Immigrazione ed isterismo

Ci si doveva mettere pure L’Osservatore Romano* a scrivere sciocchezze sui fatti di Rosarno e sullo stato morale della nazione. Con un’enfasi sospirosa e fastidiosa la storica di turno ha sentenziato che gli italiani non hanno ancora “superato” il razzismo. Il che non vuole dire assolutamente nulla. Quando un popolo è razzista? Quando un popolo “supera” definitivamente il razzismo? Da un punto di vista sociologico e politico l’approccio non ha nessuna utilità, e sfiora involontariamente l’antropologia metafisica, ossia un razzismo a spanne e all’incontrario.  Ma, evidentemente, la forza gravitazionale del pianeta dei ciarlatani della “democrazia compiuta”, il cui astratto messianismo distorce ogni seria discussione in merito, ha attratto nella sua orbita mistificatoria anche i resti del dibattito politico-culturale.

L’Italia nel suo incontro con l’immigrazione di massa, e con un’immigrazione fatta in molti casi di sbandati del terzo mondo, magari necessaria ma in ogni caso subita, aveva due buone carte da giocare: il retaggio cattolico, e il retaggio della propria emigrazione. Un grosso svantaggio: l’assoluta inesperienza. Nei paesi dell’Europa settentrionale flussi programmati e controllati d’immigrazione dai paesi dell’Europa meridionale cominciarono già dalla fine della seconda guerra mondiale; Francia e Gran Bretagna hanno accolto moltissimi immigrati, abbondantemente sgrezzati, direttamente dai paesi dei loro ex-imperi coloniali; la recente e massiccia immigrazione in Spagna è caratterizzata da un imponente afflusso di latino-americani, ispanofoni e cattolici. In vent’anni o poco più l’Italia è passata da un tasso di presenze straniere prossimo allo zero per cento ad un tasso di circa l’otto per cento. In certe regioni è abbondantemente sopra il dieci per cento. Contando i clandestini, siamo sicuramente sopra alla cifra di cinque milioni di persone.

Stando alla retorica dei fatti, che oggi va per la maggiore, questo cambiamento epocale è avvenuto senza grossi scossoni. Non ci sono state cacce allo straniero, e gli incidenti di rilievo sono stati pochi, e localizzati nelle aree di degrado del paese: le periferie delle grandi città, e le zone martoriate dal crimine organizzato. E in questo, sempre stando alla retorica dei fatti e dei numeri, e non ai risultati delle pubbliche relazioni, l’Italia non ha affatto sfigurato nel quadro europeo. Al contrario. La realtà è che gli italiani, con tutti i loro difetti e le loro paure, hanno sostanzialmente retto bene l’impatto di questo cambiamento, senza cadere nell’isterismo fuori luogo, quando non saputo, allineato e coperto di chi li critica.

*Update: il direttore de L’Osservatore, Vian, precisa che l’articolo è stato scritto prima dei fatti di Rosarno. E noi registriamo questa precisazione, anche se la sostanza non cambia.

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2 thoughts on “Immigrazione ed isterismo

  1. Riecheggi Gianni Pardo.
    Il razzismo è una di quelle accuse ricorrenti a scatenamento pavloviano, che anche se falsa spunta, per alcuni impulso insuperabile, certa come il mal di pancia dopo una grande abbuffata. Con le stesse modalità di attecchimento sul reale di certuni di leggende metropolitane come il global warning, anche se poi nevica a manetta in modo continuato e atipico, anche se la realtà dice che da noi l’estero si integra meglio che altrove. È il coccodrillo che spunta dal water: vuoi dire che tuo cugino non te ne ha parlato?
    Ci vorrebbe poco a distinguere regolari da irregolari, legalizzati da clandestini, e in ciò rilevare la natura del problema, ma se l’italiano va contro il negro allora sicuro è razzista. E vabè. Dalla Chiesa in senso buono me l’aspetto, la difesa ad oltranza, è il suo mestiere; posto che l’Osservatore spesso non è proprio la Chiesa. Son gli altri soliti che non capisco o meglio capisco benissimo, che gli danno appoggio interessato, che vociano a comando, che si radunano a fare chioschi e cortei con bandiere del solito colore, che quando l’abitante indigeno viene sottoposto a guerriglia urbana non frega a nessuno ma ora che l’indigeno reagisce, lui un tempo il terrone e ora invece razzista, allora all’armi gente! Salvo restando il problema dello sfruttamento, che esiste, realissimo, ma va risolto a parte. Puniamoli per quello gli schiavisti, delinquenti e razzisti, italiani. Il razzismo immaginario è altro, il modo furbo per giustificare a tutti i costi la stortura degli irregolari “… che servono e danno ricchezza.” Certo, solo che dei regolari che fanno altrettanto e magari si lamentano non dell’italiano ma dei loro fratelli che inquinano la categoria non parla nessuno. Non creano roghi per strada, il riflesso pavloviano nei buonisti non nasce.
    Basterebbe regolarizzarli, questi irregolari, e quando delinquono in massa scassando e mettendo a ferro e fuoco una città punirli. Si leverebbe carne da macello anche allo schiavismo, così mettendo in itinere la soluzione dell’altro lato schifoso della faccenda. Però capisco sia più facile puntare il dito contro, e dire con la faccia delle occasioni buone: vergognati, razzista.

  2. In mezzo a tutto il fumo e all’isteria, mi ha colpito un passaggio del grande Scalfari. Nell’omelia di domenica ha dovuto ammettere che nel nord-nord-est le cose vanno meglio che a Rosarno, e il merito è, udite udite, degli imprenditori. Dice infatti il maestro: “Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente”. Ovviamente non si è fermato lì e ha dovuto per forza ficcarci anche qualcosa che suonasse offensivo alle orecchie dei suoi democratici lettori: “salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´”integrità urbana”, della separazione o dell´integrazione col contagocce.”
    Come a dire: quei farabutti di imprenditori sono praticamente costretti a trattare bene gli immigrati PER INTERESSE, ma se fosse per loro li sgozzerebbero vivi e li appenderebbero nella pubblica piazza.
    Da notare un’ultima cosa: il maestro parla come se l’INTERESSE, di per sé, fosse qualcosa di negativo.
    Non c’è che dire, conosce bene le corde da toccare per far montare l’indignazione anti-razzista a comando, “pavolviana”, come dice gio.

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