Articoli Giornalettismo, Italia

Diamo una medaglietta al bambino Michele

Mezzo domatore da circo e mezzo santone, Michele Santoro mise in piedi il suo spettacolo televisivo oramai un quarto di secolo fa. La formula che ne ha decretato il successo presso la plebe sanguinaria dei rossi è di una brutale semplicità: une affaire; un imputato; il tribuno del popolo, lui; i galoppini del tribuno del popolo; le tribune del popolo; gli ospiti di sinistra: s’intende, in veste di accusatori; e – democraticamente, per facilitare il compito di chi ha la spiacevole tendenza a bersi il cervello – un egual numero di ospiti di destra: s’intende, in veste di difensori. E’ un vecchissimo schema di cui gli sventurati si fanno prigionieri accettandone le premesse. Chi risponde è già mezzo condannato, e passa il suo tempo a cercare di divincolarsi dalle spire dell’idra di accuse e allusioni che gli piovono addosso.

Prendere le cose per questo verso inquisitorio è una monomania della sinistra. L’indice puntato verso l’uomo della strada, che in quel momento con grande probabilità sta solo pensando in santa pace alla fregna o al pallone, dovrebbe essere il vero simbolo dei democratici: il medio puntato valorosamente verso l’alto dovrebbe esserne la giusta risposta. Sempre che si trovi la lucidità e la forza di non confondersi, la qual cosa purtroppo necessita di allenamento. Già alle prime elezioni dell’epoca repubblicana – 62 anni fa – i democristiani, allora freschi freschi, ancor prima di mettersi a tavola, furono additati dai discepoli del Migliore come “forchettoni”. Ma queste erano cose serie. Sul versante cazzate, invece, trent’anni or sono la sinistra decise che era ora di occuparsi anche di calcio: fu così che l’umanità riconoscente alla superiore cultura e indipendenza della terza rete si arricchì del “Processo del lunedì”. Sì, proprio il processo biscardiano, di cui a sinistra as usual hanno cancellato il file dal disco fisso della memoria storica, e che ora magari qualcuno sarebbe capace di far passare come un’orripilante testimonianza del becerume dell’Italia berlusconiana.

Il sottoscritto, cui la salute mentale non difetta, e non accetta ricatti, non ha mai guardato in vita sua un’intera puntata del circo di Santoro. Istruitosi in fretta dopo qualche assaggio di trasmissione, l’ha respinto nell’unico modo saggio: in toto. Da vent’anni lo diserta con soddisfazione e profitto. Malauguratamente questa politica lungimirante non è stata adottata dai fessi del centrodestra, incapaci d’ignorare o di respingere al mittente inviti al suicidio. Pure Berlusconi, che spesso arriva con l’istinto là dove non l’aiuta l’intelligenza, l’ha capito solo qualche anno fa, ma troppo timidamente ha invitato i destrorsi a regolarsi di conseguenza. Che infatti hanno fatto orecchi da mercante ed irretiti dal fascino del male e dal gusto della sfida – l’esca ideale per gli ottimisti – hanno continuato a fornire di vittime sacrificali il tempio di Santoro. Senza di quelle, le messe democratiche sarebbero finite già da un bel po’. Non basta, a pareggiare i conti, qualche “incidente”, qualche battibecco più accalorato del solito che poi rispunta ostinatamente nelle piazze del web; come di recente, quando il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, ha fulminato in contropiede Marco Travaglio rammentandogli velenosamente in perfetto stile travagliesco certe sue certo fortuite e certo sfortunate frequentazioni siciliane. L’altezzoso campione della legalità è sembrato, per una volta, uno dei pesciolini impigliati nella rete santoriana; ma al contrario di molte delle sue vittime, ha avuto una reazione penosa: ha guardato Santoro come il primo della classe guarda la maestra che ha tradito il suo cocco, e gli si è raggelata in volto un’isteria da femmina violata, sempre assai sgradevole in un uomo, prima di esplodere una salva di aggettivi non proprio lusinghieri contro l’infame Franti della gazzetta berlusconiana. Poi, con più calma, ha lamentato di non avere in televisione il tempo per rispondere in modo articolato – lui, l’uomo dei fatti – alle insinuazioni: poveretto. Si rifarà, è ancor giovane.

Mentre Santoro, che dalla televisione ha avuto tutto, ed è arrivato in tutta sicurezza, nonostante tutte le sue perigliose battaglie democratiche, ad una certa non più verde età, oramai mira solo a raggiungere l’agognato martirio; che nelle società bonaccione dell’Occidente – come l’Italia – è privilegio solo della supercasta dei bambini ultraviziati. E diamogliela, questa medaglietta.

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Articoli Giornalettismo, Esteri, Italia

Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

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Esteri

Qualcuno avvisi Concita

Qualche giorno fa, in Thailandia, le “red shirts”, col sostegno del partito di opposizione United Front for Democracy against Dictatorship (UDD), hanno messo in atto una clamorosa protesta versando ettolitri ed ettolitri di sangue, raccolto attraverso donazioni di massa (aho’, so’ asiatici), all’entrata del Palazzo di Governo. Bello, eh bello! Tanto bello che la fantasmagoria vermiglia ha colpito al cuore la nostra Concita De Gregorio, direttrice de l’Unità:

A quale sacrificio siete disposti per difendere la democrazia? Ciascuno di voi, individualmente, che cosa ci metterebbe di suo? Guardavo le foto del lago di sangue davanti al Palazzo di governo di Bangkok, ieri – trecento litri di sangue versati volontariamente dai manifestanti, qualche goccia a testa – pensavo che certo è un gesto simbolico formidabile capace di evocare all’istante i milioni di persone che il sangue e la vita ce li hanno messi tutti, per la democrazia. A noi, qui, basterebbe molto meno. Le dimissioni, per esempio.

AND NOW, THE REST OF THE STORY

Ricordate l’ex primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra? I malevoli lo chiamavano il Berlusconi d’Asia. Era (ed è ancora) ricco sfondato. Ovviamente e sommariamente descritto come “populista”, fu coinvolto in megagalattici conflitti d’interesse, accusato di corruzione, e di abuso di potere per la gestione delle televisioni statali. Grandi manifestazioni di protesta popolare e democratica solcarono le vie di Bangkok durante il suo regime, una volta anche con tanto di finto funerale. Ma il suo più grosso e ineliminabile difetto fu quello di vincere alla grande tutte le elezioni politiche. Sapete, quelle pagliacciate fastidiose nelle quali i voti si contano e purtroppo non si pesano, con gran dispetto di Scalfari. E così nel 2006 ci pensarono i militari a cacciarlo con un bel colpo di stato. Notate: militari + colpo di stato, il non plus ultra del fascismo antropologico. E tuttavia il mondo democratico del pianeta Terra fece spallucce. Ora Thaksin è in esilio. Dorato, s’intende, anche se recentemente una decisione della Corte Suprema di Bangkok l’ha espropriato di buona parte delle sue ricchezze. Tuttavia i supporters, i peones, i servi, i lacché, i berluscones thailandesi insomma, sono vivi e vegeti. Non sono azzurri perché la perfezione non è di questo mondo, ma sono noti col nome di “red shirts”.

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Gli inamovibili della RAI

Uno dei grandi misteri irrisolti della rivoluzione berlusconiana, o per meglio dire, della catastrofica inefficienza del suo regime, è il continuo moltiplicarsi delle sinecure televisive dei soliti teleimbonitori di sinistra. “Moltiplicarsi” in effetti non è la parola giusta. Meglio sarebbe dire “sommarsi”. Infatti la caratteristica fondamentale di ogni programma di stampo sedicente democratico e progressista è che esso non soggiace ad alcuna politica editoriale o legge di mercato. Semplicemente non è più rimuovibile: a differenza di quanto capita ai comuni e mortali programmi, la sua rimozione non rappresenterebbe la presa d’atto che la trasmissione è arrivata in tutta naturalezza alla fine della sua lunga pista; nooo, sarebbe piuttosto una ferita nel corpo vivo della nostra democrazia, un danno esiziale al pluralismo della nostra informazione. Non vi ricordate come Floris fece il suo esordio alla RAI col suo Ballarò? Certo che no. Non volete. Doveva da una parte sostituire Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano, e allora in procinto di partire per un esilio ottimamente stipendiato in un lussuoso resort strasburghese-lussemburghese-bruxellois; e dall’altra parare l’attacco del crociato Antonio Socci col suo Excalibur. Poi Santoro tornò in RAI, ma col cavolo che Floris smontò le tende del suo accampamento televisivo: da otto anni è lì, fermamente convinto, come i suoi colleghi di resistenza a Saxa Rubra, di essere una colonna della democrazia. Don Chisciotte Socci fu invece mandato a casa col suo ronzino e il suo spadone di latta dopo appena due anni, come un appestato, e senza che nessuno gridasse all’emergenza democratica. Quello che fa restare a bocca aperta è che queste balle risibili e ricattatorie facciano restare a bocca aperta quei poveri mentecatti che noi di destra abbiamo eletto in parlamento.

E così, con lo scopo per definizione irraggiungibile di pareggiare i conti con l’orrida e rassicurante melassa del tinello di Vespa (i “salotti” necessitano di un minimo di QI), un po’ alla volta la RAI è stata incredibilmente okkupata da tutta una serie di piccoli e grandi sultanati indipendenti, nessuno dei quali indispensabile al buon funzionamento della democrazia italiana: quello di Santoro, quello di Floris, dell’Annunziata, della Gabanelli, di Augias, di Fazio, della Dandini. Magari ce ne sarà qualcun altro, che ora non mi viene in mente: chi li conta più ormai? Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris, si confessa dall’Annunziata, sonda la profondità del male dalla Gabanelli, fa gli esercizi spirituali da Augias, si rinfranca l’animo da Fazio, e se la spassa infine dalla Dandini. Gli opposti salotti della contessa Serena Dandini da Sylva e di Corrado Augias danno veramente la misura del grado di perversione di questa religione civile. Le trasmissioni della Dandini sono infatti pietose, e dico pietose perché molti hanno già detto che sono penose, però vanno avanti misteriosamente da lustri. Funzionano così: chi vi entra, invece di farsi il segno della croce, si stampa in faccia un mezzo sorriso, che si riverbera nei mezzi sorrisi di tutti gli altri compagni di combriccola e nel sorrisone benedicente della profetessa. Il riflesso di questo piccolo esercito di dentature colpisce mortalmente al cervello il telespettatore politicamente simpatetico nella cui debole testolina s’insedia regalmente in trono il seguente messaggio: que-sto-è-un-pro-gram-ma-in-ten-zio-nal-men-te-co-mi-co. Altrimenti col piffero che qualcuno lo capisce. Mentre Corrado Augias conduce il suo programma Le Storie con aria da gelido censore in una sorta di Sinedrio, o di Lubianka, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando costui e il suo inappuntabile ospite, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ora io dico che alla RAI c’è veramente bisogno di aria fresca. Questa sbobba ammazza lo spirito e la morale più di dieci GF messi insieme. Auspico che si faccia piazza pulita di tutte queste rendite di posizione; e che una volta tanto trionfi davvero quello spirito riformista e liberale di cui il Cavaliere si era fatto, un tempo, paladino. Vai, Silvio!

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La legge, la pagliuzza e la trave

“La Legge! La Legge! Forma è sostanza!” Ma perché i sempiterni piazzaioli della Costituzione gridano tanto? E cos’è questa novità? Da quando mai sono diventati sfegatati partigiani delle formalità burocratiche? Li conoscevamo come cultori della legalità ma non patiti dei timbri e delle firme, di quelle leggibili e di quelle non leggibili. Ma non è stata sempre la loro grande specialità, il valore aggiunto della loro specialissima condotta civile, sulla quale dovevamo deferenti chiudere un occhio, andare “oltre la legge” in nome della democrazia, giacché stavamo e stiamo ancora vivendo in uno stato che è una “finzione” democratica, e non una democrazia “vera”? E se stiamo vivendo in una finzione democratica, dal regime democristiano al decennio craxiano, dal decennio craxiano al ventennio berlusconiano, perché fanno tanto i difficili su microscopici dettagli della storia? Quante volte i cultori della legalità hanno opposto alla “democrazia formale” la loro “democrazia sostanziale”? Quante volte i “magistrati democratici” hanno piegato il diritto alla loro creatività interpretativa in ottemperanza (visto che parliamo di timbri) alla loro missione civilizzatrice e non al loro ruolo di semplici amministratori della giustizia? Quante volte la sinistra ha tollerato se non benedetto le “okkupazioni” e gli scioperi selvaggi? Quante volte la sinistra ha appoggiato i “disobbedienti civili” di qualsiasi tipo contro una polizia “fascista” che voleva far rispettare le “regole”? Quante volte i giustizieri di Mani Pulite del rispetto scrupoloso delle regole formali – cioè della Legge – si son fatti beffe? Quante volte, sistematicamente, con metodo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, nell’ineffabile disinteresse democratico del Consiglio Superiore della Magistratura e della Associazione Nazionale Magistrati, dai palazzi di giustizia sono usciti verbali e intercettazioni coperti dal segreto istruttorio? Ma non sarebbe ora di riflettere su queste cose, cari giovani virgulti viola, invece di ripetere come pappagalli le solite cretinate che vi mettono in bocca?

Dall’epoca post-Giolittiana la vita politica italiana è percorsa da un confuso radicalismo di massa che prima della seconda guerra mondiale ha trovato sfogo nel massimalismo di sinistra e nel fascismo, e con la fine della seconda guerra mondiale si è incanalato a sinistra nel mito tutto italiano della democrazia “incompiuta”. La grandissima parte della violenza politica del dopoguerra si è nutrita di questo mito. Se l’Italia è stata, ed è ancora, un simulacro di democrazia, una “forma” di democrazia e non la sua “sostanza”, perché si dovrebbe sottostare alle sue regole? Il malaffare, lo scarso senso civico, le “caste” date in pasto agli sciocchi, di cui oggi, come ieri, si fanno grandi lamentazioni, sono in realtà solo le turpi ma non mortali escrescenze di un male che è più profondo, e di cui sono portatori proprio i fautori della palingenesi dei costumi italici. Gran disprezzatori del popolo, quando non marcia compatto per idee belle e nobili, le loro, sono gli stessi che fin dall’inizio hanno messo moralmente sub judice la legittimità del nuovo ordine democratico-repubblicano, nella persona dei suoi rappresentanti. Ne hanno minato la fiducia alla base, introducendo un elemento generalizzato di sospetto, ed è questo che ha quasi soffocato nella culla il senso civico in Italia, e che ha quasi costretto la politica ad oscillare in continuazione tra utopia e piccolissimo, miserabile cabotaggio. E quindi, come per ogni Credo che si rispetti, non c’è niente di sorprendente che alla fine della giostra la parola dovesse realmente passare ai giudici. Fra questi demolitori, insospettabili, anche certi liberali al cento per cento (oggi) col chiodo fisso di una salvifica nuova classe dirigente. Che non arriverà mai, mettetevi il cuore in pace, perché di liberale in questa speranza non c’è nulla. Fra discorsi contorti ed allusioni, questo lavoro di demolizione prosegue imperterrito. Gustavo Zagrebelsky sarebbe assai stupito di vedersi catalogato fra gli aspiranti demolitori della democrazia italiana, e tardo interprete del sopramenzionato radicalismo di massa con tutta quella brutta compagnia al seguito. Ma lo è. Appena l’anno scorso in un’intervista su Repubblica diceva:

Si può notare quanto questo testo sia lontano dal cliché che fa del professor Bobbio un teorico della democrazia esclusivamente formale, cioè della democrazia come insieme di regole procedurali. Senza queste regole, non c’è democrazia. Ma non è vero che la democrazia si esaurisca qui. Non bastano le istituzioni; occorre che le istituzioni siano “alimentate da saldi principi” e questi saldi principi sono l’humus della democrazia. Occorre dunque che le forme della democrazia operino in una sostanza democratica. Bobbio, in questo campo, era tutt’altro che un formalista. Avendo appreso la lezione dalla teoria e dalla storia, sapeva bene che, senza sostanza, la democrazia si trasforma in un guscio vuoto che può contenere, cercando magari di nasconderla o di imbellettarla, qualsiasi sozzura e che ciò, alla fine, si rivolgerà contro le sue regole formali, rendendole odiose ai più. Se le procedure democratiche si riducono a una scorciatoia per gli interessi dei potenti di turno, è facile che la frustrazione dei molti possa essere indirizzata contro la democrazia, invece che contro chi ne abusa. L’origine del populismo è questa.

Anche volendo stare a questo gioco di parole, chi è poi che decide quali leggi siano meri orpelli retorici per i potenti di turno, e quali siano quelle “sostanziate” democraticamente? Non basta infatti che siano formalmente impeccabili; devono “vivere” in una società democratica nella quale

…l’uguaglianza è una condizione onnipervasiva della democrazia. Senza uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali, la libertà cambia natura e la democrazia si trasforma in maschera dell’oligarchia, cioè del regime del privilegio di pochi, non necessariamente i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori, ma certamente i più deboli. Cioè: la democrazia, che dovrebbe essere il regime che bandisce tra gli esseri umani l’uso della forza, si rovescia nel suo contrario, cioè nel regime basato sullo squilibrio della forza. Da qui può venire una risposta alla sua domanda. Mai come in questo momento della vita della nostra società constatiamo tanta iniquità nella distribuzione dei beni materiali, delle conoscenze e delle risorse intellettuali.

E quindi, cari miei, senza questo eloquente incubo criptototalitario, questa “uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali”, inconciliabile ovviamente con la libertà, ma che sta alla base, secondo Zagrebelsky, della democrazia, e da cui siamo irrimediabilmente lontani nell’epoca berlusconiana (per fortuna), le questioni formali non dovrebbero contare un fico secco. Altre sarebbero le priorità. Invece contano, e giustamente. Ma di cosa si è nutrito in tutti questi anno il menefreghismo italico per norme e regole, già abbondante per natura, se non del generale disprezzo per la nostra “democrazia” dispensato a piene mani dalle grosse teste pensanti della cultura egemone? Quello stesso disprezzo al quale hanno attinto, per altro verso, i fanatismi delle bande terroriste?

Nel “Discorso sulla Costituzione” del 10 maggio 1793, Robespierre si dilungò in lungo ed in largo sulle libertà pubbliche, sulla necessità di limitare il potere dei governanti, sulla divisione dei poteri e tante altre belle cose. Il suo proposito era di “dare al governo la forza necessaria per ottenere che i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini e che neppure il governo stesso possa violarli”. Ma che belle parole! E come somigliano a quelle dei nostri adoratori della Legge! Eppure eravamo all’inizio del Terrore. Per dare più pregnanza alla nobile astrattezza dei suoi discorsi sul governo ideale si scelse un esempio in negativo:

…l’Inghilterra dove l’oro e il potere del monarca fanno costantemente pendere la bilancia dalla stessa parte, dove lo stesso partito d’opposizione sollecita, di tanto in tanto, la riforma della rappresentanza nazionale solo per allontanarla, d’accordo con la maggioranza che apparentemente combatte. Una specie di governo mostruoso dove le virtù pubbliche non sono che una scandalosa parata, dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono oggetto di un aperto mercato, dove la corruzione è priva del freno stesso del pudore.

Corruzione, mancanza di pudore, leggi consacranti il dispotismo, opposizione collaborazionista se non complice. E parlava dell’Inghilterra, la patria della democrazia moderna, mica dell’Italia di Berlusconi.

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Madame Barbara, Guardiana della Rivoluzione

A quanto pare, a forza di martellare senza pietà gli orecchi della società civile, “giacobino” è diventato un aggettivo assai poco lusinghiero anche a sinistra. Bene. Avete visto? E’ così che si fa, cari amici berlusconiani. Adesso anche la sempre più giacobina Barbara Spinelli ha sentito il bisogno di allontanare da sé ogni sospetto di ropespierrismo: è un nostro piccolo trionfo. Ma attenzione: lo ha fatto come cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, da femmina autentica e diabolica, addossando con un colpo di bacchetta magica tale colpa nefanda addirittura al Cavaliere. Ah questa poi! Però, caro Berlusca, non me la prenderei più di tanto. In fin dei conti, antropologicamente parlando, è una promozione: prima, nella considerazione della meglio Italia, non eri lontano dallo stato scimmiesco, specie per quanto riguarda la lascivia. Mi sorprende anzi che qualcuno che conta ti abbia accomunato a gente che, a suo modo, possedeva il bene dell’intelletto, e non solo, come te, gli istinti propri del mondo animale.

“La sua rivoluzione” – scrive sulla Stampa la Vestale, Cassandra & Pizia del Tempio Democratico Italico – “come accade nelle rivoluzioni giacobine, ha raccattato il potere a terra per salvarlo. Il presidente della Consulta Francesco Amirante ha detto in pratica questo, giovedì: sono i giacobini e non i democratici a idealizzare la sovranità assoluta dell’elettore. Le costituzioni esistono perché del popolo non ci si fida del tutto, e la Consulta rappresenta un «popolo trascendente» che guardando lontano frena se stesso.”

Premessa: dovete sapere (ma ormai lo sanno tutti, tranne i pochi bifolchi che in Italia non leggono i giornali) che la signora Barbara non va mai in giro da sola nel gran mondo dell’intellighenzia. Ogni suo vezzo, ogni suo batter di ciglia, ogni suo motto delizioso, è accompagnato dal contrappunto illuminato e sapiente di uno dei cicisbei di lusso che la gran donna ha pescato nella vasta schiera dei grandi uomini di lettere, di pensiero e d’azione del passato e del presente, insieme a qualche minchione che sta alla vostra perspicacia identificare. Nella capriola antigiacobina è assistita da: 1) l’autore del Qohélet, che non è un poema esoterico anatolico-ittita, di derivazione assiro-babilonese, ma di probabile origine sumera, e non privo di contaminazioni proto-persiane, come ho pensato di prim’acchito, ma l’Ecclesiaste; 2) Buñuel e il suo Angelo Sterminatore (Buñuel è un must: “S’alza in volo un branco di mucche/ …Buñuel…/ Lui può.” cantava beffardo Giorgio Gaber molti, ma molti anni fa); 3) il giudice Falcone; 4) il presidente della Consulta (quello attuale-al-giorno-d’oggi-nel-momento-in-cui-scrivo, ché del doman non c’è certezza, lassù, dove i Grandi Saggi si danno il cambio sul trono regale con fanciullesca sfrenatezza); 5) Rino Formica, ex “uomo di Craxi”, ossia un mezzo uomo, come gli “uomini di Berlusconi” delle arringhe travagliesche, convocato solo in qualità testimone; 6) Paul Ginsborg, inglese di Toscana, e ho detto tutto; 7) lo scrittore e giornalista Corrado Stajano, famoso per essersi dimesso dal Corriere nel 2003 per protesta contro “l’arroganza del governo”, di Berlusca naturalmente: tale fu la sua pubblica risolutezza che il regime non ha mai avuto il coraggio di tappargli la bocca; 8 ) l’attor giovane a vita Luca Cordero di Montezemolo; 9) Luigi Einaudi; 10) il direttore dell’Accademia delle Belle Arti Eugenio Carlomagno, il cui nome altisonante, e direi quasi di nobile prestanza – mica un Cirino Pomicino qualsiasi – non poteva non far breccia nel cuore di Madame. Protetta da tali formidabili corpi di guardia, Madame scrive dalle rive della Senna in tutta tranquillità allarmate corbellerie come quella sopramenzionata.

Ora, se c’è gente che non si fida del “popolo” è proprio la genia dei giacobini, e in genere tutte le prime scelte della razza umana che si sono susseguite dal ceppo originario fino al popolo viola. Pure il conservatore non si fida del popolo. Ma è più onesto. Lo prende per un orecchio, gli dice che è brutto, sporco, cattivo e che fino a quando non sarà presentabile e non avrà raggiunto l’età della ragione, sarà meglio che di certe cose si occupi lui, il notabile, e anche per il suo bene. Il giacobino è invece il ventriloquo, l’avvocato, il magnaccia, e il kapò del popolo. Se non obbedisce lo bastona. All’uopo, s’inventò a suo tempo un organo onnipotente e onnisciente, il Comitato di Salute Pubblica, la cupola dove tutto si decideva, regolamenti di conti fra i vari boss compresi. Fu il modello dei Comitati Centrali dell’epoca sovietica. Per dirla in modo poetico, e sulla scorta di un esempio illustre, potremmo dire che rappresentava un «popolo trascendente» che guardando lontano frenava se stesso. Diciamo pure un popolo eletto, una casta di bramini, il clero di una religione civile, cui la Consulta fa solo da paravento: nella Repubblica Islamica si chiamano Guardiani della Rivoluzione.

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