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La legge, la pagliuzza e la trave

“La Legge! La Legge! Forma è sostanza!” Ma perché i sempiterni piazzaioli della Costituzione gridano tanto? E cos’è questa novità? Da quando mai sono diventati sfegatati partigiani delle formalità burocratiche? Li conoscevamo come cultori della legalità ma non patiti dei timbri e delle firme, di quelle leggibili e di quelle non leggibili. Ma non è stata sempre la loro grande specialità, il valore aggiunto della loro specialissima condotta civile, sulla quale dovevamo deferenti chiudere un occhio, andare “oltre la legge” in nome della democrazia, giacché stavamo e stiamo ancora vivendo in uno stato che è una “finzione” democratica, e non una democrazia “vera”? E se stiamo vivendo in una finzione democratica, dal regime democristiano al decennio craxiano, dal decennio craxiano al ventennio berlusconiano, perché fanno tanto i difficili su microscopici dettagli della storia? Quante volte i cultori della legalità hanno opposto alla “democrazia formale” la loro “democrazia sostanziale”? Quante volte i “magistrati democratici” hanno piegato il diritto alla loro creatività interpretativa in ottemperanza (visto che parliamo di timbri) alla loro missione civilizzatrice e non al loro ruolo di semplici amministratori della giustizia? Quante volte la sinistra ha tollerato se non benedetto le “okkupazioni” e gli scioperi selvaggi? Quante volte la sinistra ha appoggiato i “disobbedienti civili” di qualsiasi tipo contro una polizia “fascista” che voleva far rispettare le “regole”? Quante volte i giustizieri di Mani Pulite del rispetto scrupoloso delle regole formali – cioè della Legge – si son fatti beffe? Quante volte, sistematicamente, con metodo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, nell’ineffabile disinteresse democratico del Consiglio Superiore della Magistratura e della Associazione Nazionale Magistrati, dai palazzi di giustizia sono usciti verbali e intercettazioni coperti dal segreto istruttorio? Ma non sarebbe ora di riflettere su queste cose, cari giovani virgulti viola, invece di ripetere come pappagalli le solite cretinate che vi mettono in bocca?

Dall’epoca post-Giolittiana la vita politica italiana è percorsa da un confuso radicalismo di massa che prima della seconda guerra mondiale ha trovato sfogo nel massimalismo di sinistra e nel fascismo, e con la fine della seconda guerra mondiale si è incanalato a sinistra nel mito tutto italiano della democrazia “incompiuta”. La grandissima parte della violenza politica del dopoguerra si è nutrita di questo mito. Se l’Italia è stata, ed è ancora, un simulacro di democrazia, una “forma” di democrazia e non la sua “sostanza”, perché si dovrebbe sottostare alle sue regole? Il malaffare, lo scarso senso civico, le “caste” date in pasto agli sciocchi, di cui oggi, come ieri, si fanno grandi lamentazioni, sono in realtà solo le turpi ma non mortali escrescenze di un male che è più profondo, e di cui sono portatori proprio i fautori della palingenesi dei costumi italici. Gran disprezzatori del popolo, quando non marcia compatto per idee belle e nobili, le loro, sono gli stessi che fin dall’inizio hanno messo moralmente sub judice la legittimità del nuovo ordine democratico-repubblicano, nella persona dei suoi rappresentanti. Ne hanno minato la fiducia alla base, introducendo un elemento generalizzato di sospetto, ed è questo che ha quasi soffocato nella culla il senso civico in Italia, e che ha quasi costretto la politica ad oscillare in continuazione tra utopia e piccolissimo, miserabile cabotaggio. E quindi, come per ogni Credo che si rispetti, non c’è niente di sorprendente che alla fine della giostra la parola dovesse realmente passare ai giudici. Fra questi demolitori, insospettabili, anche certi liberali al cento per cento (oggi) col chiodo fisso di una salvifica nuova classe dirigente. Che non arriverà mai, mettetevi il cuore in pace, perché di liberale in questa speranza non c’è nulla. Fra discorsi contorti ed allusioni, questo lavoro di demolizione prosegue imperterrito. Gustavo Zagrebelsky sarebbe assai stupito di vedersi catalogato fra gli aspiranti demolitori della democrazia italiana, e tardo interprete del sopramenzionato radicalismo di massa con tutta quella brutta compagnia al seguito. Ma lo è. Appena l’anno scorso in un’intervista su Repubblica diceva:

Si può notare quanto questo testo sia lontano dal cliché che fa del professor Bobbio un teorico della democrazia esclusivamente formale, cioè della democrazia come insieme di regole procedurali. Senza queste regole, non c’è democrazia. Ma non è vero che la democrazia si esaurisca qui. Non bastano le istituzioni; occorre che le istituzioni siano “alimentate da saldi principi” e questi saldi principi sono l’humus della democrazia. Occorre dunque che le forme della democrazia operino in una sostanza democratica. Bobbio, in questo campo, era tutt’altro che un formalista. Avendo appreso la lezione dalla teoria e dalla storia, sapeva bene che, senza sostanza, la democrazia si trasforma in un guscio vuoto che può contenere, cercando magari di nasconderla o di imbellettarla, qualsiasi sozzura e che ciò, alla fine, si rivolgerà contro le sue regole formali, rendendole odiose ai più. Se le procedure democratiche si riducono a una scorciatoia per gli interessi dei potenti di turno, è facile che la frustrazione dei molti possa essere indirizzata contro la democrazia, invece che contro chi ne abusa. L’origine del populismo è questa.

Anche volendo stare a questo gioco di parole, chi è poi che decide quali leggi siano meri orpelli retorici per i potenti di turno, e quali siano quelle “sostanziate” democraticamente? Non basta infatti che siano formalmente impeccabili; devono “vivere” in una società democratica nella quale

…l’uguaglianza è una condizione onnipervasiva della democrazia. Senza uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali, la libertà cambia natura e la democrazia si trasforma in maschera dell’oligarchia, cioè del regime del privilegio di pochi, non necessariamente i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori, ma certamente i più deboli. Cioè: la democrazia, che dovrebbe essere il regime che bandisce tra gli esseri umani l’uso della forza, si rovescia nel suo contrario, cioè nel regime basato sullo squilibrio della forza. Da qui può venire una risposta alla sua domanda. Mai come in questo momento della vita della nostra società constatiamo tanta iniquità nella distribuzione dei beni materiali, delle conoscenze e delle risorse intellettuali.

E quindi, cari miei, senza questo eloquente incubo criptototalitario, questa “uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali”, inconciliabile ovviamente con la libertà, ma che sta alla base, secondo Zagrebelsky, della democrazia, e da cui siamo irrimediabilmente lontani nell’epoca berlusconiana (per fortuna), le questioni formali non dovrebbero contare un fico secco. Altre sarebbero le priorità. Invece contano, e giustamente. Ma di cosa si è nutrito in tutti questi anno il menefreghismo italico per norme e regole, già abbondante per natura, se non del generale disprezzo per la nostra “democrazia” dispensato a piene mani dalle grosse teste pensanti della cultura egemone? Quello stesso disprezzo al quale hanno attinto, per altro verso, i fanatismi delle bande terroriste?

Nel “Discorso sulla Costituzione” del 10 maggio 1793, Robespierre si dilungò in lungo ed in largo sulle libertà pubbliche, sulla necessità di limitare il potere dei governanti, sulla divisione dei poteri e tante altre belle cose. Il suo proposito era di “dare al governo la forza necessaria per ottenere che i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini e che neppure il governo stesso possa violarli”. Ma che belle parole! E come somigliano a quelle dei nostri adoratori della Legge! Eppure eravamo all’inizio del Terrore. Per dare più pregnanza alla nobile astrattezza dei suoi discorsi sul governo ideale si scelse un esempio in negativo:

…l’Inghilterra dove l’oro e il potere del monarca fanno costantemente pendere la bilancia dalla stessa parte, dove lo stesso partito d’opposizione sollecita, di tanto in tanto, la riforma della rappresentanza nazionale solo per allontanarla, d’accordo con la maggioranza che apparentemente combatte. Una specie di governo mostruoso dove le virtù pubbliche non sono che una scandalosa parata, dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono oggetto di un aperto mercato, dove la corruzione è priva del freno stesso del pudore.

Corruzione, mancanza di pudore, leggi consacranti il dispotismo, opposizione collaborazionista se non complice. E parlava dell’Inghilterra, la patria della democrazia moderna, mica dell’Italia di Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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9 thoughts on “La legge, la pagliuzza e la trave”

  1. Adesso qualcuno ti dirà.. com’era quell’adagio?.. ah si: ‘ma adesso è diverso.’ O forme alternative della suddetta.

    Ovviamente la frase andrà ribaltata ad uso e consumo, quando necessario.

    1. A volte, per disperazione, penso che paradossalmente sarebbe stato meglio che fossimo caduti dall’altra parte della Cortina di Ferro: almeno la malattia ce la saremmo sorbita tutta in trent’anni.

  2. Più che altro se chi paragona Berlusconi a Mussolini e parla di democrazia in pericolo è un imbecille chi paragona Zagrebelsky a Robespierre o parla di attentato alla democrazia da parte dei giudici comunisti per la buffonata delle liste PDL del Lazio non si dimostra granchè meglio.
    Mi sembra che il disprezzo per il popolo quando non marcia compatto dietro le bandiere di partito sia molto diffuso anche tra i berlusconiani come Zamax e tra i suoi amici leghisti che rappresentando in realtà meno del 5 % degli aventi diritto al voto pretendono di incarnare la volontà della maggioranza.
    Ma questo è un danno per tutti gli italiani.
    Se un politico decide che l’appoggio di 4 baciapile è più importante della libertà personale si fanno leggi ridicole come quella sulla fecondazione assistita o quella sulla fine vita.
    Se la maggioranza degli Italiani è favorevole agli OGM ma un cretino sulla poltrona giusta non li vuole questi vengono vietati.
    Se di fronte ad un calo drammatico delle esportazioni si decide di fare una legge idiota sulla denominazione Made in Italy come quella in corso di approvazione si vanno a danneggiare le industrie più innovative e produttive per favorire quattro imprese decotte di setori che comunque non saranno mai in grado di reggere la concorrenza cinese o indiana.
    Ma coma il solito i veri problemi sono altri per Zamax, ma penso che come sempre quando toccherà a lui pagare le conseguenze di questa condotta di governo penosa cambierà idea abbastanza rapidamente, a meno di credere alle castronerie tremontiane sulla speculazione cattiva o alle teorie sull’italianità delle imprese pagata con i soldi della tasse di chi lo stato lo vorrebbe meno presente possibile nei propri affari.
    Allafi ne poi è ridicolo tutto questo disprezzo per le formalità e per i cavilli da parte di persone che SOLO grazie a quelle stesse formalità di una legge elettorale scritta su misura per le proprie esigenze dispongono di un potere molto maggiore del loro consenso tra gli italiani.

  3. Il bello è che, sempre a proposito del casino combinato sulle liste pidielline di Roma e provincia, alla banale osservazione sull’opportunità di far validare le candidature del primo italiano con uno strumento tanto inutilmente ridondante, ci si sente sempre rispondere che ci vuol poco, a cambiare le procedure ope legis.
    Poi, ieri mattina, uno dei sacerdoti del culto costituzionale ha gridato al consolidamento della “casta” in quanto una simile semplificazione è già in vigore da due anni, per il voto alle Politiche.
    Si ricorre, insomma, a reprimende di carattere sostanziale quando la sacralità delle forme non soccorre più, e proprio da parte di gente che si fa un vanto di schifare il giusnaturalismo e le relativa panoplia di assunzioni metafisiche. Epistemici oggi, ermeneutici domani; tutto a seconda della convenienza dialettica del momento. In fin dei conti tecnicamente mussoliniani.

    1. Zagrebelsky è “contro l’etica della verità” e poi cita il Vangelo a destra e a manca. Elogia il parlar chiaro e il “dir sì” e il “dir no” e poi in realtà tutti i suoi libri ed articoli non sono che un’infinita sequela di puntualizzazioni. E’ contro il “nichilismo dello scettico” ma chiama fanatico chi ha forti convinzioni di tipo religioco. Professa una morale tutta sua ma non ha convinzioni morali. E’ proprio un perfetto giacobino: non crede a nulla, ma sui Principi (quelli misteriosi e sempre aggiornabili che lui custodisce) non transige.

      “Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.” (Augustin Cochin, Lo Spirito del Giacobinismo, dal primo capitolo intitolato ”I filosofi”, testo di una conferenza del 1912)

      Per il resto, che tristezza, che tristezza! Quello che mi spaventa è che una sinistra immobile nel suo massimalismo e nel suo messianismo sta immobilizzando anche la destra; che l’Italia butta via buona parte delle sue energie in questo braccio di ferro; e che gli eredi del vecchio PCI corrono il rischio di trasformare il PDL in una nuova DC, e l’elettorato del PDL in un parco buoi che si tura il naso, con Fini che aspira a replicare i fasti della sinistra DC. Sono quasi certo che non succederà, ma stiamo perdendo un sacco di tempo, in tempi difficilissimi.

  4. Mi sembra che l’eventuale deriva dorotea di questo PDL sia un fatto tutto interno, i militanti e i politici del centro destra non hanno nessun motivo credibile per incolpare la sinistra delle proprie miserie, tu dici che sei certo che non succederà qualcosa che solo i militanti e gli elettori del centrodestra possono impedire.
    Se vi svegliate e cominciate a preoccuparvi un poco di più delle vostre responsabilità e un po meno di scaricarne le colpe su una sinistra che essendo minoranza tra gli italiani e priva anche di idee che possano impensierire il centrodestra può solo fare un po di cagnara, ma che questo debba essere usato come puerile scusa per il fatto che, dal punto di vista dei cambiamenti di cui avrebbe bisogno la società italiana Berlusconi ha perso 15 anni inutilmente, sembra un sintomo preoccupante.

  5. “e che gli eredi del vecchio PCI corrono il rischio di trasformare il PDL in una nuova DC, e l’elettorato del PDL in un parco buoi che si tura il naso”

    perche, non e gia cosi?

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