La Repubblica Islamica in un vicolo cieco

Che in questi giorni proprio la nazione simbolo del radicalismo islamico sia in preda a convulsioni così gravi da far sperare in una caduta del regime degli ayatollah non è affatto strano. Esistono anzi i presupposti per vedere nell’Iran l’anello debole – il grosso anello debole – dell’Islam. Per una serie di ragioni che si riassumono fondamentalmente in una: l’Iran è già un paese – relativamente al contesto islamico – molto occidentalizzato. Vediamo perché.

  1. L’Iran è un paese indoeuropeo. Ancor oggi i tratti somatici della maggior parte degli iraniani sono ben poco dissimili da quelli di molti europei meridionali. Nell’Antichità e nell’Alto Medioevo l’impero persiano è stato il grande dirimpettaio asiatico dell’Europa greca, romana e bizantina. L’espansione araba dal sud dell’omonima penisola nel VII secolo dopo Cristo e poi quella turco-mongola dal nord-est asiatico hanno tagliato fuori il mondo persiano dal contatto diretto con l’Europa, ma non hanno distrutto del tutto un retroterra culturale per quanto remoto che lega in parte la Persia attuale alla storia dell’Occidente. Inoltre, anche se questo è un tratto comune a molti altri paesi islamici, non vi è quel legame “carnale” col Corano costituito dalla lingua araba.
  2. L’Iran è un paese sciita. Lo Sciismo ha delle coloriture messianiche, specie nella figura di un “ultimo Imam” artefice di un regno di giustizia finale, che, pur nell’incertezza dottrinaria caratteristica della religione islamica, lo avvicina per certi versi alle sette ereticali del mondo cristiano più ancora che al Cristianesimo in sé.
  3. Nel secolo scorso la cinquantennale dinastia Pahlavi ha proceduto ad una profonda laicizzazione dello stato. Per quanto autoritaria, essa è stata un’occidentalizzazione indiretta del paese, come lo sono state, ad esempio, le dittature comuniste nei paesi asiatici, in quanto inconsapevoli messaggere di quel messaggio universalistico, ancorché pervertito, peculiare della civiltà cristiano-occidentale.
  4. Tutti i fenomeni ereticali in senso lato, ivi compresi i totalitarismi moderni, sono distorsioni “mondane” dell’universalismo cristiano, il quale, in mancanza di quella cassa di compensazione spietatamente dogmatica costituita dalla speranza in una Gerusalemme Celeste, che comporta necessariamente la rinuncia al sogno di una giustizia messianica in terra, invece di liberare l’individuo, elevandone senza preclusioni la dignità, tende a uniformare tutti nell’uguaglianza della schiavitù; perché questo è il risultato inevitabile dell’imposizione di una libertà civile perfetta e generalizzata, quando l’unica libertà possibile è quella che si declina nel tempo e nello spazio della nostra condizione, ed è perciò sempre imperfetta. Quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica derivata dal gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. A livello di comunità la venuta di Gesù significò una grande “chiarificazione”. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare a risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. Nella sua formula di fede Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della propria autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella società/religione islamica; quando invece già nell’Antico Testamento – ombra e promessa della chiarificazione cristiana – vi era la tribù dei Leviti, ai quali non era destinata nessuna parte della terra d’Israele, e dai quali uscì la stirpe di Aronne, la classe sacerdotale; quando invece nell’Antico Testamento “le leggi di giustizia” furono solo dettate da Dio a Mosè, mentre il Decalogo fu scritto nella pietra dal dito di Dio stesso. Se nella cristianità medievale Maometto era sentito confusamente più come una specie di “eretico” che come il fondatore di una nuova religione, la cosa aveva un suo fondamento profondo, sottovalutato dalla dotta e informata superficialità di certi studiosi moderni.
  5. La radicalizzazione dell’Islam deriva dal suo contatto con l’Occidente, ossia con la civiltà cristiana. Ora non ci si scontra più ai confini, fisicamente, come nel passato. Le comunicazioni di massa fanno sì che l’incontro-scontro si svolga nella quotidianità della vita sociale e domestica, e non vi si possa sottrarre. La radicalizzazione deriva dalla necessità da parte dell’Islam di chiarire – definitivamente – il suo universalismo. Ma se lo fa, muore confluendo direttamente nel Cristianesimo, o indirettamente nella civiltà cristiana. Nell’Occidente. Oppure, opta per il messianismo. E quindi in questo secondo caso tende a somigliare sempre più ad un totalitarismo moderno, “occidentale”. Una perversione dell’Occidente. Come si vede proprio nella “Repubblica islamica dell’Iran”, con la grigia uniformità dei suoi quadri religiosi e politici, così lontani dai colori e dagli arabeschi dell’Islam storico, con la sua scimmiottatura di una repubblica parlamentare, monitorata da una Guida Suprema e da un Consiglio dei Guardiani della Costituzione, tanto somiglianti ad un Segretario Generale e ad un Comitato Centrale di qualche dittatura marxista; con la mistica tanto moderna di una “Rivoluzione” – parola occidentale come poche altre – che ebbe nel “parigino” Khomeini il suo demiurgo. Solo che la radicalizzazione implica una fragilizzazione che non può protrarsi in eterno.

[Pubblicato su Giornalettismo.com]

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