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Parole, parole, parole

La demagogia ha un suo linguaggio che si incardina di solito su due o tre parole chiave. Se si vuole combatterla la prima cosa da evitare è di adottare il suo linguaggio. Ma non succede quasi mai. Il “capitalismo”, ad esempio, è una parola di conio marxista (“etichetta politica” la definì Von Mises); i difensori della libera economia l’adottarono e fu una vera e propria sciagura, che continua ancor oggi: accettarono di battersi sul terreno scelto dal nemico, e così involontariamente inchiodarono ancor di più alla testa dell’uomo della strada, che non bada alle sottigliezze e tanto meno legge tomi poderosi di storia ed economia, l’idea iper-riduzionista ed astratta del “capitalismo” come “sistema” o peggio ancora come “meccanismo”, efficiente o meno che fosse, criminale o meno che fosse.

Perciò non sono stupito, neanche un po’, che negli anni berlusconiani le nuove parole d’ordine della propaganda anti-sistema alla fine abbiano trionfato da Bressanone a Lampedusa. Chi le ha accettate tuttavia ha commesso un errore, e ha dimostrato una certa debolezza intellettuale, nel senso propriamente morale del termine. Ha inoltre nutrito le solite disastrose speranze di palingenesi nazionale anche nell’opinione pubblica più salda e consapevole. Abbiamo ben visto a cosa sia servita la ghigliottina di Mani Pulite: la razza immortale dei faccendieri e dei maneggioni è più vitale che mai. Vitale in qualche misura lo sarà sempre, finché l’uomo regnerà sugli animali e le piante di questo mondo. I più ingenui, o i più cinici, invocano ancora, a quasi vent’anni di distanza, una Mani Pulite più vera e profonda; definitiva come il Giudizio Universale, dopo di che lo stivale si trasformerà nella Terra Promessa.

Le parole d’ordine della demagogia non sono nuove. Sono termini popolari che ben determinati poteri fanno propri, sdoganano e lanciano in orbita. Da questo punto di vista la Casta è un parto spregiudicato del Corriere della Sera. Operazione del 2007, quando soffiava forte il vento dell’antipolitica vaffanculista in faccia al governo di Romano Prodi, che lo stracco establishment montezemoliano aveva appoggiato nelle elezioni politiche dell’anno prima. Non volendo farsene travolgere, e cullandosi pure nell’ineffabile speranza di trarne eventuali profitti, la Casta economica concentrò il fuoco dell’antipolitica su quella stessa Casta politica con la quale copulava piacevolmente da decenni. Tanto fu l’ardore civico di questa razza smidollata che il libro-ariete di Rizzo e Stella divenne un best-seller ancor prima che se ne fosse venduta una sola copia, grazie ad una campagna pubblicitaria di imbarazzante spudoratezza. Fu così che la Casta entrò di prepotenza nell’hard disk delle teste di quasi tutti gli italiani sprovvisti di eccezionali difese morali ed intellettuali. Essendo il tema facile e fecondo non mancò di produrre le sue sotto-caste: quella dei magistrati, o dei sindacalisti, ad esempio. Il bello è che il bug ha infettato pure menti dotte e liberali, quelle che deprecano magari le crociate contro la Speculazione, e che ora, oltre al repulisti, sperano nell’avvento di quelle mitiche élites colte e capaci che la penisola dei lazzaroni fin qui non ha mai saputo produrre: insomma i popperiani sperano platonicamente (per dirla con Popper, che per inciso sbaglia su Platone) nella Casta Buona.

Anche se le menti raffinatissime dovrebbero essere di norma gelosa prerogativa dei mafiosi e dei servizi segreti deviati vi sono notevoli eccezioni. Tipo quelle de La Repubblica. Sono loro che hanno rispolverato la Cricca, velenoso vocabolo che tra i comunisti ha sempre avuto un folgorante successo. Pure la Cricca ha trionfato, rompendo tutti gli steccati ideologici. Pensando di essere più furbi dei furbacchioni antiberlusconiani, i giornali filoberlusconiani hanno mascherato questo cedimento con una bella pensata: usare la Cricca, in funzione filo-casta destrorsa. La Cricca è diventata la cupola affaristica dominata dai boss della burocrazia, o dai grand commis che dir si voglia, e popolata dalla fauna degli imprenditori amici e di quelli di famiglia; e alla quale i politici, quando lo fanno, parteciperebbero solo in veste ancillare. Così la battaglia mediatica è al momento attuale tra lo spot sinistrorso Cricca & Casta e quello destrorso Cricca Vs. Casta.

Poi ci sono gli Evasori. Oramai non vi è più neanche uno straccio eroico di libertario che li difenda. Fu Visco ad accendere il fuoco della passione anti-evasori. Ma oggi alla speranza di dissotterrare il tesoretto dell’Evasione Fiscale come risoluzione di quasi tutti i mali non rinuncia più nessuno. Il nuovissimo Fini lo ha ribadito l’altro ieri.

Se poi non sapete più dove sbattere la testa, non avete istinti autodistruttivi e avete gusti patriottici, potete sempre scavare trincee contro la Speculazione.

Se siete contro la Casta, la Cricca, l’Evasione Fiscale e la Speculazione siete del Partito della Legalità. Che è una Casta bella e buona, molto rumorosa, a volte milionaria, e la meno misericordiosa. Se, riguardo alla vostra posizione, non potete mettere la crocetta in nessuna di queste cinque caselle vi faccio i migliori auguri, ché ne avete proprio bisogno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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