Quando Shakespeare citò Seneca

La storiella non troppo divertente del traffico internazionale di battute di cui si è parlato qualche giorno fa, al centro della quale troneggia una delle cime della comicità italica, mi ha fatto venir in mente un’altra storia, che con essa ha qualche similitudine ma che per fortuna dei lettori si svolge a livelli eccezionalmente più elevati, come si conviene d’altro canto ad una rubrica fine come la nostra, cioè la mia, caro direttore responsabile. E’ una storia di prestiti gratuiti fra colossi del pensiero e della letteratura di tutti i tempi. Si chiamano prestiti gratuiti, e non scopiazzature, perché tra gli spiriti magnanimi ci s’incontra rompendo le catene del tempo e dello spazio in tutta naturalezza quasi togliendoci l’un l’altro le parole di bocca. Da qualche parte il grande Seneca scrive più o meno: quel che mio è tuo, se è veramente tuo. Così come da qualche parte il grande Montaigne scrive più o meno: sento dire ogni giorno cose vere e profonde, ma bisogna scuotere per benino coloro che le dicono, per vedere se sono veramente loro o le tengono solo in bocca. Io scrivo invece in tutta tranquillità “da qualche parte” per fare un dispetto ai pedanti attaccati alla lettera e agli amanti delle troppe note che ammazzano le buone letture e gli studiosi più seri. Nel Nuovo Testamento più d’una volta possiamo leggere “da qualche parte sta scritto”: cose scritte, questi “da qualche parte”, da anime grandi e forti. E’ bello e saggio seguire le tracce dei grandi, tanto più quando è comodo.

Quando parlo di spiriti magnanimi non intendo però esattamente gli uomini famosi. Non fa parte di questo libero-scambismo intellettuale per esempio il passo spesso citato dei Pensieri di quel pessimo Pascal che continua ad avere malauguratamente buona fama anche tra i cristiani: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una scopiazzatura da Montaigne: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13); Montaigne, il cui fascino Pascal subì, ma di cui finì per odiare la figura perché sentiva di non essere all’altezza dell’olimpica grandezza di quello che i cretini hanno etichettato come “scettico”, quando invece lo scetticismo di Montaigne è solo quella prudenza, quella temperanza dell’intelletto che si accompagna naturalmente alla sua anima stoico-cristiana.

Qualche lustro fa dunque mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi di Shakespeare, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corresponsione d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeareano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio dei Saggi in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale o in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimase ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

«Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le Tenne Tragedies furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per Thebais che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo Troas fu stampato nel 1559, il suo Tyestes nel 1560, il suo Hercules Furens nel 1561. L’Œdipus di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’Octavia di Nuce, e l’Agamennon, la Medea e l’Hercules Œtaeus di Studley. Probabilmente l’Hippolytus di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che Thebais sia stata tradotta a tal fine.» (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Recentemente Clare Byrne ha parlato di An early translation of Seneca:

«…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his Epistolae, his De Tranquillitate Animi, De Brevitate Vitae, De Consolatione, and De providentia. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after De Remediis Fortuitorum translated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to The Defence of Death, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent Discours de la Vie et de la Mort…»

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto che «Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607». Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

«Q1-1608. M. William Shakespeare: His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo.» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

«10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua dono effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.»

«10 Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura; quello stesso che tu chiami povero, possiede anche lui qualcosa di superfluo. 11 Il mondo è abbagliato e affascinato dallo spettacolo della ricchezza, quando si vedo venir fuori da una casa una gran quantità di denaro, quando si vedono i soffitti ricoperti d’oro, quando la stessa servitù si fa notare per la sua prestanza fisica e per le splendide vesti. La felicità esteriore di costoro impressiona il pubblico. L’uomo che noi abbiamo sottratto all’influenza del mondo e della fortuna ha in se stesso la sua felicità.» (Seneca, Lettere a Lucilio, traduzione di Giuseppe Monti, Rizzoli)

E’, questo, un tema virtuoso diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

«GONERILL: Here me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…»

«GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni…» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: “O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.” che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel “Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura”. 3) Ma soprattutto quel: “Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./” che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del “hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.” di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Latino (Seneca): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS

Italiano (Seneca): QUELLO STESSO CHE (NOI) SPOGLIAMO DI TUTTO

Inglese (Shakespeare): OUR BASEST

Italiano (Shakespeare): I NOSTRI PIU’ NUDI

Circumcidere in latino significa “tagliare tutt’intorno”, “limitare”, “togliere via”, “ridurre radicalmente”. In alcune traduzioni italiane il quem circumcidimus viene reso con “abbiamo limitato” oppure “ridotto all’osso”, oppure viene bellamente saltato (come nella sopramenzionata traduzione di Monti) perché è difficile tradurlo in un italiano scorrevole, e perché in ogni caso il senso dell’intero passo resta chiaro. Questa riduzione ad uno stato “elementare” viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano basest. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo our in Shakespeare.

Latino (Seneca): QUEM TU VOCAS PAUPEREM

Italiano (Seneca): CHE TU CHIAMI POVERO

Inglese (Shakespeare): BEGGARS

Italiano (Shakespeare): MENDICANTI

Latino (Seneca): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI

Italiano (Seneca): POSSIEDE TUTTAVIA QUALCOSA ANCORA DI SUPERFLUO

Inglese (Shakespeare): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS

Italiano (Shakespeare): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE ARRIVANO AL SUPERFLUO

Habet aliquid et supervacui si potrebbe rendere con “possiede qualcosa persino (et) di superfluo” oppure con “possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo”. Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un superfluous riferito alla persona del possessore di cose “superflue”. In una edizione Penguin del dramma commentata da George Hunter il passo è spiegato così: «Our basest beggars are in the poorest thing superfluous: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs» ossia “anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari” che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano. E con questo avrei finito. Caro direttore – responsabile – non si preoccupi: Shakespeare maledì chi avesse rovistato tra le sue ossa, non tra le sue carte. Questo è tutto amore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

E io che credevo di essere cattivo… (3)

Mentre qualcuno – di volenteroso –  ci credeva pure, ai finiani. La “strategia” dei “finiani”, che è poi una forma mentis, che è poi una disposizione dello spirito, è questa: strizzare l’occhio a chi, a suo dire,  “ha il senso delle istituzioni”; a chi, a suo dire,  “ha il senso della legalità”; a chi, a suo dire, “sa raccogliere con intelligenza ed equilibrio le sfide della globalizzazione e dei fenomeni migratori”; a chi, a suo dire,  “rigetta il populismo di chi liscia il pelo alla ggente e non prende le dure e responsabili decisioni che la gravità della situazione economica impone”; a coloro – gli economisti – che le cose le possono dire, tanto non tocca a loro decidere; e poi continuate pure voi. Se si vuole piacere, come piacerebbe tanto al Cavaliere, meglio essere sinceri, come il Cavaliere. E’ un piccolo segno di onestà, segno di una vita morale, dopotutto. Mentre la piacioneria seriosa è capace di piegarsi a tutto, ipercorrettamente. Com’è sempre facile prevedere:

Sennonché anche per recitare questa parte, e senza nemmeno entrare nella questione del ruolo istituzionale di Fini, bisognerebbe dimostrare coerenza e lealtà. Se si parla di riforme in campo economico, ad esempio, e specialmente in questi tempi di panico “antimercatista”, non si possono far circolare bei pensierini di stampo quasi ultraliberista e poi, calma e gesso, concionare di condivisioni e concertazioni, come se scornarsi con Tremonti su queste cose poi non volesse dire far fischiare le pallottole con Epifani. (Zamax, 1 maggio 2010)

E difatti. Alle prime voci di una nuova manovra economica, termine pomposo di cui si servono i governi di solito per giustificare le collette con le quali raccattano denari con tutti i mezzi possibili che non siano manifestamente criminali, i “finiani” invece di incazzarsi neri contro quel Berlusconi che non fa una minchia di serio, riescono a far rimpiangere la placida ovvietà degli Angeletti e dei Bonanni.  Per quella più guerresca di Epifani, c’è tempo. Ma con buona volontà potrebbero anche arrivarci.

Qualsiasi manovra economica che non ponga al centro del proprio progetto il rilancio del sistema Paese ci vede perplessi. Le manovre si fanno attaccando sprechi e classi agiate e non mettendo in difficoltà lavoratori dipendenti. Con questo non voglio dire che tutti i ricchi evadono il fisco. Ma devono pagare proporzionalmente al loro tenore di vita. In Italia c’è un meccanismo di sperequazione fra i ceti piu deboli e quelli agiati inaccettabile. (Fabio Granata)

E’ auspicabile che Berlusconi coinvolga tutto il Pdl e la coalizione in scelte che vanno valutate con attenzione. La crisi economica internazionale e le decisioni dell’Europa richiedono una manovra significativa che deve però puntare sul taglio degli sprechi e delle spese lievitate negli ultimi anni cercando di evitare interventi orizzontali che rischiano di essere impopolari. E’ auspicabile che Berlusconi coinvolga tutto il Pdl e la coalizione in scelte che vanno valutate con attenzione per evitare che valutazioni soltanto contabili creino problemi nel rapporto tra governo e pubblica opinione. (Italo Bocchino)

Update:  Ma non dovevano dare un scossa laica & liberale alla destra,  i pionieri delle nuove generazioni italiche?

Il Paese, come una famiglia, deve rimboccarsi le maniche e rimanere unito, consapevole che solo con un grande sforzo potremmo superare il momento presente. D’altra parte però vale la pena ricordare al manovratore [Tremonti & il governo, NdZ] : “adelante Pedro! Con juicio…” (Luca Belotti)

Non si preoccupi, carissimo Sancho Panza Belotti, il juicio è una risorsa inesauribile di tutti i governi italiani.

E io che credevo di essere cattivo…(2)

A SINISTRA LA DEMOCRAZIA NON VA PIU’ DI MODA (Zamax, 13 dicembre 2009)

Aria di crisi tra i progressisti e l’amata democrazia? In verità, negli appena due secoli, o poco più, di storia della democrazia moderna, i progressisti l’hanno amata più a parole che nella sostanza. I più disinteressati e seri tra i conservatori-reazionari l’hanno sempre avversata vedendoci solo il male; i conservatori-liberali l’hanno spesso contrastata vedendoci, insieme al bene e all’inevitabilità, anche il male che ne doveva, almeno per un certo tempo, venire. E non avevano torto, quest’ultimi, se consideriamo che i totalitarismi del novecento sono fenomeni concepibili solo in tempi di democrazia e di proclamato universalismo dei diritti, ancorché pervertito dall’odio di classe o ridotto al microcosmo nazionale o razziale. Sono stati, nel mondo europeo-occidentale, i due secoli per eccellenza delle “masse” e dei “popoli”. (…) Se però sono stati i secoli delle “masse” e dei “popoli” ciò significa che sono stati anche i secoli di chi li ha creati come concetti politici: le “avanguardie” e le “minoranze organizzate”. (…) I progressisti hanno amato il popolo e la democrazia perché, e finché, a quanto pare, potevano proporsi come demiurghi di masse passive e servili, quando non impaurite; e i controrivoluzionari usciti dalle loro stesse file usarono le loro stesse armi. (…) Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata.

MADAME BARBARA, GUARDIANA DELLA RIVOLUZIONE (Zamax, 4 marzo 2010)

Ora, se c’è gente che non si fida del “popolo” è proprio la genia dei giacobini, e in genere tutte le prime scelte della razza umana che si sono susseguite dal ceppo originario fino al popolo viola. Pure il conservatore non si fida del popolo. Ma è più onesto. Lo prende per un orecchio, gli dice che è brutto, sporco, cattivo e che fino a quando non sarà presentabile e non avrà raggiunto l’età della ragione, sarà meglio che di certe cose si occupi lui, il notabile, e anche per il suo bene. Il giacobino è invece il ventriloquo, l’avvocato, il magnaccia, e il kapò del popolo. Se non obbedisce lo bastona. All’uopo, s’inventò a suo tempo un organo onnipotente e onnisciente, il Comitato di Salute Pubblica, la cupola dove tutto si decideva, regolamenti di conti fra i vari boss compresi. Fu il modello dei Comitati Centrali dell’epoca sovietica. Per dirla in modo poetico, e sulla scorta di un esempio illustre, potremmo dire che rappresentava un «popolo trascendente» che guardando lontano frenava se stesso. Diciamo pure un popolo eletto, una casta di bramini, il clero di una religione civile, cui la Consulta fa solo da paravento: nella Repubblica Islamica si chiamano Guardiani della Rivoluzione.

CHI AZZOPPA I CUSTODI DELLA DEMOCRAZIA  (Barbara Spinelli – che ha il fegato di citare perfino Tocqueville: è un crimine!!! –  La Stampa, 25 maggio 2010)

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c’è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

Parole, parole, parole

La demagogia ha un suo linguaggio che si incardina di solito su due o tre parole chiave. Se si vuole combatterla la prima cosa da evitare è di adottare il suo linguaggio. Ma non succede quasi mai. Il “capitalismo”, ad esempio, è una parola di conio marxista (“etichetta politica” la definì Von Mises); i difensori della libera economia l’adottarono e fu una vera e propria sciagura, che continua ancor oggi: accettarono di battersi sul terreno scelto dal nemico, e così involontariamente inchiodarono ancor di più alla testa dell’uomo della strada, che non bada alle sottigliezze e tanto meno legge tomi poderosi di storia ed economia, l’idea iper-riduzionista ed astratta del “capitalismo” come “sistema” o peggio ancora come “meccanismo”, efficiente o meno che fosse, criminale o meno che fosse.

Perciò non sono stupito, neanche un po’, che negli anni berlusconiani le nuove parole d’ordine della propaganda anti-sistema alla fine abbiano trionfato da Bressanone a Lampedusa. Chi le ha accettate tuttavia ha commesso un errore, e ha dimostrato una certa debolezza intellettuale, nel senso propriamente morale del termine. Ha inoltre nutrito le solite disastrose speranze di palingenesi nazionale anche nell’opinione pubblica più salda e consapevole. Abbiamo ben visto a cosa sia servita la ghigliottina di Mani Pulite: la razza immortale dei faccendieri e dei maneggioni è più vitale che mai. Vitale in qualche misura lo sarà sempre, finché l’uomo regnerà sugli animali e le piante di questo mondo. I più ingenui, o i più cinici, invocano ancora, a quasi vent’anni di distanza, una Mani Pulite più vera e profonda; definitiva come il Giudizio Universale, dopo di che lo stivale si trasformerà nella Terra Promessa.

Le parole d’ordine della demagogia non sono nuove. Sono termini popolari che ben determinati poteri fanno propri, sdoganano e lanciano in orbita. Da questo punto di vista la Casta è un parto spregiudicato del Corriere della Sera. Operazione del 2007, quando soffiava forte il vento dell’antipolitica vaffanculista in faccia al governo di Romano Prodi, che lo stracco establishment montezemoliano aveva appoggiato nelle elezioni politiche dell’anno prima. Non volendo farsene travolgere, e cullandosi pure nell’ineffabile speranza di trarne eventuali profitti, la Casta economica concentrò il fuoco dell’antipolitica su quella stessa Casta politica con la quale copulava piacevolmente da decenni. Tanto fu l’ardore civico di questa razza smidollata che il libro-ariete di Rizzo e Stella divenne un best-seller ancor prima che se ne fosse venduta una sola copia, grazie ad una campagna pubblicitaria di imbarazzante spudoratezza. Fu così che la Casta entrò di prepotenza nell’hard disk delle teste di quasi tutti gli italiani sprovvisti di eccezionali difese morali ed intellettuali. Essendo il tema facile e fecondo non mancò di produrre le sue sotto-caste: quella dei magistrati, o dei sindacalisti, ad esempio. Il bello è che il bug ha infettato pure menti dotte e liberali, quelle che deprecano magari le crociate contro la Speculazione, e che ora, oltre al repulisti, sperano nell’avvento di quelle mitiche élites colte e capaci che la penisola dei lazzaroni fin qui non ha mai saputo produrre: insomma i popperiani sperano platonicamente (per dirla con Popper, che per inciso sbaglia su Platone) nella Casta Buona.

Anche se le menti raffinatissime dovrebbero essere di norma gelosa prerogativa dei mafiosi e dei servizi segreti deviati vi sono notevoli eccezioni. Tipo quelle de La Repubblica. Sono loro che hanno rispolverato la Cricca, velenoso vocabolo che tra i comunisti ha sempre avuto un folgorante successo. Pure la Cricca ha trionfato, rompendo tutti gli steccati ideologici. Pensando di essere più furbi dei furbacchioni antiberlusconiani, i giornali filoberlusconiani hanno mascherato questo cedimento con una bella pensata: usare la Cricca, in funzione filo-casta destrorsa. La Cricca è diventata la cupola affaristica dominata dai boss della burocrazia, o dai grand commis che dir si voglia, e popolata dalla fauna degli imprenditori amici e di quelli di famiglia; e alla quale i politici, quando lo fanno, parteciperebbero solo in veste ancillare. Così la battaglia mediatica è al momento attuale tra lo spot sinistrorso Cricca & Casta e quello destrorso Cricca Vs. Casta.

Poi ci sono gli Evasori. Oramai non vi è più neanche uno straccio eroico di libertario che li difenda. Fu Visco ad accendere il fuoco della passione anti-evasori. Ma oggi alla speranza di dissotterrare il tesoretto dell’Evasione Fiscale come risoluzione di quasi tutti i mali non rinuncia più nessuno. Il nuovissimo Fini lo ha ribadito l’altro ieri.

Se poi non sapete più dove sbattere la testa, non avete istinti autodistruttivi e avete gusti patriottici, potete sempre scavare trincee contro la Speculazione.

Se siete contro la Casta, la Cricca, l’Evasione Fiscale e la Speculazione siete del Partito della Legalità. Che è una Casta bella e buona, molto rumorosa, a volte milionaria, e la meno misericordiosa. Se, riguardo alla vostra posizione, non potete mettere la crocetta in nessuna di queste cinque caselle vi faccio i migliori auguri, ché ne avete proprio bisogno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

E io che credevo di essere cattivo…

Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. (Zamax, 15 aprile 2009)

Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris… (Zamax, 17 marzo 2010)

Ti prego non ci abbandonare… per me AnnoZero è religione… dopo tutte le battaglie che hai combattuto in nome dell’informazione… mi chiedo cosa sarà il nostro futuro. ( Lucia, su Facebook)

Draquile e avvoltoi

In fin dei conti è da sempre l’aspirazione segreta e vera di ogni dissidente italiano che si rispetti: sfilare con grazia leggiadra sul tappeto rosso che conduce al tempio splendido di luci dello star-system; un trionfo vacuo, il fine leggero di una vita leggera. La dissidenza in Italia è infatti una posa. E’ un’attività frivola che condotta con arte e perseveranza è premiata a volte da successi sbalorditivi. Significa frequentare le stanze dorate del potere, ricevere omaggi da tutte le combriccole, essere perennemente avvolti dalla luce accattivante dei riflettori con l’aria di essere capitati lì per caso e quasi a malavoglia. Significa costruire un impero reticolare di mille solidissimi agganci recitando la parte del povero sventurato in lotta con l’establishment. Significa presidiare le casematte del potere con così sicura baldanza da atteggiarsi capricciosamente a contropotere. C’è chi per questa strada degna dei più incredibili trafficoni balzachiani è arrivato al premio Nobel per la letteratura senza che il suo nome alla “letteratura” fosse stato mai accostato: trionfo strano e mostruoso! E mostruosamente italiano!

Così oggi, come nella più pianificata ed inevitabile delle carriere burocratiche, dopo molta televisione – molta televisione di stato – molto teatro, un indefesso e proficuo presenzialismo nelle piazze democratiche, qualche interpretazione cinematografica, una partecipazione al Festival di Sanremo – tanto per non lasciare nulla d’intentato – la realizzazione di tre o quattro film prodotti e distribuiti senza tanti problemi, e a volte pure premiati, come capita di regola agli artisti che vegetano nelle catacombe delle dittature, per la quarantasettenne ragazzaccia della Dissidenza Italiana e per il suo coraggioso filmaccio, Draquila, è arrivato il gran giorno del debutto al Festival di Cannes. Per Hollywood è solo questione di tempo. Prima del debutto doveva però arrivare l’invito. Questo è un tema delicato su cui i media di casa nostra – noblesse oblige – hanno fatto gli gnorri con tratto assai signorile: un invito che solo i malevoli di regime – come noi – e i cineasti falliti possono chiamare privilegio.

Berlusconi da vivo continua a calamitare l’attenzione della razza noiosa degli artisti più impegnati e civilmente coraggiosi come Mussolini lo fa da morto: i rischi infatti sono i medesimi. Draquila è la sua ultima incarnazione cinematografica, e si annuncia come un Caimano più perfido e risoluto, o disperato. Infatti secondo la magnanima interpretazione della signorina Guzzanti il terremoto in Abruzzo dell’anno scorso fu proprio quel bel macello agognato, mezzo previsto e spietatamente sfruttato che serviva al vampiro per tirarsi fuori dalla melma dei suoi casini: un dono di Dio, cui forse la sempre efficace intercessione del Vaticano non fu estranea. Per strano che possa sembrare in questo delirio è nascosta una mezza verità. Il terremoto è stato in realtà provvidenziale, ma molto più per i trionfi mondani della signorina Guzzanti che per le fortune berlusconiane. Le menzogne acrobatiche ci smascherano: l’accusatio fin troppo manifesta contro lo Psiconano è l’excusatio non petita della Guzzanti. Peccato che Charlie Brown Bondi, il ministro del gran rifiuto – non esattamente una cima dal punto di vista caratteriale – con le goffe e innocue impuntature dei bonaccioni sia riuscito puntualmente a recitare la parte del cattivo in questa farsa, invece di inchiodare la Guzzanti alla sua cattiva coscienza con qualche pubblico pizzino, velenoso ed elegante, degno del bel mondo chiacchierone che mischia cultura e celluloide.

Così all’Impallinato Speciale, il povero nonnetto Berlusconi, che ha avuto il fegato di protestare contro la nomea di dittatore invocando come testimone a discarico proprio la televisione pubblica, dove la vasta truppa antifascista gli tira le freccette ogni giorno, la Sabina ha risposto con soave perfidia da perfetta svampita, visto che stava sulla Croisette: “Ma che sta dicendo? Lo sanno tutti come funziona la TV in Italia. Non può dire certe cose proprio a me.” (Infatti la pasionaria vi ha messo piede ventitré anni fa.) “Per affermare questo ci vogliono i fatti che vanno poi anche argomentati.” (I “fatti” e gli “argomenti”: è così che oggi vi tappano la bocca, a tutti i livelli.) “Se lui vuole la Repubblica presidenziale è senz’altro un suo diritto, ma per averla non continui a inquinare il parlamento con i suoi fisioterapisti e sovvertendo i principi costituzionali. Questa si chiama eversione e colpo di stato”.

Voilà.

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All’occhio, siamo italiani…

Sono cominciate in un clima moscio le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Gli italiani per adesso si guardano in faccia, come per capire se ci devono credere a no, a questi festeggiamenti. Io dico intanto che non è proprio il caso di drammatizzare. Non credo affatto che oggi l’Italia sia più disunita di ieri. Al contrario. E’ mia opinione che la questione italiana verso gli anni ottanta sia uscita da un prolungato stato di ibernazione in cui la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, la repubblica “nata dalla resistenza” e la guerra fredda l’avevano cacciata: settant’anni circa in cui l’italianità era stata sequestrata dal patriottismo bellico, dal nazionalismo fascista e dall’antifascismo militante. In precedenza, se non proprio sequestrata, era invece vissuta, probabilmente oltre ogni ragionevolezza, sotto la tutela occhiuta dell’ideologia risorgimentale, propagandata dal duro ceto liberale ottocentesco e fatta propria dalla variegata schiera della sinistra storica. Perché allora sorprendersi dello scarso entusiasmo, di quella perplessità interiorizzata per l’idea dell’unità “statale” della nazione italiana che per gli abitanti della penisola è diventata una specie di seconda natura, paradossalmente comune a tutti, se quest’idea l’abbiamo immiserita impiccandola al capestro del Risorgimento o della Resistenza, con tutti i loro cascami settari? E’ stato questo, oltre all’eredità di secoli di dominazione straniera, a generare quel disprezzo ostentato da generazioni d’intellettuali di tutte le patrie culturali per “l’Italietta”? E quanto c’è in comune di morboso fra quest’ultimo e l’esaltazione che alimentava le fanfaronate neo-imperiali del Duce?

Stiamo freschi se pensiamo che un sano consolidamento del sentimento nazionale venga accompagnato dal concerto di alati dibattiti sul nostro inevitabile destino comune, quando in realtà questo processo non può che partire dal basso ed avere spesso tratti volgari e apparentemente contradditori. Oggi nel peggiore dei casi stiamo attraversando un’inevitabile crisi di crescita. Il fenomeno leghista degli anni ottanta fu il primo sintomo di questo disgelo culturale, e non a caso coincise col revival garibaldino, risorgimentale e tricolore promosso da Craxi in risposta ideale agli anni della cattività post-resistenziale durante i quali, specie negli anni settanta, solo a parlar di “patria” e di “tricolore” si era in odore di fascismo. E si è visto poi come dopo la stagione della rottura e delle stramberie pagano-celtiche la Lega, nonostante l’ancor vivo nordismo, si sia accomodata progressivamente nell’alveo politico-culturale propriamente “italiano” reinterpretandone i tratti più conservatori, e anzi si sia fatta spesso paladina a torto o a ragione dei valori “cristiani” e “nazionali” quali argini contro le spinte della globalizzazione. A loro volta hanno trovato una loro dignità ed un loro spazio le riletture cattoliche del Risorgimento, così come il fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale post-unitaria è uscito dalla leggenda nera per entrare nella storia insieme ad una più profonda consapevolezza della violenza della “forzata civilizzazione” con la quale il nuovo stato italiano investì il meridione, di cui scontiamo ancor oggi i guasti, senza per questo voler giustificare folcloristiche nostalgie neo-borboniche. Sono scosse di assestamento che ingenerano confusione, e a volte ingiustificato allarme. Una visione condivisa della storia d’Italia non ci potrà mai essere, una visione più ricca ed equilibrata sì. L’Italia è una compagine statale ancora piuttosto acerba che si è distesa sul corpo di una nazione antichissima, per di più improvvisamente riunita dal mirabolante testa-coda dell’impresa dei Mille, fra i quali – detto tra parentesi – la razza di Calderoli, quella bergamasca, era la più rappresentata.

A riprova di questa maturata italianità basti pensare che proprio in questi anni – prima non lo facevamo – abbiamo perfino imparato a cantare e quasi ad amare quella terribile marcetta che gli accidenti della storia hanno promosso ad inno nazionale, magari dello stesso amore che ci spinge a guardare con tenerezza un figlio disgraziato con le orecchie spaventosamente a sventola, eppur nostro. Il capolavoro di Goffredo Mameli è infatti, a guardar bene, perfettamente italiano nello spirito. L’attacco, neanche lontanamente ispirato alla sublime, intima solennità che si conviene all’idea maestosa e sempre un po’ femminile della patria, sembra una scoreggia o una pernacchia musicata, una sorta di maschio avvertimento al resto del mondo, che convertito in parole vuol dire: all’occhio, siamo italiani…

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Il peccato di Fini

Volete sapere qual è il vero peccato di Fini? Quello che il popolo verace della libertà prima ancora che con un abbozzo di ragionamento con la perspicacia dell’istinto proprio non gli perdona? Se pensate alle sue posizioni in tema di diritti civili o di immigrazione, e il molesto puntiglio da banderillero con cui le sventola in faccia al toro Berlusconi, sbagliate. Ma andiamo con ordine.

Senza che si abbia notizia di una qualche sua folgorazione sulla via di Damasco, del resto innaturale per un animale a sangue freddo come l’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini nell’arco di tre lustri e mezzo, un passetto alla volta, tranquillo tranquillo, ha eseguito una sbalorditiva inversione ad U nella sua traiettoria politico-filosofica: da un inamidato e composto lepenismo arcicomunitarista è passato ad un inamidato liberalismo politicamente ultracorretto, che per molto tempo ha fatto sbuffare non poco i suoi, tutta gente sanguigna che una volta andata in bestia in via definitiva ha trovato in Berlusconi quell’animale a sangue caldo e quel capo generoso di pacche sulle spalle da sempre inconsciamente sognato; insomma, il cameratismo del Partito dell’Amore in tutto il suo splendore agonistico.

Non crediamo di essere poi troppo maligni nello supporre che nel momento stesso in cui gli entusiasti elettori del nuovo partitone di centrodestra stavano decidendo nei gazebo di battezzarlo disgraziatamente Popolo della Libertà invece che Partito della Libertà – sono gli inconvenienti della democrazia questi gusti sciagurati – Fini in cuor suo invece meditasse già di rifarsi del blitz napoleonico che gli aveva sottratto la sua creatura, un colpo gobbo meglio noto nell’angolo più riposto della sua memoria come l’Anschluss del Predellino. Ciò ha accelerato il corso della sua parabola politica. Da allora ha cominciato con determinazione a costruirsi una sua zona d’influenza nel partito come capo ufficioso della componente laico-liberale, per dir così, del PdL. Spazio ce ne sarebbe, e anche legittimo. In Italia un partito liberale manca e la componente laico-socialista ex italoforzuta è robusta soprattutto nei quadri della formazione berlusconiana più che nell’elettorato; una forza non in grado di rivoluzionare gli equilibri interni del partito “conservatore” italiano, ma di influenzarne e mitigarne gli indirizzi.

Sennonché anche per recitare questa parte, e senza nemmeno entrare nella questione del ruolo istituzionale di Fini, bisognerebbe dimostrare coerenza e lealtà. Se si parla di riforme in campo economico, ad esempio, e specialmente in questi tempi di panico “antimercatista”, non si possono far circolare bei pensierini di stampo quasi ultraliberista e poi, calma e gesso, concionare di condivisioni e concertazioni, come se scornarsi con Tremonti su queste cose poi non volesse dire far fischiare le pallottole con Epifani.

Ma tutto questo sarebbe secondario e perfino fisiologico in un grande partito di massa se non fosse che Fini e i “finiani” di più stretta osservanza hanno commesso un errore – un peccato – dal quale difficilmente si torna indietro: hanno cominciato a parlare il linguaggio dell’opposizione e dell’antiberlusconismo. La cosa ha un precedente illustre: la sinistra democristiana, una confraternita di uomini politici che la forza d’intimidazione della propaganda del PCI riuscì letteralmente a creare nel seno della Balena Bianca. Essi costituivano gli accettabili, decenti e imposti mediatori tra le sedicenti forze di garanzia della vita democratica in Italia, i comunisti, e le forze al governo sempre proclivi a latenti tentazioni autoritarie, fasciste, e dall’arrivo della stagione della “questione morale” in poi, anche alla corruzione. Forti di questa rendita di posizione, i democristiani di sinistra acquistarono col tempo un potere di corrente spropositato nel loro partito, un potere che non aveva nessuna relazione con l’esiguo, se non invisibile, peso degli elettori democristiani “di sinistra”. Graziati da Mani Pulite, furono infatti condannati e fatti sparire dal voto del popolo ex-democristiano.

Le battaglie culturali prima ancora che politiche si cominciano a perdere quando si comincia ad usare il linguaggio del nemico, le sue parole e i suoi aggettivi, che sottendono ideologie e vulgate ben determinate. Molto più della fastidiosa – nei modi – ma tutto sommato legittima guerriglia sui temi principali della contesa politica, è stata l’adozione di parole come “dittatura”, “partito di plastica”, o l’adeguarsi alla retorica della “legalità”, facendo finta di non sapere cosa tutto questo implicasse, a suggellare un vero e proprio passaggio del Rubicone da parte delle avanguardie finiane. E infatti al vecchio comunista sempre sonnecchiante in D’Alema è scattato immediatamente un riflesso pavloviano, benedicendo in Fini “l’interlocutore importante”. Un avviso fragoroso, se dirittamente inteso, per Fini. Prima che sia troppo tardi.

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