Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori

Adesso che la Slovacchia ci ha spezzato le reni al Mondiale sudafricano, sarebbe meglio che lasciassimo da parte le polemiche sulle scelte “operaie” di Lippi o sul livello tecnico attuale dei giocatori italiani. Sono cose secondarie, che finirebbero solo per perpetuare gli equivoci. L’altro giorno in un commento sul blog di Jimmomo scrissi:

A patto che la squadra giochi molto stretta, alla spagnola o alla barcellonese per intenderci. (…) L’importante è che la coppia centrale di difensori si tenga alta e soprattutto che supporti senza riserve mentali, insieme a Maggio e Zambrotta, l’azione dei centrocampisti, che sennò – vecchia maledizione del calcio italiano – si trovano a navigare in solitudine nel mezzo del campo. Cannavaro, anche quand’era al meglio della forma, ha avuto sempre il difetto di ancorare la difesa nella sua metà campo e di ritardare l’azione di appoggio ai centrocampisti. Insomma, non ha mai avuto l’istinto di accorciare la squadra. Anche per questo la sua esperienza spagnola è stata deludente.

E infatti è purtroppo bastato che la Slovacchia giocasse essa corta e aggressiva per annullarci per tre quarti di partita. E per essere costantemente in superiorità numerica dalla sua porta fino al limite della nostra area di rigore. Tirare in ballo la forza o la forma fisica è una baggianata totale. E’ un problema in sé semplice di gioco che diventa di mentalità e che oggi riusciamo a superare solo quando la disperazione distrugge le inibizioni e le riserve mentali. Non è un problema della nazionale. E’ un problema del calcio italiano. Che è statico. Non perché i lavativi milionari non corrono, che è la solita balla dei moralisti del pallone, con la testa nel pallone e in cerca di scorciatoie per spiegare cose che con tutta evidenza non capiscono.  Ma perché corrono male. Per questo “gli altri arrivano sempre prima sul pallone”. Da lustri. Basta guardare le figure piuttosto penose che da anni le squadre italiane di club collezionano nelle coppe europee. Quest’anno ci ha salvato l’Inter, una squadra multinazionale condotta da un allenatore “fanatico” e “sacchiano” – per gli standard italiani – come Mourinho. Se qualcuno, duro di comprendonio, mi fa notare che contro il Barcellona, a Barcellona, l’Inter ha fatto un grande catenaccio, gli dico che non solo è duro di comprendonio ma che pure è cieco e fesso. E’ vero che l’Inter ha giocato una partita difensiva, ma non alla vecchia maniera: ha schierato 8 – 9 uomini su due linee in una fascia ristrettissima di terreno, tenendosi dieci metri fuori della propria area di rigore. Il Barcellona gioca alla stessa maniera, ma in funzione offensiva. E’ diventata una battaglia di trincea tra il pressing difensivo dell’Inter, e il pressing offensivo – ossia l’offerta delle sovrapposizioni – del Barcellona per la ricerca della superiorità numerica e dell’uomo libero.

Due anni fa, al tempo degli europei, scrissi due lunghi post, Footballismo 1 e Footballismo 2, su queste magagne nostrane. Vanno ancora bene, tanto nulla è cambiato.

E se cominciassimo dai comuni invece che dalle province?

In merito all’abolizione tout-court delle province devo confessare che sono assai perplesso, se non di parere contrario, proprio nell’ottica di una trasformazione in senso federale dello stato italiano, tanto più se questa fosse accompagnata da auspicabili accorpamenti regionali. Il rafforzamento del potere delle regioni, attuato di conserva con la scomparsa di un ente intermedio come quello provinciale, vedrebbe le nuove capitali regionali confrontarsi, proprio come nei modelli tipici degli stati accentratori, fedeli al classico motto del divide et impera, solo con una schiera pulviscolare di piccoli enti territoriali, i comuni. La consistenza di uno stato si valuta essenzialmente in base a due ordini di grandezza, quello territoriale e quello demografico: vanno presi ambedue in considerazione. Creare artificialmente un requisito demografico minimo per la sussistenza della provincia ha poco senso: le province di Grosseto e Belluno, ad esempio, che hanno ciascuna poco più di 200.000 abitanti, sono enti che presidiano realtà territoriali assai vaste. Si pensi all’inverso alla regione Lombardia, coi suoi quasi dieci milioni di abitanti: dal punto di vista demografico la Lombardia è equiparabile a stati europei come il Portogallo, l’Ungheria o la “grande” Svezia. Ora si immagini che in uno di questi stati un’organizzazione amministrativa brutalmente semplificata preveda, oltre alla capitale, solo piccole realtà comunali: non parleremmo forse di una sorta di moderno assolutismo burocratico? E dunque, invece di impetrare sic et simpliciter l’azzeramento delle province, obbedendo più all’ottimismo della volontà che a quello della ragione, e fors’anche cedendo al fascino non tanto “liberale” dell’efficienza delle tabulae rasae, non sarebbe meglio pensare ad una riorganizzazione complessiva e ragionata degli enti territoriali? E’ ovvio che alla base di tutto ci dovrebbe essere un’armonica e non conflittuale ripartizione dei poteri decisionali fra di essi ed una chiara individuazione delle prerogative dello stato. Ma anche un’analisi dei soli dati demografici dei comuni e delle province attuali (che quindi va mediata con le sopramenzionate considerazioni di tipo territoriale) ci rivela le sorprendenti disomogeneità dello Stivale, che certo sono in buona parte figlie della storia – ma anche la storia cambia, o no? – e l’enorme spazio per l’uso delle forbici in caso di una profonda razionalizzazione degli enti territoriali. Ho preparato due tabelle, la prima indica la media degli abitanti per comune nelle varie regioni italiane, la seconda la media degli abitanti per provincia.

TABELLA 1: MEDIA ABITANTI PER COMUNE A LIVELLO REGIONALE

Vien da ridere a pensare che in Puglia il comune medio ha quasi 16.000 abitanti e nella piccola Val d’Aosta appena 1.700. E anche lasciando stare le piccole e quasi sempre particolari realtà regionali, balza all’occhio che in una regione di peso simile alla Puglia, il Piemonte, di comuni ce ne sono 1.206 mentre nella regione meridionale ce ne sono solo 258! Per quanto la realtà della pianura padana, soprattutto in Lombardia e in Veneto – un’immensa campagna urbanizzata formata da un insieme reticolare di migliaia di paesini e cittadine – sia assai diversa dal paesaggio di paesoni-città ben distanziati di certe zone del Sud, questa disparità appare oggi del tutto ingiustificata. Facciamo un ragionamento a spanne: se togliamo al Piemonte gli abitanti del comune di Torino, 909.538, la regione subalpina distribuisce i restanti 3.536.692 in 1.205 comuni, per una media abitanti per comune di appena 2.935. Se questa media si alzasse diciamo fino agli 8.000 abitanti, non volendo essere troppo spietati, di comuni ne basterebbero 442. Il che vuol dire che io, che non sono piemontese, vedo comodamente la possibilità di un taglio di almeno 700 comuni in questa sola regione! D’altronde, non nel Centro-Sud – il dato statistico del Lazio, della Campania e in misura minore quello della Sicilia, è fortemente influenzato dalla presenza dei comuni di Roma, Napoli, Palermo e Catania – ma nel Centro-Nord, in regioni come Emilia Romagna e Toscana, la consistenza demografica dei comuni è decisamente più significativa di quella di Piemonte o Lombardia. Appare poi paradossale, ad esempio, che una regione limitrofa della Puglia, la Basilicata, abbia circa metà del numero dei comuni della prima, con una popolazione sette volte inferiore. Lo stesso vale per un’altra regione limitrofa, il Molise, che però ha addirittura una popolazione tredici volte inferiore! Ci sarebbe poi da riflettere sulla suddivisione amministrativa di certe realtà metropolitane. Il comune di Milano – città che non si sa bene dove finisce – è ridicolmente piccolo: appena 183,77 Km² per 1.307.495 abitanti; quando invece il comune di Roma ha una superficie di 1.285,31 Km², per una popolazione di 2.743.796 abitanti. Ad un livello inferiore, il comune di Padova, al centro probabilmente del più grosso agglomerato urbano del Nord-Est, ha una superficie di appena 92,85 Km², e 212.989 abitanti; quando invece il comune di Perugia ha una superficie di ben 449,92 Km² per una popolazione di 166.667 abitanti.

TABELLA 2: MEDIA ABITANTI PER PROVINCIA A LIVELLO REGIONALE

Si nota qui come le piccole realtà regionali (dal punto di vista demografico) tendano ad avere un numero abnorme di province. Certo, la Sardegna è territorialmente una grande regione, e a statuto specialissimo, ma otto province per una popolazione simile – anzi, inferiore – alla somma di quella di due province come Treviso e Vicenza è una vera e propria barzelletta. Per quanto riguarda Lombardia, Lazio e Campania il dato statistico è ovviamente deformato dalla presenza di province con tre-quattro milioni di abitanti come Milano, Roma e Napoli: depurato di questo fattore il dato lombardo è sulla media nazionale, quello laziale sotto, quello campano superiore. Strano il caso dell’Emilia Romagna e soprattutto della Toscana, due regioni che si contraddistinguono per l’importante consistenza media dei comuni: infatti ad un esiguo numero di comuni si contrappone un numero abbondante di province. Si pensi alla microscopica – dal punto di vista territoriale – provincia di Prato, con appena 7 comuni, battuta in Italia solo dalla particolarissima – e tuttavia non giustificata – realtà triestina con soli 6 comuni.

Cosa voglio dire con tutto questo? Che ad occhio e croce ci sarebbe – volendo – spazio abbondante per la riduzione di circa un terzo del numero delle province e dei comuni italiani. In tutto, circa 3.000 enti territoriali. Certo, questo non vuole dire assolutamente che i risparmi per le casse dello stato sarebbero direttamente proporzionali alla vigorosa potatura conseguente a questa sua riorganizzazione amministrativa.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Loro a Firenze fanno così

Sabato scorso, poco dopo mezzogiorno, le fiorentine e i fiorentini intenti a fare la spesa al mercato di Sant’Ambrogio hanno sentito, improvviso, il suono di una melodia molto popolare e poi una voce femminile che la intonava. Era lei, Carmen, la zingara che nell’habanera seduce il bell’ufficiale. Un video ben fatto li mostra sorpresi e sorridenti, mentre un’altra giovane cantante – fintasi venditrice – riprende il motivo e lo rilancia. C’è persino un accenno di tango col “casqué” con un cliente subito disponibile. Poi è la volta di una melodia ancor più popolare, nientemeno che il coro di “Traviata” intonato da Violetta «Libiam ne’ lieti calici” e qui il successo diventa calorosissimo. Un’idea bella e intelligente di Ippolita Morgese, Peter Klein e Antonio Vanni «per riportare l’opera ad una dimensione popolare, un’operazione per la cultura e per la musica in un momento drammatico». Credo anch’io che questo sia uno dei modi più giusti per far capire quale straordinario patrimonio l’Italia abbia e come si possa dissiparlo in poche battute. Senza nemmeno rendersi conto dei guasti insanabili così provocati. (Vittorio Emiliani, l’Unità, 7 giugno 2010)

Be’, non c’è dubbio che certe cose possono accadere solo a Firenze, dove si respira ancora in ogni angolo quella cultura che il nostro stolido governo ha deciso di buttare via con la spazzatura. D’altronde il sindaco-giovanotto Renzi ce l’aveva detto, a noi italioti insensibili alle muse e alla fratellanza umana: “Noi a Firenze facciamo così”. Un’idea geniale, superiore, democratica e di sinistra, degna di una terra e di un clima dove la cultura colla C maiuscola e il popolo s’incontrano in questi tempi bui come due innamorati segreti, violando il coprifuoco delle televisioni berlusconiane. Avrei qualcosa da ridire sulle scelte musicali: oltre alla solita Carmen, ossia al solito brano – povero Bizet! morto giovane e condannato all’immortalità solo nel ricordo di una gitana e di un toreador – che abbiamo sentito un milione di volte nelle pubblicità televisive, senza per questo sentirci un milione di volte a teatro; oltre alla solita Carmen, dicevo,  pure la solita minestra riscaldata di Verdi, che quando voleva essere melodicamente triviale ci andava giù con una pesantezza grassa e padana che solo un’energia impassibile, inesorabile, precisa, riusciva a riscattare. Ma possiamo capirlo, è musica per bifolchi presi alla sprovvista, piacevolmente lusingati per il fatto di riuscire a canticchiare – per una volta – un pezzo di musica classica dotato di tutti i certificati necessari. Ci si sente bene a volare alto a così poco prezzo! La cultura di sinistra – in Italia esiste ancora la cultura “di sinistra”, per dire di come male siamo ridotti – è così, o sposa le più sciocche avanguardie oppure non mette piede fuori dai tracciati prestabiliti, come quelle code di turisti che a Venezia a mo’ di gregge si scelgono per guida solo i cartelli gialli >Rialto >S. Marco e >Ferrovia. Lodiamo comunque la buona volontà degli operatori di cultura fiorentini. Diciamo, sempre comunque, se ci è permesso fare un appunto, che copiare con un anno di ritardo un’iniziativa della città di Valencia, la capitale del malaffare politico simil-berlusconiano targato Partido Popular, almeno secondo le gazzette progressiste spagnole, e farla passare per un’idea originale non è che sia un’idea molto originale. Infatti è tipica della sinistra, Luttazzi insegna. Copiare poi perfino i brani musicali verdiani vuol dire proprio non fare nemmeno il minimo sforzo per dar corpo a un’idea partorita dalla bellezza di tre eccellenti teste. A meno che la priorità non fosse quella di mantenere gli standard qualititivi, la sollecitudine e l’efficienza delle intraprese municipali. Ad andare in estasi per la performance valenciana fu un bieco affarista di razza Piave, nonché italiano, il Mango di Treviso, giramondo poliglotta che riesce tuttavia ancora a commuoversi per l’arte e la natura, e per le donne che della Natura sono l’Alfa e l’Omega, secondo la filosofia degli uomini in salute. Notate altresì – perché non è finita qui – come l’improvvisata canora a Valencia abbia, seppur appena abbozzata, una qualche sua grazia e freschezza drammaturgica, mentre nel tempio della bella politica l’impresa sia buttata lì alla stracazzo di cane. Che gli ebeti di sinistra riescono pure a firmare con la solita pecoraggine idiota che li contraddistingue da sessantacinque anni innalzando cartelli imbecilli di sapore politico spuntati fuori – va da sé – con l’implacabile regolarità delle manifestazioni spontanee. Ma a Firenze, loro, fanno così, brutto illetterato teledipendente.

Sogno e risveglio

Carissima Brigitta, noi ci siamo incontrati! Io almeno l’ho incontrata, mentre lei forse mi ha visto solamente con la lunga e morbida coda dell’occhio suo azzurro.* Ora le rammento il ferale accadimento. E giudichi lei dove può arrivare un uomo di salda moralità, di spirito brillante, ma lontano da ogni artificio, e di temprata maturità – insomma, quell’amabile roccia che sarei io – quando va a sbattere senza nessun preavviso contro l’apparizione di una bionda sirena metà fata e metà regina: sempre lei, Brigitta. E’ successo qualche giorno fa. Io ero in sella alla mia stagionata e gloriosa bicicletta, una Cannondale di seconda mano già vecchiotta quando la comprai qualche anno fa per ben € 250 (virgola 00); una cannonata di velocipede per definizione, e una cannonata di velocipede in realtà, visto che continua ad andare avanti con asinina ostinazione, nonostante l’ostentato disinteresse del suo padrone per qualsiasi tipo di manutenzione. Anzi, probabilmente questo ciclo-vitalismo è proprio un dispetto a chi aspetta solo che tiri le cuoia: è noto come le biciclette di un certo lignaggio abbiano, se non un’anima, almeno un certo carattere.

Era un pomeriggio assolato ma non troppo caldo; una giornata assai piacevole, che la brezza leggera riempiva di piacevoli auspici. In quel momento percorrevo, con l’indolenza con la quale il ciclista saggio, arrendendosi al codice della strada, fa sfoggio di urbanità nei centri urbani, il lungo e largo marciapiede, sistemato per metà a pista ciclabile, che dal centro si dirige a ovest verso la sagoma massiccia del Duomo in stile neogotico che domina solitario, ma per fortuna in compagnia del cimitero, una zona quasi semiperiferica della “Città di Montebelluna”. Che tuttavia in provincia di Treviso sta.

Immaginatemi dunque, pigro, ignaro e sognante pedalatore quale sono, nel momento in cui alzando gli occhi dal manubrio vengo travolto dalla soggiogante silhouette di una donna che mi precede nella stessa direzione. Più che una donna, una vera e propria femmina. Vedo come in un miraggio l’oro sfolgorante dei capelli che gioca sulla pelle ambrata della nuca, del lungo collo e delle spalle; una camicetta chiara non aderente di non mi ricordo quale colore (tenete a mente: stiamo sempre parlando di uno di quei miraggi che anche in quest’epoca moderna hanno ispirato dei veri capolavori); una camicetta che sotto la cintura termina in una specie di mini-drappeggio merlettato che vela le parti più nobili della femmina se non proprio della donna; due gambe perfino troppo lunghe fasciate da fuseaux di non mi ricordo quale colore (per forza, la linea trionfa e acceca!); che si assottigliano con tutte le più calibrate curvature che la natura ha perfezionato in milioni di anni di evoluzione per finire dentro ad un paio di scarpe dotate di prodigiosi e direi acrobatici tacchi a spillo; scarpe di cui però ricordo benissimo il colore, perché sono gialle e verdi. Questa audacia cromatica è peraltro l’unico vero segno di trasgressione; segno che sul momento non so come interpretare; o non voglio. La Walkiria, eretta in tutta la sua notevole altezza naturale + cm 12-14, non guarda né a destra né a sinistra: avanza. Marcia. Vittoriosa. Con una cadenza implacabilmente regolare, ma molle, rilassata, e maestosa. Una sventola da urlo. Che è poi quel che voleva dire il poeta, il grande W. B. Yeats, quando, facendosi interprete di metà (o quasi) del genere umano, soprattutto quello villico, scrisse: “A woman’s beauty is a storm-tossed banner”: bellezza di donna è una bandiera sbattuta dalla bufera.

A quel punto avrei dovuto sorpassarla e nel breve volgere di un attimo non vederla più. Non vederla più! Nemmeno con quello sguardo che, concentrando tutte le forze fisiche ed intellettuali, in una frazione di secondo riesce a cogliere compiutamente tutti i particolari di un’attraente fisionomia. In questi incontri nel traffico cittadino la bellezza e le convenienze congiurano nel plasmare dei piccoli misteri dolorosi, dei coiti interrupti di ordine estetico, che non trovano pace perché la bellezza è costretta a fuggir via con innaturale precipitazione, e noi da essa.

Sorpasso la visione, cercando di fotografare con la memoria almeno il profilo di questa misteriosa signora che evidentemente cammina per camminare come accade per le nature superiori. Sfido! Sfila! In un lampo mi si rivelano fattezze nordiche ed orientali. Ed è finita! O meglio, sarebbe finita, se non fosse che trovo un’ancora di salvezza in un muricciolo basso lavorato in modo da servire anche da occasionale panchina. Lo pesco grazie alla Divina Provvidenza dopo neanche duecento metri dall’infausta separazione. Divide il marciapiede alberato da una piazzola usata come parcheggio. La strada ha leggermente curvato: quel tanto che basta per sgattaiolare fuori dall’orizzonte visivo della Walkiria. Anche a questo ha pensato la Divina Provvidenza! Mi dico che ci dev’essere qualcosa sotto. Mi faccio venire improvvisamente una sete bruciante, di quelle che non si possono spegnere in sella, ma necessitano di una tregua fisica, nonostante nella borraccia vi sia solo un filo d’acqua di rubinetto che vi ristagna in santa pace da almeno una settimana. Per fortificare i miei demenziali propositi mi convinco che mi stiano chiamando al cellulare. Insomma, devo proprio fermarmi. Mi tolgo il caschetto. E aspetto seduto sul muricciolo la bionda apparizione con un po’ di trepidazione: non sarà mica – sarebbe troppo crudele! – tornata indietro? Ma no, c’è, e si avvicina. Non oso volgere – per ora – lo sguardo. Traffico col cellulare con rilassata noncuranza. Qui la tragedia dell’uomo ridicolo tocca il suo punto più basso. Mi rallegro al pensiero che potrò offrire all’occhio azzurro* – con lo stato d’animo del torero della Carmen, che sapeva bene di essere guardato da un occhio nero, e anzi di questo viveva – il mio profilo migliore: la punta del mio naso piega infatti leggermente a destra, inasprendo i lineamenti di quella parte del viso quasi impercettibilmente. Ma in certe situazioni ci s’inabissa con voluttà!

Arriva infine il momento di alzare lo sguardo e sostenere la pugna. Ma la Walkiria sembra un automa. Seguo cogli occhi questa principessa di ghiaccio come fosse una nave ammiraglia che con calcolata lentezza esce trionfalmente da un braccio di mare, o come cervo che esce di foresta, per dirla con Vujadin Boskov, e finché si perde in prospettive infinite, per dirla con Herman Melville. Quale storia dietro questa sfinge? Nel delirio mi dico: sarà una super-badante. O una baby-sitter per adulti. Nel qual caso…

Il caso volle invece che il piccolo mistero doloroso questa volta fosse svelato nel giro di ventiquattro ore. La biondissima signora dalle scarpe con tacco a spillo gialle e verdi era la famosa pornostar svedese-ungherese Brigitta Kocsis, in arte Brigitta Bulgari, poche ore prima di essere arrestata per essersi esibita qualche mese fa in uno spettacolo “hard” alla presenza di qualche moccioso non ancora maggiorenne, ma quasi: ossia la tribù più allupata della terra compresi i maggiorenni. Quei bruti della magistratura, che pure sono uomini, se lo sono dimenticato. E si sono dimenticati pure ogni galanteria: “La pornostar è stata arrestata per avere con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, compiuto atti osceni consistiti nell’essersi spogliata completamente ed essersi esibita, anche in un’esplicita masturbazione, all’interno di un locale aperto al pubblico, privo di autorizzazione per tali spettacoli ed alla presenza di minorenni e per averli sfruttati per realizzare l’esibizione stessa.” Ma che vadano a…! Be’, il mio sogno e il suo amarissimo risveglio, cara Brigitta: di questa stoffa è fatto il mio racconto. Cara, soave fanciulla ora prigioniera nel carcere di Belluno! Vedo che le circostanze hanno congiurato per creare una situazione irripetibile per un animo donchisciottesco, quasi obbedendo ad un disegno superiore. Che dite? Io quasi quasi…

* Dalla fotografia sembrano però tendere al grigio-verde: quasi come i miei, Brigitta!!!

N.B. Il giorno dopo la coraggiosa e irresponsabile pubblicazione su Giornalettismo.com di questo poemetto in prosa di stampo onanistico-onirico, e soprattutto il giorno dopo il minacciato blitz in sella al mio Ronzinante a due ruote, Brigitta è stata liberata.

[pubblicato su Giornalettismo.com]