto in prospettiva, l’isolamento di Bersani è un fatto positivo, e necessario, perché fa piazza pulita di quelle furbizie, di quel miserabile opportunismo, di quel tatticismo di cortissimo respiro, che dalla caduta del muro di Berlino e in alternativa all’opzione “rivoluzionaria” del giustizialismo, hanno contraddistinto l’azione del maggior partito della sinistra, mettendo il piombo alle ali di una sana evoluzione. E’ finita l’epoca degli ammiccamenti al mondo confindustriale e delle alleanze innaturali con l’ineffabile centrismo cattolico, che come falli posticci stavano a simulare l’epoca della maturità virile della sinistra italiana.

A Bersani toccherà il compito di disegnare una strategia per la conquista del consenso all’interno del corpo elettorale attraverso un progetto politico, cosa mai veramente intrapresa nella storia repubblicana da una sinistra che quando non è sballottata dai marosi della demagogia apocalittica tende a incagliarsi nei fondali bassi degli abboccamenti con le nomenklature, nell’intento di cooptarle in un puro disegno di potere. Se nel mercato del consenso elettorale la quota già minoritaria della sinistra ha continuato a subire una lenta erosione, è proprio perché essa alle leggi della concorrenza democratica non ha mai veramente creduto; perché ai banchi del mercato offriva merce scaduta, che etichette smaccatamente nuove tradivano ancor di più; perché invece di lottare imbrogliava, brigando l’intervento degli sbirri al fine di mettere fuori gioco la concorrenza con l’accusa di pratiche scorrette o cercando di papparsi i banchi dei pesci piccoli: curando insomma gli spazi fisici del mercato e trascurando il cliente.

Bersani potrà giocare la carta di una franca piattaforma socialdemocratica, moderna quanto basta per aspirare al consenso dei ceti moderati, ma espressamente “socialista” quanto basta per raccogliere una parte dei naufraghi della diaspora comunista a sinistra e di quella socialista a destra, e per confluire a pieno diritto e senza trucchi nella sinistra europea, a patto che sappia coraggiosamente riannodare le fila di una storia interrotta brutalmente dalla ghigliottina di Mani Pulite; ed opporla, quale versione autentica di fronte ad una pasticciata imitazione, a quel prudentissimo paternalismo nel quale il berlusconismo si è arenato con la complicità fatale del clima emergenziale seguito al collasso dell’economia mondiale, che, se non intacca in profondità la sostanziale omogeneità del blocco conservatore, tuttavia introduce un elemento di contraddizione coi miti fondanti della scesa in campo. E se si dovrà acconciare ad una profonda riforma del sistema giudiziario, a garanzia della solidità stessa degli elementi portanti della nuova architettura politica italiana, potrà sempre far valere come elementi di differenziazione le scelte nel campo dei diritti civili e dei temi eticamente sensibili. E infine, naturalmente, Bersani dovrà anche riuscire, col tempo, a restituire una certa considerazione di sé ai giovanotti di bell’ingegno che si sono umiliati per troppo tempo a giocare ai piccoli martiri in pantofole di un regime autoritario inesistente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Spatuzza, il pentito che parla il linguaggio delle procure

Quand’era un efficiente, fantasioso ed entusiasta tagliagole mafioso Gaspare Spatuzza parlava il linguaggio dei picciotti; però ora che è stato folgorato sulla via di Damasco, invece di usare il linguaggio delle sacrestie, usa quello delle procure. Per cui, al suo esordio nel processo d’appello per concorso in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell’Utri, quest’uomo rinato a nuova vita si è sentito in dovere  di mettere subito in chiaro da che parte sta, pronunciando una di quelle  parole d’ordine del luogocomunismo antimafioso che equivalgono ad una vera professione di fede:

Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa Nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, come l’attentato al dottor Costanzo (Maurizio ndr) e quello a Firenze dove morì la piccola Nadia.

Già nel 1993, Violante, allora presidente della Commissione Antimafia, così rispondeva su Repubblica alle domande di D’Avanzo:

Mafia, camorra e P2 hanno avuto complici nello Stato e forse li hanno ancora. Ma che io sappia, non ci sono elementi che possano coinvolgere settori dei Servizi nell’attuale strategia terroristica-mafiosa. Questo non vuol dire che non si debba affrontare la questione degli apparati d’ informazione.

Sempre Violante nello stesso anno diceva:

E’ in corso una vera e propria strategia terroristico-mafiosa contro i cittadini inermi. E’ ormai evidente che non si tratta di isolate, seppur gravissime, intimidazioni. C’è qualcosa di molto più grave che non ha precedenti in un arco di tempo così breve. Inoltre, la diversa qualità tra questo attentato e i due precedenti induce a pensare che sulla base di uno stesso indirizzo agiscano organizzazioni diverse. Questa strategia terroristico mafiosa presuppone una circolazione di ordini, informazioni e persone sospette che, in un arco di tempo ragionevole, non può non essere intercettata dai moderni e adeguati apparati preventivi e investigativi a disposizione dello Stato.

Di strategia terroristica-mafiosa, nel 1995, parlava anche Pier Luigi Vigna, Procuratore della Repubblica di Firenze, in un seminario tenuto a Roma. Da allora la S.P.E.C.T.R.E. terroristico-mafiosa è diventata un tòpos della letteratura antimafiosa. Solo un mese e mezzo fa, in merito alla vicenda assai poco commendevole che ha visto come vittima il giudice Mesiano, ignaro protagonista di un video mandato in onda da Canale 5, uno dei grandi nomi di questa letteratura, l’immortale Peter Gomez, scriveva:

Si tratta di un metodo tra il terroristico e il mafioso. I giornalisti che partecipano a questo gioco si chiamano complici e non sono semplici dipendenti del Cavaliere che piegano la schiena per salvare la carriera o il posto di lavoro. […] Ma, contro il terrorismo e la mafia ci vuole fermezza e coraggio. Se qualcuno ancora ce l’ha è venuto il tempo che lo dimostri.

Update del 07/12/2009: Gio è tanto matto da far la fatica di scrivere un commento che è molto, ma molto, più lungo del mio piuttosto rachitico post. Fra l’altro  esprimendo più compiutamente anche il mio pensiero; ragion per cui lo rubo con destrezza e lo integro direttamente nel post.

Povero Falcone, che non ha mai creduto in cupole ed è morto isolato ad opera di quelli che subito dopo, e sino ad ora, lo hanno idolatrato. Avrebbe riso in faccia a pentitelli di questa risma, che ben sanno di poter campare grazie ai copioni recitati che altri tali e quali s’aspettano; e loro che uomini di disonore sono ma mica scemi, tosto recitano. Avrebbe loro riso in faccia, perchè vera memoria storica della mafia, e perchè senza riscontri di sorta alcuna nemmeno li avrebbe fatti parlare.

Lasciamoli giocare i loro giochi macabri, il tempo finirà con l’avere ragione di loro un’altra volta, inevitabilmente.

Oggi le cose vanno così, le si prova tutte pur di abbattere l’anticristo di Arcore, e se un pentito ti può dare una mano, grazie ai concorsi esterni di una legge frutto di ingegneria giuridica d’interpretazione, perchè no? Col fatto che m’è toccato sapere di striscio e solo perchè qualcuno intercetta i Valorosi e i Fini, che il medesimo avrebbe fatto nome anche di certo Mancino. Nicola Mancino. Quel Nicola Mancino. La notizia da allora non l’ho più udita e senza stupore direi che me l’aspettavo.

Però mi chiedo, dal basso della mia intelligenza modesta, ma pratica, e di empirica curiosità: qualcuno davvero crede alle cose che questo/questi dice/dicono (metto il plurale, confidente che nel breve futuro questo diverrà a senso compiuto)? Esiste davvero uomo talmente infoiato dal suo mal vivere, causa l’anticristo di cui sopra, che riesce a farsi andar bene trame che vedono un nascituro Berlusconi politico – e ancora non ho capito se fattivo, o addirittura prima di pensarselo, il suo agone, che i tempi mica collimano; ma son sicuro che troveranno modo di farcela rientrare una giustificazione retroattiva ad inversione di entropia – essere artefice delle stragi di mafia che semmai hanno portato al colle tutt’altro genere di uomini, della tipologia del ‘non ci sto’? Davvero è verosimile il pensare uditori attenti e pendenti, oltre l’evidente necessità di sputtanare via stampa e tv il su menzionato una volta di più?

Leggo il Giacalone d’oggi, coi suoi dilettanti dell’antimafia, leggo lo Sciascia d’ieri dei professionisti della stessa, e mi vien da ridere. Poi m’accorgo che gente che sembra volerci credere, a queste panzane, pare essercene davvero, e il riso pur continuando muta timbro, come quando vedi la donna tagliata in due dal mago e lo sai del prestigio, deve esserci, e aspetti che il gioco si concluda con donne reintegrate e applausi corali. Perché come di nuovo va dicendo il Davide, è vero che trattative tra mafia e istituzioni ci furono, e ci sono: sono quelle tra pentiti, presunti, e inquirenti ansiosi; come è vero che nella storia recente nostra in quel periodo ci furono si accordi sottaciuti per destabilizzare il Paese, portandolo alla fine nelle mani di Berlusconi, e furono la attenta, chirurgica opera di espianto politico attuata dalla bella stagione di mani pulite, che in fondo minuziosa non lo fu poi tanto perché spazzolò senza troppa cura tutto ciò che incontrava che non fosse d’appartenenza di certo spicchio parlamentarte, più loro protégé. Con scia di sangue, svilimento della lingua italiana e in generale del più intimo senso di Giustizia.

È che non ci sono più i professionisti di una volta. Quello che rimane sono principianti avanzati, per lo più accecati da livori a motivazione singola, che finiscono col bersi tutto lo sciroppo che viene loro dato, senza controllare se sia medicina, o piuttosto lassativo.

Così attendo, col riso obliquo e l’applauso pronto a scoppiare. Non son sicuro alla fine applaudirò, ma il bello di non essere stati comunisti, e di non essere ora ciò che questi ora sono, è poter guardare negli occhi e puntare eventuale dito. Non lo si fa, ma il dato fa tutta la differenza.

Poi c’è chi ti dice che i tempi non sono cambiati. È vero: per certa gente, per questa gente, i tempi non sono mai cambiati; per tutti gli altri il mondo invece va avanti, e se i primi non s’accorgono della cosa beh, peggio per loro. (Gio)

La sinistra italiana e il sogno di una sinistra pidiellina

C’era una volta la sinistra democristiana. Anche se non c’era nessun elettorato democristiano di sinistra. Al massimo esisteva l’elettorato democristiano statalista, nella versione però conservatrice e tradizionalista. La sinistra democristiana era composta unicamente di animali politici, più propriamente gli uccelli da voliera di quella variegata fauna. Non a caso provenivano soprattutto dalle regioni rosse della dhimmitudine democristiana: i Fanfani, i Gronchi, i La Pira di ieri erano toscani, come la Rosy Bindi dei giorni nostri; i Dossetti e gli Zaccagnini di ieri erano emiliano-romagnoli come i Prodi, i Castagnetti e i Franceschini di oggi. La loro statura politica si basava sul credito concesso loro generosamente dalla sinistra tout-court, quella comunista, che poi spendevano per allargare il loro potere a destra. Nel dopoguerra e fino ai giorni nostri la sinistra in Italia ha interpretato il ruolo del furfante in una storia la cui vera protagonista è stata una grandiosa sindrome di Stoccolma. Usando con modulata sapienza, come ganasce di una tenaglia, una piazza minacciosa e una formidabile macchina propagandista annidata nei giornali e nel mondo intellettuale, la sinistra è arrivata a surrogare in parte, ma con grande efficacia, la mancanza di consenso elettorale quale motore della crescita del suo potere reale nel paese, in tutti i settori originariamente non presidiati. Con questa forza d’intimidazione ha letteralmente creato, essa, la sinistra democristiana. Ossia gli accettabili, decenti e imposti mediatori tra le sedicenti forze di garanzia della vita democratica in Italia, i comunisti, e le forze al governo sempre proclivi a latenti tentazioni autoritarie, fasciste, e dall’arrivo della stagione della “questione morale” in poi, anche alla corruzione. Forti di questa rendita di posizione, i democristiani di sinistra acquistarono col tempo un potere di corrente spropositato nel loro partito, un potere che non aveva nessuna relazione con l’esiguo, se non invisibile, peso degli elettori democristiani “di sinistra”. Con la morte di De Gasperi, cominciò la lunga stagione della progressiva affermazione del centro-sinistra in Italia, che ricevette un decisivo impulso dalla caduta del governo del “fascista” Tambroni e dai fatti di Genova. Il “compromesso storico” berlingueriano, in un paese stremato dalla violenza di un estremismo in grandissima maggioranza rosso, alimentato a forza dalla sinistra con la sfrontatezza di un doppio gioco che consisteva nel far girare al massimo il motore della propaganda “antifascista” per poi porsi virtuosamente dalla parte della massima e più gelida “fermezza” quando la frittata era stata fatta, doveva essere il trionfo di questa strategia intimidatoria. Poi arrivò Craxi. Poi il crollo del Muro. Poi la salvezza, per i rossi, di Mani Pulite. E l’eliminazione dei socialisti, dei democristiani, non di sinistra, dei liberali, dei socialdemocratici e dei repubblicani. Poi arrivò Berlusconi. Ma la sinistra italiana, che mai ha fatto onestamente i conti con la storia, nonostante i cambi continui di nome, dal settarismo comunista non è mai completamente uscita, bloccando l’Italia, a destra e a sinistra. Ancor oggi continua a coltivare, a benedire, e circoscrivere un’area di legittimità nel campo avversario. Oggi è il turno dei quartieri Finiani. Ma i tempi sono cambiati.

E i minareti caddero in testa ai maîtres à penser

“La meglio democrazia” era il titolo del mio ultimo articolo su Giornalettismo.com. Denunciavo il fatto che proprio ora che, dopo il lunghissimo tirocinio del suffragio ristretto e i collassi totalitari del secolo scorso, il suffragio universale dimostra di aver raggiunto nei paesi occidentali una maturità sufficiente per sottrarsi non solo al giogo delle ideologie novecentesche, ma anche a quello dei decaloghi dispensati dai moderni chierici della democrazia, in certi, vasti, ambienti che si piccano di essere, più e meglio degli altri, democratici, liberali e progressisti – in realtà nient’altro che una ben stagionata nomenklatura – cresca oramai neanche tanto nascosta l’insofferenza per il voto popolare. E concludevo il ragionamento con questa domanda retorica: “Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” [nel nostro paese] se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini?”

Di questa deriva, le reazioni generalizzate al sorprendente – leggasi “scontatissimo” – risultato del referendum svizzero sui minareti costituiscono un’ulteriore manifestazione. E’ accaduto semplicemente che una popolazione tiranneggiata dai dogmi arbitrari di una democrazia scaduta ad ideologia, messa con le spalle al muro e ancora troppo intimidita per parlare apertamente, nel segreto dell’urna si sia sgravata delle proprie ansie e preoccupazioni. Orbi del buon senso proprio anche ai cafoni, che arrivano a comprendere termini come gradualità, selezione, maturazione, per i furieri della Caserma Democratica la società è come un’oca da foie gras da ingozzare impietosamente senza curarsi minimamente delle sue capacità di assimilazione e dei suoi gusti. Già! Si voleva che all’uomo della strada, per l’intellighenzia democratica una vera e propria cavia da laboratorio da “testare” in lungo ed in largo per saggiarne il grado di civiltà, secondo i canoni da essa stabiliti naturalmente, fino a farla gridare dal dolore, che è esattamente ciò che è successo nel paese del cioccolato al latte; si voleva dunque che all’uomo della strada elvetico non importasse un fico secco veder crescere i campanili islamici tra le verdi valli di questo angolo della vecchia Europa. Invece perfino i discendenti quasi scristianizzati dei Lanzichenecchi a questa prospettiva si sono sentiti toccati nella carne viva, come e peggio dei Padani; all’esultanza dei quali non basta rispondere, come hanno fatto le testoline progressiste delle nostre gazzette, con fatui giochi di parole volti ad irridere le pulsioni anti-elitarie di un volgo che si suppone berlusconiano, ma non lo è: basti vedere, ad esempio, la marea di commenti che ha sommerso quest’articolo del quotidiano francese Le Figaro.

Avviene anche per la democrazia e il liberalismo, quando si riducono ad ideologia, ciò che è proprio delle ideologie: l’uomo viene rapito d’ufficio alla propria storia, e al suo posto viene messo l’uomo nuovo, senza passato, senza futuro, perché perfetto nell’eterno presente di una perfetta società. E dall’altra parte, ai nuovi arrivati nel Primo Mondo da lande lontane e da altre storie, in obbedienza alla stessa ideologia si insegna una cultura astratta dei diritti, eccedenti la sfera di quelli inalienabili, che genera individui lamentosi, arroganti, suscettibili, senza pazienza, senza perseveranza. Contrariamente a quanto espresso anche da esponenti cattolici, in merito al diritto delle religioni alla pubblica visibilità, non vi è un parallelismo consequenziale tra la questione dei minareti e quella dei crocifissi nelle scuole. Né la costruzione di minareti né la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche costituiscono di per se stessi dei diritti inalienabili, né costituiscono un’offesa a questi ultimi; e come l’assenza dei minareti a fianco delle moschee non impedisce la libertà della pratica religiosa ai musulmani, così la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche nulla impone a chi le frequenta.

E detto tra parentesi, se nel primo caso si insistesse nel dire il contrario, e cioè che la presenza dei minareti è “essenziale” alla pratica della religione musulmana, ciò sarebbe piuttosto rivelatore della “natura” dell’Islam per noi occidentali che, non lo si sottolineerà mai abbastanza, abbiamo assimilato un concetto di religione mutuato dalla “natura” del Cristianesimo. Non solo, noi parliamo “cristiano”, senza rendercene conto. Invisibili a noi stessi, siamo visibilissimi ai “Gentili” della modernità. Più di quarant’anni fa lo scrittore anglo-indiano V.S. Naipaul scriveva in An area of darkness, a riguardo di un problema d’igiene caratteristico della penisola indiana, la “casual defecation”:

Sanitation was linked to caste, caste to callousness, inefficiency and a hopelessly divided country, division to weakness, weakness to foreign rule. This is what Gandhi saw, and no one purely of India could have seen it. It needed the straight simple vision of the West; and it is revealing to find, just after his return from South Africa, how Gandhi speaks Christian, Western simplicities with a new, discovering fervour…

Anche se il divieto “costituzionale” alla costruzione di minareti introdotto su scala nazionale dall’esito referendario è in sé un passo draconiano e non auspicabile, reso però quasi inevitabile dall’insensibilità, se non della complicità, dell’establishment benpensante per le derive di quella cultura astratta dei diritti sopramenzionata, che spaventa la popolazione autoctona e di cui si fanno forti le frange militanti degli islamici in terra europea, non è tuttavia vero il contrario: e cioè che nella costituzione ve ne sia un diritto implicito. L’opportunità, o l’inopportunità, di permettere la costruzione dei minareti o l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche va giudicata su un piano che non è quello dei valori assoluti. E su questo piano, ad esempio, è ovvio a tutti, tranne che alla casta degli intelligenti, che una chiesa ortodossa non ha da noi, oggi, lo stesso impatto di una moschea. E’ un fatto che deve essere preso in considerazione da chi governa ed accettato da chi venuto da fuori ne subisce le conseguenze, senza strillare di fantomatici diritti calpestati, fin tanto che i suoi diritti inalienabili sono rispettati.

Non dovrebbe essere un punto fermo nel pensiero di chi ha a cuore la libertà, dal punto di vista dell’evoluzione della società e della legge positiva, dell’uomo vivente nella schiavitù del tempo e dello spazio, ossia nella storia, sulla scorta delle riflessioni di Hayek e di altri prima di lui, l’attenzione, il rispetto – non l’idolatria – per la segreta sapienza, così invisa ai pianificatori, di leggi e costumi che tanto a lungo e validamente sotto le bandiere della “tradizione” hanno informato l’edificio sociale, laddove per gli ideologi democratici il nuovo dovrebbe essere accettato senza neanche passare per l’apprendistato? Non dovrebbe costituire questa ragionata prudenza l’aspetto conservatore del suo pensiero, laddove però il riconoscimento di un motore interno al consorzio umano che lo guida irresistibilmente verso l’uguaglianza dei diritti e le libertà individuali ne costituisce l’aspetto propriamente liberale? E il risultato in equilibrio di queste due forze, in cui il nuovo s’innesta nel vecchio, non dovrebbe costituire quella linea di tendenza, in realtà impercettibilmente sempre cangiante, che noi chiamiamo imperfettamente “identità”, in quanto non troppo dolorosamente cangiante?

E sei noi riconosciamo questa ineluttabilità nei destini dell’umanità, non vuol forse dire che noi riconosciamo una verità propria all’uomo, con un suo corollario etico? E che il riconoscimento di questo decalogo costituisce il nostro conservatorismo dal punto di vista morale? E che l’opportuna scissione fra legge positiva e legge morale, nel quadro di una progressiva depenalizzazione, quando le condizioni della società lo possano permettere, e in armonia con un Dio che vuole uomini liberi, costituisce il nostro liberalismo dal punto di vista morale? All’accettazione di una società imperfetta; alla rinuncia al sogno di una società perfetta; alla rinuncia alla cultura dei diritti hic et nunc non sono sufficienti i nutrimenti terrestri: servono nutrimenti ultraterreni. Non basta la libertà civile, serve la libertà interiore, quella che basta a se stessa. La chiarezza del Cristianesimo su questo punto sarà pietra d’inciampo anche per l’Islam. Fra non molto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]