Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

Succede sempre così: il coraggio lo troviamo quando siamo con le spalle al muro, quando non ci sono altre vie d’uscita, per quel puro istinto di conservazione la cui riposta sapienza, ad esempio, ha spinto in questi giorni Bersani a sottrarsi all’abbraccio mortale del No B-day, a non omologarsi all’onda del celodurismo antiberlusconiano ed a non farsene inghiottire in un vortice suicida assieme ai suoi zeloti. La storia dirà se questo principio d’indipendenza dal messianismo politico di Repubblica, di Di Pietro e dei loro satelliti, questo silenzioso passaggio del Rubicone, sarà il primo passo di una lunga marcia o se le scomuniche uccideranno il pargolo nella culla. Se Bersani saprà resistere a questa prima tempesta, ne risulterà rafforzato, e ne troverà alimento per andare avanti con più decisione per la sua strada.

Ora a sinistra si confrontano due opposti isolamenti. Quello distruttivo, senza prospettive, di Repubblica & C.; e quello momentaneo e potenzialmente costruttivo di Bersani, o di chi per lui in futuro. Non c’è possibilità di sintesi. Che il fatuo Veltroni e la fatina Melandri volgano ancora lo sguardo biblicamente verso la Sodoma antiberlusconiana, è solo la conferma dell’insostenibile leggerezza dei due personaggi. Che lo facciano pure ex democristiani perfettamente addomesticati come Franceschini o la pasionaria Rosy Bindi la dice lunga sull’ostinata, eretica, soteriologia tutta terrestre di certi cattolici adulti. Ma il popolo di sinistra, che non è quello del protagonismo firmaiolo, prima o dopo sarà costretto a scegliere. E sceglierà di vivere. Visto in prospettiva, l’isolamento di Bersani è un fatto positivo, e necessario, perché fa piazza pulita di quelle furbizie, di quel miserabile opportunismo, di quel tatticismo di cortissimo respiro, che dalla caduta del muro di Berlino e in alternativa all’opzione “rivoluzionaria” del giustizialismo, hanno contraddistinto l’azione del maggior partito della sinistra, mettendo il piombo alle ali di una sana evoluzione. E’ finita l’epoca degli ammiccamenti al mondo confindustriale e delle alleanze innaturali con l’ineffabile centrismo cattolico, che come falli posticci stavano a simulare l’epoca della maturità virile della sinistra italiana.

A Bersani toccherà il compito di disegnare una strategia per la conquista del consenso all’interno del corpo elettorale attraverso un progetto politico, cosa mai veramente intrapresa nella storia repubblicana da una sinistra che quando non è sballottata dai marosi della demagogia apocalittica tende a incagliarsi nei fondali bassi degli abboccamenti con le nomenklature, nell’intento di cooptarle in un puro disegno di potere. Se nel mercato del consenso elettorale la quota già minoritaria della sinistra ha continuato a subire una lenta erosione, è proprio perché essa alle leggi della concorrenza democratica non ha mai veramente creduto; perché ai banchi del mercato offriva merce scaduta, che etichette smaccatamente nuove tradivano ancor di più; perché invece di lottare imbrogliava, brigando l’intervento degli sbirri al fine di mettere fuori gioco la concorrenza con l’accusa di pratiche scorrette o cercando di papparsi i banchi dei pesci piccoli: curando insomma gli spazi fisici del mercato e trascurando il cliente.

Bersani potrà giocare la carta di una franca piattaforma socialdemocratica, moderna quanto basta per aspirare al consenso dei ceti moderati, ma espressamente “socialista” quanto basta per raccogliere una parte dei naufraghi della diaspora comunista a sinistra e di quella socialista a destra, e per confluire a pieno diritto e senza trucchi nella sinistra europea, a patto che sappia coraggiosamente riannodare le fila di una storia interrotta brutalmente dalla ghigliottina di Mani Pulite; ed opporla, quale versione autentica di fronte ad una pasticciata imitazione, a quel prudentissimo paternalismo nel quale il berlusconismo si è arenato con la complicità fatale del clima emergenziale seguito al collasso dell’economia mondiale, che, se non intacca in profondità la sostanziale omogeneità del blocco conservatore, tuttavia introduce un elemento di contraddizione coi miti fondanti della scesa in campo. E se si dovrà acconciare ad una profonda riforma del sistema giudiziario, a garanzia della solidità stessa degli elementi portanti della nuova architettura politica italiana, potrà sempre far valere come elementi di differenziazione le scelte nel campo dei diritti civili e dei temi eticamente sensibili. E infine, naturalmente, Bersani dovrà anche riuscire, col tempo, a restituire una certa considerazione di sé ai giovanotti di bell’ingegno che si sono umiliati per troppo tempo a giocare ai piccoli martiri in pantofole di un regime autoritario inesistente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

  1. La socialdemocrazia, questa sconosciuta. Qui da noi.
    Io spero che Bersani riesca laddove Veltroni non è riuscito “ma anche ” ha fallito.

    Sai, bisogna anche capire che ruolo avranno davvero questi attacchi forsennati al Berlusca su tutti i fronti. Quale sarà il loro esito. Finora sono riusciti a farlo incazzare al punto giusto. Oggi Belpietro dice giustamente che sta alzando i toni per chiamare alle armi i suoi. Nuove elezioni? Non credo, ma il mitico predellino insegna che quello è capace di tutto, specie quando – come Bersani oggi – è con le spalle al muro. Peraltro, oggi i leader dei due maggiori partiti d’Italia sono entrambi con le spalle al muro. Curioso, no?

    1. Veltroni secondo me non ha neanche tentato. E’ stato uno dei più entusiasti del salto della quaglia “democratico”, che permetteva agli ex-com di non fare i conti con la storia e ciononostante di restare i “migliori”, sotto una nuova nobile etichetta. Per questo nel passato Repubblica lo preferiva al pessimo D’Alema, non certo per nobili motivi.
      Non credo per niente a nuove elezioni, se non come ultima ratio. Io credo che Berlusconi sia arrabbiato e stanco, ma siccome è un animale politico si rende conto che c’è un vento che soffia alle sue spalle sin dalla vittoria alle ultime elezioni, un vento stabile che gli attacchi non riescono a far cambiare di direzione. Io credo che “senta” che l’Italia ha svoltato, si sia decisa dopo tre lustri di guerra. E che nel surriscaldamento dei toni, non solo suoi ma di tutto il PDL, e della stampa amica che cannoneggia tranquilla tranquilla come mai in passato, vi sia il calcolo di chi si sente forte nel paese.
      In un certo senso mi sembra che sia per Berlusconi sia per Bersani ormai parli la forza delle cose; vedremo se quest’ultimo saprà farsene interprete o farsene travolgere ubbidendo alle pulsioni giustizialiste.

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