L’Antistato di Polizia

La moralità è una bella cosa. Ma esigente. E delicata. Non occorre che copuli con la menzogna, basta che lo faccia con le mezze verità per diventare oscena. E se questo vale per la sfera individuale, figuriamoci per quella di “massa”! Il partito – vecchissimo – della questione morale è oggi in fibrillazione, ma allo stesso tempo non sa darsi pace del fatto che il popolo italiano sia così restio a seguirlo. Eh, la tensione etica dei nostro concittadini non sarebbe più come quella dei bei tempi di Mani Pulite, purtroppo, tanto è lo sfacelo dei costumi! E già qui siamo fuori della verità; e nel pieno invece del vizio della memoria selettiva. Perché in realtà le pulsioni che in questi giorni agitano la società italiana, e il gioco delle azioni e delle reazioni con cui si manifestano in superficie, sono l’esatta replica, seppur soffocata nei suoi effetti dalla maggiore maturità del paese – maggiore maturità, non maggiore inciviltà, cari signori – sono l’esatta replica, dicevo, di quanto successe ormai quasi venti anni fa. Quando infatti fu proprio quello stesso popolo a disinnescare, col voto, la rivoluzione di chi si vantava di aver rivoltato l’Italia come un calzino. Falso: se davvero l’Italia fosse stata così rivoltata la rivoluzione ci sarebbe stata, ma incruenta. Il voto sconfessò l’onestà di Mani Pulite. Anche allora, come oggi, il Grande Orecchio della Legalità Democratica indagava e ascoltava a trecentosessanta gradi, e si dimostrava ultraperspicace e perfino troppo disinvolto quando si trattava di riannodare le fila dei materiali investigativi riguardanti una certa parte politica, salvo poi dimostrarsi lento e svogliato quando si trattava di quelle concernenti un’altra parte politica. Anche allora, come oggi, certe indagini cominciavano a sinistra per finire a destra. Certo, ai piedi del patibolo, per le esigenze scenografiche di un’equanimità fittizia, si affollavano anche certi tirapiedi di sinistra, ma sulla loro testa, per non parlare di quella dei pezzi grossi, la ghigliottina mediatico-giudiziaria misteriosamente non calava mai. Restava sospesa, finché gli astanti si stancavano e ritornavano a casa. Così funzionava e funziona il gran porto delle nebbie, quello vero, che inghiotte le pratiche giudiziarie intestate ai notabili della “società civile” in politica.

Tutto questo è legato a un difetto di fondo dell’edificio repubblicano italiano, che fu accettato dalla fazione rossa con una riserva mentale che non è mai venuta meno del tutto, e che surrogò la delusione per la mancata rivoluzione col bisogno di trovarsi un ruolo come guardiano della democrazia contro un inesistente regime. L’Italia repubblicana fu fin dall’inizio, con tutti suoi difetti, che erano figli della sua storia e non della razza che la popolava, e quindi aggiustabili col tempo, uno stato pienamente democratico e rispettoso delle libertà fondamentali. Non fu, mai, uno Stato di Polizia. E’ cresciuta al suo interno invece la malapianta di un Antisistema di sistema, totalizzante, che ha indebolito lo spirito civico, che ha minato sistematicamente, alla grande, ben più di tutti i miserabili faccendieri della nostra storia recente, la fiducia nelle istituzioni, e che ha fatto mancare i benefici di una vera opposizione, di un’opposizione costruttiva. Ed è significativo che esso, nel momento stesso in cui perdeva consenso politico ma cresceva in potere nel paese conquistando fra l’altro le casematte della magistratura, si sia venuto configurando come un Antistato di Polizia, ad immagine e somiglianza di quel Regime e di quello Stato di Polizia cui la realtà non ha mai dato corpo. E che costringe, oggi come allora – e come negli anni settanta della grande spallata comunista di cui il fenomeno terrorista fu solo la coda violenta, sfuggita al controllo di chi ne aveva nutrito i miti – una maggioranza politica e una maggioranza della società a chiudersi a riccio per quell’istinto di conservazione che è la forma più primitiva e disperata di civismo. Ma che rimane una forma di civismo quando si tratta di respingere offensive la cui retorica democratico-legalitaria non è sufficiente a mascherarne la carica liberticida. In questo braccio di ferro l’Italia è costretta a disperdere le proprie forze dalla fine della seconda guerra mondiale; è un debito pubblico di ordine culturale, gemello di quello economico, che spiega non poco del suo immobilismo. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a trentadue anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni berlusconiani dai pasdaran della giustizia democratica:

Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…

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L’equivoco ucraino

La delusione intrisa di rassegnazione manifestata in Occidente per la vittoria di Viktor Yanukovich nelle elezioni presidenziali in Ucraina è eccessiva. Come eccessivo fu l’entusiasmo che accompagnò qualche anno fa la Rivoluzione Arancione che portò al potere la coalizione del filo-occidentale Yushchenko. Derivano ambedue dall’errata percezione della realtà ucraina e dall’immagine che di essa i media in tutti questi anni hanno veicolato nell’opinione pubblica. L’Ucraina non è uno dei tanti stati dell’Europa Orientale, dalla secolare storia nazionale, che si sono sottratti dopo quarant’anni alla cattività sovietica; non è neanche paragonabile a quei piccoli stati baltici o caucasici, non slavi e dal profilo etnoculturale ben differente, caduti quasi senza soluzione di continuità nel passato nelle grinfie dell’enorme orso prima zarista e poi comunista. L’indipendenza ucraina, così come quella bielorussa, fu possibile soltanto a causa dello stato di debolezza quasi mortale in cui versava la Russia nel momento del disfacimento dell’Unione Sovietica. Perso senza troppe lacrime il pancione turco-asiatico mai veramente russificato, persi gli stati baltici e quelli caucasici più importanti, è assai improbabile però che la Russia appena un po’ meno malferma sulle gambe di qualche anno dopo avrebbe accettato la separazione dalle due nazioni “sorelle” senza quasi muovere un dito. D’altra parte, se la Bielorussia del caudillo slavo Lukashenko non ha mai fatto mostra di voler far parte del consesso politico europeo, anche l’europeismo ostentato da una parte della classe politica ucraina, incoraggiato abbastanza incoscientemente dalla retorica “democratica” occidentale, si è dimostrato una forzatura storica.

L’Ucraina fu la culla della civiltà russa: la Rus’ di Kiev. Più di mille anni fa Kiev era una delle tante fortezze che i Variaghi (i Vichinghi che rivolsero la loro attenzione verso Est: quelli che si diressero a Ovest diventarono i “Normanni”) usavano nelle loro imprese commerciali e piratesche lungo la via d’acqua reticolare, formata dai grandi fiumi della Russia europea, che metteva in comunicazione la regione baltico-orientale coi territori dell’Impero Bizantino. Furono anche degli apprezzatissimi mercenari: la “Guardia Variaga” divenne di lì a poco un corpo di pretoriani al servizio dell’Imperatore bizantino. Sembra – sembra – che fossero chiamati Rus’ dalle genti slave; e il fatto sarebbe confermato dagli Arabi, che chiamavano appunto “russi” le genti del nord – ma non è detto che fossero scandinave – con le quali venivano a contatto. (Si è fatta l’ipotesi che il diffusissimo e tipicamente meridionale cognome “Russo” sia legato al fatto che gli Arabi riconoscessero nei Normanni che li scacciarono dalla Sicilia i “russi” di cui sopra). Il nucleo dello stato russo fu dunque fondato da un’aristocrazia di ceppo germanico, che comunque ben presto si sciolse nell’elemento slavo. Da Constantinopoli arrivò la religione ortodossa e dalla cultura bizantina la nuova civiltà russa ricevette nelle arti figurative e nell’architettura un’impronta mai veramente abbandonata. Devastata dalle invasioni mongole, caduta sotto l’influenza polacco-lituana, l’Ucraina è stata poi per secoli parte integrante dell’Impero Russo, pur conservando quei tratti caratteristici che fanno d’altra parte da sfondo a tante opere della letteratura e della musica propriamente “russa”. Un “padre” della letteratura russa come Gogol’ era ucraino; fu molto legato alla sua terra, cui dedicò ricerche storiografiche, e molti dei suoi racconti. Compositori come Tchaikovsky o Rimski Korsakov vi ambientarono alcune delle loro opere liriche. La lingua ucraina, certo anche per ragioni non nobilissime (nel 1863 si arrivò a proibirne l’uso nella stampa), fu comunemente detta “piccolo russo”, per distinguerla dal “grande russo”, ossia il russo propriamente detto, e dal “russo bianco”, ossia il bielorusso. Tutto questo senza contare che oggi è russofono circa un terzo della popolazione, concentrato nelle zone ad est del Dnjepr, il grande fiume che divide in due il paese, e in Crimea.

Forse ai grandi strateghi moderni della politica internazionale, che dimostrano tanta fiducia nei poteri taumaturgici della democrazia, superiore forse anche a quella degli antichi per i miracoli del dispotismo, un po’ di cultura non farebbe male. Dopo che l’Europa ha potuto ritrovare e consolidare i suoi confini per così dire naturali, non è stata una grande idea concentrare le tensioni, e con così scarsa sensibilità, su un fronte, quello russo-europeo, che in un quadro mondiale segnato dalle convulsioni islamiche e dall’emergere di nuove potenze dalla demografia a nove zeri, extra-europee ed extra-occidentali, rischia di diventare secondario se non obsoleto. Tanto per dire, la Russia attuale, la cui consistenza territoriale quasi sgomenta, ha più o meno gli stessi abitanti del Bangla Desh, di cui è 120 volte più grande. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla semifallimentare politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso solo per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. E così l’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte, trionfando senza nemmeno troppo forzare. Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il solo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi. La vittoria di Yanukovich è anche la punizione di questo velleitarismo. Ma non è una tragedia.

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Caro Luca (Zaia)

Caro Luca, permettimi innanzitutto di chiarire la ragione di questo mio tono confidenziale: sono anch’io di razza Piave, ancorché della Destra Piave, mentre tu sei della Sinistra Piave. Certo, è noto come noi di Destra Piave siamo molto più in gamba di voi, ma non è il caso di fare gli schizzinosi. Io non lo faccio, e credo apprezzerai. Ora che stai per diventare Doge di tutte le Serenissime, è bene che ascolti la parola disinteressata di un tuo compatriota. Caro Luca, è ora di smetterla con queste panzane unilaterali sui prodotti tipici, e contro gli OGM, per il rispetto stesso della nostra tradizione veneta, prima ancora che italiana. Se la nostra penisola avesse difeso l’assoluta ortodossia dei prodotti della sua agricoltura neppure il pomodoro arrivato dalle Americhe e il caffè arrivato dall’Oriente sarebbero oggi quasi universalmente associati all’idea di italianità. Neanche la pizza. Pensa: a quei disgraziati di napoletani, poveretti, sarebbero rimasti solo la Camorra, il Vesuvio, il Golfo, San Gennaro, la mozzarella e la mistica del Regno delle Due Sicilie, o quella della Magna Grecia. Non ti si stringe il cuore? Sulla novità, sulla moda del caffè, il nostro grande compatriota Carlo Goldoni scrisse pure una commedia ambientata a Venezia, “La Bottega del Caffè”; ma la scrisse in italiano, vista la globalità interregionale e internazionale del tema. E come la mettiamo coi semi di cacao portati da Cristoforo Colombo in Europa? Non avremmo neanche la Nutella! La nostra Nutella! E col baccalà alla vicentina? All’origine del più tipico fra i piatti tipici della cucina della Serenissima ci fu una delle nostre partite IVA, un padroncino che un giorno del XV secolo veleggiava bel bello con la sua barchetta – una caracca – e la sua ciurma di una settantina di uomini tra l’Atlantico e la Manica, fischiettando ignaro “La biondina in gondoeta”, quando una tempesta improvvisa sballottò e spinse il suo legno alla deriva al largo dell’Irlanda, per essere poi trascinato dalla Corrente del Golfo su nel Mare del Nord fino alle coste della Norvegia, dove il nostro antenato a bordo di una scialuppa fece naufragio con sedici superstiti sull’isola di Røst; e dove fu folgorato non solo dalle vichinghe dai capelli d’oro ma pure dallo stokkfisk che prendeva aria su delle specie di rastrelliere in legno e profumava i cortili delle casupole dei pescatori. Siccome lo sciagurato era pio, o attaccato più all’oro degli zecchini che all’oro delle bellezze muliebri, cominciò un’attività di import-export centrata sullo stokkfisk, e non sulle vichinghe. Purtroppo. Ma, sia detto in suo onore e a sua scusante, con tale insulto a Venere e alla Natura fece la gloria della cucina nostrana. A maggior gloria provvide un secolo dopo la polenta fatta col mais proveniente dalle Americhe. Tutto facemmo nostro, caro Luca. L’abbiamo sempre fatto. Non lo sai che noi italiani siamo i primi produttori di kiwi nel mondo? Certo che lo sai. Ce l’abbiamo fatta in poco più di un trentennio. E saprai certamente che dopo il Lazio, il Veneto è nel gruppetto di testa delle grandi regioni produttrici dell’esotico frutto giunto dall’australe terra che l’Onnipotente ha posto agli esatti antipodi del Belpaese. Casomai l’unica cosa sorprendente è che siano stati i romani, gente che riposa le chiappe da duemila anni, i pionieri di quest’avventura: son cose che capitano, anche ai peggiori. E adesso perché mai allora ti incaponisci contro quei poveretti di maiscoltori, ossia dei coltivatori di mais, il meno tipico dei prodotti agricoli, che vorrebbero essere liberi, come quasi tutti gli zappaterra del primo, secondo, terzo e quarto mondo di sperimentare le coltivazioni OGM? Tu parli di sete di guadagni facili e di mancanza di lungimiranza, paventando l’abbandono delle nostre eccellenze agroalimentari, come se queste non potessero convivere con le superpannocchie OGM: dai, non fare il difficile! Proprio in questi giorni hai fatto invece un bel passo in avanti sulla via della ragione con il lancio di McItaly, il nuovo superpanino della McDonald’s, da te sponsorizzato e fatto al 100% con prodotti italiani, soprattutto con la carne dei bovini e i formaggi derivati dal latte delle nostre belle mucche padane, tutte bestie coscienziosamente tirate su dai nostri allevatori con mangimi geneticamente modificati. “Sono grato a McDonald’s che si è prestata a questa grande operazione culturale“, hai detto, con gran dispetto degli adepti della bio-religione. E non potevi dir meglio: geniale. E’ venuto fuori in tutto il suo splendore il nostro senso pratico. Ti sei anche permesso il lusso di dare idealmente del bolscevico allo sconvolto critico gastronomico del Guardian. In questo hai tutto il mio appoggio: bravo!

Pensa, caro Luca, se gli altri avessero difeso fino alla morte i loro prodotti tipici, non solo quelli del settore agroalimentare, ma pure quelli culturali, noi veneti non avremmo infettato l’Italia col nostro “ciao”, fino a cent’anni fa sconosciuto tra i paisà della penisola. Adesso stiamo andando alla conquista del mondo, e nessuno sembra in grado di fermarci. Ma noi in realtà abbiamo sempre avuto un gusto innato per la bastardaggine: cementata dai secoli, è diventata stile ed identità. Rifletti, siamo il solo popolo al mondo, noi veneti, che ha avuto il fegato di piazzare dei quadrupedi al centro della facciata di un tempio cristiano, e quale tempio! Ubbidienti e morigerati all’interno, sotto le cupole d’oro, e quasi soggiogati dalla bizantina e ieratica fissità delle figure dei santi, ci siamo scatenati per secoli all’esterno della Basilica di S. Marco con tutti i ghirigori del kitsch medievale. Il tremendo pastrocchio è conosciuto in tutto il mondo e passa per mirabile, tanto è onusto di storia! Ma l’obbrobrio equino è sicuramente il nostro capolavoro e la sua storia è la nostra storia. Che inizia con la quarta Crociata, quando conti, marescialli e baroni di Francia, della Borgogna e dintorni, tutta gente scioperata e danarosa, con la testa piena degli ideali della cavalleria, si diedero appuntamento con la propria soldataglia a Venezia. Il nostro doge guercio e novantenne, Enrico Dandolo, li inquadrò subito, lesse dentro le loro anime leggere, offrì loro la flotta e l’organizzazione del viaggio. In cambio, tanto per cominciare, pretese la ripulita della costa dalmata fino allo Ionio. Le cose furono fatte con metodo e tranquillità. I baroni ci presero gusto. Arrivò pure, provvidenzialmente, a rivendicare i propri delusi diritti, il solito pretendente – che mai mancava – al trono di Bisanzio, ossia ai resti dell’Impero Romano. A quel punto Costantinopoli divenne la Gerusalemme da liberare. Fu liberata e conquistata. Nella spartizione, mentre conti e baroni si scambiavano titoli di re e imperatori, Venezia si attribuì tutte le isole e gli scali che servivano ai suoi commerci, o meglio, al monopolio dei suoi commerci. Il Doge, a scanso di equivoci, divenne “Podestà e despota dell’impero di Romania e dominatore della quarta parte e mezza dello stesso impero”. I Veneziani, che a quell’epoca erano artisticamente analfabeti come i Romani prima della conquista della Grecia, razziarono i cavalli in bronzo dorato del famoso Ippodromo e li posero, col gusto barbaro che era loro proprio, ma con molta soddisfazione, sopra il portale centrale della Basilica di S. Marco. E da lì, non si sono più mossi.

Caro Luca, sii fedele alla nostra storia.

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