Sogno e risveglio

Carissima Brigitta, noi ci siamo incontrati! Io almeno l’ho incontrata, mentre lei forse mi ha visto solamente con la lunga e morbida coda dell’occhio suo azzurro.* Ora le rammento il ferale accadimento. E giudichi lei dove può arrivare un uomo di salda moralità, di spirito brillante, ma lontano da ogni artificio, e di temprata maturità – insomma, quell’amabile roccia che sarei io – quando va a sbattere senza nessun preavviso contro l’apparizione di una bionda sirena metà fata e metà regina: sempre lei, Brigitta. E’ successo qualche giorno fa. Io ero in sella alla mia stagionata e gloriosa bicicletta, una Cannondale di seconda mano già vecchiotta quando la comprai qualche anno fa per ben € 250 (virgola 00); una cannonata di velocipede per definizione, e una cannonata di velocipede in realtà, visto che continua ad andare avanti con asinina ostinazione, nonostante l’ostentato disinteresse del suo padrone per qualsiasi tipo di manutenzione. Anzi, probabilmente questo ciclo-vitalismo è proprio un dispetto a chi aspetta solo che tiri le cuoia: è noto come le biciclette di un certo lignaggio abbiano, se non un’anima, almeno un certo carattere.

Era un pomeriggio assolato ma non troppo caldo; una giornata assai piacevole, che la brezza leggera riempiva di piacevoli auspici. In quel momento percorrevo, con l’indolenza con la quale il ciclista saggio, arrendendosi al codice della strada, fa sfoggio di urbanità nei centri urbani, il lungo e largo marciapiede, sistemato per metà a pista ciclabile, che dal centro si dirige a ovest verso la sagoma massiccia del Duomo in stile neogotico che domina solitario, ma per fortuna in compagnia del cimitero, una zona quasi semiperiferica della “Città di Montebelluna”. Che tuttavia in provincia di Treviso sta.

Immaginatemi dunque, pigro, ignaro e sognante pedalatore quale sono, nel momento in cui alzando gli occhi dal manubrio vengo travolto dalla soggiogante silhouette di una donna che mi precede nella stessa direzione. Più che una donna, una vera e propria femmina. Vedo come in un miraggio l’oro sfolgorante dei capelli che gioca sulla pelle ambrata della nuca, del lungo collo e delle spalle; una camicetta chiara non aderente di non mi ricordo quale colore (tenete a mente: stiamo sempre parlando di uno di quei miraggi che anche in quest’epoca moderna hanno ispirato dei veri capolavori); una camicetta che sotto la cintura termina in una specie di mini-drappeggio merlettato che vela le parti più nobili della femmina se non proprio della donna; due gambe perfino troppo lunghe fasciate da fuseaux di non mi ricordo quale colore (per forza, la linea trionfa e acceca!); che si assottigliano con tutte le più calibrate curvature che la natura ha perfezionato in milioni di anni di evoluzione per finire dentro ad un paio di scarpe dotate di prodigiosi e direi acrobatici tacchi a spillo; scarpe di cui però ricordo benissimo il colore, perché sono gialle e verdi. Questa audacia cromatica è peraltro l’unico vero segno di trasgressione; segno che sul momento non so come interpretare; o non voglio. La Walkiria, eretta in tutta la sua notevole altezza naturale + cm 12-14, non guarda né a destra né a sinistra: avanza. Marcia. Vittoriosa. Con una cadenza implacabilmente regolare, ma molle, rilassata, e maestosa. Una sventola da urlo. Che è poi quel che voleva dire il poeta, il grande W. B. Yeats, quando, facendosi interprete di metà (o quasi) del genere umano, soprattutto quello villico, scrisse: “A woman’s beauty is a storm-tossed banner”: bellezza di donna è una bandiera sbattuta dalla bufera.

A quel punto avrei dovuto sorpassarla e nel breve volgere di un attimo non vederla più. Non vederla più! Nemmeno con quello sguardo che, concentrando tutte le forze fisiche ed intellettuali, in una frazione di secondo riesce a cogliere compiutamente tutti i particolari di un’attraente fisionomia. In questi incontri nel traffico cittadino la bellezza e le convenienze congiurano nel plasmare dei piccoli misteri dolorosi, dei coiti interrupti di ordine estetico, che non trovano pace perché la bellezza è costretta a fuggir via con innaturale precipitazione, e noi da essa.

Sorpasso la visione, cercando di fotografare con la memoria almeno il profilo di questa misteriosa signora che evidentemente cammina per camminare come accade per le nature superiori. Sfido! Sfila! In un lampo mi si rivelano fattezze nordiche ed orientali. Ed è finita! O meglio, sarebbe finita, se non fosse che trovo un’ancora di salvezza in un muricciolo basso lavorato in modo da servire anche da occasionale panchina. Lo pesco grazie alla Divina Provvidenza dopo neanche duecento metri dall’infausta separazione. Divide il marciapiede alberato da una piazzola usata come parcheggio. La strada ha leggermente curvato: quel tanto che basta per sgattaiolare fuori dall’orizzonte visivo della Walkiria. Anche a questo ha pensato la Divina Provvidenza! Mi dico che ci dev’essere qualcosa sotto. Mi faccio venire improvvisamente una sete bruciante, di quelle che non si possono spegnere in sella, ma necessitano di una tregua fisica, nonostante nella borraccia vi sia solo un filo d’acqua di rubinetto che vi ristagna in santa pace da almeno una settimana. Per fortificare i miei demenziali propositi mi convinco che mi stiano chiamando al cellulare. Insomma, devo proprio fermarmi. Mi tolgo il caschetto. E aspetto seduto sul muricciolo la bionda apparizione con un po’ di trepidazione: non sarà mica – sarebbe troppo crudele! – tornata indietro? Ma no, c’è, e si avvicina. Non oso volgere – per ora – lo sguardo. Traffico col cellulare con rilassata noncuranza. Qui la tragedia dell’uomo ridicolo tocca il suo punto più basso. Mi rallegro al pensiero che potrò offrire all’occhio azzurro* – con lo stato d’animo del torero della Carmen, che sapeva bene di essere guardato da un occhio nero, e anzi di questo viveva – il mio profilo migliore: la punta del mio naso piega infatti leggermente a destra, inasprendo i lineamenti di quella parte del viso quasi impercettibilmente. Ma in certe situazioni ci s’inabissa con voluttà!

Arriva infine il momento di alzare lo sguardo e sostenere la pugna. Ma la Walkiria sembra un automa. Seguo cogli occhi questa principessa di ghiaccio come fosse una nave ammiraglia che con calcolata lentezza esce trionfalmente da un braccio di mare, o come cervo che esce di foresta, per dirla con Vujadin Boskov, e finché si perde in prospettive infinite, per dirla con Herman Melville. Quale storia dietro questa sfinge? Nel delirio mi dico: sarà una super-badante. O una baby-sitter per adulti. Nel qual caso…

Il caso volle invece che il piccolo mistero doloroso questa volta fosse svelato nel giro di ventiquattro ore. La biondissima signora dalle scarpe con tacco a spillo gialle e verdi era la famosa pornostar svedese-ungherese Brigitta Kocsis, in arte Brigitta Bulgari, poche ore prima di essere arrestata per essersi esibita qualche mese fa in uno spettacolo “hard” alla presenza di qualche moccioso non ancora maggiorenne, ma quasi: ossia la tribù più allupata della terra compresi i maggiorenni. Quei bruti della magistratura, che pure sono uomini, se lo sono dimenticato. E si sono dimenticati pure ogni galanteria: “La pornostar è stata arrestata per avere con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, compiuto atti osceni consistiti nell’essersi spogliata completamente ed essersi esibita, anche in un’esplicita masturbazione, all’interno di un locale aperto al pubblico, privo di autorizzazione per tali spettacoli ed alla presenza di minorenni e per averli sfruttati per realizzare l’esibizione stessa.” Ma che vadano a…! Be’, il mio sogno e il suo amarissimo risveglio, cara Brigitta: di questa stoffa è fatto il mio racconto. Cara, soave fanciulla ora prigioniera nel carcere di Belluno! Vedo che le circostanze hanno congiurato per creare una situazione irripetibile per un animo donchisciottesco, quasi obbedendo ad un disegno superiore. Che dite? Io quasi quasi…

* Dalla fotografia sembrano però tendere al grigio-verde: quasi come i miei, Brigitta!!!

N.B. Il giorno dopo la coraggiosa e irresponsabile pubblicazione su Giornalettismo.com di questo poemetto in prosa di stampo onanistico-onirico, e soprattutto il giorno dopo il minacciato blitz in sella al mio Ronzinante a due ruote, Brigitta è stata liberata.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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