Putin e Stalin

Ci son tante brutte cose nel mondo, ma in quello dei media va di gran moda, oggi, strapparsi i capelli un po’ troppo per l’autocrazia putiniana, tanto che quest’ultima è stata silenziosamente promossa a campione di riferimento per stabilire se un dato paese sia da includere nel novero delle democrazie o meno. Fateci caso: tra i più spietati censori della Russia attuale ve ne sono parecchi che qualche decennio fa verso l’Unione Sovietica della rincorsa agli armamenti mostravano una partecipe comprensione: in fondo l’Occidente non “istigava odio” con la retorica dell’Impero del Male? Beati personaggi ai quali l’incubo polare degli Arcipelaghi Gulag e l’eco terribile delle purghe staliniane non impedivano di continuare a fare pigramente le carezze al loro credo filosofico e politico. Disgraziatamente costoro hanno avuto buon gioco da quando l’opinione pubblica si è assuefatta, a cagione dell’influenza dei chierici della religione universale democratica, a sterili, astratti ed infantili dibattiti sull’alternativa, ben poco pertinente sul piano storico, della “democrazia sì – democrazia no”. Come potesse un paese col passo pesante che la sua immane stazza transcontinentale gl’impone, nel quale la servitù della gleba fu abolita solo negli anni dell’unità italiana, uscito da secoli e secoli di zarismo, e da un secolo di comunismo, trasformarsi d’incanto in un’accettabile liberaldemocrazia europea è un mistero per chi abbia ancora conservato un minimo di senso comune, e non butti la questione sul tavolo della contesa ideologica, magari per fini di politica interna. Cosicché non deve stupire se oggi i sondaggi dicono che grosso modo un terzo dei russi dichiarino di avere un’opinione favorevole del “piccolo padre” Josif Stalin. Certo, a volte rimpiango il fatto che non vi sia stata una Norimberga anche per i crimini comunisti, col corollario esemplare della fucilazione di qualche centinaio di gerarchi rossi – nel nome dei diritti umani, naturalmente – ma se poi penso che ci saremmo dovuti sorbire un secolo di virtuoso, ostentato e democratico “anticomunismo” istituzionale da parte della solita marmaglia opportunista, allora penso che sia stato meglio così, grazie a Dio.

La Russia è sempre stata un gigante insicuro, che della sua grandezza e delle sue immense pianure ha fatto i suoi bastioni difensivi. Spaventata e umiliata dalla distanza che la separava dall’Europa, per riecheggiare le parole di Dostoevskij in una lettera allo Zar Alessandro III del 1873, ha oscillato continuamente tra l’imitazione servile dell’Occidente e la volontà di potenza, tra il disprezzo di sé e il nazionalismo aggressivo. Fenomeno nient’affatto peculiare se non per la sua inedita dimensione, almeno nel quadro della civiltà cristiana-occidentale in senso lato. Nella figura di Pietro il Grande, che procedette a tappe forzate ad un’occidentalizzazione del paese colossale tanto quanto la mancanza di scrupoli verso la vita umana che dimostrò nel realizzarla, le due pulsioni si combatterono piuttosto che combinarsi armonicamente. Non sorprende allora se per una parte della popolazione russa il dittatore georgiano che “sconfisse” i nazisti; che fu celebrato in patria come un redivivo Aleksandr Nevskij, il difensore-salvatore per antonomasia della Santa Madre Russia; che fu guida dell’URSS quando questa, su basi in realtà fragilissime, divenne un grandioso modello o un grandioso spauracchio per il resto del mondo; non sorprende se rappresenti ancor oggi una figura popolare del quale una memoria ultraselettiva disegna solo un profilo rassicurante e paterno.

E’ difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di “grandeur” affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di conservazione del popolo russo: così si conciliano gli omaggi tardivi ma ufficiali resi a Solzhenitsyn, con la discreta politica di “laissez faire” intorno al revival staliniano; le aperture “liberali” dell’attuale presidente Medvedev, con gli atteggiamenti da cane di guardia del suo boss. Quella dell’ex agente del KGB non è la versione russa del Terzo Reich, o la riedizione in nuce dell’Unione Sovietica. Per il momento – per il momento – è la politica di un gigante gracile che percorre un sentiero stretto in cerca di stabilità e continuità nello sviluppo, nelle forme assai ruvide di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la “grandeur” francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò “nei fatti” alla pax americana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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19 thoughts on “Putin e Stalin

  1. Veramente ritieni che far ammazzare un centinaio di giornalisti che lo infastidivano e far ammazare un quarto della popolazione civile della cecenia siano azioni inevitabili per mantenere l’integrità della nazione russa?
    Oppure pensi che riportare il 90% dell’economia russa nelle mani di un oligarchia di partito corrotta possa servire a scongiurare il declino di un sistema che si appoggia per 3/4 solo sull’esportazione delle materie prime e che è ancora oggi mostruosamente arretrato per la pessima qualità della manodopera , a differenza della Cina per esempio?
    Sul fatto che un certo grado di autoritarismo possa essere inevitabile posso anche essere d’accordo, ma giustificare per questo una forma di capitalismo di stato che è la continuazione di quella dell’URSS solo perchè il responsabile è in buoni rapporti con Berlusconi mi sembra un conformismo citrullo e trinariciuto tale e quale a quello degli imbecilli che esaltano Chavez.

    1. Come al solito fai finta di non capire. Io non giustifico niente. Ma non mi meraviglio affatto delle grosse magagne del nuovo corso russo. Dico che esse non sono sufficienti a dipingere la Russia di Putin come uno stato dittatoriale per natura intrinseca, o per scelta deliberata; dico che esse in parte non trascurabile derivano dai “trucchi” con i quali il paese si è adattato a questo inizio di modernizzazione democratica. Niente di nuovo al mondo. Contesto appunto coloro che, con una grossolana mistificazione, parlano di continuità con l’URSS come se questa fosse organica e strutturale. Elementi di continuità certamente ci devono essere, perché un paese non rinasce mica dal nulla. In questo senso, anche tra l’Italia Fascista e quella Repubblicana ve ne sono stati. E allora?

  2. La Russia ha un grosso problema geopolitico, ben spiegato qui:

    http://www.thetreeofliberty.com/vb/showthread.php?t=32684

    “Russia’s essential strategic problem is this: It is geopolitically unstable. The Russian Empire and Soviet Union were never genuinely secure. One problem was the North European Plain. But another problem, very real and hard to solve, was access to the global trading system via oceans. And behind this was Russia’s essential economic weakness due to its size and lack of ability to transport agricultural produce throughout the country. No matter how much national will it has, Russia’s inherently insufficient infrastructure constantly weakens its internal cohesion.

    Russia must dominate the Eurasian heartland. When it does, it must want more. The more it wants the more it must face its internal economic weakness and social instability, which cannot support its ambitions. Then the Russian Federation must contract. This cycle has nothing to do with Russian ideology or character. It has everything to do with geography, which in turn generates ideologies and shapes character. Russia is Russia and must face its permanent struggle.”

    In altre parole la geografia particolare del paese suggerisce che la situazione non abbia grandi margini di miglioramento. Non so che peso possa avere sul totale l’aspetto geopolitioo, ma la lettura è davvero interessante.

    1. Pensare che a scuola la geografia viene sempre più trascurata! Teste di kaiser! Per la geografia ho sempre avuto una piccola passione. Al problema geopolitico evocato accenno indirettamente anch’io nel post quando scrivo:
      “Come potesse un paese col passo pesante che la sua immane stazza transcontinentale gl’impone…” e “La Russia è sempre stata un gigante insicuro, che della sua grandezza e delle sue immense pianure ha fatto i suoi bastioni difensivi.”
      L’analisi è interessante, ma soffre, secondo me, di un certo determinismo. Insomma, la geografia è un fattore importante, ma non esclusivo.

    1. Attenzione però. Parlo in generale. Le concezioni “hobbesiane” e troppo realistiche della storia e della politica alla lunga – sottolineo “alla lunga” – sono fallaci. Se la democrazia, quella che concretamente amplia gli spazi di libertà civile dell’individuo, non il suo simulacro populistico o rivoluzionario, alla fine trionfa, non è solo per lo sfarinamento delle oligarchie e dei privilegi, per la polverizzazione dei poteri sui quali gli interessi contrapposti agiscono come una macina per secoli e secoli, ma è anche perché – sul piano sociale – è il riflesso della natura dell’uomo. E anche quest’ultima natura è un dato realistico – basico – da prendere in considerazione.
      Sul piano politico – non quello etico – il conservatorismo cristiano non è “teologico”. Al contrario, è l’universalismo che è proprio del cristianesimo che lo spinge alla lunga ma inesorabilmente verso il liberalismo. Il suo conservatorismo è un prudentissimo, e saggio, dare tempo al tempo.

  3. Buon Natale e Migliore Anno anche dalla landa delle polente, e più congrui mostarde e panettoni, in una auspicata pausa da cibo a farcitura. Ce la possiamo fare.
    A risentirci quando la cifra sul datario diverrà decimale completa.

  4. La cosa che criticavo era solo un eccesso di “realismo”, dire che Putin sia allo stato attuale il meno peggio può essere corretto, ma questo non significa che la Russia sia su una strada di modernizzazione democratica, non esiste nessuna forza che spinge verso il liberalismo, e neanche nessun amplimento delle libertà consegiuente alla natura dell’uomo, la storia fa anche grossi passi indietro da questo punto di vista, e tra un Reagan che nel suo appleasement verso l’URSS non rinunciava mai alla “guerra” contro il comunismo e quei cretini che lodano personaggi come Putin, Lukashenko e Gheddafi trovo molto più utile sia nel breve termine che nel lungo termine la posizione di Reagan.

  5. Altra cosa che facevo notare era che Putin non ha affatto risollevato l’economia russa, basta vedere l’andamento del PIL 2009 di paesi come India +6%, Cina +7% o anche solo Brasile +0.5% mentre la Russia è alla canna del gas ( letteralmente ) e grazie alla sua dipendenza totale delle esportazioni energetiche e ad un industria manifatturiera decrepita ha sofferto un calo del PIL doppio di quello che c’è stato in Italia, uno spettacolare -9% e dato che gli investimenti esteri a parte quelli dei petrolieri latitano abbastanza, il pericolo è che la stella di Putin possa soffrire un appannamento con il ritorno del caos.

  6. Bella l’immagine del “gigante insicuro” dal passo pesante. L’anima russa – oltre che la politica – mi pare ben raffigurata. Mi ricorda quelle meravigliose caricature in bianco e nero con cui si faceva satira decenni fa. I paesi europei venivano raffigurati come animali. Sbaglio o qualcuna l’hai pubblicata anche tu su questo blog?

    1. Scusa il ritardo. Non è che sono andato in vacanza. Con le gambe. Ma con la mente sì. Insomma, non avevo voglia di fare un tubo, manco lo shopping, manco l’abbruttimento alimentare. A proposito di animali: hai presente un gatto che si stiracchia nella sua cuccia vicino al termosifone? Un concentrato di saggezza, cui mi sono ispirato, senza nessuna speranza di uguagliarne l’imperiale naturalezza.
      No, non ho pubblicata nessuna di queste caricature. Né ci pensavo quando quando ho usato quell’immagine. A dir la verità provo anche antipatia per la mistica antropologia di certe espressioni – troppo usate – come “l’anima russa”, che alla fine suggeriscono l’idea di una razza di uomini particolare. Non che i popoli non abbiano qualche loro profonda peculiarità, ma non è tale comunque da prendere contorni metafisici. Il contrasto tra “panslavisti” e “occidentalisti” in Russia non ha niente di speciale. In Germania ci fu quello tra “kultur” e “zivilisation”. Oggi si parla di quello tra “stato” e “comunità”. Non c’è niente di nuovo.

    1. Qual è il senso di tutte queste tue precisazioni? Chiarire che la Russia c’è ben poca libertà? Che è uno stato superstatalista? Che la sua economia è poco diversificata e ha qualcosa ancora di primitivo? Non ho parlato forse anch’io di un “gigante gracile”? La differenza è che io non vedo tutto nero, che nello stato attuale della Russia non vedo fattori particolarmente anomali, vista la sua storia, e che io penso che tutto questo dipingere il diavolo più brutto di quanto realmente è, sia piuttosto sospetto.

      1. Semplicemente che tu parli di PROGRESSO, mentre è evidente che in questi anni in Russia c’è stata una enorme riduzione della libertà personale e della libertà economica, io non sto dipingendo il quadro più brutto di quanto sia in realtà, dico solo che è molto più sospetta la benevolenza nei confronti di Putin del tentativo di valutarne l’azione in base ai fatti concreti.
        E i fatti di questo decennio sono: nazionalizzazione ( con metodi mafiosi di esproprio ) dell’economia e leggi che equiparano qualsiasi critica all’attività di governo al tradimento con pene reclusive decennali, questo, aggiunto alle innumerevoli morti violente di oppositori e giornalisti indipendenti può giustificare l’idea che in Russia non ci sia alcun progresso, e che gli oligarchi dell’era Eltsin potevano essere l’equivalente dei robber barons americani dell’800, la possibile nascita di un capitalismo privato che Putin ha cancellato.
        Quello che volevo far notare è che Putin ha stabilizzato una situazione di una nazione in declino demografico, con un industria manifatturiera irrilevante e tecnologicamente arretrata, che sopravvive esclusivamente sull’esportazione di materie prime con un inflazione a 2 cifre e una produttività del lavoro che è un terzo di quella europea, pensare che la stabilità portata da Putin sia anche “sviluppo” è abbastanza miope.
        L’opportunismo legato agli interessi economici dell’ENI in Russia può anche essere comprensibile ma Kissinger diceva “There is no realism without an element of idealism” e illudersi che il male di oggi ( nazionalizzazioni forzate e leggi speciali ) possa essere un bene domani è fallace sia domani che nel breve termine.

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