La mistica dell’Olocausto e la realtà della Shoah

La parola ebraica “Shoah” evoca trauma e distruzione, tragedia e catastrofe, ma non porta in sé la neanche troppo velata connotazione religiosa che caratterizza la parola “Olocausto”, la cui vaghezza allusiva è foriera di pericolose e comode mistificazioni. L’Olocausto è divenuto la pietra d’inciampo, per usare il linguaggio evangelico, o il “mito” fondante, per usare quello dei nostri giorni, di un’ambigua e straordinariamente malleabile filosofia o chiesa dei diritti umani: in breve, un articolo di fede. E allora perché stupirsi se fondata questa nuova fede un po’ alla volta spuntino fuori anche gli infedeli che le si oppongono? E’ molto più facile negare un dogma che un fatto storico. Voglio dire: quello che non la coscienza morale, e nemmeno il semplice buon senso, ma la pura e vile prudenza rispetto all’evidenza dei fatti non oserebbe contestare, ossia il massacro pianificato e condotto a termine di milioni di ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale, non comincia a diventare mostruosamente problematico, controverso, confutabile e infine “rinnegabile” nell’aria rarefatta dei dogmi parareligiosi o degli imperativi categorici? Ubbie, si capisce, da allontanare da sé col massimo zelo. Prestate orecchio al fuoco di fila delle stentoree professioni di fede, alle iperboli sempre più ingegnose usate dai politici per illustrare il loro specchiato anti-antisemitismo: se non si parlasse di immani tragedie verrebbe quasi da sorridere. E che dire della cerimoniosa esibizione della kippah, cui non riescono a sottrarsi né le teste più stabili né le più deficienti teste vuote dell’universo, specie se di qualche fama multimediale? Non vi annusate un che di frivolo, che in fondo offende tutti, chi professa la religione ebraica, chi ne professa un’altra, chi non ne professa alcuna? E sarà stato certamente più il frutto di una benintenzionata ingenuità che di un ossequio allo “spirito del mondo”, l’esibizione della stella gialla, al motto di “Anche io oggi sono un ebreo”, da parte del Presidente della Camera Schifani alla Risiera di San Sabba di Trieste nel Giorno della Memoria; ma non vi sembra che queste esagerazioni un po’ teatrali facciano lievitare ancor di più la melassa mistica che avvolge come da copione il dogma e contribuisce a mettere l’opinione pubblica davanti al falso dilemma di un No o un Sì? Un dilemma che dovrebbe semplicemente e banalmente non sussistere sul piano storico?

Su scala mondiale, o almeno su quello della civiltà cristiano-occidentale, la memoria dell’Olocausto rischia di produrre gli stessi effetti di quello che da noi è stato il culto laico la Resistenza: un credo cui conformarsi con facilità e profitto, e insieme l’oblio delle colpe e della storia. Niente di strano allora che questa nuova teologia prêt-à-porter dei diritti umani abbia bisogno di un nuovo “male assoluto” e di un nuovo Satana, e che perciò il Nazismo sia in generale sentito dall’opinione pubblica come una categoria antropologica senza padre né madre né fratelli né sorelle, fuori della storia e soprattutto lontana da parentele scomode. Eppure basterebbe sottrarsi alle suggestioni della parola “nazista” ed accostarsi all’assai prosaica denominazione di Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori Tedeschi per entrare perplessi in una realtà politico-culturale ramificata, spesso contraddittoria, la cui dinamica subì un colpo d’acceleratore nell’ottocento uscito dalla Rivoluzione Francese. Per fare un esempio tra i mille riscontrabili in questo coacervo, Proudhon scriveva a metà del diciannovesimo secolo:

“Ebrei. Fare un articolo contro questa razza, che infetta tutto, ficcandosi dappertutto, senza mai fondersi con alcun popolo. Chiedere la loro espulsione dalla Francia, con l’eccezione degli individui sposati con delle francesi; abolire le sinagoghe, escluderli da ogni impiego, perseguire infine l’abolizione di questo culto. Non per niente i cristiani li hanno chiamati deicidi. Gli ebrei sono il nemico del genere umano. Bisogna rispedire questa razza in Asia, o sterminarla… Col ferro o col fuoco, o con l’espulsione, bisogna che l’ebreo scompaia…Tollerare i vecchi che non fanno più figli. Lavoro da fare. Quello che i popoli del Medioevo odiavano d’istinto, io l’odio dopo riflessione e irrevocabilmente. L’odio dell’ebreo come dell’inglese deve essere il nostro primo articolo di fede politica” (P.-J. Proudhon, Carnets, 26/12/1847)

Non sarà che tutta questa liturgia serve appunto per nascondere all’uomo della strada una storia lunga, contorta e scomoda, di cui queste note, di un nient’affatto isolato profeta tanto dell’anarchismo quanto del “socialismo comunitaristico” nella Francia ottocentesca dell’esprit républicain, costituiscono solo un “dettaglio”? Perciò, come tutta l’educazione veteroresistenziale col suo settarismo ha più danneggiato che stimolato il processo di maturità democratica in Italia (e non voglio nemmeno contare la colpa di aver perversamente alimentato oltre ogni ragionevolezza la popolarità della figura di Mussolini nella nostra storia: Minghetti, Crispi, Sonnino, Giolitti, tanto per fare alcuni nomi, chi se li ricorda ormai?), così la pompa metafisica della Memoria dell’Olocausto farà più danno che bene alla causa della tolleranza e della lotta al razzismo: ci troveremo con un’opinione pubblica perennemente allertata e perennemente poco consapevole, e quindi manovrabile.

[L’articolo è una rielaborazione di un post pubblicato un anno fa qui]

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La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

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Deficit di memoria

Si sa come, purtroppo, a sinistra sia ancora vivo l’istinto del branco. O del gregge, a seconda delle circostanze. E così, al richiamo del muezzin dell’Islam democratico-postcomunista, nella blogosfera e sui giornali di riferimento è tutto un fiorire di grida di dolore nei confronti del nuovo grande crimine di Bettino Craxi: il debito pubblico. Dolore del tutto nuovo, perché non è che negli anni settanta e ottanta al popolo di sinistra e alla sua classe politica del debito pubblico importasse qualcosa: anzi, non importava proprio un kaiser. Non solo, ma a dispetto delle leggende metropolitane sul CAF, il PCI, pur essendo all’opposizione, partecipava attivamente alle decisioni concernenti la spesa pubblica. La Madre di tutti i Debiti Pubblici fu la Legge Finanziaria, istituita, guarda caso, nel 1978: l’esito molto terragno della breve stagione del Compromesso Storico tra DC e PCI, quello tutto spirito e moralità di Berlinguer. Per capire come andavano le cose, da questo punto di vista, negli anni del cinghialone, è tutto da leggere un divertente articolo di Repubblica del 1985, dal seguente ed eloquente titolo: Finanziaria, Fanfani mediatore tra pentapartito e comunisti.

Dovrebbe essere poi perfettamente inutile ricordare come il PCI riprendesse responsabilmente e meritoriamente a denunciare i pericoli del protofascismo craxiano non appena avesse finito di sbrigare in bella compagnia le pratiche dell’assalto alla diligenza. Superpartito di lotta e superpartito di governo, il PCI. Per tutti gli anni ’80 nella sua seconda veste tenterà di far parte a pieno titolo della maggioranza, quella orrida maggioranza che allo stesso tempo e nella sua prima veste dipingeva come un pericolo per le istituzioni democratiche. In un articolo sempre di Repubblica, e sempre del 1985, vengono riassunte le condizioni del PCI per un governo di “programma”, anche guidato, si badi bene, dallo stesso Craxi. Fra queste si chiede di far chiarezza sui “diritti” dell’opposizione:

Ruolo dell’ opposizione: il PCI chiede il pieno rispetto dei suoi diritti, a cominciare dalla Rai per finire agli istituti di Credito e agli Enti pubblici. Chiede cioè che l’apparato dello Stato non sia suddiviso e diretto esclusivamente dagli uomini dei partiti di governo.

Proprio così: un’equa spartizione nella RAI, negli Istituti di Credito, negli Enti Pubblici, negli apparati dello Stato. Papale papale.  Non sembra che il quotidiano della questione morale, all’epoca, si mostrasse scandalizzato.

L’incubo di una cosa

Nonostante la sua militanza a sinistra, Pier Paolo Pasolini fu uno di quegli inconsolabili conservatori che l’ala della morte sembra sempre accompagnare. Non era cristiano; era un pagano della cristianità, perché il paesaggio della civiltà cristiana costituiva il mondo nel quale la sublimata carnalità dell’uomo, e del suo lavoro, si faceva spiritualità d’artista, piuttosto che di filosofo: uno squarcio intatto di civiltà contadina; la pietra di un’architettura anche umilissima, purché ben stagionata; una suburra cenciosa, ma nobile se nei secoli fedele a se stessa; un vernacolo antico ed incorrotto, odoroso d’erbe e di sudori. Egli cercava una tangibile e quindi impossibile verità: cercava la vita cercando la morte, perché la vita è cambiamento e corruzione. E vita era anche quella “civiltà borghese” che tutto corrodeva e falsificava, e che egli non accettava. Solo così si può capire la sua contraddittoria adesione al partito della secolarizzazione brutale, il PCI: anch’esso ambiva ad una cristallizzazione finale della società, anche se nella direzione opposta a quell’impossibile cristallizzazione terrestre della vita che doveva dar forma al “sogno di una cosa” dello scrittore. Pasolini lo sapeva, ma non riusciva a preferire all’afflato parareligioso del Partito Comunista la mediocrità “borghese” dei partiti democratici. Vi si affiliò idealmente con l’animo di chi accetta o cerca un padrone, o un padre incapace di comprenderlo, in espiazione di qualche colpa misteriosa; nonostante i partigiani rossi gli avessero ucciso il fratello, partigiano bianco; nonostante il partito lo avesse espulso a causa della sua omosessualità. Fu disperatamente irregolare e tragicamente organico. Fedele a se stesso, e alla sua sensibilità, nel ’68 parteggiò per i poliziotti, figli del popolo, contro i dimostranti, figli di papà. Fedele, a suo modo, alla carne, si pronunziò contro l’aborto. Sottomesso al padrone, con l’intuito dell’artista, e con la straordinaria, umiliante, ingenuità di uno studentello, tradusse per il popolo in parole semplici il mito della diversità comunista che una propaganda instancabile aveva costruito per decenni. Lo fece nel 1974, dalle colonne del giornale principe della borghesia, il Corriere della Sera, senza che gli passasse neanche lontanamente per la testa l’ironia della cosa:

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.

Nessun dirigente di partito si sarebbe mai esposto così comicamente. Ci pensò l’uomo di cultura e compagno di strada a dire quello che il funzionario non poteva dire. Pasolini non ricevette ordini; si mosse con la perspicacia della vittima, e assolse benissimo il suo compito. Oggi lo possiamo dire, a quasi quarant’anni di distanza. Doveva essere chiara una cosa al popolo di sinistra, e soprattutto ai compagni che “sbagliavano”: la politica del “compromesso storico” lanciata un anno prima da Berlinguer non metteva in discussione la divisione antropologica degli italiani, non significava “legittimare” l’avversario politico. Qualche anno dopo, infatti, Berlinguer la esaltò di nuovo nella stagione funesta della “questione morale”. Ancor oggi, per un piccolo ma non trascurabile, e soprattutto influente, esercito di ultimi giapponesi composto da vecchi ipocriti, da fanatici, e da giovani ingenui, la questione italiana si ripropone nei medesimi termini. Non si lamentino allora coloro che, paventandola, rischiano di sorbirsi fra non molto, per la legge del contrappasso, la santificazione di Craxi.

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Alcuni miei commenti sul sito di Giornalettismo.com

  1. Ho parlato non a caso del PCI (ma intendendo in senso lato anche il comunismo) come partito della “brutale secolarizzazione” e non della “secolarizzazione” e basta, perché, ma qui sarebbe un discorso lungo, ritengo la secolarizzazione stessa figlia della civiltà cristiana, ossia, per me, della civiltà occidentale. Il Cristianesimo non è il Tradizionalismo, se si intende con questo termine ciò che è legato alla nazione, alla cultura, alla lingua, ai “costumi”, e anche alla “moralità” dei costumi, nel senso più superficiale del termine. Tradizione che il Cristianesimo rispetta, ma non mette al posto di “Dio”. Nell’antichità la carica “corrosiva” del Cristianesimo era bene avvertita. Ancor oggi il suo Universalismo gli impedisce di andare d’accordo con il conservatorismo duro di chi non accetta nessun cambiamento. Come vediamo bene sui temi della globalizzazione o dell’immigrazione. Detto questo, era contraddittorio per uno come Pasolini appoggiare – visto che “sposare” sarebbe un termine improprio per uno come lui – un’ideologia che delle tradizioni faceva tabula rasa. Ma evidentemente l’alone messianico e puro del comunismo agiva su di lui.
  2. La “grossolanità” politica di Pasolini sta nel fatto che proprio a lui è toccato di farsi interprete della “pancia” della sinistra, dei suoi impulsi più gretti e violenti e veri. Ancorché in superficie democratici e legalitari. E’ come se questo urlo avesse bisogno di una firma illustre che ne dasse lustro e dignità. Mi son chiesto perché è toccato proprio a lui. E perché ci si sia prestato. E ci vedo qualcosa di tragico.
  3. Sul ‘68. Pasolini nelle facce dei giovani che scendevano in piazza vedeva anche troppo bene i figli della “borghesia” con i loro capricci e le loro mediocrità. Solo che avviluppava il tutto nella sua mistica anti-borghese, che in realtà non voleva dire nulla, per cui lui ci vedeva solo decadimento morale, consumismo, e quindi un larvato “fascismo”. Una bella sensibilità, una bella sincerità, e una sociologia da quattro soldi. Mai e poi mai fatta propria dalla sociologia da quattro soldi del PCI, che per di più era menzognera.
  4. Sull’aborto. Pasolini scrisse: “Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. (…) L’aborto legalizzato è – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito, a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.” Gli accenni alla vita prenatale, alle “acque materne”: per questo parlavo della sua spiritualità come di una “sublimazione della carne”. La carne dell’uomo. E poi della sua opera e del suo lascito. E si veda come le sue successive considerazioni morali siano poi distorte da quella mistica anti-borghese di cui parlavo sopra. Che sempre al fascismo arriva. E che non fanno onore alla sua intelligenza e alla sua sensibilità.
  5. E nella sua tragica capacità d’ingannarsi, magari sperava che fossero proprio i progressisti, in quanto forza incorrotta, pura, moralmente sana, in quanto la sua Chiesa di questa Terra, ad opporsi all’aborto! Per lui, ma solo per lui, ciò avrebbe significato nient’altro che coerenza! Ma, appunto, era solo il “sogno di una cosa”.

Avvertimenti d’Egitto

Siccome, a quel che mi risulta, i giornali stranamente sembrano ignorarlo – si dorme in redazione? – lo scrivo io perché l’Egitto ha fatto la voce grossa con l’Italia sul tema degli immigrati. Il ministro degli esteri Frattini ha in programma fra qualche giorno una visita al Cairo. La settimana scorsa, dopo l’eccidio di cristiani copti vicino a Luxor, si era lasciato andare a dichiarazioni insolitamente franche per un rappresentante della diplomazia internazionale:

Le violenze perpetrate contro la comunità cristiana copta in Egitto suscitano orrore e riprovazione. La comunità internazionale non può restare indifferente né deve mai abbassare la guardia di fronte all’intolleranza religiosa, che costituisce una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L’Italia intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto, quale assoluto ed irrinunciabile valore di civiltà.

Frattini aveva proseguito annunciando la sua intenzione di parlare della tutela della comunità copta in Egitto con il suo omologo Aboul Gheit. Al quale non è parso vero di prendere a pretesto la vicenda di Rosarno per sparare una cannonata preventiva ed uscire dalla silenziosa trincea difensiva cui lo costringeva la spinosa questione copta.

Ora, fermo restando che Frattini ha perfettamente ragione nel merito e che l’iniziativa egiziana è ridicola e spudorata, questo bisticcio diplomatico è rivelatore del fatto che i paesi occidentali non hanno ancora pienamente compreso che nell’arena “democratica” degli organismi internazionali non solo le potenze emergenti ma anche i paesi del terzo e quarto mondo hanno tutte le intenzioni di giocare spregiudicatamente le carte in loro mano, senza negarsi, alla bisogna, la massima demagogia possibile. Anche giocando di squadra. Quindi non illudiamoci che sarà la “verità” a trionfare. L’Occidente, come una di quelle vecchie aristocrazie del passato cadute sotto i colpi della rivoluzione, ha titillato con la sua melensa e astratta ideologia dei diritti umani un sordo revanscismo mondiale che nei prossimi decenni rischia di abbatterglisi contro come uno tsunami.

Immigrazione ed isterismo

Ci si doveva mettere pure L’Osservatore Romano* a scrivere sciocchezze sui fatti di Rosarno e sullo stato morale della nazione. Con un’enfasi sospirosa e fastidiosa la storica di turno ha sentenziato che gli italiani non hanno ancora “superato” il razzismo. Il che non vuole dire assolutamente nulla. Quando un popolo è razzista? Quando un popolo “supera” definitivamente il razzismo? Da un punto di vista sociologico e politico l’approccio non ha nessuna utilità, e sfiora involontariamente l’antropologia metafisica, ossia un razzismo a spanne e all’incontrario.  Ma, evidentemente, la forza gravitazionale del pianeta dei ciarlatani della “democrazia compiuta”, il cui astratto messianismo distorce ogni seria discussione in merito, ha attratto nella sua orbita mistificatoria anche i resti del dibattito politico-culturale.

L’Italia nel suo incontro con l’immigrazione di massa, e con un’immigrazione fatta in molti casi di sbandati del terzo mondo, magari necessaria ma in ogni caso subita, aveva due buone carte da giocare: il retaggio cattolico, e il retaggio della propria emigrazione. Un grosso svantaggio: l’assoluta inesperienza. Nei paesi dell’Europa settentrionale flussi programmati e controllati d’immigrazione dai paesi dell’Europa meridionale cominciarono già dalla fine della seconda guerra mondiale; Francia e Gran Bretagna hanno accolto moltissimi immigrati, abbondantemente sgrezzati, direttamente dai paesi dei loro ex-imperi coloniali; la recente e massiccia immigrazione in Spagna è caratterizzata da un imponente afflusso di latino-americani, ispanofoni e cattolici. In vent’anni o poco più l’Italia è passata da un tasso di presenze straniere prossimo allo zero per cento ad un tasso di circa l’otto per cento. In certe regioni è abbondantemente sopra il dieci per cento. Contando i clandestini, siamo sicuramente sopra alla cifra di cinque milioni di persone.

Stando alla retorica dei fatti, che oggi va per la maggiore, questo cambiamento epocale è avvenuto senza grossi scossoni. Non ci sono state cacce allo straniero, e gli incidenti di rilievo sono stati pochi, e localizzati nelle aree di degrado del paese: le periferie delle grandi città, e le zone martoriate dal crimine organizzato. E in questo, sempre stando alla retorica dei fatti e dei numeri, e non ai risultati delle pubbliche relazioni, l’Italia non ha affatto sfigurato nel quadro europeo. Al contrario. La realtà è che gli italiani, con tutti i loro difetti e le loro paure, hanno sostanzialmente retto bene l’impatto di questo cambiamento, senza cadere nell’isterismo fuori luogo, quando non saputo, allineato e coperto di chi li critica.

*Update: il direttore de L’Osservatore, Vian, precisa che l’articolo è stato scritto prima dei fatti di Rosarno. E noi registriamo questa precisazione, anche se la sostanza non cambia.

La pecoraggine di oggi e quella di ieri

Gran turbamento nell’accampamento della sinistra liberal nostrana, messa in subbuglio dal podio inquietante dei premiati al concorso per l’uomo dell’anno nell’economia italiana, promosso, e velocemente sbrigato, come si fa con sapienza nelle stanze ovattate del potere, da Il Sole24Ore: 1) Giulio Tremonti, boss del governo 2) Sergio Marchionne, boss della Fiat 3) Emma Marcegaglia, boss di Confindustria. Ora, si può certamente ridere di questa armoniosa corresponsione d’amorosi sensi fra i reietti della nostra patria, e chi ha alle spalle un lunga storia di milizia al solo servizio delle proprie convinzioni, come Oscar Giannino, può certamente permettersi sul caso una virile ironia. Ma sugli altri, e sui loro schifati gridolini, stendiamo pure un velo pietoso.

Che c’è di nuovo, nell’anno in cui Time’s man of the year Ben Bernanke ha salvato l’America e l’abbronzato premio Nobel per la Pace Barack Obama ha salvato il mondo? Si è riscoperto, con raccapriccio, che il gotha confindustriale è tornato filogovernativo, come ai bei tempi, quando non ci si scandalizzava più di tanto? Non è permesso, al governo Berlusconi, come agli altri, di essere omaggiato dalle scappellate dei padroni del vapore? O non è piuttosto che questa avvilente quanto normale mediocrità faccia alzare il sopracciglio alla casta conformista degli indignati solo perché oggi sul trono d’Italia riposa le sue chiappe lo psiconano?

Ci fu un tempo, qualche anno fa, con la presidenza D’Amato, in cui anomalia corrispondeva ad anomalia, in cui l’usurpatore confindustriale corrispondeva all’usurpatore politico. Ma fu una breve stagione. La restaurazione Montezemoliana fu salutata dai ventriloqui della società civile come un parziale e promettente ritorno all’ordine civile, e il Berlusca tornò ad essere un’anomalia anche dalle parti di Viale dell’Astronomia. Tutto è finito del 2008, come avevo previsto, constatato e ribadito. I meglio capitalisti, tranne uno, si sono arresi: Berlusconi esiste. E ne hanno tratte le conseguenze. A modo loro. Il solito modo loro.

Cosa si vuol rimproverare a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, ora e solo ora? Di aver fatto con oculata destrezza la strada percorsa da parecchi giovanotti ultracinquantenni di successo, che son subito partiti col piede giusto al Manifesto, il giornale dov’erano parcheggiati i figli di papà in attesa di far tappa poi con incarichi importanti in tutte le redazioni delle gazzette della grande borghesia italiana? Di essere stato nominato direttore del TG1, megafono governativo per eccellenza, su indicazione del governo Prodi? Non era “servo” allora? E ai signorini di lavoce.info che oggi fanno tanto le verginelle scandalizzate, vogliamo ricordare – massì, vogliamo proprio ricordare – quanto la fama del loro sito sia dovuta alle loro simpatie politiche, che ne hanno fatto in campo economico un oracolo privilegiato presso il Partito di Repubblica ed in tante trasmissioni televisive di ben determinato colore politico?

La Repubblica Islamica in un vicolo cieco

Che in questi giorni proprio la nazione simbolo del radicalismo islamico sia in preda a convulsioni così gravi da far sperare in una caduta del regime degli ayatollah non è affatto strano. Esistono anzi i presupposti per vedere nell’Iran l’anello debole – il grosso anello debole – dell’Islam. Per una serie di ragioni che si riassumono fondamentalmente in una: l’Iran è già un paese – relativamente al contesto islamico – molto occidentalizzato. Vediamo perché.

  1. L’Iran è un paese indoeuropeo. Ancor oggi i tratti somatici della maggior parte degli iraniani sono ben poco dissimili da quelli di molti europei meridionali. Nell’Antichità e nell’Alto Medioevo l’impero persiano è stato il grande dirimpettaio asiatico dell’Europa greca, romana e bizantina. L’espansione araba dal sud dell’omonima penisola nel VII secolo dopo Cristo e poi quella turco-mongola dal nord-est asiatico hanno tagliato fuori il mondo persiano dal contatto diretto con l’Europa, ma non hanno distrutto del tutto un retroterra culturale per quanto remoto che lega in parte la Persia attuale alla storia dell’Occidente. Inoltre, anche se questo è un tratto comune a molti altri paesi islamici, non vi è quel legame “carnale” col Corano costituito dalla lingua araba.
  2. L’Iran è un paese sciita. Lo Sciismo ha delle coloriture messianiche, specie nella figura di un “ultimo Imam” artefice di un regno di giustizia finale, che, pur nell’incertezza dottrinaria caratteristica della religione islamica, lo avvicina per certi versi alle sette ereticali del mondo cristiano più ancora che al Cristianesimo in sé.
  3. Nel secolo scorso la cinquantennale dinastia Pahlavi ha proceduto ad una profonda laicizzazione dello stato. Per quanto autoritaria, essa è stata un’occidentalizzazione indiretta del paese, come lo sono state, ad esempio, le dittature comuniste nei paesi asiatici, in quanto inconsapevoli messaggere di quel messaggio universalistico, ancorché pervertito, peculiare della civiltà cristiano-occidentale.
  4. Tutti i fenomeni ereticali in senso lato, ivi compresi i totalitarismi moderni, sono distorsioni “mondane” dell’universalismo cristiano, il quale, in mancanza di quella cassa di compensazione spietatamente dogmatica costituita dalla speranza in una Gerusalemme Celeste, che comporta necessariamente la rinuncia al sogno di una giustizia messianica in terra, invece di liberare l’individuo, elevandone senza preclusioni la dignità, tende a uniformare tutti nell’uguaglianza della schiavitù; perché questo è il risultato inevitabile dell’imposizione di una libertà civile perfetta e generalizzata, quando l’unica libertà possibile è quella che si declina nel tempo e nello spazio della nostra condizione, ed è perciò sempre imperfetta. Quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica derivata dal gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. A livello di comunità la venuta di Gesù significò una grande “chiarificazione”. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare a risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. Nella sua formula di fede Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della propria autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella società/religione islamica; quando invece già nell’Antico Testamento – ombra e promessa della chiarificazione cristiana – vi era la tribù dei Leviti, ai quali non era destinata nessuna parte della terra d’Israele, e dai quali uscì la stirpe di Aronne, la classe sacerdotale; quando invece nell’Antico Testamento “le leggi di giustizia” furono solo dettate da Dio a Mosè, mentre il Decalogo fu scritto nella pietra dal dito di Dio stesso. Se nella cristianità medievale Maometto era sentito confusamente più come una specie di “eretico” che come il fondatore di una nuova religione, la cosa aveva un suo fondamento profondo, sottovalutato dalla dotta e informata superficialità di certi studiosi moderni.
  5. La radicalizzazione dell’Islam deriva dal suo contatto con l’Occidente, ossia con la civiltà cristiana. Ora non ci si scontra più ai confini, fisicamente, come nel passato. Le comunicazioni di massa fanno sì che l’incontro-scontro si svolga nella quotidianità della vita sociale e domestica, e non vi si possa sottrarre. La radicalizzazione deriva dalla necessità da parte dell’Islam di chiarire – definitivamente – il suo universalismo. Ma se lo fa, muore confluendo direttamente nel Cristianesimo, o indirettamente nella civiltà cristiana. Nell’Occidente. Oppure, opta per il messianismo. E quindi in questo secondo caso tende a somigliare sempre più ad un totalitarismo moderno, “occidentale”. Una perversione dell’Occidente. Come si vede proprio nella “Repubblica islamica dell’Iran”, con la grigia uniformità dei suoi quadri religiosi e politici, così lontani dai colori e dagli arabeschi dell’Islam storico, con la sua scimmiottatura di una repubblica parlamentare, monitorata da una Guida Suprema e da un Consiglio dei Guardiani della Costituzione, tanto somiglianti ad un Segretario Generale e ad un Comitato Centrale di qualche dittatura marxista; con la mistica tanto moderna di una “Rivoluzione” – parola occidentale come poche altre – che ebbe nel “parigino” Khomeini il suo demiurgo. Solo che la radicalizzazione implica una fragilizzazione che non può protrarsi in eterno.

[Pubblicato su Giornalettismo.com]

Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (2)

[A circa un anno di distanza dalla prima, ecco una seconda puntata di considerazioni sul futuro della ex-Jugoslavia. Come per la prima non c’è niente di preordinato: ho solo assemblato i miei commenti ad un articolo apparso sul sito Libertiamo.it, qualche mese fa ormai, che fra l’altro rieccheggiano quanto già scritto in precedenza.]

Se il caos post-jugoslavo è grande, la sostanza del problema non è difficile da identificare, anche se purtroppo non così la soluzione. Il problema è che, riconosciute Slovenia a Croazia, messe a tacere le armi, sconfitto il regime di Milosevic, la comunità internazionale se ne è lavate elegantemente le mani, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia e poi il Kosovo, in omaggio alla retorica democratica-illuministica, niente altro che quattro piccole Jugoslavie; le quali, essendo stavolta dotate di un certificato “democratico” con tutti i timbri e le firme al loro posto, avrebbero dovuto misteriosamente superare in bellezza ogni problema derivante dalle minoranze o dalle differenze etnico-linguistico-religiose. Il congelamento della situazione avrebbe dovuto invece servire per cominciare a “trattare” veramente, il che significa niente altro che parlare di spartizioni territoriali, allo scopo di creare entità statali sufficientemente omogenee. Il lavoro “sporco” purtroppo l’aveva già fatto in parte la guerra. La Bosnia, coi suoi Serbi, Croati e “Bosgnacchi” è veramente una Jugoslavia in miniatura e il suo destino simile. Questi popoli, insieme coi Montenegrini, nonostante le numerosi varianti e gli alfabeti a volte diversi, parlano al 95% la stessa lingua: o si fondono definitivamente o si dividono lungo linee di confine ragionevoli e solide. Siccome la fusione allo stato attuale sembra una chimera, l’unica soluzione realistica è questa: unione della Erzegovina croata e della Bosnia “bosgnacca” con la Croazia; unione della Repubblica Srpska, del Montenegro e di una piccola parte del Kosovo con la Serbia. Grande Serbia e Grande Croazia? In parte sì, ma teniamo conto che parliamo sempre di stati che territorialmente e soprattutto demograficamente resteranno piuttosto piccoli. La Croazia avrebbe il problema di una minoranza “musulmana” (metto tra virgolette perché si tratta pur sempre di una entità culturale profondamente europeizzata); d’altro canto queste acquisizioni territoriali darebbero maggior “corpo” all’attuale sbrindellatissima geografia croata. Il Montenegro oltre ad avere appena 600.000 abitanti, come una provincia italiana, è abitato da gente che in gran parte è difficilmente distinguibile da quella serba. Uno stato “musulmano” in Bosnia oltre che “pericoloso”, sarebbe pure quello ridicolmente piccolo. La Macedonia (due milioni di abitanti) è divisa tra macedoni (che parlano una lingua “bulgara”) e albanesi che abitano i territori vicini al confine con l’Albania. Io non vedo altra soluzione, anche qui, che la spartizione territoriale in cui una piccola parte del territorio si riunisce all’Albania e il resto si riunisce alla Bulgaria. Lo spauracchio della Grande Albania (Albania, parte del Kosovo, parte della Macedonia) fa ridere, vista la consistenza territoriale e demografica complessiva. La soluzione avrebbe anche l’avallo della Grecia che per questioni culturali di Macedonie fuori dai confini ellenici non vuole sentire parlare: la “Macedonia slava”, pur mantenendo il nome, diverrebbe una regione bulgara. Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. La Svizzera o il Belgio sono eccezioni; e tuttavia, anche oggi, nel cuore dell’Europa occidentale e democratica, in Belgio, i problemi etnico-linguistici sono tutt’altro che superati; anzi, stanno peggiorando a vista d’occhio. Lei, che dal nome suppongo essere di etnia ungherese (è antipatico usare sempre questa parola, etnia, lo so) [in realtà il cognome magiaro dell’Autrice dell’articolo è quello da sposata] dovrebbe saperlo. Ancora un secolo fa la Transilvania era mezzo ungherese. Città oggi site in Romania, non molto lontano dal confine dell’attuale Ungheria, come Arad, Oradea, Satu Mare, in parte la stessa Timisoara, erano importanti realtà urbane magiare abitate in gran parte da magiari. Oggi sono quasi completamente romene. Lo so che soluzioni del genere potrebbero dare la stura ad un mare di rivendicazioni in giro per il mondo. In primo luogo penso alla Moldavia, dove d’altro canto la sua riunione con la Romania e la secessione dei territori slavi oltre il Dnjestr è solo questione di tempo. Ma se non sarà la diplomazia internazionale a prendere in mano le cose, naturalmente con la sapienza e il tatto necessario, senza aver l’aria d’imporre dall’esterno, piuttosto facendo pressione sulle parti interessate, ed avendo chiaro in mente il disegno finale a lungo termine, non per questo le ferite aperte del sud-est europeo guariranno da sole per miracolo. Molto più probabilmente succederà il contrario. (Zamax, 26 ottobre 2009, 18:48)

E’ ovvio che il quadro da me tracciato è sommario e schematico. Da molte parti, e certamente da parte dei “nazionalisti” bulgari, il macedone è considerato né più né meno che un dialetto bulgaro. Che i macedoni rifiutino di essere assimilati sia dai bulgari sia dai serbi, lo posso capire. E posso capire che il dilemma abbia sua tragicità. Tuttavia, nel mondo reale dove tutto è relativo e per quanto riguarda confini e patrie non c’è in realtà niente di sacro e assoluto, prima o dopo bisogna pur decidere. Se da una parte l’arbitrio della forza è inaccettabile, dall’altra parte sotto le spoglie della “molta prudenza e della professionalità” non si nasconde magari il desiderio di alimentare fino al parossismo il culto della propria identità? E non conduce questa “molta prudenza e professionalità” alla fine ad un perfetto immobilismo? In base a questa logica in Italia dovremmo avere almeno una decina di stati. Lo dice uno che è veneto e parla ogni giorno dialetto. (Zamax. 27 ottobre 2009, 13:20)

Faccio poi notare che la Macedonia attualmente è un piccolo stato di appena due milioni di abitanti. Si potrebbe dire che la Slovenia ha una consistenza simile. Ma quest’ultima è una nazione omogenea, ben caratterizzata, con solo una piccola questione di confine con la Croazia pendente. In Macedonia su due milioni di persone, mezzo milione circa è albanese. Più altre piccole minoranze. La comunità internazionale ha creduto suo dovere benedire questo stato di cose che somiglia molto ad una bomba ad orologeria. Io non lo trovo ragionevole. Non sono pregiudizialmente contro ad uno stato macedone, pur non avendo simpatie per gli stati esageratamente mignon. Questa “Macedonia” mi sembra una follia. (Zamax, 27 ottobre 2009, 13:59)

(@ Branko) Lei è macedone e ha il suo amor proprio ed è ottimista. Non è la prima volta che sento dire che la diversità etnica, culturale, linguistica (”originaria” per così dire, non dovuta a fenomeni di immigrazione come nel mondo occidentale) è un tratto caratteristico e fondante (è questo, se ben capisco, che vuol dire) di una certa comunità. Che noi allevati da secoli all’idea degli stati nazionali non saremmo bene in grado di concepire. Ne ho sentito parlare anche a proposito della Bosnia. Ho letto pure i romanzi di Ivo Andrić che sono eloquenti al riguardo. E’ una cosa che avevo presente. E’ per questo che ho scritto: “Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. E’ sicuro che la “democrazia moderna” sia tanto elastica e favorevole alla compresenza di tante etnie e lingue differenti? L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. E quindi ha bisogno di classificare e identificare bene l’individuo. E magari poi è proprio in base a questa classificazione, a questa involontaria irreggimentazione, che le istanze democratiche cercano di farsi largo. In tempi di aristocrazia c’era sicuramente in generale meno libertà per l’inviduo, ma le maglie dello stato erano molto più larghe ed elastiche per i gruppi: popolazioni diverse convivevano abbastanza facilmente. L’Impero Asburgico ha cominciato a crollare proprio con l’avvento della democrazia. L’India descritta da Kipling era un mosaico incredibile di popoli, lingue e religioni differenti che proprio nell’informalità di uno stato “primitivo”, per così dire, trovavano un misterioso equilibrio. E’ con l’occidentalizzazione e la democrazia che l’India ha conosciuto feroci spaccature, che si è divisa nell’India propriamente detta, nel Pakistan, nel Bangla Desh e in Ceylon. Senza voler fare l’uccello del malaugurio per la sua patria, mi permetta però di essere pessimista relativamente alla stabilità di una Macedonia come quella attuale. (Zamax, 27 ottobre 2009, 20:11)

(@ Branko) Riassumendo e poi chiudo:

1) La Macedonia ha problemi con la Bulgaria che non ne riconosce ufficialmente la lingua (La Bulgaria fu, mi pare, il primo o tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza della Macedonia; naturalmente col desiderio segreto di annetterla in seguito).

2) La Macedonia ha problemi con la Grecia che non ne riconosce il nome (pretesa – quella greca – a dire il vero quasi insostenibile).

3) La Macedonia ha problemi con l’Albania che non perde l’occasione di mettere il naso nei suoi affari interni (vedi il caso della “Nuova Enciclopedia Macedone” che ha inviperito alcuni settori dell’opinione pubblica albanese di Macedonia).

4) La Macedonia è pervenuta recentemente ad un accordo sui confini col Kosovo (guarda caso sempre lì casca l’asino) che ha mandato su tutte le furie la Serbia.

Le faccio solo una domanda:

Se per il milione e mezzo (e forse meno) di macedoni “veri e propri” (tanto per essere precisi, per distinguerli dai “cittadini” macedoni, non perché sono fissato con le etnie) “diventare” bulgari risulta una violenza troppo grande fatta alla loro storia e identità, non sarà meglio e più saggio, vista la natura degli stati moderni, amputarsi volontariamente di una parte di territorio allo scopo di costruire uno stato più piccolo ma più saldo? (Zamax, 27 ottobre 2009, 21:34)