La mistica dell’Olocausto e la realtà della Shoah

La parola ebraica “Shoah” evoca trauma e distruzione, tragedia e catastrofe, ma non porta in sé la neanche troppo velata connotazione religiosa che caratterizza la parola “Olocausto”, la cui vaghezza allusiva è foriera di pericolose e comode mistificazioni. L’Olocausto è divenuto la pietra d’inciampo, per usare il linguaggio evangelico, o il “mito” fondante, per usare quello dei nostri giorni, di un’ambigua e straordinariamente malleabile filosofia o chiesa dei diritti umani: in breve, un articolo di fede. E allora perché stupirsi se fondata questa nuova fede un po’ alla volta spuntino fuori anche gli infedeli che le si oppongono? E’ molto più facile negare un dogma che un fatto storico. Voglio dire: quello che non la coscienza morale, e nemmeno il semplice buon senso, ma la pura e vile prudenza rispetto all’evidenza dei fatti non oserebbe contestare, ossia il massacro pianificato e condotto a termine di milioni di ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale, non comincia a diventare mostruosamente problematico, controverso, confutabile e infine “rinnegabile” nell’aria rarefatta dei dogmi parareligiosi o degli imperativi categorici? Ubbie, si capisce, da allontanare da sé col massimo zelo. Prestate orecchio al fuoco di fila delle stentoree professioni di fede, alle iperboli sempre più ingegnose usate dai politici per illustrare il loro specchiato anti-antisemitismo: se non si parlasse di immani tragedie verrebbe quasi da sorridere. E che dire della cerimoniosa esibizione della kippah, cui non riescono a sottrarsi né le teste più stabili né le più deficienti teste vuote dell’universo, specie se di qualche fama multimediale? Non vi annusate un che di frivolo, che in fondo offende tutti, chi professa la religione ebraica, chi ne professa un’altra, chi non ne professa alcuna? E sarà stato certamente più il frutto di una benintenzionata ingenuità che di un ossequio allo “spirito del mondo”, l’esibizione della stella gialla, al motto di “Anche io oggi sono un ebreo”, da parte del Presidente della Camera Schifani alla Risiera di San Sabba di Trieste nel Giorno della Memoria; ma non vi sembra che queste esagerazioni un po’ teatrali facciano lievitare ancor di più la melassa mistica che avvolge come da copione il dogma e contribuisce a mettere l’opinione pubblica davanti al falso dilemma di un No o un Sì? Un dilemma che dovrebbe semplicemente e banalmente non sussistere sul piano storico?

Su scala mondiale, o almeno su quello della civiltà cristiano-occidentale, la memoria dell’Olocausto rischia di produrre gli stessi effetti di quello che da noi è stato il culto laico la Resistenza: un credo cui conformarsi con facilità e profitto, e insieme l’oblio delle colpe e della storia. Niente di strano allora che questa nuova teologia prêt-à-porter dei diritti umani abbia bisogno di un nuovo “male assoluto” e di un nuovo Satana, e che perciò il Nazismo sia in generale sentito dall’opinione pubblica come una categoria antropologica senza padre né madre né fratelli né sorelle, fuori della storia e soprattutto lontana da parentele scomode. Eppure basterebbe sottrarsi alle suggestioni della parola “nazista” ed accostarsi all’assai prosaica denominazione di Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori Tedeschi per entrare perplessi in una realtà politico-culturale ramificata, spesso contraddittoria, la cui dinamica subì un colpo d’acceleratore nell’ottocento uscito dalla Rivoluzione Francese. Per fare un esempio tra i mille riscontrabili in questo coacervo, Proudhon scriveva a metà del diciannovesimo secolo:

“Ebrei. Fare un articolo contro questa razza, che infetta tutto, ficcandosi dappertutto, senza mai fondersi con alcun popolo. Chiedere la loro espulsione dalla Francia, con l’eccezione degli individui sposati con delle francesi; abolire le sinagoghe, escluderli da ogni impiego, perseguire infine l’abolizione di questo culto. Non per niente i cristiani li hanno chiamati deicidi. Gli ebrei sono il nemico del genere umano. Bisogna rispedire questa razza in Asia, o sterminarla… Col ferro o col fuoco, o con l’espulsione, bisogna che l’ebreo scompaia…Tollerare i vecchi che non fanno più figli. Lavoro da fare. Quello che i popoli del Medioevo odiavano d’istinto, io l’odio dopo riflessione e irrevocabilmente. L’odio dell’ebreo come dell’inglese deve essere il nostro primo articolo di fede politica” (P.-J. Proudhon, Carnets, 26/12/1847)

Non sarà che tutta questa liturgia serve appunto per nascondere all’uomo della strada una storia lunga, contorta e scomoda, di cui queste note, di un nient’affatto isolato profeta tanto dell’anarchismo quanto del “socialismo comunitaristico” nella Francia ottocentesca dell’esprit républicain, costituiscono solo un “dettaglio”? Perciò, come tutta l’educazione veteroresistenziale col suo settarismo ha più danneggiato che stimolato il processo di maturità democratica in Italia (e non voglio nemmeno contare la colpa di aver perversamente alimentato oltre ogni ragionevolezza la popolarità della figura di Mussolini nella nostra storia: Minghetti, Crispi, Sonnino, Giolitti, tanto per fare alcuni nomi, chi se li ricorda ormai?), così la pompa metafisica della Memoria dell’Olocausto farà più danno che bene alla causa della tolleranza e della lotta al razzismo: ci troveremo con un’opinione pubblica perennemente allertata e perennemente poco consapevole, e quindi manovrabile.

[L’articolo è una rielaborazione di un post pubblicato un anno fa qui]

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “La mistica dell’Olocausto e la realtà della Shoah”

  1. Hai ragione, una mistica è molto più comoda di una attenta analisi dei fenomeni. D’altra parte, va detto che se l’inerzia porta in quella direzione, è anche perché tra i più interessati a mantenere vivo l’interesse per la shoah sono gli stessi che poi spesso cadono nella tentazione della mistica. Sto parlando naturalmente degli stessi ebrei. Con l’attenuante della buona fede e del reale interesse, e con tutte le differenze dei singoli casi, ovviamente.

    Ci sono anche esempi “a rovescio” di come quella mistica possa essere presa e usata come arma anche quando non c’entra assolutamente nulla. L’esempio a mio modo di vedere più estremo e dunque più illuminante è Moni Ovadia. Ebreo, colto, e dunque chi più di lui è credibile sulla shoah, sull’anti-semitismo, sul razzismo? Ebbene, ha approfittato del Giorno della Memoria per dire che Rosarno è la prova che noi italiani siamo razzisti. Dunque, nel suo caso, l’antisemitismo e la shoah sono già parte di un collaudatissimo armamentario propagandistico con scopi politici molto chiari.

    L’esempio contrario è, invece, il simbolo massimo della memoria, lo Yad Vashem, il museo della shoah. Nessuna retorica, nessun piagnisteo. Una grande sobrietà. Solo fatti, volti, dati, numeri, oggetti. Pane al pane, vino al vino.

    1. Questa confusione dei piani, sempre cara ai demagoghi, si manifesta invariabilmente quando si parla di “popoli” e di “razzismo”. Quando un popolo è razzista? Sul piano storico e sociologico, l’unico sul quale è possibile giudicare un “popolo” e non una “persona”, è una domanda falsa. Sotto la pressione di cause diverse ma improvvisamente e massicciamente convergenti nessun popolo è al riparo da reazioni di tipo razzista. C’è sempre un punto di rottura. Come ho scritto recentemente non mi ricordo più dove, l’Italia di fronte al fenomeno immmigratorio aveva due buone carte da giocare: il cattolicesimo, e l’esperienza migratoria. Un handicap: l’assoluta inesperienza, almeno nei tempi moderni. Il politico deve tenerne conto, non può ragionare in astratto.

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